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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 20-11-2008, 11.00.42   #1
arsenio
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il "sapere": come lo definireste?

Il “sapere” : come lo definireste?

La cultura umanistica è la “paideia” come educative rielaborazioni di conoscenze che formano la personalità, da distinguere dalla sterile erudizione come è stata definita attraverso i secoli dai maggiori pensatori in una ambito filosofico inteso come progresso del pensiero umano. Convengo che “cultura” per chi non possiede una vasta frequentazione di fonti filosofiche e di specifica preparazione accademica,può creare alcuni fraintendimenti. Forse si taglia la testa al toro con un termine incontestabile anche per definire quella particolare e oggi tanto rara capacità di collegare saperi nell'ambito di una stessa disciplina,come appunto la filosofia, ma anche con un'apertura pluridisciplinare ed interdisciplinare. Oggi si parla anche di transculturalità, di neuroscienze come “scienza della natura” che può interagire con quelle “scienze dello spirito” per tradizione, come appunto la filosofia e la psicologia. Il termine “sapere” può superare il significato di un unico possesso di nozioni, sia pure organizzate? Credo di sì, perchè oltre a presupporre il pieno possesso di una buona cultura generale, prevede un'alta capacità intellettuale e morale che consente di trarre giudizi in vari campi. Sapendo distinguere il “bene” ed il “male”, l'utile ed il dannoso, sempre in un senso contestuale, relativo e dialogico,fuori da interessi particolaristici e di potere. E per agire di conseguenza. Una conoscenza che sa discernere le varie “verità”,assolute,rivelate, scientifiche fenomenologiche. ecc. Senza indebite contaminazioni e invasione di ambiti non pertinenti. Quindi a parer mio “sapere” in un contesto filosofico ha un significato più forte ed attivo di “cultura”,anche per il profano di temi etici e culturali. E' un tipo di conoscere maggiormente consapevole,attento alle implicazioni di ciò che si afferma,con lo spirito di ricerca di una tradizione filosofica,senza prevenzioni verso alcuni pensatori, “scomodi”,quindi la selezione è casomai in un senso positivo e non escludente per contrasti ideologici,multidisciplinare, laica con l'intenzione di vedere la realtà quotidiana oltre le apparenze , con occhio critico e demistificatore,senza contraddizioni o fughe nell' irrazionale,capace di considerare svariate idee,ipotesi, punti di vista. Senza interpretazioni prefabbricate,sotterfugi sleali per avere comunque ragione, anche quando il “vero” è evidente e palese a tutti. Senza imporre credenze quali “verità” valide per tutti ed in ogni tempo. “Sapere” temuto dai regimi politici, dalle menti retrograde e stantie, e spesso contrastate pure in luoghi di pubblico dibattito, in ogni maniera. Specie in ambienti oggi pervasi da una connivente mentalità sottoculturale di stampo tele-mediatico,nemica di intellettuali illustri e filosofi di ogni tempo. E ben rappresentata da tutti i pattumi tuttologici.
Chi per educazione familiare, formazione, ed esperienze vissute ha interiorizzato alcuni valori in controtendenza, oggi con i tempi del declino dei “saperi” che contrassegnano il tramonto dell'Occidente e la “società liquida” (ma mi sembra sia già liquefatta), rientra nella normalità, se riceverà sempre meno consensi e contestazioni.
“Sapere” come capacità intellettuali e morali discernenti,necessarie per esprimere un giudizio critico verso le nostre visioni del mondo, e in seconda istanza, di quelle altrui. “Sapere anche come individuazione di relazioni tra fenomeni per cui si ebbe un fondamentale incremento del “sapere” con il metodo scientifico (Galilei, Descartes, Keplero,Newton) per cui la “cultura” passò dal trasmettere il sapere in forma prevalentemente acritica e autoritaria, all'analisi spregiudicata dei fatti e dei fenomeni che mette in discussione le verità via via raggiunte. Tale indirizzo ebbe il massimo impulso con l'illuminismo che esaltava la ragione liberando da superstizioni e false credenze,riesaminando il sapere precedente. Quindi il “sapere” nel nostro contesto sarebbe da interpretare come conoscenza garantita nelle sue “verità”,sempre con i limiti che ha tale termine, anche alla luce del fallibilismo del '900.
Penso che il concetto di “sapere” ,correlato a ragione,onestà intellettuale, ecc. si acquisisca più per un fortunato ambiente familiare mentre quello di “cultura” da vari contesti dove è possibile e giusto assecondare le proprie inclinazioni.

Alte prospettive che espandono il sapere derivano dalle scienze umane e sociali. In prevalenza sono discipline dello spirito che colgono eventi specifici e singolari a differenza delle scienze della natura fondate su leggi generali confutabili da esperimenti (falsificabilità) tuttavia parimenti necessarie per una conoscenza di tipo comprensivo, interpretativo, e verosimile anche se non scientifico.

“Cultura” e “sapere” furono sempre osteggiati da certe ideologie che basavano il loro potere sulla non conoscenza e sulla mancanza di senso critico, sulle supine adesioni alle suggestioni manipolatorie a la massa è particolarmente vulnerabile. La storia si ripete in forma più sottili e mascherate, anche se non si arriverà mai (spero) ai pubblici roghi di libri “proibiti per immunizzare la nazione dai veleni di chi dissente. Goebbels fu un ministro nazista che avrebbe sparato (“Quando sento parlare di cultura la mano mi corre alla fondina della pistola ...”) a quel “sapere”( la piattezza di un' erudizione è piuttosto innocua, e forse anche di una cultura non più che tanto combattiva e critica) portatore di intenti veritieri, morali e lucidamente giudicanti,che ha un corrispondente effetto anche sul comportamento e sull'azione e che non si lascia prevaricare.
arsenio is offline  
Vecchio 03-12-2012, 20.45.11   #2
lunatika
Utente bannato
 
 
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Messaggi: 40
Riferimento: il "sapere": come lo definireste?

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
Il “sapere” : come lo definireste?

La cultura umanistica è la “paideia” come educative rielaborazioni di conoscenze che formano la personalità, da distinguere dalla sterile erudizione come è stata definita attraverso i secoli dai maggiori pensatori in una ambito filosofico inteso come progresso del pensiero umano. Convengo che “cultura” per chi non possiede una vasta frequentazione di fonti filosofiche e di specifica preparazione accademica,può creare alcuni fraintendimenti. Forse si taglia la testa al toro con un termine incontestabile anche per definire quella particolare e oggi tanto rara capacità di collegare saperi nell'ambito di una stessa disciplina,come appunto la filosofia, ma anche con un'apertura pluridisciplinare ed interdisciplinare. Oggi si parla anche di transculturalità, di neuroscienze come “scienza della natura” che può interagire con quelle “scienze dello spirito” per tradizione, come appunto la filosofia e la psicologia. Il termine “sapere” può superare il significato di un unico possesso di nozioni, sia pure organizzate? Credo di sì, perchè oltre a presupporre il pieno possesso di una buona cultura generale, prevede un'alta capacità intellettuale e morale che consente di trarre giudizi in vari campi. Sapendo distinguere il “bene” ed il “male”, l'utile ed il dannoso, sempre in un senso contestuale, relativo e dialogico,fuori da interessi particolaristici e di potere. E per agire di conseguenza. Una conoscenza che sa discernere le varie “verità”,assolute,rivelate, scientifiche fenomenologiche. ecc. Senza indebite contaminazioni e invasione di ambiti non pertinenti. Quindi a parer mio “sapere” in un contesto filosofico ha un significato più forte ed attivo di “cultura”,anche per il profano di temi etici e culturali. E' un tipo di conoscere maggiormente consapevole,attento alle implicazioni di ciò che si afferma,con lo spirito di ricerca di una tradizione filosofica,senza prevenzioni verso alcuni pensatori, “scomodi”,quindi la selezione è casomai in un senso positivo e non escludente per contrasti ideologici,multidisciplinare, laica con l'intenzione di vedere la realtà quotidiana oltre le apparenze , con occhio critico e demistificatore,senza contraddizioni o fughe nell' irrazionale,capace di considerare svariate idee,ipotesi, punti di vista. Senza interpretazioni prefabbricate,sotterfugi sleali per avere comunque ragione, anche quando il “vero” è evidente e palese a tutti. Senza imporre credenze quali “verità” valide per tutti ed in ogni tempo. “Sapere” temuto dai regimi politici, dalle menti retrograde e stantie, e spesso contrastate pure in luoghi di pubblico dibattito, in ogni maniera. Specie in ambienti oggi pervasi da una connivente mentalità sottoculturale di stampo tele-mediatico,nemica di intellettuali illustri e filosofi di ogni tempo. E ben rappresentata da tutti i pattumi tuttologici.
Chi per educazione familiare, formazione, ed esperienze vissute ha interiorizzato alcuni valori in controtendenza, oggi con i tempi del declino dei “saperi” che contrassegnano il tramonto dell'Occidente e la “società liquida” (ma mi sembra sia già liquefatta), rientra nella normalità, se riceverà sempre meno consensi e contestazioni.
“Sapere” come capacità intellettuali e morali discernenti,necessarie per esprimere un giudizio critico verso le nostre visioni del mondo, e in seconda istanza, di quelle altrui. “Sapere anche come individuazione di relazioni tra fenomeni per cui si ebbe un fondamentale incremento del “sapere” con il metodo scientifico (Galilei, Descartes, Keplero,Newton) per cui la “cultura” passò dal trasmettere il sapere in forma prevalentemente acritica e autoritaria, all'analisi spregiudicata dei fatti e dei fenomeni che mette in discussione le verità via via raggiunte. Tale indirizzo ebbe il massimo impulso con l'illuminismo che esaltava la ragione liberando da superstizioni e false credenze,riesaminando il sapere precedente. Quindi il “sapere” nel nostro contesto sarebbe da interpretare come conoscenza garantita nelle sue “verità”,sempre con i limiti che ha tale termine, anche alla luce del fallibilismo del '900.
Penso che il concetto di “sapere” ,correlato a ragione,onestà intellettuale, ecc. si acquisisca più per un fortunato ambiente familiare mentre quello di “cultura” da vari contesti dove è possibile e giusto assecondare le proprie inclinazioni.

Alte prospettive che espandono il sapere derivano dalle scienze umane e sociali. In prevalenza sono discipline dello spirito che colgono eventi specifici e singolari a differenza delle scienze della natura fondate su leggi generali confutabili da esperimenti (falsificabilità) tuttavia parimenti necessarie per una conoscenza di tipo comprensivo, interpretativo, e verosimile anche se non scientifico.

“Cultura” e “sapere” furono sempre osteggiati da certe ideologie che basavano il loro potere sulla non conoscenza e sulla mancanza di senso critico, sulle supine adesioni alle suggestioni manipolatorie a la massa è particolarmente vulnerabile. La storia si ripete in forma più sottili e mascherate, anche se non si arriverà mai (spero) ai pubblici roghi di libri “proibiti per immunizzare la nazione dai veleni di chi dissente. Goebbels fu un ministro nazista che avrebbe sparato (“Quando sento parlare di cultura la mano mi corre alla fondina della pistola ...”) a quel “sapere”( la piattezza di un' erudizione è piuttosto innocua, e forse anche di una cultura non più che tanto combattiva e critica) portatore di intenti veritieri, morali e lucidamente giudicanti,che ha un corrispondente effetto anche sul comportamento e sull'azione e che non si lascia prevaricare.
Bè hai detto quasi tutto te.....
Come concepisco io l'idea del sapere....sarò molto più poetica.....
Il sapere è come la neve ..il suolo siamo noi.....
Allora la neve cade al suolo e si scioglie e si integra con esso apportando ogni volta un concetto,un riferimento,una conoscenza....un espressione..una cultura etc......sino a che il suolo sarà pregno di conoscenza.....
Sapere:capire e vedere le cose come sono e anche come non sono.......
lunatika is offline  
Vecchio 04-12-2012, 08.59.22   #3
arsenio
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Messaggi: 1,006
Re: Riferimento: il "sapere": come lo definireste?

Citazione:
Originalmente inviato da lunatika
Bè hai detto quasi tutto te.....
Come concepisco io l'idea del sapere....sarò molto più poetica.....
Il sapere è come la neve ..il suolo siamo noi.....
Allora la neve cade al suolo e si scioglie e si integra con esso apportando ogni volta un concetto,un riferimento,una conoscenza....un espressione..una cultura etc......sino a che il suolo sarà pregno di conoscenza.....
Sapere:capire e vedere le cose come sono e anche come non sono.......



Se la butti in poesia … a me sta bene.
La filosofia, come hanno fatto certi classici, si può esprimere anche in versi. Anzi una densa essenzialità oggi sarebbe augurabile.

Candida viene
la neve dal cielo
impregna l'avida terra
e la salva dal gelo
così segna il sapere
e protegge
chi non lo fugge né teme

arsenio
arsenio is offline  
Vecchio 05-12-2012, 10.06.54   #4
paul11
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Messaggi: 899
Riferimento: il "sapere": come lo definireste?

Ciao Arsenio.
Condivido molto di quello che hai scritto, ma voglio essere un poco “provocatore” : per riflettere.
Il sapere? E’ una palafitta costruita su sabbie mobili, dove comunque noi ci abitiamo, con tutta la sua precarietà.
Perché quello che costruisce l’umanità con la libertà di pensiero e di azione diventa poi a sua volta condizione interpretativa di sé e del mondo e in quanto tale condizionante: l’uomo diventa prigioniero dei suoi artefici, proprio come l'uomo moderno è preda del consumismo. Significa che il sapere, come il mito e la tecnica, diventano creazione e condizione interpretativa.
Che sia la metafisica di un Dio o il linguaggio formale, o l’epistemologia ,sono tentativi di costruzioni formali basate su un principio di astrazione.
Dio su cosa è fondato, il numero 1 su cosa è fondato e la predittività su cosa è fondata?
Funzionano su linguaggi basati dall’esperienza, ma l'esperienza funzionava anche nel mito, anche formalismi che l'umanità costruirà funzioneranno, perchè i lfenomeno se ricondotto ad un linguaggio deve comunque essere interpretato;perché comunque che sia una credenza come Dio che attraverso una prece “per affidarmi all’aleatorietà del destino” funziona psichicamente , che sia l’unità che comunque funziona nel calcolo applicativo, che sia una metodica che porta alla predittività che a volte funziona o meno, noi cerchiamo certezze in quelle sabbie mobili, l’apoditticità del nostro essere cioè del creatore, dell’artefice dei linguaggi.
Il sapere è il tentativo di superare il mito. Nel mito la paura delle leggi della natura erano incarnati negli dei; nel sapere ,nel linguaggio organizzato, il mondo è racchiuso nelle argomentazioni e definizioni a loro volta costruite su regole interne.
Perché l’uomo non controlla né se stesso né la sua natura, questo è il suo terrore. Il cercare di rendere logico il mondo è il tentativo di costruire un mondo tranquillo, pianificabile, predittivo, che quindi non fa più paura in quanto “ l’ho com-preso”.
La paura è il denominatore comune del mito antico e del sapere. Così come ci affidammo al mito ora ci affidiamo alla tecnica. Ma mai nessuno è riuscito ad entrare nell’anima, nella coscienza, in quei luoghi dove dovrebbe esistere l’immutabile nel divenire, il motore primo che ci lega a Dio, alla costruzione delle induzioni e deduzioni, alla psiche.
Sì, la neurobiologia e la psicologia cognitiva cercano di capire, ma è come pensare che il dna sia la vita, o il suo segreto, si confonde il principio motore con il mezzo.
Cerchiamo di capire i fenomeni per arrivare ai principi primi, mai il dna non è ancora il segreto della vita, capire la funzionalità delle memorie del cervello non significa aver ancora capito come funziona l’intelligenza nella sue dinamiche ;così come l’analfabeta può vivere felicemente su un atollo nel Pacifico pensando che la terra sia piatta e la luna una dea e barattare noci di cocco senza sapere nulla di aritmetica.
Il sapere non è la felicità, ma è il tentativo di tranquillizzarci , di credere di avere sotto controllo (questa è la parola chiave) il mondo e noi stessi.

La dimostrazione è che il nostro sapere è arrivato a capire e carpire dalla natura molte cose, ma siamo deboli nella pragmaticità della vita “mondana”, questo è il vero punto debole umano. In fondo quello che distingue l’antico e il moderno è solo lo scenario in cui vive costruito con i suoi artefici funzionali: l’antico nel villaggio tribale e il moderno nelle megalopoli: ma l’essere umano è sempre quello nella sua sostanzialità, caducità, fallibilità.
Il sapere non ha trasformato l’uomo, addirittura ha costruito logiche giustificative con il suo cinismo politico ed economico. L’uomo morale non esiste, purtroppo, perché è una scelta individuale. L’aumentare del sapere non è direttamente proporzionale all’eticità umana: questa è storia nelle curve cicliche, nella parabola delle civiltà che si sono susseguite .

paul11 is offline  
Vecchio 05-12-2012, 17.32.49   #5
Il_Dubbio
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Riferimento: il "sapere": come lo definireste?

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
Il “sapere” : come lo definireste?

Nelle varie lingue esistono i sinonimi, perciò stavo riflettendo se "sapere" è sinonimo di conoscenza o se esista una pur minima differenza.

Per quanto ne possa "sapere" io non dovrebbero esserci differenze, quindi la definizione dovrebbe essere uguale.

La conoscenza però implica la consapevolezza. Non è possibile cioè conoscere (o sapere) senza essere consapevoli di conoscere. E questo serve per distinguere la mia conoscenza da quella del mio computer. Il computer non sa di sapere anche se compie ogni giorno molte "azioni" che io stesso non conosco.

Quindi, sempre che non si voglia far distinzioni tra saperi inconsapevoli e consapevoli, nella definizione di sapere dovrebbe entrare di diritto la consapevolezza. La consapevolezza è quindi una caratteristica necessaria per ogni forma di sapere. Necessaria ma non sufficiente.
Il sapere esprime non solo (a mio modesto parere) una forma passiva (sono consapevole di...) ma soprattutto attiva: so di non sapere quindi mi attivo per saperne di più, oppure so di sapere quindi mi attivo per rendere questo mio sapere a conoscenza di...

Credo di aver delineato, a questo punto, una sottile linea di demarcazione tra il sapere di sapere e il sapere di non sapere. Le azioni conseguenziali dipenderanno da quanto uno crede di trovarsi lontano o vicino a questa linea immaginaria di divisione.

In un certo senso (finisco qui il mio intervento sperando sia utile a qualcuno, compreso me stesso) il "saggio" è colui il quale sa, conosce, è consapevole di essere sempre esattamente al limite, sulla linea di confine. Quindi sa, conosce, è consapevole che prima di ogni azione ha sempre bisogno di guardare un po' li e un po' la, avendo ben presente che si trova nel mezzo e quindi rischia sempre di sbagliare. Coloro i quali sono troppo da una parte invece o non si accorgeranno di non sapere (coloro i quali sono dalla parte di "sapere di sapere") oppure vivranno sempre nella incapacità di decidere (sapere di non sapere). Nel mezzo c'è la sapienza... ma quella è di pochi, molto pochi.

°definizione di sapere breve: conoscenza consapevole che produce un'azione attiva alla diffusione del sapere o alla scoperta di nuove conoscenze.
°La saggezza (o sapienza) appartiene a colui il quale, prima di ogni azione, è sempre consapevole di non sapere ma anche di poter attingere, per la buona riuscita dell'azione, da una fonte di sapere. Per questo motivo il sapiente sa anche che quel sapere potrebbe non essere sufficiente per la buona riuscita della sua azione.
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 05-12-2012, 23.04.31   #6
CVC
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Riferimento: il "sapere": come lo definireste?

Citazione:
Originalmente inviato da Il_Dubbio
°La saggezza (o sapienza) appartiene a colui il quale, prima di ogni azione, è sempre consapevole di non sapere ma anche di poter attingere, per la buona riuscita dell'azione, da una fonte di sapere. Per questo motivo il sapiente sa anche che quel sapere potrebbe non essere sufficiente per la buona riuscita della sua azione.
Per questo non bisogna mai smettere di essere critici riguardo a tutto ciò che si presenta alla nostra ragione. E' una sfida alla propria presunzione
CVC is offline  
Vecchio 06-12-2012, 17.14.23   #7
arsenio
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Re: il "sapere": come lo definireste?

Per Paul 11 e altri:


Tema del mio discorso è il “sapere” ( vedi sopra) che reca casomai connotazioni di conoscenza, saggezza, consapevolezza, ragionevolezza. Eventualmente cultura e non sterile erudizione.
Viceversa la ,“sapienza” anche presso gli antichi, specialmente il neoplatonismo e lo stesso pensiero cristiano, esaltano la “sapienza” come conoscenza del soprannaturale, anche come ente.
Quindi , come si desume dal mio contesto, sono ben distante da spiritualismi, neo-spiritualismi, metafisiche, ispirazioni religiose, che in nome della loro concezione di “sapienza” hanno nel passato compiuto tanti misfatti.

Il sapere filosofico ( non la “sapienza”!) oggi deve interessarsi del vasto repertorio delle cose umane, dei problemi fondamentali. E' l'interrogante su questioni terrene che deve prendere il sopravvento.
I modi sono la verifica di come si rapportano idee, concetti, congetture, ipotesi del nostro mondo terreno. Non ignorando anche indagini sul passato.
Sapere filosofico deve essere vita filosofica, azioni quotidiane,. più che parole

arsenio
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Vecchio 06-12-2012, 19.33.22   #8
Il_Dubbio
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Riferimento: Re: il "sapere": come lo definireste?

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
Il sapere filosofico ( non la “sapienza”!) oggi deve interessarsi del vasto repertorio delle cose umane, dei problemi fondamentali. E' l'interrogante su questioni terrene che deve prendere il sopravvento.

Solo per informazione: colui il quale usa il sapere (per interrogarsi su questioni terrene ecc.) come sarebbe giusto chiamarlo? Se "saggio" o "sapiente" non va bene, quale termine bisognerebbe usare?
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 07-12-2012, 15.39.52   #9
arsenio
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Re: Riferimento: Re: il "sapere": come lo definireste?

Citazione:
Originalmente inviato da Il_Dubbio
Solo per informazione: colui il quale usa il sapere (per interrogarsi su questioni terrene ecc.) come sarebbe giusto chiamarlo? Se "saggio" o "sapiente" non va bene, quale termine bisognerebbe usare?


L'ambiguità dei termini

La domanda è ottimistica: presume di trovare termini che per comune consenso hanno per gl' interlocutori lo stesso significato.
Difficile anche chiarendo all'inizio di un dibattito. Denotazioni, connotazioni personali, condizionamenti, pregresse formazioni, ideologie, pregiudizi, livelli culturali, stesse termini che in diversi contesti,discipline, assumono sensi diversi.
Si deve chiarire come premessa di un dialogo cooperativo, se esistono presupposti per accordarsi su una stessa assunzione.
Già la parola “filosofo” assume vari sensi e si applica a persone che hanno diversi obiettivi, ideologie; teorici, pragmatici, idealisti, ecc. si dice che non ci siano al mondo due sole persone che attribuiscono lo stesso significato a un termine. E' vero che sarebbe un'aspirazione ambita e ambiziosa per i filosofi del linguaggio,ma finora non mi risulta siano stati fatti notevoli ricerche.

arsenio
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Vecchio 08-12-2012, 14.14.19   #10
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Originalmente inviato da arsenio
Il sapere filosofico ( non la “sapienza”!) oggi deve interessarsi del vasto repertorio delle cose umane, dei problemi fondamentali. E' l'interrogante su questioni terrene che deve prendere il sopravvento.
I modi sono la verifica di come si rapportano idee, concetti, congetture, ipotesi del nostro mondo terreno. Non ignorando anche indagini sul passato.
Sapere filosofico deve essere vita filosofica, azioni quotidiane,. più che parole
Un problema è il riconoscimento, l’individuazione di un ‘ambito’ nel quale o nei confronti del quale si ritiene possibile un’evoluzione verso un più aderente adattamento; l’intuizione della possibilità di una organizzazione/strutturazione/progettazione più ‘fine’.
Idee, concetti, congetture, ipotesi, credenze.. sono approcci, “i ‘tentativi’ di adattamento dell’epoca mentale”.
Il sapere o conoscere è la misura del nostro adattamento a un contesto più o meno ampio. Sappiamo o conosciamo una ‘cosa’ nella misura in cui siamo adattati (o coadattati) a quella ‘cosa’; nella misura in cui la nostra disposizione nei confronti di quella cosa è adatta (o coadatta). Il che significa nella misura in cui quella ‘cosa’ ha influenzato la nostra evoluzione (e viceversa). Essere adatto a.. vuol dire essere evoluto in funzione di..
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