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Vecchio 11-02-2007, 23.27.34   #1
Lord Kellian
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Un domani agghiacciante

Il dovere della paura

di BARBARA SPINELLI, La Stampa, 04.02.2007.

Il 2 febbraio 2007 sarà ricordato come il giorno in cui le incertezze degli scienziati son venute meno: il clima sta mutando, e del surriscaldamento del pianeta l’uomo è in grandissima parte responsabile. Simili prese di coscienza son già avvenute nella storia, l’apprendimento del limite è la stoffa di cui sono fatti i miti e le religioni. Ci deve esser stato un giorno, mentre si costruiva la torre di Babele, in cui politici e architetti si son detti: stiamo fabbricando un edificio che oltrepassa il lecito, stiamo precipitando nella dismisura, ci stiamo comportando come dèi, con la nostra torre che tocca le stelle. Oggi non è diverso. Con le sue mani, le sue azioni, le sue omissioni, l’uomo sta creando una sua Terra, diversa dalla precedente: una Terra dove è lui a determinare la struttura dei venti e le notti straordinariamente calde, l’altezza del mare, l’avvenire delle coste e la sopravvivenza di acqua e ghiacciai. A raccontare queste cose non è un poema sacro, ma il rapporto presentato venerdì a Parigi da un’équipe di scienziati, in nome dell’Ipcc (Commissione Intergovernativa sui Cambiamenti Climatici) creata dall’Onu nell’88.

Fino a qualche anno fa la Commissione era dubbiosa sulle responsabilità dell’homo sapiens. Ora non più: «inequivocabile» è la colpa dell’uomo, che assieme al proprio avvenire sta compromettendo anche la propria reputazione di animale sapiente. Dovremmo cominciare a chiamarlo in altro modo, ha detto venerdì a Parigi Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri, aprendo una sessione di lavoro del convegno sul clima organizzato dal presidente Chirac: «L’uomo è solo potenzialmente sapiens». Se non si riduce l’emissione di anidride carbonica, la natura si vendicherà e ci ridurrà alla più stupida e meno preveggente delle bestie.

Non è chiaro se si possa tornare indietro, e se sia vero quel che si dice: che non solo la rovina del pianeta è nelle nostre mani, ma anche il suo aggiustamento. Chirac ha detto alla conferenza dei «Cittadini della Terra»: «Siamo alla soglia dell’irreversibile». Ma provare conviene comunque, e questo vuol dire: cambiare le nostre maniere di vivere e pensare, mutare i modi della politica, ripensare i saperi, compreso quello economico. Su questi punti si è concentrata buona parte del convegno parigino, e dalle discussioni emergono con chiarezza alcune indicazioni. Il consumo dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) deve essere radicalmente ridotto se si vogliono diminuire le emissioni di gas serra che rovinano il clima, ma questo consumo ha una natura complessa: perché ha molte parentele con una droga pesante, e perché è perversamente connaturato con l’idea che oggi ci facciamo del liberalismo. Bisogna sapere che uscire dalle droghe vuol dire liberarsi da una patologia, non da una semplice abitudine, e ogni cura di disintossicazione è inflessibile, dolorosissima. E bisogna sapere che nella disintossicazione perirà una parte dell’esperienza liberale: quella parte che a cominciare dalla rivoluzione industriale ci ha abituati a credere nel progresso illimitato, nel cittadino-consumatore libero di fare quel che gli piace, nell’aspirazione a una felicità individuale indipendente dall’effetto che essa ha sulla Terra e sull’umanità. L’illusione del petrolio inesauribile e a buon prezzo ha accentuato questa tendenza, nel secolo scorso.

La disintossicazione sarà lunga e difficile, ha detto a Parigi Jeremy Rifkin, e «coprirà più generazioni, perché mutare le abitudini d’un sol colpo significherebbe la fine della nostra civiltà». C’è un pericolo infatti, nella disintossicazione: per ottenere brutali riduzioni dei consumi di carbonio, per evitare le coltivazioni intensive che rendono sempre più rara l’acqua, per favorire la ricerca e l’uso di energie alternative - compreso il nucleare - occorre una mano ferrea dello Stato. Occorre alzare il prezzo che paghiamo per consumare energia (con quote di inquinamento permesse, con imposte sulle emissioni di anidride carbonica) e metter fine alla retorica sull’abbassamento generale delle tasse. Occorre costruire diversamente edifici, periferie, impianti di riscaldamento, automobili, penalizzando i trasgressori. Occorre privilegiare l’offerta di cibo ecologico, prescrivendo etichette che influenzino il consumatore. E al tempo stesso occorre una politica che aiuti i paesi poveri a ridurre la natalità (senza dimenticare che anche di questi sacrifici siamo responsabili noi ricchi, produttori di anidride carbonica), e a crescere più di noi ma meglio di noi. Alcuni parlano del pericolo di una dittatura verde, che accrescerà enormemente l’ingerenza dello Stato nelle vite private oltre che in quelle delle imprese e che vedrà estendersi, con la paura e le guerre, gli integralismi religiosi. Nel suo libro sulla Lunga Emergenza che ci attende, James Kunstler prevede che negli Stati Uniti aumenteranno i cristiani integralisti. Non saranno i pacifici Amish a profittare della rivoluzione verde ma i bellicosi, antidemocratici pentecostali e evangelicali (Kunstler, The Long Emergency, New York 2005) Difendere la democrazia senza rinunciare alla rivoluzione verde: è questa la sfida, e non è detto sia perduta. Secondo il filosofo Ulrich Beck, il caos imminente può dar vita a nuovi Lumi, e in questo echeggia quel che dice Hans Jonas a proposito della responsabilità per il futuro della Terra: esiste un’euristica della paura, una possibilità di conoscere meglio noi stessi grazie alle energie racchiuse nei nostri spaventi. Esiste la possibilità di correggere politiche e comportamenti se non ci si affida a visioni salvifiche (come nel marxismo) ma a visioni di possibili catastrofi.

Tanto più cruciale diventa l’informazione. È finita l’era cieca del liberalismo democratico, comincia l’era in cui siamo informati sui rischi, e guardiamo in faccia il disastro. Prima o poi tutti - politici, scienziati, industriali - dovranno esercitarsi a vedere il mondo attraverso questa lente, improntata a preoccupazione e timore per le generazioni a venire oltre che per la propria. Per l’economista verrà l’ora in cui sarà necessario tener conto degli effetti sul pianeta del libero mercato. L’ora in cui dovrà calcolare quel che deve entrare nel prezzo d’un prodotto come il petrolio: non solo la domanda e l’offerta, ma anche l’effetto mortifero che esso ha sul pianeta e l’umanità.

Anche il singolo cittadino può molto. Rifkin sostiene che urge «dar potere a chi non ce l’ha», perché gran parte dell’impotenza di fronte al disastro climatico nasce da un’assenza di empowerment, di conferimento di poteri. Ogni cittadino, ogni sindaco deve sapere che, da solo, può contribuire alla rivoluzione. Non basta certo la coscienza del singolo - il governo comune dei mali è più che mai indispensabile - ma con piccoli gesti si può estendere l’influenza democratica della società civile. È stato calcolato che se 11 miliardi di lampadine venissero sostituite da lampadine a basso consumo, si otterrebbe un risparmio nelle emissioni di biossido di carbonio di 160 milioni di tonnellate: l’equivalente delle emissioni dell’industria elettrica in Francia. Dice Pascal che usiamo andare alla rovina nascondendocela: «Corriamo senza preoccupazioni nel precipizio dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo». Tutto sta dunque a vedere: con l’aiuto della paura di cui parla Jonas, che non è sgomento passivo ma dovere d’immaginare e agire. E una volta informati, si tratta poi di credere. Perché qui nasce un ulteriore impedimento: «Uno dei mali maggiori è che non crediamo in quello che sappiamo» ha detto a Parigi il filosofo Jean-Pierre Dupuis, ex allievo di Ivan Illich. Il rischio, lo valutiamo a seconda dell’idea che ci facciamo della soluzione. Se non scorgiamo la soluzione, tendiamo a essere indifferenti al rischio. È uno degli ostacoli più grandi alla disintossicazione.

Ma la vera rivoluzione è politica, e riguarda sovranità e laicità. Si tratta di rispondere ai mali della democrazia con più democrazia: dando più responsabilità al cittadino e non accentrando tutti i poteri sullo Stato, che da solo non riparerà il pianeta. La sussidiarietà è una delle vie. Da un lato è urgente dare maggiore autorità a comuni, regioni: già oggi, l’ecologismo di molti Stati Usa compensa l’improvvido Stato centrale di Bush. Dall’altra converrà trasferire poteri sovrani all’Unione Europea, e a organi Onu competenti in ambientalismo come proposto da Chirac. Lo Stato-nazione è solo una tappa, nella storia della democrazia. Se l’America è più lenta di noi sull’ambiente, è perché a questa tappa è più aggrappata degli europei. Infine la laicità. Le guerre sulle risorse, gli obblighi di un’economia eco-compatibile, lo spostamento di popoli in seguito a inondazioni: tutto questo rafforzerà gli integralismi, non solo nell’Islam. In assenza di un governo mondiale e di una sovranità efficacemente distribuita, si ergeranno Chiese che vogliono prendere il posto della politica. La laicità, se si vuol preservare la nostra civiltà, sarà non solo il distintivo della democrazia ma la sua àncora di salvezza.
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Vecchio 12-02-2007, 09.07.14   #2
dany83
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Riferimento: Un domani agghiacciante

l'uomo sapiens non esiste...l'uomo è uomo e dunque non è perfetto...ed è ovvio che ci stiamo distruggendo da soli!ma io sono ottimista,secondo me le cose cambieranno!
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