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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 22-01-2009, 09.24.21   #1
emmeci
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Il marchio di Caino

Il marchio di Caino è il marchio del filosofo. Infatti, che cosa caratterizza il filosofo se non la ricerca della verità, anzi dell’assoluta verità, fuori da qualunque altra per quanto più utile e seducente? Il filosofo non può cedere a niente e a nessuno: cioè non può credere in una verità che gli venga offerta con la grazia di Abele: non può credere in una verità rivelata - il filosofo non può essere religioso. Naturalmente si dirà che per secoli i filosofi hanno creduto non solo in un Dio ma in una precisa forma di religione; ma innanzi tutto, quale? Noi dell’ovest del mondo diremo che hanno creduto nella religione cristiana, altri, dell’est, diranno che hanno creduto nell’Islam o, in una sfera ancora più grande, nell’induismo, nel confucianesimo, nel tao….Sì, ma sono stati dei filosofi veri? O filosofi a mezzo servizio, come Cartesio che sembra porsi doverosamente nella condizione di un ricercatore di verità partendo da zero e mentre chiama il diavolo a dimostrarlo, sa già fin dall’inizio che Dio esiste e lui ne è un servo fedele. Senza parlare poi di Tommaso d’Aquino, che pur definendosi filosofo in cerca della verità, precisa che il cammino per trovarla sarebbe tanto lungo da preferire di accettare subito e senza ambagi la verità della Bibbia.
Certo il cammino del filosofo o dello scienziato non è facile, e anch’essi possono prendere abbagli, specialmente quando la verità appare loro di colpo e gridando “Eureka!” si montano la testa senza rendersi conto che, qualunque cosa uno di loro potrà dire, qualcun altro potrà parlare più convincentemente di lui.
Dunque, il filosofo non può credere nella rivelazione, deve cercare la verità anche sapendo che non la troverà mai: è questo il suo marchio. Ed è ciò che pone la Grecia al principio della filosofia, perché essa non ha rinunciato mai a cercare la verità e a ricominciare da capo, fuori dalla fede in una verità rivelata una volta per sempre. E noi? Sì, la Grecia è divenuta più grande, è divenuta Europa ed America, ed è qui che il filosofo è libero di cercare, di dire tutto e il contrario di tutto: cercare senza bisogno di rivelazioni, nonostante le reprimende di chi li accusa di relativismo e le dolcezze di chi è felice di vivere insieme coi santi. In fondo un grande retaggio gli è stato lasciato dai padri, cioè dai filosofi fondatori: quel bisogno di cercare la verità anche senza speranza di poterla trovare, cioè di meritarsi i piaceri del paradiso, ma di portare per sempre in fronte le stimmate di Caino.
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Vecchio 22-01-2009, 10.55.33   #2
odos
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Riferimento: Il marchio di Caino

Vedi Emmeci, a me piacerebbe che la filosofia fosse ciò che tu dici. Quando cominciai a studiarla fui attratto proprio dalla ricerca incondizionata della verità, dall'idea che tutto ciò che mi era stato tramandato poteva e doveva essere messo in dubbio. Solo in questo modo sarei potuto accedere all'incondizionata (assoluta?) verità.

E tuttavia non ho mai considerato il mio domandare un lusso speculativo. Io cercavo qualcosa veramente, avevo bisogno delle risposte. A nulla dunque mi serve sapere che la verità assoluta c'è proprio perchè la sto cercando, e anche se non la troverò mai.

Io non riesco a prescindere dalla constatazione che molto di ciò che io dico ha delle condizioni, si fonda in gran parte in un genere di sapere acritico. Mi riesce difficile quindi credere che io stia cercando una verità incondizionata, perchè non posso controllare criticamente tutto ciò che dico o articolo.

Questo mi porta alla consapevolezza che il giorno che crederò di aver trovato qualcosa di incondizionato, questo qualcosa potrebbe non significare assolutamente nulla per qualcuno, nella misura in cui il fondo acritico da cui si articola la mia verità non è il medesimo di qualcun altro.

Io voglio trovare risposte. E se so che queste risposte non sono incondizionate allora per me la filosofia diventa un modo di cercare di convincere me stesso, un modo di rendere il mio mondo sempre più coerente. Io credo che la filosofia non possa aspirare ad altro che questo. Dobbiamo imparare nuovamente ad ancorare le verità alle persone, dobbiamo imparare a sopportare il rischio che le nostre verità potrebbero non significare assolutamente nulla per altre persone e per altre epoche. Il fatto che Descartes o Tommaso all'interno del loro esercizio filosofico non mettessero in dubbio ciò che per noi, secoli dopo, appare inconsistente è un segno di ciò che dico.

Io ho il cuore in pace. Non rinuncio a dire ciò che per me è universale e incondizionato, ma so che questo potrebbe suonare vuoto e vano per altri, nei limiti in cui non condividiamo le stesse premesse, siano esse storiche o personali. Posso sperare di convincere qualcuno, nella misura in cui sta percorrendo lo stesso mio percorso, ma non posso pretendere null'altro.
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Vecchio 22-01-2009, 11.34.44   #3
Noor
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Riferimento: Il marchio di Caino

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Originalmente inviato da emmeci
il filosofo non può credere nella rivelazione, deve cercare la verità anche sapendo che non la troverà mai: è questo il suo marchio.
Anche questa è un’autolimitazione:chi lo dice che chi cerca non può trovare?
Anche questo è un Dogma.
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Vecchio 22-01-2009, 16.50.05   #4
emmeci
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Riferimento: Il marchio di Caino

Odos, mi sembra invece un punto di alto valore il fatto di poter credere in una verità assoluta anche se non la si trova e forse non c’è: è come arrivare a una soglia sacra e trovarla chiusa, come del resto è capitato al signor K nel Processo di Kafka….ma no, questo forse è troppo desolante e amaro; è piuttosto come chi ha trovato l’amore, e per quanto fuggevole e forse neppure reale lo conserva in sé per la vita. O forse è come nella favola di Novalis, quella del giovane bramoso di afferrare, come te, il mistero dell’universo e si mette in viaggio verso il tempio dove si venera l’immagine della dea Sais coperta da un velo, avendo appreso che chi solleverà quel velo avrà la rivelazione: ma sollevato il velo – dice Novalis – non vide nulla. Ma è proprio una delusione? Non basta, credi, che chi è stato colpito anche per un solo istante dall'immagine della dea, ne sarà nutrito per l’eternità?
Ma questo, certo, sembra fare a pugni col titolo del mio argomento cioè con quell’aria di zolfo che il marchio di Caino trascina con sé. Eppure io mi domando se è veramente così, o se essere religiosi è possibile anche per chi non crede in nessuna chiesa e forse nemmeno in Dio.

Per Noor: come vedi, il non trovare può essere più interessante del trovare. L’aveva detto, quel monello di Lessing, che la caccia val più della preda e che lui sentiva il profumo dei tigli anche quando era inverno e i tigli non fiorivano più.
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Vecchio 22-01-2009, 18.39.06   #5
Noor
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come vedi, il non trovare può essere più interessante del trovare. L’aveva detto, quel monello di Lessing, che la caccia val più della preda e che lui sentiva il profumo dei tigli anche quando era inverno e i tigli non fiorivano più.
Come dire che il paesaggio ,in ogni viaggio,vale bene quello della meta..
Sol che credevo in un "dovere di verità" nel filosofo che superasse ogni piacere
effimero della ricerca stessa..
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Vecchio 22-01-2009, 19.53.19   #6
VanLag
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Riferimento: Il marchio di Caino

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Originalmente inviato da emmeci
Il marchio di Caino è il marchio del filosofo. Infatti, che cosa caratterizza il filosofo se non la ricerca della verità, anzi dell’assoluta verità, fuori da qualunque altra per quanto più utile e seducente? Il filosofo non può cedere a niente e a nessuno: cioè non può credere in una verità che gli venga offerta con la grazia di Abele: non può credere in una verità rivelata - il filosofo non può essere religioso. Naturalmente si dirà che per secoli i filosofi hanno creduto non solo in un Dio ma in una precisa forma di religione; ma innanzi tutto, quale? Noi dell’ovest del mondo diremo che hanno creduto nella religione cristiana, altri, dell’est, diranno che hanno creduto nell’Islam o, in una sfera ancora più grande, nell’induismo, nel confucianesimo, nel tao….Sì, ma sono stati dei filosofi veri? O filosofi a mezzo servizio, come Cartesio che sembra porsi doverosamente nella condizione di un ricercatore di verità partendo da zero e mentre chiama il diavolo a dimostrarlo, sa già fin dall’inizio che Dio esiste e lui ne è un servo fedele. Senza parlare poi di Tommaso d’Aquino, che pur definendosi filosofo in cerca della verità, precisa che il cammino per trovarla sarebbe tanto lungo da preferire di accettare subito e senza ambagi la verità della Bibbia.
Certo il cammino del filosofo o dello scienziato non è facile, e anch’essi possono prendere abbagli, specialmente quando la verità appare loro di colpo e gridando “Eureka!” si montano la testa senza rendersi conto che, qualunque cosa uno di loro potrà dire, qualcun altro potrà parlare più convincentemente di lui.
Dunque, il filosofo non può credere nella rivelazione, deve cercare la verità anche sapendo che non la troverà mai: è questo il suo marchio. Ed è ciò che pone la Grecia al principio della filosofia, perché essa non ha rinunciato mai a cercare la verità e a ricominciare da capo, fuori dalla fede in una verità rivelata una volta per sempre. E noi? Sì, la Grecia è divenuta più grande, è divenuta Europa ed America, ed è qui che il filosofo è libero di cercare, di dire tutto e il contrario di tutto: cercare senza bisogno di rivelazioni, nonostante le reprimende di chi li accusa di relativismo e le dolcezze di chi è felice di vivere insieme coi santi. In fondo un grande retaggio gli è stato lasciato dai padri, cioè dai filosofi fondatori: quel bisogno di cercare la verità anche senza speranza di poterla trovare, cioè di meritarsi i piaceri del paradiso, ma di portare per sempre in fronte le stimmate di Caino.
Mi pare che fu Parmenide il primo e dire che il principio immortale – l’Uno, la Verità, Dio – è separato dall’apparenza e dalla opinione umana, affermando così implicitamente che il bene e la verità non sono necessariamente la stessa cosa.

Mentre noi quante volte pieghiamo la verità ai nostri comodi al nostro bene?

Ad esempio l’iracheno che si butta su un posto di blocco è un terrorista o un grande patriota?

Ovviamente da occidentali dobbiamo difendere la nostra idea del bene e quindi ci fa gioco chiamare quell’iracheno terrorista ma quello stesso atto che per noi è terrorismo, per altri è eroismo e patriottismo ed allora qual è la verità oggettiva?

L’abilità del filosofo consiste nello sviluppare un giudizio che prescinda dalle opinione personali o, se vogliamo, da un’opinione di comodo. Ecco quindi che non basta lasciare il luogo sicuro delle Verità rivelate per dirsi filosofi ma occorre sviluppare un amore per la verità che sia capace di andare oltre all’amore del bene, del nostro bene e solo a quel punto forse possiamo incamminarci verso la verità.

In fondo è abbastanza semplice ammettere che un uomo che si fa esplodere per la libertà della sua terra è un grande patriota ma nella ricerca della verità le discriminazioni che ci verranno chieste saranno sempre più sottili e difficili ed a quel punto, solo uno sconfinato amore per la verità ci potrà fare procedere nell’indagine dovunque essa ci porti.

VanLag is offline  
Vecchio 22-01-2009, 21.22.05   #7
odos
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Originalmente inviato da VanLag

In fondo è abbastanza semplice ammettere che un uomo che si fa esplodere per la libertà della sua terra è un grande patriota ma nella ricerca della verità le discriminazioni che ci verranno chieste saranno sempre più sottili e difficili ed a quel punto, solo uno sconfinato amore per la verità ci potrà fare procedere nell’indagine dovunque essa ci porti.


bè, a me pare che questa sia già abbastanza difficile. Io di amore per la verità ne ho da vendere, ma proprio non so come procedere già a questo bivio.

Purtroppo il filosofo è costretto ad "essere religioso" in molti casi. Se io seguo Caino, mi faccio esplodere. Se non lo seguo faccio esplodere loro. L'unica vera alternativa è semplicemente non credere a nulla. Ma qui "lo sconfinato amore per la verità" impone il silenzio.

Questa è filosofia oppure no?
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Vecchio 23-01-2009, 00.46.03   #8
VanLag
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Originalmente inviato da odos
bè, a me pare che questa sia già abbastanza difficile. Io di amore per la verità ne ho da vendere, ma proprio non so come procedere già a questo bivio.

Purtroppo il filosofo è costretto ad "essere religioso" in molti casi. Se io seguo Caino, mi faccio esplodere. Se non lo seguo faccio esplodere loro. L'unica vera alternativa è semplicemente non credere a nulla. Ma qui "lo sconfinato amore per la verità" impone il silenzio.

Questa è filosofia oppure no?
Se ti metti dal punto di vista dell’iracheno, cioè se immagini che un popolo straniero ci venga ad invadere con i carri armati, ci tolga la libertà e ci voglia imporre, con la forza delle armi, la sua cultura, probabilmente vedrai tutti coloro che resistono e combattono come degli eroi giusti. E chiamerai menzogna, cioè qualche cosa di contrario alla verità, tutti quelli che definiscono questi patrioti come terroristi.

L’esercizio ad assumere il punto di vista degli altri porta, secondo me, ad una visione più obbiettiva/oggettiva dei fatti e quindi più vicina alla verità in quanto non deformata dal nostro interesse personale.

Questo vale se esiste una realtà oggettiva, cioè se è possibile stabilire un giusto ed uno sbagliato, un bene ed un male, una ragione ed un torto, relativamente ai fatti della vita.

Per esempio tra gli indiani d’America ed i coloni che li sterminarono è possibile stabilire un giusto ed uno sbagliato, un bene ed un male oggettivi?

Io dico di si, anche se probabilmente non sarei in grado di descrivere tutti i parametri che portano a questa affermazione. Diciamo che è un sentire intimo, e fin qui potrebbe essere uguale ad una fede, ma è un sentire intimo ampiamente condiviso e suffragato dalla ragione tant’è che gli aggressori del popolo pellerossa hanno dovuto dipingere gli indiani come dei selvaggi sanguinari, per giustificare a se stessi ed agli altri la loro rapina. Hanno cioè dovuto alterare la verità. Chiunque voglia prendersi la briga scoprirà, (se non lo ha già scoperto), che gli indiani pellerossa furono un popolo estremamente dolce e mite.

Comunque se è relativamente facile assumere una posizione oggettiva nel valutare i fatti del mondo, è meno facile assumerla se pensiamo a noi stessi perché la verità su noi stessi può essere lesiva dell’idea che ci siamo fatti su noi e può quindi danneggiare la nostra idea del bene …. Quindi la occulteremo con ancora più forza di quella che usiamo per occultare la storia della nostra razza.

Non so se sono stato pertinente….. Rileggendo il tuo post ho dei dubbi comunque ormai ho scritto e posto.

VanLag is offline  
Vecchio 23-01-2009, 09.32.06   #9
emmeci
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Riferimento: Il marchio di Caino

Certo la figura di Caino si presta a una doppia interpretazione: da una parte è colui che colpisce Abele, magari – come dice odòs – facendosi esplodere pur di uccidere l’innocente, l’amico di Dio e farsi maledire per l’eternità: dall’altra è colui che non può sopportare quella falsa dolcezza, quella ingiustificata beatitudine, cioè – fuori di metafora – la presunzione di possedere la verità senza aver penato per andarne in cerca, credendosi degni di un paradiso che è soltanto un cedere al vile bisogno di tranquillità, assumendosi magari il diritto di giudicare l’angosciato e insonne fratello e sottoscrivere il bando che lo caccia per l’eternità.
Ma non è questo, in fondo, il comportamento di tutte le chiese verso colui che osa mettere a nudo la falsa dolcezza degli amici di Dio e la loro pretesa di aver avuto la grazia, cioè la gloriosa rivelazione, così come in quel misterioso episodio la Bibbia sembra quasi opporsi a sé stessa facendo agire Caino per gelosia e portando la sua grandiosa figura sul piano della chiacchiera da confessionale…..Forse è il tragico destino di quegli uomini del deserto, che videro vicino a loro levarsi arcani fantasmi e dovettero obbedire al patto con Dio rendendoli meschini e grotteschi, succubi e impotenti com’erano di fronte alla verità da loro stessi inventata - una verità ridotta progressivamente a una favola che avrebbe incantato gli Abeli cioè le anime pie del pianeta….No, meglio pensare allo sforzo da essi compiuto, da quei pecorai rozzi e ignoranti che sono riusciti a cancellare col loro sangue il patto con Dio conservando nella Bibbia qualcosa di quelle enormi figure, di quelle verità che, al di là di ogni adattamento chiesastico, si sarebbero impresse nella memoria del mondo obbligando anche noi, dopo migliaia di anni, a farle uscire dalle loro tombe..
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Vecchio 24-01-2009, 10.19.03   #10
ornella
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Riferimento: Il marchio di Caino

Il marchio di Caino ha una stretta relazione con l'omicidio. Il peccato grave di Caino è aver compiuto un omicidio.Ritengo che non venga presa abbastanza in considerazione il comando di "Nessuno tocchi Caino"che in maniera geniale è diventato il nome di un 'associazione.www.nessunotocchicaino.it/
Ci sono moltissime domande che potremmo farci:
E' Dio ad aver chiesto dei doni o dei sacrifici?E' importante sapere che il primo ad iniziare questa pratica è stato Caino.
Il Signore disse allora a Caino: "Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?

Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo".
Credo che l'episodio vada interpretato partendo da questo.
La Nostra libertà anche di uccidere. La rabbia di Caino non è nei confronti del fratello, o di Dio, ma verso se stesso che non è in grado di dominare il proprio istinto per essere come il fratello. Uccide il fratello per non guardare se stesso.Riconoscere di essere Noi stessi Caino ed avere tutti quell'istinto fino ad un certo punto sano che ci porterebbe ad uccidere nostro fratello, è l'unico modo per cercare di non farlo.
Gli esseri umani "discendono"come orientamento direi, da Eva e Caino, esser degni della Conoscenza e controllare gli istinti dove c'impediscono di uscire dal narcisismo, è a mio avviso la via per essere Liberi. Per chi come me non ha avuto abbastanza forza, c'è un Padre che a mio avviso è pronto a parlarci senza volerci dominare. Un Padre vuole vedere i propri figli camminare da soli o no?
Se poi non si Crede, mi pare inutile parlare in termini biblici, ma è ovviamente una mia opinione.
ornella is offline  

 



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