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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 03-01-2013, 21.30.02   #1
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L'immagine e la verità

Certo ricorderete il fatto di quel povero coreano spinto sotto le rotaie della metropolitana a New York.
Alla scena sembra abbiano assistito diverse persone, e tutte senza muovere un dito. Addirittura un fotografo
sembra abbia avuto il tempo di fare cinquanta scatti, poi rivenduti ad un giornale (mi sembra di ricordare
"Time"); il qual giornale ne ha poi pubblicata una in prima pagina (si vede il treno che sta per investire
il poveretto) con questo titolo: "Condannato: quest'uomo sta per morire".
Quel che, filosoficamente, mi interessa di quel fatto (oltre, naturalmente, l'umana pietà e l'orrore che mi
suscita il comportamento di coloro che hanno assistito, e del fotografo in particolare) è proprio il comportamento
del giornale, che fa leva su inconfessabili pulsioni psicologiche dei lettori ed ottiene un record di vendite.
Perchè quella scena, con quel titolo, ha avuto così tanto "appeal" nei lettori? Molti, sono convinto,
risponderebbero: "per curiosità"; ma a mio avviso c'è ben altro.
Camus sosteneva che non nel movimento, ma nell'immagine c'è la verità. E allora: qual'è questa verità?
Nella presentazione al saggio di C.M.Wells, "L'Impero Romano", E.Severino afferma che per i Greci la tragedia
è uno dei punti più alti della loro grandezza, mentre a Roma l'anfiteatro è uno dei più bassi. In entrambi i
casi si tratta di porsi in rapporto al dolore e alla morte, per sollevarsi al di sopra di essi.
I Greci rappresentano il dolore mostrandone il senso, e indicando il senso che il rimedio può avere. I Romani
invece si limitano a "produrre" realmente il dolore; non vi è riflessione; il porsi romano davanti al dolore
è di godere della sofferenza altrui.
Trovo che qui Severino dimostri grande acutezza e profondità: l'anfiteatro romano sorge nel momento in cui
Roma incontra la sapienza filosofica; e la sapienza è, intrisecamente, dolore (come dice la Bibbia).
Il modo in cui Roma affronta il dolore è di riversarlo sugli altri, di non pensarlo come proprio.
In quel preciso istante Roma comincia a declinare: l'originaria e sobria lontananza romana dalla radicalità
della sapienza filosofica, che era il suo punto di forza (si noti come Catone si battè sempre, da rappresentante
degli antichi valori, contro i filosofi), è ormai solo un ricordo.
Hegel diceva che i Romani erano orientati all'attività pratica, e non riflettevano. Secondo Severino c'è
qualcosa che Hegel ha omesso: che la riflessione indebolisce il proprio oggetto, cioè l'attività pratica (questa
era l'intuizione di Catone).
Che noi, oggi, una volta e per sempre perso il conforto dei valori tradizionali, si assista passivamente a
tragedie come quella di New York con lo stesso spirito con cui i Romani assistevano ai "giochi"? Cioè illudendoci
di affrontare il nostro dolore riversandolo sugli altri?
Che, oggi, la riflessione sul dolore e sulla morte (cose con cui, inevitabilmente, siamo costretti a raffrontarci)
venga schivata ed assuma gli stessi contorni sadici ed abominevoli che assunse allora?
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Vecchio 04-01-2013, 05.45.04   #2
Soren
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Riferimento: L'immagine e la verità

Non capisco esattamente di quale genere di verità stai parlando: quella sul perché la nostra cultura del dolore è così carente, anche storicamente, di comprensione ? In ogni caso il tuo discorso è molto bello, perché evidenzia un tratto comune con cui la civiltà occidentale si è sviluppata ed evoluta, almeno così mi pare. In ogni caso, come dici tu, credo che la differenza sia nel nostro modo di rapportarci con il dolore.
Non conosco abbastanza bene la tragedia greca per parlarne approfonditamente in merito, però c'è un tratto che credo possa aver influito su questa differenza culturale tra greci e romani: cioé che i greci, se non sbaglio, avessero un'idea di uomo e vita molto più alta di quella romana, dove questa predilige un'idea grande e potente non più di uomo ma di stato ( non a caso la Grecia non era nemmeno un vero e proprio stato, ma più un alleanza di mini stati, in cui era la cultura a unificare, e non il governo ). In Grecia il dolore era cultura comune, era un elemento irrefutabile della vita, anzi la sua rappresentazione, come dicevi tu, più alta e profonda, mentre Roma nella sua gloria vuole sottometterlo davanti alla forza dell'uomo, che si eleva, nelle figure del gladiatore e del guerriero, a dio, perché incurante del dolore e della morte. Ed in effetti non vedo come una società che imponga modelli culturali in cui il dolore è una vergogna da nascondere ( quale migliore sorte di nascere e morire sotto e per la buona stella di Roma, in fondo. Ehr... ), non già un problema da risolvere, da esplorare e da comprendere: tutto ciò è cattivo pensiero, è contrario alla fattività del popolo romano: porsi domande, come dicevi tu, nella Roma ancora pagana è caratteristico dei "cattivi": gli scansafatiche, i paurosi. Il romano buono era quello che non temeva il dolore o la morte, anzi erano pensieri di cui vergognarsi all'epoca, secondo me, un violare la superbia comune, un tradire il proprio popolo. Una cultura del genere di certo parte dalla classi più alte e meno esposte, ma è un insieme di idee e valori di cui la efficacia trovo sia intuitiva. Il dolore non è mai nella testa del romano; lo sguardo va oltre, e chi non riesce in questo, soffre poiché debole; in ciò la sua colpa e la sua pronta espiazione. Per la morte la situazione è identica, credo: è giusta quando viene e nel modo in cui viene; e chi non l'accetta, be' affari suoi: sarà solo più doloroso per lui. E' una mentalità in cui il dolore trova rari momenti di espressione comune, ma del resto, ciò impedisce che si propaghi ed infetti le masse; ma è un sistema che genera un lato b oscuro, perché la chiusura del proprio dolore in sè genera spesso insensibilità verso quello altrui, fino ad arrivare ad averne piacere: ed una popolazione sempre più insensibile nei confronti del dolore può anche scegliere di elargirlo per piacere: in fondo ai romani, quel che mancava prima del cristianesimo, era proprio la considerazione morale dell'altro, non l'amico o il padre, ma lo sconosciuto, il cui valore stava perlopiù nel grado sociale. Come punto forte di tutto ciò, comunque, visto che si voleva andare a parare nella contemporaneità, tengo che: l'insensibilità altrui verso il proprio dolore, ed in generale il disinteresse per la sorte dell'altro, sia davvero come il sonno della ragione che genera mostri: il non riconoscere l'uomo che è in tutti gli uomini. L'egocentrismo, l'edonismo, sono tutte correnti che prediligono il sè all'altro, ed hanno avuto grande fortuna nella modernità, anche in filosofia, una volta rimosso l'a-priori morale dal discorso. Trovo che la cultura occidentale di adesso, per quanto smorzata nella sua spietatezza, conservi ancora qualche tratto di questa aristocrazia, come un non curarsi del più debole, non dispiacersi per gli altri: perché questo, essendo un dis-piacere, è detestabile e contrario al buon senso. Questo porta ad un basso livello di comprensione del dolore dell'altro - intesa come compartecipazione, immedesimazione - un po' anche perché l'occidente ha uno scarsissimo interesse nell'educazione sentimentale - e la compassione, la pietà e la solidarietà sono tutti sentimenti - in quanto in realtà effettivamente la dimensione sentimentale spesso ostruisce quella lavorativa, e di che razza di utilità sarà mai soffrire il dolore degli altri. Ma in una cultura dove il dolore è un problema privato, forse comprensibile ma comunque irrimediabile, di cui non si parla perché imbarazzante; Beh se da una parte trovo che in fondo, posta l'innegabilità del problema ed anche la sua irrimediabilità, che si sarebbe potuta gestire peggio la cosa ( certo meglio un mondo spietato che uno popolato di soli sofferenti! Nel che sono in linea con Nietzsche; non è cattiveria questa, soltanto presa d'atto e accettazione di un fato comune, in cui ognuno però recita la sua tragicommedia dietro il sipario, per non infastidire gli altri, alle prese con lo stesso problema ); beh se da una parte non trovo sia così pessima come gestione ( la meno peggio di quelle che potevano nascere spontaneamente, forse ) non è difficile vedere come favorisca interfacce patologiche nei rapporti interpersonali.
Si dice che l'uomo non può essere considerato un mezzo, ma sempre un fine: ma la coscienza del "sè" che sta nell'altro è al giorno d'oggi già sinonimo di una certa levatura morale; non è già un difetto d'intelligenza comune che porta a questi scandali - quello da te citato è proprio l'esempio di come una persona, anziché vedere l'altro come un mondo ed un sé, veda prima la possibile pubblicazione in prima pagina - e secondo te cosa fa ? ma è ovvio che si ferma lì, perché così crede che gli convenga - non è un difetto di qi, ma di educazione morale, che in una società altamente differenziata e specializzata come la nostra, che predilige l'efficienza a tutto il resto, sia anzi, a volte, nei confronti del dio produttività, addirittura deprecabile: come ben intuito da catone e dai romani: perché porsi domande o pensare ed immaginare ( atto presupposto dall'immedesimazione, e per cui dal sentire morale - il dolore dell'altro è presente in noi solo come immagine ) indebolisce il nostro agire, ci riempie di dubbi, ci fa ritrattare ciò che crediamo vero e buono - ciò che si vuole che crediamo tale - e perciò rimane tacitamente una sconvenienza sociale. Infine ( mi scuso per la prolissità. Purtroppo sono insonne di mio e a quest'ora non ho niente da fare :P ) c'è un tratto dell'ego umano che ci predispone ad allietarci del dolore altrui: Quando Nietzsche non mi ricordo in che libro ( credo Aurora o nella genealogia della morale ) parla dell'invenzione della giustizia, la riconduce alle civiltà antiche in cui un'effrazione si pagava spesso non con prigionia o soldi ma dolore fisico: frustate, martoriamenti, amputazioni, uccisioni. Per lui la giustizia si definiva come una sanzione di equità: "quello che tu mi hai tolto, tu devi restituirmi altrimenti" - e questa prima forma di pagamento era appunto il dolore, da cui derivava un piacere anche doppio: in primis dal dolore tale e quale del sanzionato ( e che dimostra, credo, una certa spietatezza dell'ego umano, o predisposizione a questa, o comunque inclinazione al "male", alla cattiveria quando possibile ) e secondo spesso al sanzionato si faceva pagare in dolore molto più di quanto avesse rubato: in questo "surplus" spesso si faceva pagare la differenza di grado sociale tra vittima ed imputato, aumentando la retribuzione della prima a mo' di lusinga, un'implicita ammissione di disparità nel valore individuale.
A conclusione di questo lungo e forse velleitario ( :P ) intervento: trovo che l'uomo moderno occidentale abbia una scarsa propensione alla morale sia per deficit di educazione sentimentale sia per carenza morale vera e propria - altresì detto: l'uomo da sempre, anzi l'animale, è più conflittualista che non, ovvero vede l'altro come un mezzo, una propria risorsa; ciò, che è contro morale ma vero, se poi viene incoraggiato dalle culture dominanti ( mai esplicitamente eh! si guardano bene dagli errori di immagine, gli opinion leader del nostro globo: in fondo il loro lavoro sta proprio nella creazione di immagini autorevoli ) beh fa 2 per l'ego e 0 per la morale. Nell'immaginario comune ( parlo da 23enne immerso in una cultura giovanile di questo genere, ) l'altruista sincero è lo sfigato, l'ingenuo da compatire, il tardo: l'individualista senza scrupoli, l'arrivista, che pensa poco magari ma è rapido nell'agire e sa quel che vuole è il figo, quello che ha capito come gira il mondo. Non condivido nessuno dei due luoghi comuni, mi limito a riportare, però, che al giorno d'oggi è sempre più così: la moralità è un limite da superare, il volere avere valori con cui essere coerenti è una stupida fissazione, un lusso di chi è già arrivato. Quelli prima ne hanno di moribondi da fotografare prima di potersi abbandonare al moralismo - che spesso sceglieranno per convenienza d'immagine, ovviamente. Mi scuso per il quadro desolato, ma sono più che sicuro che basti guardarsi la pubblicità di qualche programma per teen-agers per intendermi... Non voglio dire che la gente è così, e spesso l'educazione che si riceve spinge verso la consapevolezza morale - ma i modelli culturali del consumismo e del capitalismo odierno, che sono i veri trainers e poteri forti secondo me, hanno interessi diversi ancora scusa per la lunghezza. Notte
Soren is offline  
Vecchio 04-01-2013, 23.38.44   #3
paul11
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Riferimento: L'immagine e la verità

ciao Mauro.
complimenti per l'argomento e l'introduzione, ma ...è difficile entrarci.
Affronto l'argomento dalla tragedia greca. .Penso che sia una rappresentazione fra le più potenti della storia dell'umanità. C'è una struttura e una scenica e narrativa quasi ferrea .Le componenti sono il linguaggio del mito, il rito collettivo e l'umanità lacerata fra la realtà nel fato, nel destino.
C'è una sacralità che si eleva dalla rappresentazione.

L'uomo che muore nella metropolitana ha un effetto contrario: c'è la dissacrazione dell'uomo nella realtà da parte del fotografo, la vita quì è diventata rappresentazione nell'immagine ; là , nella tragedia c'è la rappresentazione che evoca la vita . Se volete, l'arte evocava la tragedia umana, quì si cerca l'arte( si fa per dire) nella tragedia fisica umana.

Si ha presente le rappresentazioni artistiche collettive riprese da fotografi o fimate , ad esempio le centinaia di persone nude in piena metropoli o la fontana romana con colorante? La stessa cosa è il trovarsi collettivamente con una passaparola telematico in un posto, e tutti insieme bloccarsi per un minuto,ecc.
Certo la differenza che quì la scenografia è studiata a priori , in metropolitana
era un evento inaspettato, ma il fotografo cerca la stessa cosa, per lui è più sacro l'evento non la vita di quell'uomo.
Il rito collettivo si è trasformato, mischiando tragedia e rappresentazione ponendo la scenografia all'interno dei luoghi correnti della mondanità: il teatro è la vita stessa senza mediazioni evocative e senza bisogno del linguaggio della parola e della metafora, tutto è diretto perchè l'immagine è diretta per definizione non è mediata dalla parola che presuppone un pensiero, una struttura una semantica. Quì il segno e il simbolo entrano nel cervello non mediati.
L'effetto è che fra vero, verosimile e falso, rischiano di diventare la stessa cosa e temo che siano l'effetto della cultura contemporaneai: siamo confusi nei plurimi modelli di realtà nella loro rappresentazione.

La polis è diventata massa, la civiltà dell'immagine ha vinto sulla parola, oggi la velocità delle macchine del futurismo è iperspazio: la vita è triturata.
L'immagine è verità e la realtà finzione, forse questo è il rapporto.

Quando i nostri occhi si sono riempiti di orrori , di corpi nei campi di stermini, nelle strade del Medio Oriente; quando la televisione ci riempie con le stesse immagini, rischiamo una assuefazione, ci stanno anestetizzando il nostro cervello a percepire l'immagine senza l'emozione, rischiamo l'indifferenza
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Vecchio 05-01-2013, 00.01.16   #4
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Riferimento: L'immagine e la verità

@ Soren
"Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei".
Non si può comprendere la "grecità" se non se ne comprende lo spirito tragico (chi erano gli Achei? I Troiani
o gli stessi Micenei?); se non se ne comprende quella contradditorietà che, come in Eraclito, trova una sua
breve e pur tormentata sintesi solo nella classicità dell'epoca periclea.
Questo è quel che afferma un grande studioso della grecità recentemente scomparso: Domenico Musti.
Quella greca, dice Musti, è un'esperienza "totale": il bene e il male, il senso dell'amicizia e gli odi profondi,
la capacità della dedizione generosa e quella di tradire vi si mescolano insieme; non c'è posto per rappresentazioni
oleografiche, ove si abbia dimestichezza con i documenti della cultura greca.
L'esperienza statuale greca riflette questa "forma mentis". La città greca era libera ed autonoma; l'unità
era culturale, non territoriale; e se di unità politica si parlava questa era intesa come unità nella diversità.
All'estremo opposto vi era Roma.
A Roma le questioni vengono decise, subito, dalla "forza" (secondo alcune fonti Romolo uccide Remo perchè colpevole
di aver scavalcato il sacro pomerio, che lui aveva deciso dovesse essere invalicabile se non dalla porta).
Il ratto delle Sabine è il vero atto costitutivo del Diritto Romano (come afferma un insigne giurista come Guido
Rossi). Romolo è, nietzschianamente, il "filosofo" che dice: "così deve essere".
Hegel dice che la "virtù romana" si unisce alla durezza e all'atteggiamento "compostamente risoluto". Secondo
Hegel si tratta dello spirito che assume lo Stato come scopo supremo e ultimo (Simone Weil dice che in quei
tratti chiunque può riconoscere la Germania di Hitler).
Secondo Severino, nella prefazione al volume che citavo in apertura dell'altro post, l'uomo sperimenta sin
dall'inizio la potenza sprigionata dall'aggregazione dei singoli. Lo Stato deve quindi apparire qualcosa di
divino (la stessa tesi che Durkheim esplica nei suoi famosi lavori sul totemismo). E dunque sin dall'inizio
l'uomo assume la potenza dello Stato come lo scopo ultimo a cui tutto dev'essere subordinato.
Tuttavia, dice Severino, l'incontro di Roma con la sapienza filosofica greca rappresenta la presa d'atto della
impossibilità che uno scopo finito, qual'è lo Stato, possa essere assunto come lo scopo supremo. Roma comincia
ad essere penetrata prima dai culti orfici e dionisiaci, poi epicurei e stoici per finire ai culti religiosi
di provenienza orientale (fra cui il Cristianesimo).
Alla inevitabile riflessione sul senso della vita (pensiamo solo, in epoca più tarda, a Marco Aurelio e ad
Adriano) Roma risponde nel solo modo cui è capace: con la "forza". Ed è l'anfiteatro.
Ma la "forza" non basta più, perchè si è ormai persa irreparabilmente la "fede" nello Stato; nel suo essere
"divino". Lo Stato non è più lo scopo ultimo cui tutto dev'essere subordinato, e Roma sprofonda nel più
sfrenato e lussurioso tramonto; un tramonto che si estetizza nel sadismo e nell'abominio dell'anfiteatro,
come nei "sollazzi" descritti da Petronio.
E dunque: di quale verità sto parlando? Ma naturalmente di quella che Soren descrive così bene (trovo che
l'insonnia giovi assai alla tua riflessione...).
L'arrivista, così rapido nell'agire che tu descrivi, non è altri che "Celer", lo sgherro che colpisce Remo su
ordine di Romolo.
Questa nostra società non è simile alla greca, ma è simile alla romana. E come quella romana, dopo aver perduto
per sempre i valori della tradizione, cerca scampo agli insopportabili pensieri del dolore e della morte nella
"forza", perchè la "forza" è ciò che la contraddistingue da secoli. Ma è una "forza" che non c'è più, e tutto
finisce nella crapula e nella codardia di assistere alla morte altrui come segno di "coraggio".
Aveva ragione Levinas: una cultura, quella occidentale, profondamente ed irrimediabilmente votata al culto
dell'"io" non può comprendere l'Altro, né tantomeno solidarizzare con lui.
un saluto
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Vecchio 06-01-2013, 00.19.12   #5
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Riferimento: L'immagine e la verità

@ Paul11
Dice Aristotele nella Poetica: "la tragedia è imitazione di vicende che suscitano pietà e terrore, e che
mettono capo alla purificazione di tali emozioni". Molti critici affermano che in Aristotele è già presente un
"passato" della tragedia; un "passato" in quanto è un tentativo di rendere intelligibile, formale, razionale,
l'esperienza dell'umana sventura; un'esperienza presentata da Aristotele a fini sostanzialmente etici e
terapeutici.
Di questo parere è Nietzsche, che individua in Socrate "l'iniziatore della decadenza"; perchè, affermando la
"responsabilità", sottrae l'uomo a quel "fatal destino" che rappresenta uno dei pilastri della tragedia.
La grande tragedia, dice Jaspers: "sorge nelle età di transizione, quando l'uomo ha perduto la serenità e la
armonia delle età non tragiche, e si apre lui stesso ad un'inquietudine che non trova appagamento.
Il mondo della tragedia si sottrae ad ogni spiegazione che non possa venir contraddetta da un'altra, appare
estraneo ad ogni certezza, ad ogni dogma e sistema di valori".
Non è un caso che la tragedia si ripresenti secoli più tardi, in quell'Inghilterra cinquecentesca così permeata
da inquietudini filosofiche, religiose e politiche. O ancora più tardi, nella Russia di fine ottocento
attraversata da un profondo senso nichilistico (seppur nelle forme letterarie).
Di grande profondità e chiarezza è la definizione di Schopenhauer: "la tragedia è la rappresentazione della
vita nel suo aspetto terrificante. Il dolore senza nome, l'affanno dell'umanità, il trionfo della perfidia,
la schernevole signoria del caso e il fatale precipizio dei giusti e degli innocenti ci vengono presentati
da essa; sicchè essa costituisce un segno significante della natura propria del mondo e dell'essere".
Tuttavia è presente, in Schopenhauer, l'esclusione di un qualcosa che è costitutivo della tragedia: il "conflitto".
Come il pensare all'inevitabilità della giustizia e dell'armonia, così il pensare all'inevitabilità dell'
ingiustizia e della disarmonia toglie alla tragedia il suo carattere, così "greco", di contraddittorietà.
Un carattere che, piuttosto, sarà re-individuato da Nietzsche; il quale ri-scoprirà così quella "purificazione"
di cui parlava Aristotele nella vita "dionisiaca": unico antidoto all'aspetto terrificante dell'esistenza.
Nella tragedia di New York non vi è però né pietà né terrore, e la purificazione di tali emozioni è affidata
unicamente alla rappresentazione, reale ed irriflessiva, della morte altrui come della morte di un qualcuno
o qualcosa che è profondamente estraneo al nostro "io": come nell'anfiteatro romano la morte dell'"altro" non
è la nostra morte.
Nella tragedia greca il terrore e la pietà scaturivano dal sentire propri il dolore e la morte dei protagonisti.
La stupida curiosità, il malcelato sadismo con cui gli spettatori dell'anfiteatro ed i lettori del giornale
che ha comprato quelle foto si avvicinano alla tragedia è il medesimo, e scaturisce dal non sentire come
proprio il dolore e la morte che viene rappresentata.
La tragedia diventa allora semplice apparenza di una sostanziale commedia: tutto finisce bene, e ciò che viene
perduto è null'altro che una particolarità unilaterale che non ha il minimo valore.
La verità che quell'immagine ci svela è la nostra inumanità.
un saluto
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Vecchio 06-01-2013, 07.52.25   #6
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Riferimento: L'immagine e la verità

@ Paul

"La tragedia diventa allora semplice apparenza di una sostanziale commedia: tutto finisce bene, e ciò che viene
perduto è null'altro che una particolarità unilaterale che non ha il minimo valore."

Infatti, l'individuo dei giorni nostri non è così spaventato dalla morte secondo me: non perché proprio non la tema, ma perché in una quotidianità così ripetitiva e priva di pericoli ( quei 30 cm tra un giro in macchina ed un frontale, insomma: l'apparenza inganna ) è un pensiero piuttosto remoto. Vale per la morte qui quel che Beccaria diceva per la pena: due sono gli aspetti più importanti, la sicurezza con la quale essa viene dispensata e la celerità: la prima è garantita, ma la seconda... Beh, si pensi ai fumatori: sanno quanto fa male fumare, ma non è certo una preoccupazione a 20 anni. Nella vita odierna ci sono poche occasioni in cui si è tenuti ad un incontro precoce con la morte ( di solito per via di qualche caro ) ed allora si grida all'ingiustizia del mondo; ma se pure eventi del genere spingono verso una riflessione a tema, una volta accettato il lutto e placato il dolore, anche il pensiero torna ad alleggerirsi: di nuovo la morte mi è estranea, non mi riguarda più. Trovo che solo eventi particolarmente tragici riescano a fissarlo in maniera più o meno duratura, di solito perdite amorose. E' curioso come la morte di migliaia di persone ogni giorno non turbi minimamente la maggior parte di noi, mentre il semplice distacco da una singola ( il famoso sfanculamento! ) riesca a gettarci sul fondo della grecità! del che dice bene Bauman ( http://www.youtube.com/watch?v=DIaT8wwHnz0 qui, se volete, c'è un pezzo che riguarda questo discorso, visto che credo lui lo spieghi un po' meglio di me :P ): "il pensiero unico", il pattern sociale obbligato - per convenienza, che però è quasi legge, che porta alla deresponsabilizzazione individuale, poiché scinde il soggetto dai suoi ruoli: il giornalista, mentre lavora, non è uomo, ma soltanto giornalista, e agisce solo in quanto tale: a modo suo di vedere, non c'è spazio per la scelta morale: c'è una sola reazione possibile, ed è la foto. Il che certo è un discorso vero fino ad un certo punto perché è davvero assurdo pensare che gli uomini si perdano del tutto nel ruolo: Ma gli studi sull'argomento mi pare evidenzino una tendenza forte di questo tipo. Il soggetto è sempre meno uomo e più macchina da carriera... Non che il secolo scorso e quello prima la carriera non fosse importante, certo: ma allora il lavoro non era solo in vista del guadagno, era uno stabilizzatore dell'identità, mentre oggi, succede che diventi un sostituto. l'individuo sparisce dietro le quinte e mette fuori il naso a fine giornata!
Se parlavo di amore prima è perché, sempre citando Bauman in un altro suo discorso, in una civiltà dove il pensiero della morte giunge raramente e per poco tempo, o in età avanzata, è l'esperienza che più fa da surrogato. Il mio prof. di sociologia della famiglia, quando ci spiegava l'impatto psicologico delle rotture nelle relazioni da parte di chi le vive ( ho avuto la brutta idea di scegliere sociologia come università! anche se a me piace ), parlava di come quando una relazione andasse bene anche gli avvenimenti gravi come il licenziamento potessero essere accettati con la comprensione dell'altro; ma quando invece il legame si spezzava...
beh allora arriva la tristezza profonda, e se la prendi troppo male può finire anche che ti ammazzi. perché ( in caso d'amore ovviamente ) si perde qualcosa d'insostituibile, e ci si rende meglio conto di quel lato tragico, irrazionale e straziante della vita, dell'unicità di ogni individuo e di ciò che con esso si perde per sempre: altro che la morte della nonna o roba del genere ( è un'ironia triste, ma sincera nel più dei casi ) Bauman sempre a proposito diceva che se la morte fisica si allontana sempre di più da noi, quella psicologica, diversamente dai tempi precedenti, in cui la comunità era un aggregato forte e si passava la vita con le stesse persone, ci può fare visita diverse volte nella vita ( questo anche perché le persone, non confrontandosi personalmente con la morte, non vivendola nelle giornate come in passato, sono anche molto più impreparate alla vita e maturano più lentamente ). Il quale è un discorso che ci interessa anche sotto un altro punto di vista, secondo me, ovvero: due morti differenti hanno due pattern diversi: se quella fisica è esperienza totale, la cui difficoltà viene nell'affrontarne la possibilità o la certezza prima, la seconda ( ho parlato di amore prima, ma anche il lutto di un caro ci avvicina ad essa ) è parziale: a morire è una parte di noi, importante certo, ma pur sempre una parte. Ed è allora che nasce una buona fetta dell'uomo moderno - ed è qui che volevo arrivare, si porti pazienza - in cui la capacità di affrontare la vita non è più legata solamente alla propria forza mentale nei confronti della morte - ma anche nei confronti degli altri: se in fondo l'altro mi vede come mezzo, se io decido di vederlo come fine... beh, capita che ci si fotta da soli. E' il caso secondo me dell'amore ( oggi, riscoperto e legittimato il principio antropico "self-centered" umano ) che ha come oggetto una specie di illlusione creata e condivisa da due persone per un lasso di tempo utile a trarne godimento comune; l'amore "leggero" che dev'essere vissuto in modo altrettanto leggero: e chi su ciò s'illude di qualcosa di più "pesante" rischia, come diceva il mio prof, addirittura le penne se finisce per crederci! ( ...secondo me fa meglio a ripensarci! ) questo per dire che, per usare un esempio "sportivo" se ad esempio nel poker il range di chiamata per essere profittevole deve basarsi su quello assunto di rilancio dell'avversario - nei rapporti interpersonali vige una regola del genere: se so che probabilmente la persona che ho davanti si aspetti da me al massimo un rapporto a breve termine, farò meglio ad assumere lo stesso di quella fino a nuovo ordine: e anche lì sarà meglio che mi scriva allo specchio la parola "anthropos" ( anche se con il principio la parola originale ha ormai poco a che vedere, ma andando per associazioni, è un buon reminder, perché ormai le relazioni sociali non si costruiscono per essere conservate ( che spreco di risorse ) ma soltanto consumate ), per non dimenticarmi del principio che regola il mio mondo: e che dietro le illusioni, gli ordini ed i castelli in aria resta una realtà perfettamente immutata, nella sostanza, da quella greca... anche se la maggior parte della gente si sforza di nasconderla dietro mille sorrisi e altri pensieri più positivi. il che non è che sia sbagliato, ma lo è se prima non si è riflettuto a lungo e bene e compreso il lato negativo e più fondamentale dell'esistenza - quello tragico appunto, che altrimenti, prima o poi, ci coglierà in flagrante. Al che bisogna dare un po' ragione anche al vecchio Arthur... "la vita è dolore" diceva, si e no: Nietzsche ha più ragione ad affermare "piacere E dolore", ma la fetta di verità che rimane alle analisi di Schopenhauer sulla questione è che il dolore, tra le due, è il carattere più fondamentale della vita. Ritornando sulla questione di prima - il modo di affrontare la "sfida psicologica" che la contemporaneità ci offre - o per meglio dire ci impone - ( per la cui comprensione raccomando sempre il video di prima di Bauman ) ci sono a mio parere diversi modi, ma ci sono alcuni standard che tutti questi rispettano: il farsi piccoli, mettere da parte la propria personalità, comportarsi in funzione di ciò che gli altri si aspettano da me in società; non essere "me" ma "uno a caso" che magari pur stando nel suo ruolo riesca a mostrare carattere e forza: questo è il successo sociale oggi. Il che, anche nelle reti informali, è un compito piuttosto gravoso a seconda dei casi. Forse ci voleva più coraggio ad affrontare la morte a Roma: ma di certo per vivere oggi ci vuole molta più pazienza - e, se mi è permesso, capacità di recitazione. Non più l'individuo che è questo e questo, ma quello che appare questo e questo ha successo. La società si è fatta immagine: quel che ci sta dietro non importa più. Ho fatto questo discorso perché secondo me ha un nesso con il tuo, Paul: il fatto è che la moralità non conviene da nessuna parte. La verità sulla verità di cui tu parli, secondo me, è che quell'immagine non ci svela la nostra inumanità, ma tutta la nostra bassa, bassissima, umanità, spirito di conformismo, assenza di criticità sulle nostre stesse azioni: non ci si stupisce, non si riflette, si da per assunto che ciò debba essere così com'è perché così era quando l'abbiamo conosciuto: chissà che i poliziotti, ogni tanto, quando sparano, non sorridano ( non si offendano i poliziotti, che è una metafora per dire altro ). Purtroppo per un mondo del genere però il "guarda e passa" si presenta ai più come l'unica soluzione: peccato che per quanto lo guardiamo, continui a starci davanti agli occhi. Chissà che tutto ciò non porti ad essere l'optimum per vivere la situazione mentale descritta da Camus alla fine del suo Lo straniero che cito per chi non l'avesse letto o non se ne ricordi. Lo straniero, il protagonista, dopo essere stato condannato a morte e lunghi giorni di prigionia, trova finalmente modo di esprimere il pensiero che si porta dentro fin dall'inizio in occasione del suo incontro col prete, arrabiandosi con lui, e dopo che questo se ne va, conclude: "... come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno dellla mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio." lui sì che era un uomo moderno!
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Vecchio 06-01-2013, 09.39.48   #7
freedom
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Perchè quella scena, con quel titolo, ha avuto così tanto "appeal" nei lettori? Molti, sono convinto,
risponderebbero: "per curiosità"; ma a mio avviso c'è ben altro.
Perdona la mia semplicità che, se vorrai interpretare come le parole di un "semplice" , non mi offenderà minimamente: penso sia banalmente il fascino dell'orrido.

Tutti noi, ahimè, lo subiamo. Penso sia cosa buona e giusta imparare a voltargli le spalle. Non vedo altro.
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Vecchio 07-01-2013, 00.09.03   #8
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@ Soren
Soren, non credi che il tuo discorso possa essere ricondotto a quel che affermavo nel post "l'uomo e la tecnica",
ove in risposta a "La Viandante" dicevo che la "tecnica" è essenzialmente un rimedio contro l'angoscia
suscitata dal divenire delle cose?
Non voglio dire che l'angoscia del divenire (dunque del ritorno inevitabile al "nulla") sia sempre cosciente
come stato d'animo che ha, appunto, nel divenire il suo oggetto. L'eccessivo scientismo di cui si imbeve
certa psicologia dilettantistica ci ha "ammaestrati" a credere che la depressione sia una malattia, e che
perciò si debba andare dal dottore a farsi, prima, fare una diagnosi, e poi prescrivere una cura.
Evidentemente così non è, e la depressione (uno stato d'animo sempre più diffuso in occidente, tanto che si
è ormai giunti a numeri paurosi per quel che riguarda il consumo di psicofarmaci), o "melanconia", come la
chiamavano gli antichi, è causata essenzialmente dal timore che suscita il divenire delle cose (la possibilità
reale che tutto possa avvenire, come diceva Kierkegaard, anche la cosa più atroce).
Uno dei "furbeschi" mezzi che l'occidentale adopera per far fronte alla depressione è il tuffarsi in un lavoro
frenetico (Luciano de Crescenzo diceva che l'uomo è come il motore di una barca: ha sempre bisogno di stare
in acqua e trovare una resistenza al girare dell'elica, o altrimenti il numero di giri sale troppo e il motore
si brucia). Tanto che, come ben dici, la professione ha sostituito, nell'individuo, l'identità.
Hegel chiamava questo "alienazione", cioè alienazione del "sè" che non si vede più come tale, ma come oggetto.
L'uomo dunque si aliena, e si aliena perchè se si vedesse come "sè", cioè come identità, sarebbe costretto
a fare i conti con quella che è la sua più intima natura, che è quella di essere finito.
Egli allora, come meravigliosamente ci descrive Heidegger, comincia a vivere una vita "inautentica": una vita
cioè come se il dolore e la morte non esistessero: la vita di un oggetto, non di un soggetto (l'avvocato;
l'ingegnere; l'idraulico o l'imbianchino sono figure che non muoiono mai).
Naturalmente, mi rendo conto come nel tuo discorso il dolore e la morte non possano che essere trattati come cose "lontane";
certamente più lontane di come non le veda io; ma questo, credimi, è dovuto al fatto che hai solo 23 anni...
Divagazioni anagrafiche a parte (sappi però che non è necessario essere troppo "avanzati" con l'età per
avere simili e spaventosi pensieri), trovo molto interessante il tuo ragionamento sull'amore.
Qui devo dire di non essere per nulla d'accordo con il tuo professore (sì, sociologia è stata davvero una
pessima scelta). Noi uomini (sì, perchè le donne hanno un atteggiamento verso l'amore ben più pratico e
disincantato) siamo ancora troppo immersi nella dimensione "romantica" dell'amore. Ove con il termine "romantica"
mi riferisco precisamente alla dimensione filosofica ottocentesca, nella quale l'amore era visto come
l'espressione, il simbolo, dell'infinito; e pur se si rivolgeva a creature finite.
Hegel sosteneva che l'amore esprimesse la coscienza dell'unità dell'"io" e dell'"altro". La nozione romantica
dell'amore rappresentava il sentimento dell'unità cosmica, e tale sentimento, come tale unità, è inteso come infinito.
Da questo punto di vista, è evidente che la rottura del legame amoroso è vista come la rottura di una unità
cosmica; quindi come la rottura "impossibile" dell'infinito, con il suo relativo precipitare in un finito che
è, in radice, dolore e morte (ecco la tristezza profonda e, in alcuni casi, perfino il suicidio: la rottura
del legame amoroso è la rottura dell'identità romantica di finito ed infinito).
Tuttavia, è bene essere consapevoli che anche il legame amoroso così, romanticamente, inteso è null'altro che
una alienazione. Come il signor "X" si aliena nell'"avvocato" per non essere costretto a fare i conti con la sua
natura finita (per non essere costretto a vedersi "in sè" come essere destinato al dolore ed alla morte), così
il legame amoroso viene alienato in una illusoria unità cosmica ed infinita, che consente agli "attori" del
legame di vivere quel legame "inautenticamente", ovvero come se la finitezza, cioè il dolore e la morte, non esistessero.
E dunque, viste le premesse, concludo con la domanda: anche il legame amoroso come tecnica efficace contro
l'angoscia suscitata dal divenire delle cose? Il legame amoroso sta forse al giovane come il lavoro frenetico
sta al meno giovane?
un saluto (e un complimento per essere lettore di Camus)
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 07-01-2013, 09.55.06   #9
CVC
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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
Certo ricorderete il fatto di quel povero coreano spinto sotto le rotaie della metropolitana a New York.
Alla scena sembra abbiano assistito diverse persone, e tutte senza muovere un dito. Addirittura un fotografo
sembra abbia avuto il tempo di fare cinquanta scatti, poi rivenduti ad un giornale (mi sembra di ricordare
"Time"); il qual giornale ne ha poi pubblicata una in prima pagina (si vede il treno che sta per investire
il poveretto) con questo titolo: "Condannato: quest'uomo sta per morire".
Quel che, filosoficamente, mi interessa di quel fatto (oltre, naturalmente, l'umana pietà e l'orrore che mi
suscita il comportamento di coloro che hanno assistito, e del fotografo in particolare) è proprio il comportamento
del giornale, che fa leva su inconfessabili pulsioni psicologiche dei lettori ed ottiene un record di vendite.
Perchè quella scena, con quel titolo, ha avuto così tanto "appeal" nei lettori? Molti, sono convinto,
risponderebbero: "per curiosità"; ma a mio avviso c'è ben altro.
Camus sosteneva che non nel movimento, ma nell'immagine c'è la verità. E allora: qual'è questa verità?
Nella presentazione al saggio di C.M.Wells, "L'Impero Romano", E.Severino afferma che per i Greci la tragedia
è uno dei punti più alti della loro grandezza, mentre a Roma l'anfiteatro è uno dei più bassi. In entrambi i
casi si tratta di porsi in rapporto al dolore e alla morte, per sollevarsi al di sopra di essi.
I Greci rappresentano il dolore mostrandone il senso, e indicando il senso che il rimedio può avere. I Romani
invece si limitano a "produrre" realmente il dolore; non vi è riflessione; il porsi romano davanti al dolore
è di godere della sofferenza altrui.
Trovo che qui Severino dimostri grande acutezza e profondità: l'anfiteatro romano sorge nel momento in cui
Roma incontra la sapienza filosofica; e la sapienza è, intrisecamente, dolore (come dice la Bibbia).
Il modo in cui Roma affronta il dolore è di riversarlo sugli altri, di non pensarlo come proprio.
In quel preciso istante Roma comincia a declinare: l'originaria e sobria lontananza romana dalla radicalità
della sapienza filosofica, che era il suo punto di forza (si noti come Catone si battè sempre, da rappresentante
degli antichi valori, contro i filosofi), è ormai solo un ricordo.
Hegel diceva che i Romani erano orientati all'attività pratica, e non riflettevano. Secondo Severino c'è
qualcosa che Hegel ha omesso: che la riflessione indebolisce il proprio oggetto, cioè l'attività pratica (questa
era l'intuizione di Catone).
Che noi, oggi, una volta e per sempre perso il conforto dei valori tradizionali, si assista passivamente a
tragedie come quella di New York con lo stesso spirito con cui i Romani assistevano ai "giochi"? Cioè illudendoci
di affrontare il nostro dolore riversandolo sugli altri?
Che, oggi, la riflessione sul dolore e sulla morte (cose con cui, inevitabilmente, siamo costretti a raffrontarci)
venga schivata ed assuma gli stessi contorni sadici ed abominevoli che assunse allora?
Credo si stia parlando di crudeltà, qualità peculiare dell'uomo dal momento che detiene il primato di essere l'unico animale che uccide per crudeltà. Può darsi che i greci fossero un pò meno crudeli dei romani, ma nemmeno loro erano immuni da questa passione. Aristotele considerava gli schiavi utensili umani ed il suo allievo Alessandro, seppur macedone, è stato fra i più illustri esponenti della crudeltà umana conosciuti dalla storia. Platone poi nel prendersi la briga di descrivere la repubblica perfetta ne esce alla fine con la riproposizione di una Sparta governata da filosofi.
Inoltre dato che i romani hanno fatto proprie molte usanze greche, non lo so per certo ma credo che abbiano ereditato anche molti loro strumenti di tortura.
Ma di certo Roma fece della crudeltà uno strumento politico. I giochi, così li chiamavano, servivano per tener buono il popolo e per rendere popolare chi li finanziava.
Credo che gran parte della civiltà consista nel cercare di eliminare progressivamente quel senso di crudeltà insito nell'animo umano.
Io credo che quando uno vede qualcuno che sta morendo e la cosa migliore che gli viene in mente di fare è scattare una foto o fare un filmino, questi è complice della morte che sta cogliendo il disgraziato. Non lo uccide forse fisicamente ma, e non so se è peggio, sta tessendo le lodi del macabro spettacolo che la natura gli offre immortalandolo nella galleria della sua demenza.
La riflessione forse indebolisce l'attività pratica quantitativamente, ma la migliora qualitativamente
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Vecchio 09-01-2013, 10.24.54   #10
La_viandante
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Il tempo che viviamo non corrisponde più al nostro tempo interno, in passato regolato da albe, tramonti, stagioni. Oggi, vivendo nelle città, dove enormi palazzoni ostruiscono la visuale del cielo, non regoliamo più le nostre attività in base alla luce reale, abbiamo la luce anche la notte, di modo che giorno e notte possono anche non essere distinte, le attività economiche che si regolavano al ritmo della luce solare in passato non rispettano più gli antichi schemi. La borsa non chiude mai, quando chiude a New York apre a Tokio; non aspettiamo la stagione giusta per avere i frutti di quella stagione ma ne disponiamo tutto l'anno, e le festività religiose, che un tempo ci aiutavano a scandire il tempo, il ciclo del tempo celebrando l'arrivo dei mesi caldi o la morte di quelli freddi, la resurrezione della natura dopo i mesi invernali e quant'altro, seguono oggi le stesse o altre ritualità, ma prive del loro senso originario. Il mio pensiero è che la prima alienazione dell'uomo dalla sua stessa natura è avvenuta col Cristianesimo, che abbandonando i riti pagani, o sovrascrivendoli coi suoi ne ha affievolito il senso che essi avevano per l'uomo. La conoscenza che ci ha aiutati a migliorare anche la nostra esistenza attraverso la tecnologia, la medicina, ha poi fatto il resto. Possiamo essere contemporaneamente in un posto e parlare con gente dell'altra parte del mondo, acquistare in rete prodotti di altri continenti, sapere in tempo reale quanto succede ovunque nel mondo. Non credo che l'uomo veda nella tecnica un modo per eliminare l'angoscia, ma usa il possesso dei beni materiali a questo scopo. Non si compra compulsivamente per usare i nuovi strumenti tecnologici ma per averli, possederli. Ben sapendo che già nel momento in cui li abbiamo è sul mercato la sua versione nuova e migliore. L'obsolescenza è programmata già dal momento della produzione, ecco perché il possesso di un bene non placa quel bisogno e occorre acquistare nuovamente, costantemente. Ovviamente il bisogno che dà origine a tutto questo è totalmente estraneo a noi, e a mio parere va ricercato proprio in quei riti ancestrali che abbiamo perso con il progresso e l'evoluzione culturale, I riti sacrificali, che un tempo ci aiutavano ad addossare ogni colpa ad animali, uomini che venivano uccisi, e così si placavano le ire divine, oggi forse sopravvivono proprio in questi spettacoli dell'orrore che guardiamo in tv, dobbiamo vedere nello zio di Avetrana quel mostro colpevole di ogni colpa umana? così da poterci sentire sollevati dalle nostre eventuali ripetendo sul solco di quelli antichi nuovi sacrifici umani senza saperli più riconoscere come tali? Viviamo in una dimensione adimensionale, senza tempo e spazio e abbiamo perso il contatto col nostro corpo e la sua interdipendenza con ambiente e corso del tempo. Forse anche la morte perde di senso e significato mancando i termini entro cui darle esistenza?
La_viandante is offline  

 



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