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Vecchio 12-12-2007, 10.18.17   #1
arsenio
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La cultura per la massa: produzione e consumo

C'è chi produce cultura, chi la propaganda, chi la incensa, chi ne fruisce e chi ne chiacchiera.
I creativi che la producono, se non sono sostenuti dalla propaganda dell'industria culturale permangono nel limbo dei “nessuno”. Conta molto anche la connivenza di critici addomesticati, le presenze in TV, qualche nome che proviene dallo spettacolo o dallo sport, ecc. Tutti devono collaborare con l'obiettivo di proporre prodotti che sono astute costruzioni commerciali. Sorte con studi che ne stabiliscono la probabilità di un gran successo economico. Quindi destinati ai palati ineducati e di facili gusti di un pubblico di massa. Prodotti per massima parte trash, che rientrano a buon diritto nell'incontrastato e sempre florido dominio del kitsch. Sono grossolane imitazioni di pseudoarte convenzionale e banalizzata, che non turbano le aspettative più ovvie del fruitore. In tal caso l'enorme successo non è un sicuro indicatore favorevole. Come le file davanti alle sale dove si proiettano le pellicole natalizie, a fronte di quelle disertate che propongono film a quattro stelle. Parimenti, nelle nostra epoca postmoderna improntata a suggestioni mediatiche, i primi libri in classifica corrispondono a un indice quantitativo frainteso per qualitativo. Talora i libri che appartengono a quest'ultimo criterio sono inversamente proporzionali al consenso del pubblico.
Nella legge della domanda e dell'offerta non c'è una definita direzione univoca, perchè finiscono per condizionarsi a vicenda, in un reciproco adattamento. In mutua interdipendenza, in relazione circolare e a feedback, si rincorrono l'un l'altra.

G. Petronio, docente, critico letterario e noto studioso della letteratura “di massa”, distingueva quest'ultima, dove si potevano anche trovare produzioni di buona fattura e specchio di una realtà sociale quotidiana, dalla cultura “per la massa” d'infimo livello e di gran successo editoriale.

Oggi vendono bene gli “spaghetti thriller”, le imitazioni dei noir e polizieschi stranieri, i prosatori dialettali, gl 'ibridi assemblatori che in collage frammentari contaminano più “parlati” televisivi, multimediali, giovanili e gergali, fatti passare per geniali sperimentalismi. La poesia è artificio d'effetto, mai scaturita da condivisibili vissuti emozionali. Oppure si tratta di stilemi sentimentalistici per un falso buonismo, con topos risaputi, manifestati da un trito sottocodice linguistico.

Quali prodotti di questa ipertrofica produzione potrebbero diventare i “classici” di domani? Se le opere migliori dopo un breve esilio nei retroscaffali sono destinati al macero? Intendo l'avvento di una narrativa di qualità sia pure rinnovata nei canoni letterari, da accostare in continuità con il novecento letterario rappresentato da Svevo, Pirandello, Calvino, Gadda, Montale, ecc. Dove erano sempre compresenti sia invenzione che riflessione. Significa qualcosa che certi classici non vengono più ristampati , precipitati nell'oblio assoluto, e in alcune biblioteche addirittura estromessi dal catalogo digitale?

Le chiacchiere sottoculturali e pretenziose rispecchiano questo clima e ancor di più. In un via via pensiero uniformato. Ognuno ne ricavi le conclusioni e l'uso a sè adatti. Adesioni, contrasto, prevedibili passaparola, opportunismo, verifica della temperie culturale, analisi dei testi, rielaborazioni e reattivi reinquadramenti concettuali, consapevole attivazione di filtraggi selettivi,ecc.

E se si volesse approfondire una voce, ad esempio “fede”?”,o ci si rivolge alle sempre affidabili fonti cartacee e bibliografiche; alle enciclopedie e repertori che vantano autorevoli collaboratori del mondo scientifico, letterario, filosofico,ecc. Oppure, come ormai quasi tutti si ricava materiale spesso casualmente, tramite i motori di ricerca ,dalla wikipedia fai-da-te lacunosa e imprecisa, che non può reggere un confronto con il sapere stampato. Inoltre, di ogni testo ci sono infinite e soggettive letture e interpretazioni,che non sempre si avvicinano a ciò che intendeva dire l'autore. Perchè ognuno reca con sé il fardello della propria condizione esistenziale, una sensibilità condizionata, personali conoscenze che orientano propensioni e pregiudizi. E certi testi sono “chiusi”, altri “aperti”. Come certa autentica poesia polisemica.

E' pur vero che la società della persuasione mediatica, del piccolo schermo e di Internet, è diventata babelica o afasica. Sempre più si crede d'intendersi, ma non ci s'intende mai. Non esiste più una comunicazione a carattere comunicativo e relazionale, se non attraverso una standardizzazione e sostanziale insignificanza od ovvietà.

“Il re è nudo” da “I vestiti nuovi dell'imperatore”, di Andersen, in complementarità con “Quanta apparenza non ha cervello” della “volpe e la maschera” di Fedro,sono da includere in quelle frasi lapidarie ma rivoluzionarie. Peccato che pochi le rammentino e abbiano il coraggio di nominarle. “Vedere ciò che non c'è” e “non -vedere ciò che c'è”, sono inguaribili vizi umani.
arsenio is offline  
Vecchio 12-12-2007, 22.16.40   #2
Dasein
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Riferimento: La cultura per la massa: produzione e consumo

La cultura per la massa sembra aver generato l'individualismo massificato, cioè colui che si astiene dalla massa, insomma colui che crede di elevarsi da questa, di avere una propria personalità non omologata, mentre invece tutti i suoi riferimenti sono a quel sistema economico-tecnico e senza di questo egli non saprebbe comunque più riconoscersi. Sembrerebbe non essere possibile staccarsi da questo sistema, perchè tutti in questo sistema siamo immersi.
In un mondo dove produttori di cultura devono per primo requisito prestarsi alle modalità e convenienze dei mass-media, perchè se l'informazione si astiene dalla tipologia mediatica non esiste, non è mai esistita, voci fuori dal coro sono possibili solo da coloro che non negano la realtà in cui vivono (perchè sarebbe come un rinnegare sè stessi rimanendo nella logica sistemica dominante). Essi riescono a guardarla da un punto più alto, in cui le trasformazioni che hanno portato all'affermarsi del dominio dell'apparire mediatico, produttore di modelli da consumare per alimentare il sistema economico e la sua mentalità calcolante che oggi detta legge, non destano però quello stupore e falso sdegno con cui molti, questi individualisti massificati, si riempiono la bocca, pensando di portare delle voci fuori dal coro che inevitabilmente finiscono per ritornare dentro il caos del coro mass-mediatico attuale.
La produzione culturale dominante attuale, è la risultante di trasformazioni storico-sociali e finchè non se ne avrà piena consapevolezza delle movenze che la sottendono, è inutile condannarla a prescindere senza sapere che I moventi di quella condanna nascondono gli stessi moventi di quella produzione.

Il tuo post da molti spunti di riflessione e secondo me questo argomento è molto più serio di quanto possa a prima vista sembrare (perchè ormai chi tenta di dare una raddrizzata culturale a queste forze è escluso anche se egli non si vuol escludere, perchè gli unici che possono criticare questo standard di cose devono rispondere a quei criteri dell'individualismo massificato, che in realtà sostanzialmente non critica proprio nulla, ed è su questo punto che bisognerebbe riflettere moltissimo)
Dasein is offline  
Vecchio 12-12-2007, 22.28.07   #3
Dasein
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Riferimento: La cultura per la massa: produzione e consumo

Aggiungo: basta vedere quale attesa c'è per un'opera (per carità ce ne saranno di peggiori) come Harry Potter e quanta indifferenza per opere imprescindibili per capire il mondo contemporaneo (torno a pubblicizzare Psiche e Techne di Galimberti o L'uomo è antiquato di Anders, che a mio avviso sono necessarie per osservare le trasformazioni della cultura filosofica e sociale, nonchè per collocarsi in quello spazio di critica che propone una nuova visione e non quelle critiche di cui parlavo sopra che invece vogliono distruggere per ricreare secondo la stessa piccola mentalità della cultura tecnica-economica).
Dasein is offline  
Vecchio 14-12-2007, 10.15.57   #4
arsenio
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Riferimento: La cultura per la massa: produzione e consumo

Citazione:
Originalmente inviato da Dasein
La cultura per la massa sembra aver generato l'individualismo massificato, cioè colui che si astiene dalla massa, insomma colui che crede di elevarsi da questa, di avere una propria personalità non omologata, mentre invece tutti i suoi riferimenti sono a quel sistema economico-tecnico e senza di questo egli non saprebbe comunque più riconoscersi. Sembrerebbe non essere possibile staccarsi da questo sistema, perchè tutti in questo sistema siamo immersi.
In un mondo dove produttori di cultura devono per primo requisito prestarsi alle modalità e convenienze dei mass-media, perchè se l'informazione si astiene dalla tipologia mediatica non esiste, non è mai esistita, voci fuori dal coro sono possibili solo da coloro che non negano la realtà in cui vivono (perchè sarebbe come un rinnegare sè stessi rimanendo nella logica sistemica dominante). Essi riescono a guardarla da un punto più alto, in cui le trasformazioni che hanno portato all'affermarsi del dominio dell'apparire mediatico, produttore di modelli da consumare per alimentare il sistema economico e la sua mentalità calcolante che oggi detta legge, non destano però quello stupore e falso sdegno con cui molti, questi individualisti massificati, si riempiono la bocca, pensando di portare delle voci fuori dal coro che inevitabilmente finiscono per ritornare dentro il caos del coro mass-mediatico attuale.
La produzione culturale dominante attuale, è la risultante di trasformazioni storico-sociali e finchè non se ne avrà piena consapevolezza delle movenze che la sottendono, è inutile condannarla a prescindere senza sapere che I moventi di quella condanna nascondono gli stessi moventi di quella produzione.

Il tuo post da molti spunti di riflessione e secondo me questo argomento è molto più serio di quanto possa a prima vista sembrare (perchè ormai chi tenta di dare una raddrizzata culturale a queste forze è escluso anche se egli non si vuol escludere, perchè gli unici che possono criticare questo standard di cose devono rispondere a quei criteri dell'individualismo massificato, che in realtà sostanzialmente non critica proprio nulla, ed è su questo punto che bisognerebbe riflettere moltissimo)

ciao dasein.

Come definiresti l'individualismo massificato?
“Individualismo” è quando si attribuisce più valore all'individuo che alla società di cui fa parte. All'estremo, anche con il manifestare condotte antisociali per raggiungere i propri interessi.
“Individualità” è tutto ciò che non fa parte del collettivo ed appartiene al singolo. Per il nostro discorso acquista particolare senso l'”individuazione”, concetto non nuovo, che fu ripreso da Jung, e oggi usato dagli analisti junghiani, come lo è anche Galimberti. E' il processo di differenziazione, fino a raggiungere una propria personalità individuale ( non individualista) che non dipende dalle norme di comportamento , atteggiamenti, tendenze, imposte dalla collettività.
Quindi l'individualista massificato è l'uomo massa eterodiretto e omologato che oggi asseconda gli schemi del consumismo obnubilante , sfrenato, usa e getta, ben distante da un criticismo individuale, e da un'individuazione autonoma e matura.
Chi oggi critica e dissente dalla società del successo ad ogni costo,del denaro simbolico,della tecnologia spersonalizzante? Pochi intellettuali autoconsapevoli. Come negli anni '40 - '50 i filosofi della Scuola di Francoforte: Adorno, Horkeimer, Marcuse, Fromm, Benjamin quale collaboratore, ecc. Se i loro comportamenti privati furono congruenti con ciò che affermarono, non c'interessa. Una teoria o un'idea, per affermarsi richiede più che altro sempre tempi lunghi. Oggi non si tratta di ritornare all'età della pietra, e gettare i cellulari, i computer, il televisore, ecc.. Si tratta di contrastare la mentalità delle “passioni tristi e della “società liquida”, effimera e vacua, per usare due fortunati termini sociologici. Dell'usa e getta per valere nel gregge più degli altri, della banalità del consumo, del mezzo scambiato per fine a cui vincolarsi con una forsennata e compulsiva dipendenza.
Seguo talora le conferenze dal vivo di Galimberti. Ultimamente, quando presentò La casa di Psiche, il pubblico affollava uno spazio sotto un gazebo. Alla fine serpeggiavano mormorii di disapprovazione per il suo cinismo apocalittico del delineare l'”etica” dell'uomo contemporaneo che non è più capace di scoprire altri rimedi alla tragicità della vita, se non l'analgesia oggettuale. Quale potrebbero essere il coltivare i valori dello spirito, ognuno a sua misura e senza alienarvisi. Giustamente ai dissensi rispose più o meno che descriveva la società com è (non approvata!) e non come si vorrebbe che fosse, o rovesciandone la negatività diseducativa in elementi positivi e di progresso, come gl' individualisti massificati presenti.
Come tu sai è richiesta un'assidua riflessione su ciò che possono insegnare quei pochi, e inascoltati critici utopisti “fuori dal coro”, almeno per certi versi.

Il problema non è leggere o meno Potter, ma leggere solo Potter.Leggo moltissima saggistica,ma anche romanzi; classici ma anche bestseller dopo verifica,e non per doveri imitativi e passivi adeguamenti di massa..
Ci vorrebbe la collaborazione di famiglia e scuola. Altrimenti un giorno si dirà che certe critiche non servono a nulla. Perchè sono diventate definitivamente inutili.

arsenio is offline  
Vecchio 14-12-2007, 22.32.55   #5
Dasein
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Riferimento: La cultura per la massa: produzione e consumo

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
ciao dasein.

Come definiresti l'individualismo massificato?
“Individualismo” è quando si attribuisce più valore all'individuo che alla società di cui fa parte. All'estremo, anche con il manifestare condotte antisociali per raggiungere i propri interessi.
“Individualità” è tutto ciò che non fa parte del collettivo ed appartiene al singolo. Per il nostro discorso acquista particolare senso l'”individuazione”, concetto non nuovo, che fu ripreso da Jung, e oggi usato dagli analisti junghiani, come lo è anche Galimberti. E' il processo di differenziazione, fino a raggiungere una propria personalità individuale ( non individualista) che non dipende dalle norme di comportamento , atteggiamenti, tendenze, imposte dalla collettività.
Quindi l'individualista massificato è l'uomo massa eterodiretto e omologato che oggi asseconda gli schemi del consumismo obnubilante , sfrenato, usa e getta, ben distante da un criticismo individuale, e da un'individuazione autonoma e matura.
Chi oggi critica e dissente dalla società del successo ad ogni costo,del denaro simbolico,della tecnologia spersonalizzante? Pochi intellettuali autoconsapevoli. Come negli anni '40 - '50 i filosofi della Scuola di Francoforte: Adorno, Horkeimer, Marcuse, Fromm, Benjamin quale collaboratore, ecc. Se i loro comportamenti privati furono congruenti con ciò che affermarono, non c'interessa. Una teoria o un'idea, per affermarsi richiede più che altro sempre tempi lunghi. Oggi non si tratta di ritornare all'età della pietra, e gettare i cellulari, i computer, il televisore, ecc.. Si tratta di contrastare la mentalità delle “passioni tristi e della “società liquida”, effimera e vacua, per usare due fortunati termini sociologici. Dell'usa e getta per valere nel gregge più degli altri, della banalità del consumo, del mezzo scambiato per fine a cui vincolarsi con una forsennata e compulsiva dipendenza.
Seguo talora le conferenze dal vivo di Galimberti. Ultimamente, quando presentò La casa di Psiche, il pubblico affollava uno spazio sotto un gazebo. Alla fine serpeggiavano mormorii di disapprovazione per il suo cinismo apocalittico del delineare l'”etica” dell'uomo contemporaneo che non è più capace di scoprire altri rimedi alla tragicità della vita, se non l'analgesia oggettuale. Quale potrebbero essere il coltivare i valori dello spirito, ognuno a sua misura e senza alienarvisi. Giustamente ai dissensi rispose più o meno che descriveva la società com è (non approvata!) e non come si vorrebbe che fosse, o rovesciandone la negatività diseducativa in elementi positivi e di progresso, come gl' individualisti massificati presenti.
Come tu sai è richiesta un'assidua riflessione su ciò che possono insegnare quei pochi, e inascoltati critici utopisti “fuori dal coro”, almeno per certi versi.

Il problema non è leggere o meno Potter, ma leggere solo Potter.Leggo moltissima saggistica,ma anche romanzi; classici ma anche bestseller dopo verifica,e non per doveri imitativi e passivi adeguamenti di massa..
Ci vorrebbe la collaborazione di famiglia e scuola. Altrimenti un giorno si dirà che certe critiche non servono a nulla. Perchè sono diventate definitivamente inutili.



L'esempio di Potter era ovviamente un sintomo di come oggi si ritenga più stimolante leggere romanzi fantastici che qualche libro di saggistica. Anche perchè io credo che non ci si deve attaccare alla scusa "non sono in grado". Con la giusta predisposizione a capire si è anche in grado di affrontare libri cosiddetti "impegnativi" (oddio Psiche e Techne di Galimberti, come molti suoi altri lavori, a mio avviso è di facile comprensione, non è sicuramente un saggio di logica teoretica allo stato puro).
L'altro giorno parlavo col mio Prof. di Sociologia all'università, e gli esponevo il pensiero di Galimberti (che tra l'altro sommariamente lui conosceva): lui mi rispondeva dicendo che Galimberti, come altri, è il classico intellettuale del 900, intriso di nichilismo e incapace di proporre soluzioni alternative per le parti che egli intende distruggere.
Io credo che nel discorso del mio prof. sia ravvisabile quella che è una contraddizione insanabile del mondo contemporaneo: l'intellettualità che non produce, nel senso di non concretizzare in progetto efficente ciò che va esponendo, viene rifiutata appunto perchè va fuori da quel criterio di efficenza. Questo fenomeno non è limitato all'uomo medio, ma anche agli uomini di cultura attuali, ed è questo ciò che preoccupa: non ci si rende conto che senza una piena e consapevole conoscenza delle condizioni per le quali si sono prodotti i cambiamenti sociali che oggi portano a valutare tutto in termini efficentistici. Si dimentica che non si può solo guardare avanti, perchè oggi la mentalità tecnica non permette di guardare indietro, bisogna andare avanti senza sapere dove si va, mentre invece solo ricercando le condizioni per cui noi siamo quello che siamo possiamo edificare un futuro che non ci sfugga di mano, che non ci renda schiavi di quello che noi stessi abbiamo creato per soddisfare la nostra sete di dominio sul divenire.
In questo l'intellettuale svolge un compito indispensabile: non si può pensare di proporre una soluzione che resti nella logica dominate (come fanno coloro che non si accorgono di essere individui massificati, pensando di essere particolari), perchè se si rifiutano quelle critiche genealogiche che indagano tutto il movimento profondo dell'uomo non si fa nulla di diverso da quello che si fa ora.
Mi ricollego in questo senso al tuo discorso dell'inutilità con cui oggi vengono tacciati alcuni autori, e penso anche a Severino, tra l'altro maestro di Galimberti, semplicemente perchè non producono cultura secondo lo standard attuale. E d'altronde se io oggi, a 22 anni, vado da un mio amico e gli dico: invece di stare sempre a cercare il divertimento estremo non ti leggi un buon libro, che ti fa aumentare consapevolezza e ti dona una felicità molto più profonda rispetto a una serata in discoteca? No, a quel punto mi guarderebbe male e comincerebbe a sospettare sul mio stato mentale.
Il problema è che senza cambiare la mentalità, e questa si cambia solo se si riesce a de-situarsi e guardare il fenomeno da un punto più alto per riconsiderarlo nella sua valenza complessiva, è inutile proporre soluzioni: infatti non c'è terreno culturale per proporle. Per creare questo terreno culturale bisogna pensare diversamente da come si pensa: ma oggi non si è disposti a rinunciare a quelle illusorie sicurezze che gli oggetti ci danno, a quella beata reificazione che riduce i nostri rapporti (e Marx fu buon profeta) a rapporti tra cose, non più fra uomini.
La mia grande preoccupazione è che questo fenomeno ormai sia incontrovertibile e che solo una rottura forte del sistema porti a un ripensamento. Difatti non si tratta di negarlo in toto, lo stesso Heidegger che si occupò tra i primi del problema della società tecnicizzata in cui dominava il "si" della quotidianità, ammetteva che comunque i progressi (penso al campo della medicina) tecnici non potevano essere bollati senza distinzione.
Ma, e qui torno a Galimberti, è possibile oggi pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione oppure è definitivamente certo che siamo noi strumenti in mano alla tecnica, e lo saremo finchè serviremo come funzionari ad essa?
E' una domanda, a mio avviso, decisamente inquietante.
Dasein is offline  

 



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