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Vecchio 12-09-2002, 14.08.52   #1
FalcoAntonio
Ospite abituale
 
Data registrazione: 14-08-2002
Messaggi: 128
Radnoti Miklos: Cielo "schiumoso"

Ecco cosa scrive un “compagno di altro forum” (italo – ungherese, conosciuto anche dalla nostra Armonia) che, spero, decida di entrare anche lui in questo forum.

"Radnoti Miklos - uno dei più grandi poeti ungheresi di ogni tempo, a mio parere il più grande del novecento.

A suo nome sono intitolate vie, scuole e teatri, ma le sue poesie più belle furono trovate nel 1946, in un taccuino nei vestiti del suo povero scheletro dissepolto da una fossa comune, scritte con calligrafia incerta, scritte per sé e per un amico lontano. Prima d'allora era pressoché sconosciuto.

Disperato per la sua generazione che si stava bruciando in una guerra senza senso, scriveva poesie (fino a poche ore prima d'esser fucilato, perché troppo malato per lavorare, nel 1944) perché gli rendessero la vita e il dolore sopportabile...

L' arte viene sempre riconosciuta, prima o poi, e quasi mai perché viene gridata.
Di Kafka pubblicarono l'opera dopo la morte e addirittura contro la sua volontà.
“Accidenti, caro Antonio: cosa mi chiedi! (Perché immagino che dopo pretenderai una traduzione...).
Ti propongo (propongo a tutti) una poesia sulla quale sono stati scritti libri interi e sulla quale ogni singolo verso é frutto di discussioni e andrebbe spiegato approfonditamente...”

CIELO VELATO (SCHIUMOSO)

In un cielo velato rotola la luna
mi meraviglio d’ essere vivo
Premurosa la morte cerca attenta
e quello che trova é tutto così bianco...

Di tanto in tanto quest'anno si guarda intorno ed urla
Si guarda intorno e poi, di colpo, si ferma impietrito
Che razza d'autunno mi si prospetta di nuovo e
che dolore mi verrà dall'ottuso inverno!

Sanguina il bosco e nel vortice
del tempo sanguina ogni ora,
Grandi e tenebrosi numeri
scarabocchia il vento sulla neve.

Comprendo anche questo, anche quello
sento la pesantezza dell'aria,
e un silenzio tiepido, pieno di rumori ovattati,
come prima di nascere

Mi fermo qui, ai piedi di un albero,
il suo fogliame si agita, con rabbia.
Allunga un ramo. Mi strangola?
Non sono un vigliacco, nemmeno un debole

Soltanto stanco. Sono Silenzioso. E anche il ramo
muto, fruga nei miei capelli tremando di paura
Dimenticare bisognerebbe ma io
non dimentico mai niente

Le nuvole scivolano sulla luna, nel cielo
lasciano un veleno acido e verde scuro.
Mi arrotolo una sigaretta,
lentamente; con cura. Sono vivo.

(Scusaci Radnoti! per la traduzione)



Aggiungo altre due "perline":


TAGORE: DA "GITANJALI"
Il giorno non è più,
l'ombra scende sulla terra.
E' ora che vada a riempire la mia brocca al ruscello.
L'aria della sera è satura della triste musica delle acque.
Essa mi attira verso il buio.
Nel viottolo solitario non c'è nessun viandante,
il vento si è levato,
le acque del fiume sono violentemente increspate.
Non so se ritornerò a casa.
Non so in chi mi imbatterò per la via.
Laggiù al guado, nella barchetta,
lo sconosciuto suona sulla sua lira.

(anch'essa proposta in altro forum)


Reinold Nierbhur
Che possiate trovare la serenità di accettare le cose che non potete cambiare, il coraggio per cambiare quelle che potete e la saggezza per vederne la differenza.

(propostami da un'amica via Email)
FalcoAntonio is offline  
Vecchio 12-09-2002, 14.40.18   #2
schieppwaters
 
Messaggi: n/a
 
Vecchio 13-10-2002, 15.25.05   #3
visechi
Ospite abituale
 
Data registrazione: 05-04-2002
Messaggi: 1,150
Ci voglio provare!

Una bella poesia!
Mi piacerebbe molto provare a capirne il significato… a coglierne l'essenza (come si usa dire), tanto quella espressiva, quanto quella dell'animo dell'uomo che l'ha composta.
E' solo un misero tentativo, il mio.
Ho, però, la necessità di ottenere alcune conferme. Vorrei capire se nella trascrizione è stato omesso qualche segno di punteggiatura.
Antonio, aiutami un po’, fuga i miei dubbi; confermami il verso che segue:
Citazione:
"di tanto in tanto (,) quest'anno si guarda intorno ed urla
si guarda intorno e poi, di colpo, si ferma impietrito(a)"
Chi è il soggetto che 'si guarda intorno ed urla'? Chi compie l'azione, la Morte? Allora impietrita; 'quest'anno'? Allora la virgola.

In attesa dei chiarimenti, provo comunque a 'leggere' il significato e, contemporaneamente, anche la passione, le emozioni dell'autore.
Impresa ardua; la poesia è troppo bella per rischiare di stravolgerne il messaggio; nell'eventualità, il suo autore saprebbe… saprà perdonarmi? Penso, credo di sì!

E' una poesia triste… considerazione alquanto scontata, non poteva essere altrimenti, visto il contesto. L'autore si guarda intorno ed osserva la Natura. Il suo è uno sguardo lucido, indagatore, privo di estasi. Egli attende la propria morte, senza timore, quasi con distaccata indifferenza e sente il dolore della Natura (il mondo, il Tempo). Prova meraviglia nel trovarsi, nonostante tutto, ancora in vita. Questa meraviglia, che emerge dall'osservazione di una Natura dolente e rabbiosa, stride col sentore di morte che avverte nelle cose che lo circondano. La Natura, l'oggetto osservato e agente, che si ribella, che aggredisce, trasuda sofferenza. Già da subito la Morte irrompe sul proscenio; è fredda, calcolatrice, non furiosa o irosa; calma, meticolosa, cerca le vittime da ghermire (non capisco il perché tutto sia velato di bianco; forse per celare i colori del mondo, per non lasciare spazio alla lirica). E' una Morte attenta, non colpisce a caso, opera con estrema cura… vuole lui.
Nella strofa che segue non comprendo bene se chi 'si guarda intorno' sia la Morte o 'quest'anno'… insomma, la virgola c'è o no? Propenderei, comunque, per attribuire l'azione di urlare a 'quest'anno', al Tempo. Diversamente le considerazioni da fare sarebbero altre, ben più terrificanti (io guardo con connaturato ottimismo… per cui, chi urla è il Tempo, la Storia). Potrebbe essere lo sguardo di un'era, un'epoca, di un momento storico sofferente che osserva se stesso ed intravede l'inverno che si approssima; un inverno che preannuncia nuovi e più tremendi tormenti, che è causa d'angoscia… privo di speranza? Oppure, pieno di una 'speranza conseguente' che nasce dalla visione dell'orrido?
Poi, l'uomo si volge e riprende a scrutare sé stesso, immerso nel mondo. Vede il sangue che scorre e le tenebre del Tempo che, per mezzo del vento, pare scrivano un nefasto messaggio sulla neve.
La strofa successiva, forse la più bella, è anche quella che presenta maggiori difficoltà di decodifica (si sa, le cose più sono contorte e più intrigano e piacciono). Parla di pesantezza, di silenzio, evoca, quasi, funerei paesaggi connessi alla morte, per poi, in un rocambolesco rapporto dialettico, quasi in un sogno melanconico, l'uomo si ritrae in sé stesso, riconducendoci ad una visione dell'esistenza prenatale, che, nella nostra cultura, rappresenta una condizione dell'essere semi idilliaca… un tiepido silenzioso abbraccio l'avvolge; il frastuono del vivere è stemperato… sembra un riposo, un voler riconquistare sé stesso, un'estraniazione dal mondo e da ciò che l'affligge.
E' solo un attimo, un momento; la realtà riprende il sopravvento; l'urlo della Natura profanata, la sua dolorosa rabbia, la sua ribellione, sembra vogliano ghermire e sopraffare l'uomo (umanità)… artefice del dramma. L'identificazione operata dall'autore fra la Natura e la Morte sembra evidente… un'alleanza inedita, potentissima, distruttiva (Cecil amerebbe questa poesia… forse). Una Natura antropomorfizzata (sic!) che, ferita, diviene nemica dell'uomo. Incute terrore, eppure, lui, stanco, sfinito, spossato, non teme. Resta attonito e silenzioso, quasi rassegnato ma mai dimentico di quel che intorno accade… vuole essere presente; vivere fino in fondo il dramma che l'attende. Egli è immerso in questo dolore e, nell'atto consueto e banale di accendersi, con meticolosa cura (la quotidianità), una sigaretta, si accorge di essere vivo. Percepisce che anche ciò che sperimenta in quel momento drammatico, tragico, tremendo, è vita.

E' la poesia di un uomo solo, sfinito, che aspetta il riposo, lo immagina e rifiuta di arrendersi, ma non lotta. Grandiosa l'intuizione (sempre che io abbia saputo ben interpretare… altrimenti, pazienza, ci ho solo provato) di far emergere la sofferenza attraverso il 'dialogo' fra l'animo dell'uomo, le sue sensazioni, il suo sentire e il 'pianto' dolente e rabbioso della Natura. Poco spazio alla speranza; una lucida esplorazione del mondo circostante in un'ambientazione tragica. Uno scenario poco idilliaco che non lascia alcuno spazio alla liricità, che non vede i colori della Natura. Il titolo è già una sintesi del dramma che si consuma sotto i nostri occhi. Il cielo… spazi liberi, in cui lo spirito e l'immaginazione navigano liberi… reso schiumoso, forse scivoloso che nasconde tutto, che non lascia intravedere o anche solo intuire questi immensi spazi… un cielo che opprime… c'è del 'sano' dolore… sicuramente un uomo che ha sofferto nell'animo… ma un uomo che, malgrado tutto, riesce a scoprirsi vivo.

Antonio, è vero, questo testo stimola la discussione… dai suoi versi si può prendere spunto per parlare di molte cose…

Ciao!
visechi is offline  

 



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