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Vecchio 11-10-2005, 20.39.57   #1
Salin
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Fiabe e leggende

Un patrimonio inestimabile che parla a grandi e piccini: le fiabe e le leggende.
www.editorialeagora.it/dettautori.asp?autore=46
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Vecchio 13-10-2005, 15.49.29   #2
visechi
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Re: Fiabe e leggende

Citazione:
Messaggio originale inviato da Salin
Un patrimonio inestimabile che parla a grandi e piccini: le fiabe e le leggende.
www.editorialeagora.it/dettautori.asp?autore=46

Perchè non inserisci qualche fiaba o leggenda della tua terra?
Bye
visechi is offline  
Vecchio 14-10-2005, 11.42.13   #3
Mr. Bean
eternità incarnata
 
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dai, inserisci che a me piacciono tanto!
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Vecchio 14-10-2005, 12.00.50   #4
Salin
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Re: Re: Fiabe e leggende

Citazione:
Messaggio originale inviato da visechi
Perchè non inserisci qualche fiaba o leggenda della tua terra?
Bye

Uno dei miti della mia terra è quello del pastorello Aci, della ninfa del mare Galatea e del gigante Polifemo.
Aci e Galatea erano innamorati, ma il loro amore era ostacolato dal terribile gigante monocolo Polifemo, che viveva in un antro dell'Etna con i suoi fratelli pastori.

Un giorno Aci e la Galatea erano abbracciati sotto un albero... il gigante li vide e urlò: "questa è l'ultima volta che vi vedrò assieme".
Prese un enorme masso infuocato e lo lanciò sul pastorello.

Galatea alzò le mani al cielo e invocò gli dei, chiedendo loro di non far morire il suo amato.
Gli dei la ascoltarono: il sangue del pastore Aci pian piano si trasformò in fiume.
In tal modo Aci (=fiume) potè continuare ad incontrarsi con Galatea (=mare).

Così gli antici siciliani spiegarono l'origine del fiume Aci, un fiumiciattolo che fino a poco tempo fa scorreva per alcuni paesini dell'Etna, che ancora oggi si chiamano:
Aci Sant'Antonio, Acireale, Aci Catena, Aci San Filippo, Aci Santa Lucia, Aci Castello e Acirezza...

Le immagini e gli approfondimenti li trovate in:

www.editorialeagora.it/dettautori.asp?autore=131

Il mito di Aci e Galatea in un poemetto del ‘600
L'anonimo Academico Veneto Sconosciuto, autore di un raro poemetto del Seicento, in un intreccio di poesia e prosa, fa rivivere il mito senza tempo della ninfa Galatea e del pastorello Aci impreziosen-dolo di un profondo significato religioso.



Ultima modifica di Salin : 14-10-2005 alle ore 12.12.55.
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Vecchio 14-10-2005, 13.07.30   #5
visechi
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Le Janas

Non so chi possa essere l’autore di questa scheda sulle janas (fate che abitano i recessi più remoti della Sardegna), l’ho prelevata su Internet. Penso che le leggende e i miti antichi di una regione racchiudano anche il sentimento del popolo che la abita, per quello sono affascinato dai miti popolari. Ti lascio, in coda, una visione forse ancor più surreale della leggenda delle Janas, in forma quasi di racconto. Continua ad inserire fiabe e leggende della tua terra, io inserirò quel che posso sulla mia terra. Ciao

Se di notte, mentre dormite, vi sentite chiamare tre volte, non vi allarmate sono le janas che vi hanno scelto.
Vi porteranno a vedere i tesori che custodiscono e se sarete onesti e non tenterete di rubare, sarete per sempre ricompensati, altrimenti tutto quello che toccherete si trasformerà in cenere e carbone.
Le janas sono un piccolo popolo, sono minute, alte poco piu o poco meno di un palmo, vestono di rosso vivo, hanno il capo coperto da un variopinto fazzoletto, ricamato con fili d'oro e d'argento, e portano pesanti collane d'oro lavorato.
Dicono che siano molto belle; ed il loro corpo sia evanescente, luminoso, a volte tanto luminoso da abbagliare. Chi le ha viste da vicino giura che la loro pelle e delicatissima e che hanno lunghissime unghie capaci di scavare la roccia.
Di giorno non escono mai, il sole, per quanto pallido, le scotterebbe facendole morire.
Qualcuno le chiama fate, qualcuno streghe, ma sono entrambe le cose, dipende solo da noi, se le capiamo sono fate, se le cacciamo streghe.
Abitano in piccole grotte sui costoni delle alture sarde; le case delle fate sono conosciute come domus de janas, dentro ogni cosa e a misura di jana: il mobilio, le suppellettili, tutto.
Se vi capita di scorrazzare per le strade sarde guardatevi attorno, ogni collina puo nascondere una o piu di queste dimore incantate, magari dietro un arbusto o sotto un masso appena scostato, cercate con calma e senza pregiudizi e vedrete che ne troverete.
La loro vita trascorre in gran parte a filare il lino, a tessere, ovviamente su telai d'oro, e a cucire stoffe preziose che trapuntano con fili d'oro e d'argento.
Di notte, quando e luna piena, stendono i panni sui prati ad asciugare.
A Cabras, quando c'era la luna, scendevano dalle montagne a chiedere il lievito per fare il pane. Era l'unico modo per far lievitare il loro pane perchè si dice che il lievito che vede la luna, e quello delle janas lo vedeva, non puo lievitare.
La notte scendono nelle case degli uomini, si accostano alle culle e a volte cambiano l'intensita della loro luce. In tal modo stabiliscono il destino del bambino, nessuno sa come decidano se un bambino sara fortunato o meno, ma e certo che lo facciano.
Ancora oggi quando si incontra una persona fortunata si dice che e bene vadada, di quella sfortunata, invece, si mormora che è sicuramente mala vadada.
Le janas in qualche paese sono piu cattive e dispettose e i paesani le chiamano mala janas. Le mala janas (a dirlo veloce si corre il rischio di pronunciare margiana) sono crudeli, ma qualcuno le confonde con i margiani e le janas e muru o e mele (fate del muro e del miele) ovvero le volpi e le donnole.
Bisogna stare attenti a non sbagliare.




Le fate (Le Janas)
“Le ho viste danzare: belle, fiere, flessuose come giunco. Accompagnate dal vento, sulla sponda di un fiume, le ho viste flettersi, sensuali, al tiepido sole che declina dietro i colli, quando il bosco si colora di rosso. Inseguivano il vento al suono leggero del soave lamento della Natura. Le fate, minute, hanno profondi occhi neri, che s’insinuano nell’animo di chi riesce a sognarle, e una lunga chioma color della notte, rilucente i raggi del sole, scarmigliate dal vento e dalla danza perenne, i piedi nudi, e vesti dorate, filate in telai d’oro. Ho inteso il loro ansito sincopato, il tutto è durato una notte incantata. Danzavano festose in una sera d’estate; passavano sulla terra leggere, sfiorando i sassi con piedi minuti di fata; volavano ariose fra le fronde degli alberi, intrecciando mesti duetti con la Natura. Il fiume brillava nel silenzio ancestrale forgiato da un millenario romitaggio, attenuato soltanto dal loro armonioso gioire.
Sensuali e dolcissime, donavano a questi recessi i propri colori: l’azzurro al cielo, il rosso al bosco, il pallido rosa alle nubi ovattate, il verde alle fronde degli alberi.
Danzando, effondevano d’intorno i propri profumi, intridendone il mirto, il lentischio, l’antico ginepro, l’olivastro imperioso. A ciascuno donando qualcosa di sé, alla terra riarsa dal sole due lacrime, dal colore verde o celeste, chiamata rugiada, dal sapore dell’ambrosia ed il corpo del miele.
Le ho viste giocare con gli animali del bosco, cantavano loro qualcosa di sacro: la Vita. All’ombra degli alberi, confuse fra il verde e il bronzeo terreno, le ho viste contendere la notte agli spettri del buio, lottare per ore, sfinirsi, sfiancarsi, poi, infine, all’alba, vincenti, ricevere l’omaggio del sole. Ho visto, in quell’ora, le messi e le greggi, le mandrie e la selva, rendere loro onore regale. Poi, con un sorriso munifico, le ho viste enfiare i chicchi di grano e coprire con l’oro delle vesti le messi. Al fine, d’un fiato, felici, inchinarsi leggere al giorno incipiente, infilarsi diafane nelle proprie regge di roccia, per tessere ancora una volta i propri orditi dorati.”
Ma tutto questo accadeva mill’anni fa.



Entrano leggere nei sogni, in ogni tempo; sussurrano agli uomini meste nenie che rievocano il mondo che fu, quello che un tempo era il loro mondo. Loro lo abbandonarono come presenza reale, alla fine dell’era terza, per occupare, eteree, gli spazi lasciati vuoti dai pensieri dell’umano trionfatore, nuovo crudele padrone. Distratti da mille pensieri, scambiamo il loro melanconico canto con lo stormire delle fronde degli alberi, con il gorgoglio del fresco ruscello settembrino, col canto del gallo al mattino, con il cinguettio dell’usignolo nei boschi frondosi, con il leggero sibilo del vento novembrino, fra valli romite. Distratti, impegnati in mille facezie, scordiamo i colori del mondo, fuggiamo a noi stessi inseguendo chimerici sogni d’inutile gloria o di pace soltanto intravista… le fate son dentro di noi: sventati, non riusciamo a vederle, a sentirle, ché abbiamo gli occhi e le orecchie impegnati dai rumori più grevi del mondo, che ci occludon la vista di un mirabile scenario. In un baluginare notturno si mostrano solo a chi serba nel cuore il ricordo dei canti, dei suoni, dei balli di esseri ricchi di gioia. Le fate son giunco e son erba. Sedute su un prato, leggere, narrano storie di vita perduta, la cui essenza è quel che scordiamo vivendo. Solo i gatti le sanno incontrare, con gli occhi che scrutano il buio le individuano fra felci e corbezzoli, mentre chine raccolgono i fiori assopiti, o le vanno a cercare all’interno di domus de janas: grotticine dove tesson le vesti con cui rendon dorate le messi.
visechi is offline  
Vecchio 14-10-2005, 15.10.46   #6
Salin
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P.S. Polifemo:
Immagini allegate
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Vecchio 14-10-2005, 19.30.24   #7
Salin
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Esiodo definì i Ciclopi (Polifemo e i suoi fratelli) «Figlioli del cielo e della Terra», forse per lasciare intendere che si sconosceva la loro origine...

Nell'immaginario poetico i Ciclopi divennero i fabbricatori dei fulmini di Giove. Essi avevano le loro fucine nelle caverne dell'Etna e, stando a quanto riporta l'anonimo autore di un dizionario mitologico del 1814, erano soliti coprirsi il volto con dei piccoli scudi aventi un foro corrispondente al centro del viso.
Allora io mi chiedo:
è forse possibile che la tradizione secondo cui i Ciclopi fossero monocoli derivi proprio dal fatto che essi portavano sul viso tali scudi? Questa ipotesi, secondo me, darebbe al mito dei ciclopi una certa consistenza storica, in quanto potrebbe trattarsi della versione leggendaria di racconti di antichi visitatori greci del vulcano siciliano.

Essi, probabilmente, videro, sulle falde dell'Etna, degli indigeni intenti a forgiare il ferro proteggendosi il viso con degli scudi particolari, ma non si resero conto della natura umana di questi "esseri". Terrorizzati fuggirono e raccontarono, in seguito, di aver visto degli esseri "ciclopi", ossia "aventi un occhio circolare" (dall'etimologia di ciclope, dal greco "kùklos", che significa non solo "occhio", ma anche "scudo").
Questa narrazione, portata dai greci in madrepatria, avrebbe dato vita alla leggenda dei ciclopi "con un solo occhio" che fabbricavano i fulmini a Giove.
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Vecchio 14-10-2005, 22.09.31   #8
Salin
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Bella la descrizione di Galatea nel poemetto


L’innamorata figlia di Nereo.
Lasciva albergatrice
De le muscose grotte,
Leggiadra allettatrice
De’ marittimi Cori,
Ignuda, se non quanto
Rivale il mar del Cielo,
Nascondevala alquanto,
Fatto à gli homeri suoi ceruleo velo;
Co i teneri alabastri
Del seno, e de le braccia
Frangendo l’aure, e l’onde,
Verso l’amata riva
Vezzosa natatrice
Scherzando se ne giva: A lei d’intorno
lascivetto drappello
Di pesci innamorati
Suoi gelosi custodi ivan guizzando…

Academico Veneto Sconosciuto
op. cit., INVITO DEL CIELO Innamorato à Galatea, pagg. 7-8.


http://www.editorialeagora.it/rw/articoli/30.pdf
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Vecchio 14-10-2005, 22.32.16   #9
visechi
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Sa Filonzana

La prima parte da un sito Internet

SA FILONZANA
Attenti! Attenti! Arriva sa filonzana. Arriva con la sua gobba tanto pronunciata che quasi la spezza in due, arriva vestita di nero, con il volto coperto da una maschera orribile, cattiva e ambigua. Quel che tutti temono è il filo che tiene fra le mani; lei è la Parca sarda, quella che conosce il nostro destino, quella che assottiglia o spezza la nostra vita.
La figura, conosciuta in gran parte della Sardegna, è tipica del carnevale isolano; spesso compare alla fine della sfilata, quasi un monito dopo la baldoria tipica della festa.
La gente la teme e la rispetta ma non la gradisce; ha infatti una gran brutta fama, anche se nessuno sa da dove derivi.
La notte dei tempi, forse, l'ha vista nascere ma i racconti popolari non ne hanno conservato l'origine.
Alcuni dicono che la figura un po' macabra de sa filonzana, accompagnasse i ragazzi a fare una sorta di questua nella notte di capodanno; ogni porta del paese doveva spalancarsi e regalare frutta secca e dolciumi. La presenza della "filatrice" doveva assicurare una buona riuscita della questua. Ma per chi non si dimostrava generoso, era inevitabile sentirsi rivolgere frasi o proverbi tradizionali di malaugurio.


La Parca degli umili (Sa Filonzana)
“Piano piano, senza far rumore, cammini occultato nell’ombra della notte. Il silenzio, rotto solo dal frinire dei grilli e dallo stormire delle fronde degli alberi, avvolge ogni cosa. Solo Selene, argenteo solitario guardiano nell’immensità delle valli avite, guida i tuoi passi. Nei villaggi, i vecchi incartapecoriti da mille anni di fatiche ammoniscono severi che in questi recessi i tuoi passi siano sicuri e prudenti, ché incespicare nelle radici di un albero o in un sasso potrebbe risvegliarla, scotendola dal torpore in cui il progresso e la civiltà vorrebbero relegarla. Chi vive qui sa bene che è viva, è solo assopita e il suo risveglio, qualora volgesse il suo gelido sguardo verso di te, sarebbe nefasto, ché il filo della vita, spezzandosi, giungerebbe alla fine. La ‘filonzana’, col suo fuso dorato, fila la vita e stringe fra dita grinzose il destino degli uomini. Solo lei lo conosce. Quando t’incontra ti ruba la vita, l’estirpa dalla bocca e la porta con se: si nutre di essa. Qui, quando tutto tace, e il rumore dell’uomo s’acquieta, quando è solo la Natura selvaggia a cantare la sua nenia, la ‘filonzana’, orrida vecchia, ricurva sotto il peso del Fato, percorre le valli e i campi in cerca di Vite da portare lontano. Le conduce con sé, fra i misteriosi recessi insondabili per l’occhio dell’uomo. E’ una visione spettrale: vestita di nero, con un’orrida maschera calata sul volto, rassetta la casa con una scopa di crine e il bastone forgiato con le tibie dei morti. Ha gli occhi infossati e una sguardo di ghiaccio; ha lunghi, scomposti poveri resti d’incanutiti capelli, celati sotto un lurido brandello di panno dal funereo colore. Lenta e greve cammina fra i boschi e gli aridi campi percorsi dal fuoco, guada ruscelli, supera monti, incutendo timore a coloro che incontra per strada. Le genti la sfuggono fra mille scongiuri. Ma Ella prosegue riverita e temuta, fintanto che il filo di qualche povero cristo Lei spezza. Allora son truci lamenti di umili prefiche. Si levano mesti dalle povere case fatte solo di pietra. Ma è il destino dell’uomo, lo si accetta così, fra pianti e tormenti, come volle mandarlo chi la ebbe guidata a bussare alla porta. Se viaggi per monti e per valli, se sgombri la mente da inutili cure, la vedi ancor oggi, piccola nera vecchina, spiccare fra roccie bruciate dal sole o riarse dal sale.”
Ancor oggi è così!
visechi is offline  
Vecchio 15-10-2005, 10.22.27   #10
Salin
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Polifemo
Salin is offline  

 



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