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Cultura e Società - Problematiche sociali, culture diverse.
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Vecchio 09-05-2002, 11.35.31   #1
VanLag
Ospite abituale
 
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Data registrazione: 08-04-2002
Messaggi: 2,959
Malessere....

Riprendo le parole di un post di Alessandro perché mi sembra che ben sintetizzino il grave vuoto di “valori” che pervade le nostre società.

......Questa non è più una crisi di valori, ma un malessere grave dell'etica......

Concordando che esista un malessere grave dell’etica, chiedo se esista, secondo voi, una “proposta” credibile che, sappia ridare all’uomo, (soprattutto ai giovani), delle reali prospettive per un futuro migliore?
VanLag is offline  
Vecchio 09-05-2002, 18.32.11   #2
alessandro
Ospite abituale
 
Data registrazione: 02-04-2002
Messaggi: 176
L'unico sbocco che vedo è la ricostruzione dell'immaginario, la visione del futuro è in crisi perchè latita l'immaginario. Una delle grandi illusioni, è il farci credere che viviamo tempi pregni del fantastico, invece la creatività umana sta soffrendo, racchiusa nell'universo del concreto. Ogni cosa si crea prima nel pensiero, se questo è impegnato nei disturbi della materia, raramente partorirà radiosi futuri.
alessandro
alessandro is offline  
Vecchio 11-05-2002, 12.29.56   #3
Mary
Ospite abituale
 
Data registrazione: 02-04-2002
Messaggi: 2,624
Caro Alessandro
concordo con te.
Io sono per nulla contraria al progresso tecnologico che ci offre migliore qualità di vita (almeno dal punto di vista materiale) e maggiori possibilità di coltivare la parte spirituale e creativa di noi stessi. Abbiamo costruito una bella casa ma poi ci siamo murati dentro. Il progresso non è stato utilizzato nel modo corretto.
Il malessere dei giovani, ma anche dei meno giovani, oggi dovrebbe far riflettere sulla società che abbiamo alimentato.
Le morti del sabato sera, gli omicidi nelle mura domestiche, i serial killer, le violenze gratuite, l'indifferenza dei ricchi verso i poveri..... mi fermo. Non dicono niente al cuore di molti.

Dovremmo imparare a riconoscere quel che porta al nostro ben-essere da quello che conduce al mal-essere.

Nelle mura domestiche si dovrebbe ricominciare a parlare, a comunicare, a toccarsi. Ma la frenesia che questa società pretende dagli individui non lo permette.
Un genitore che torna a casa stremato, fisicamente e mentalmente, dal lavoro può mettersi ad ascoltare quel che il figlio ha da dirgli? Gli può fare regali costosi, gli può riempire le tasche di denaro (ma un operaio non può fare neanche questo) e poi dire: "Ho fatto tanto per te. Non ti ho mai fatto mancare nulla."
Torno a citare l'esempio della Principessa Diana, aveva tutto, ma proprio tutto, però le mancava l'essenziale: ascolto, amore, comprenzione, condivisione, affetto.
Diana dovrebbe essere presa come ottimo punto di riferimento.

Ma ho la vaga sensazione che stiamo dentro ad una orrenda macchina, costruita da noi stessi (magari in altre vite), che ci manipola. Siamo diventati schiavi della nostra stessa creatura.
Le idee ci sono ma sembra impossibile metterle in pratica.
Come è difficile trasformare un gregge in un gruppo.
Dovremmo smetterla di far parte di un gregge e divenire una vera squadra, dove ciascuno gioca il suo ruolo ma allo stesso tempo collabora con gli altri.

Ma possiamo cominciare solo da noi.
Ciao
Mary is offline  
Vecchio 14-05-2002, 09.49.54   #4
Claudio
Ciò che è, è!
 
L'avatar di Claudio
 
Data registrazione: 01-04-2002
Messaggi: 202
Post Ciao

Mi allaccio a quello che ha detto Mary... (che ringrazio per il suo intervento)
Ci manca il senso dello stare insieme.
Forse nel forum c'è dentro di noi la vaga speranza di poter creare quel senso di comunità, di comunione, di crescita collettiva, di esperienza comune condivisa, che ci fa sentire appartenenti ad un movimento unico della società, un'umanità che vive insieme, che si riconosce un solo corpo.
Non intendo calarmi in una veste eterea, ma credo che prima del pane abbiamo bisogno di un "perché". Quando avremo capito che il nostro cibo migliore è la vita stessa allora non saranno necessari né "pane", né "perché".
Ma è inutile proiettarsi al futuro, anzi è proprio dannoso. Crea inutili speranze.
Purtroppo (o per fortuna) nulla sostituisce il vero, diretto e completo contatto umano, quello dove è in gioco una serie di "informazioni" impercettibili (subliminali?) e che inconsciamente ci danno una visione ed un "sentire lo stato di salute" delle nostre relazioni.
Nella struttura sociale in cui ci troviamo non c'è spazio per gli incontri informali e disinteressati di gruppo, come invece era di prassi per esempio in molte tribù indiane d'America, e questo è, per quel che vedo, una gravissima debolezza della struttura sociale. Manca proprio la base della società. Noi in effetti siamo mantenuti separati forzatamente dal dio Mercato (che noi idolatriamo), altrimenti si creerebbe la condivisione dei prodotti acquistati, si creerebbe la condivisione di idee; ma non incentivando neppure la creazione di queste ultime (che nascono proprio con lo scambio creativo e stimolante in un contesto reale) questa struttura mortifica l'individuo ed il suo ambiente, così si parla di quartieri-dormitorio, di mancanza di radici nel territorio, mancanza di storia in cui vivi. Non esiste un senso di appartenenza. Non si saluta, o si guarda con diffidenza il proprio vicino o non si ha il coraggio di chiedergli neppure il sale o un limone. Cosa ci stanno a fare gli altri intorno a te? Non c'è società, c'è "vicinanza". Non c'è gruppo, c'è "agglomerato". L'alienazione è una dimensione ormai scontata, nessuno ci fa più caso. Nessuno ci pensa più, ci sembra una cosa normale non sapere niente di chi vive e dorme al di là della parete del proprio appartamento, o al di là del recinto! Certo non sono affari miei. Ho confinato i miei "affari" alla mia proprietà di spazio e di oggetti e del loro raggio d'azione. E' ovvio che poi inorridisco al pensiero che dall'Africa vengano a "invadere" i miei spazi e a rubare il mio lavoro.
Continuo a tenermi stretto quello che considero mio? Vivrò nell'angoscia continua che l'altro me lo porti via. Ma non risolverò niente, se non una nevrosi insopportabile, che invece ora sopporto benissimo, la considero "normalità"(!!!).

La mia idea è di smettere di perdere tempo davanti ai consigli per gli acquisti o ai film/ninna-nanna che incitano solo a darti una pseudo-felicità e ad accrescere la nevrosi da furto e invece cominciare a trovare la propria dimensione umana, una dimensione vera però, fatta di incontro e di silenzio, non di una socialità fatta di convenzioni banali e vuote.
Probabile che non siamo più abituati a parlare solo quando si ha qualcosa da dire e di stare in silenzio quando non si ha niente da dire o l'argomento è concluso o non interessa più,
ma questa è la nostra dimensione! Viviamola! viviamo i nostri imbarazzi!... viviamo i nostri condizionamenti! Se non abbiamo paura di affrontarli non ne usciremo mai e continueremo a lasciarci sfuggire l'occasione di essere naturalmente ciò che siamo, cioè vivi e pieni di vitalità, di voglia di gustare i giorni di pioggia come quelli di sole, di gustare la solitudine come la compagnia.

Qualche anno fa conobbi un indiano-sciamano (uomo medicina) d'America che ci parlava della sua riserva e di come l'organizzazione sociale prevedeva sempre la dimensione di gruppo, la condivisione, l'incontro. Addirittura non esisteva neanche il salutare, perché mai ci si lascia veramente (tu saluteresti tuo fratello o tua madre perché vai in bagno a lavarti i denti?). Il mondo è la loro casa e l'allontanarsi non necessita del saluto. Ma ci ha anche insegnato a divulgare un metodo di incontro fatto per accogliere e rispettare il messaggio dell'altro. Lo chiamava "Talking Stick" (bastone della parola). Nel cerchio si passa un bastone che, come un microfono, dava la parola a chi ce lo aveva. Ognuno aveva un tempo a sua disposizione: tutti erano tenuti a parlare a turno, facendolo girare e anche se uno non avevano niente da dire stava in silenzio e gli altri non intervengono, perché quello era il suo momento e andava rispettato. Naturalmente si trattava di un seminario guidato da questo Indiano, che utilizzava questo, come vari altri metodi di supporto, per favorire l'emergere di una relazione profonda con noi stessi e con gli altri. (vedi in Bacheca: Medicine Story)

Secondo me un tentativo è importante farlo: riuscire a stare tra persone che hanno dei buoni propositi e condividerli. Non è necessario essere dei luminari di filosofia, né dei grandi pensatori o dei saggi condottieri, ma gente semplice che sappia parlare di sé, se ci riesce, e se non ci riesce, almeno che abbia voglia di incontrarsi e condividere momenti insieme, che siano di silenzio o di dialogo.
So che può sembrare difficile, ma se non abbiamo una ricchezza da spartire, che è quella che nasce dalla nostra umanità, dal nostro essere, cosa ci resta?

Poi sono certo che la voglia di incontrarsi crea essa stessa i momenti favorevoli.

Comunque si può sempre tentare...

un abbraccio!



Ultima modifica di Claudio : 14-05-2002 alle ore 09.55.09.
Claudio is offline  
Vecchio 16-05-2002, 22.38.07   #5
Mary
Ospite abituale
 
Data registrazione: 02-04-2002
Messaggi: 2,624
Carissimo Claudio
ho letto ogni parola di quello che hai scritto con vivo interesse.
Concordo con te.
Mi hai dato modo di pensare a quanto sarebbe bello riscoprire il dolce suono del silenzio proprio ed altrui. Le parole vuote sono offese al silenzio. Nel silenzio a volte si trovano racchiuse immense ricchezze. Il silenzio, oggi, ci imbarazza. Ed invece è tempo di riscoprirlo. E' tempo di ritrovare la vera comunicazione, oggi smarrita.
Basta cominciare!
Ciao
Mary is offline  

 



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