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Vecchio 05-01-2016, 12.51.53   #1
CVC
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Il rito

Qualcuno disse, forse Le Bon, che il fattore fondamentale delle religioni è il rito, e che tanto più stupidi e ossessivi sono tali riti e maggiore è la forza che esercitano le rispettive religioni. La ritualità si riscontra anche al di fuori della religione, ad esempio nello sport dove i campioni non rinuncerebbero per nulla al mondo ai loro rituali. Spulciando Wikipedia pare che alcuni autori sull'argomento associno il fenomeno alla problematica dell'identità. Le paure ataviche dell'uomo come la morte, l'ignoto, il dolore trovano consolazione nella ripetitività del rito e soprattutto chiudono l'identità dell'uomo in una specie di bunker che la preserva dai bombardamenti del divenire ineluttabile. C'è poi anche l'aspetto sociologico della ritualità, dove se la danza della pioggia non riesce a far piovere, serve perlomeno a riunire e a rendere coesa la comunità di fronte al problema comune. Ma io sarei più interessato al fatto psicologico e filosofico del fenomeno. Cosa accade nella psiche dell'uomo che esercita il rito? Qual'è il rapporto fra rito e realtà?
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Vecchio 05-01-2016, 15.41.16   #2
sgiombo
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Riferimento: Il rito

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Originalmente inviato da CVC
Qualcuno disse, forse Le Bon, che il fattore fondamentale delle religioni è il rito, e che tanto più stupidi e ossessivi sono tali riti e maggiore è la forza che esercitano le rispettive religioni. La ritualità si riscontra anche al di fuori della religione, ad esempio nello sport dove i campioni non rinuncerebbero per nulla al mondo ai loro rituali. Spulciando Wikipedia pare che alcuni autori sull'argomento associno il fenomeno alla problematica dell'identità. Le paure ataviche dell'uomo come la morte, l'ignoto, il dolore trovano consolazione nella ripetitività del rito e soprattutto chiudono l'identità dell'uomo in una specie di bunker che la preserva dai bombardamenti del divenire ineluttabile. C'è poi anche l'aspetto sociologico della ritualità, dove se la danza della pioggia non riesce a far piovere, serve perlomeno a riunire e a rendere coesa la comunità di fronte al problema comune. Ma io sarei più interessato al fatto psicologico e filosofico del fenomeno. Cosa accade nella psiche dell'uomo che esercita il rito? Qual'è il rapporto fra rito e realtà?

Concordo sull' aspetto sociologico.

Per me personalmente, che credo di essere assolutamente "ateo e miscredente", non religioso (per lo meno in senso letterale) e per niente affatto superstizioso, taluni riti hanno una funzione per così dire "estetica" o per così dire "di stile": semplicemente mi piace assumere e mantenere un certo Look (come si dice malamente oggi: per esempio dall' età dello sviluppo tengo la barba non rasata, porto come copricapo il basco, il berretto di molti volontari internazionali a difesa della Repubblica nella guerra civile spagnola, e cerco di evitale l' uso di giacca e cravatta, trovando in particolare quest' ultima ridicolissima!) nonché rispettare certe abitudini, soprattutto a scadenza annuale (per esempio camminare lungo un non breve, abituale percorso della mia città natale e campagna limitrofa durante le feste di fine anno ripensando alla mia vita; oppure riascoltare ogni 11 Settembre, senza mai riuscire a trattenere le lacrime, le ultime parole di Salvador Allende prima del supremo sacrificio, a memoria delle vicende storiche che hanno cambiato la mia vita, senza le quali non sarei quello che sono).
Ed effettivamente credo di farlo per coltivarmi un po' narcisisticamente una mia identità (anticonformistica), anche se del tutto laicamente.

Ultima modifica di sgiombo : 05-01-2016 alle ore 17.27.49.
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Vecchio 05-01-2016, 17.23.52   #3
maral
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Riferimento: Il rito

Stavo rileggendo proprio in questo periodo il libro di Giraud "La violenza e il sacro" in cui si sostiene che all'origine della religione non c'è il mito, ma il rito, e in particolare il rito della fondazione della comunità sociale che corrisponde al rito sacrificale che esorcizza la violenza tra i membri della comunità spostandola, tutti insieme, sulla vittima sacrificale. Il mito viene dopo, come racconto che mantiene il significato di tale atto originario, infine, quando il senso mitico scompare, il rito perde di senso e si conserva solo come una serie di atti superstiziosi, una sorta di mera consuetudine sociale di cui non si capisce più il senso fondativo della stessa comunità.
La tesi di Giraud è forse abbastanza arbitraria, anche se lui la supporta con molti dati antropologici riferiti sia al presente che al passato in tutte le aree del mondo, ma c'è un aspetto che senza dubbio è fondamentale che Giraud mette in evidenza: la perfetta razionalità tecnico funzionale del rito per lo stabilizzarsi della comunità tribale permettendo una convivenza contro il dilagare della violenza intestina a cui la comunità si trova sempre esposta. Questa funzionalità oggi può risultare incomprensibile ai nostri occhi che vedono sostituita alla valenza del rituale quella della superiorità della legge giuridica, anche se lo scopo alla fine resta il medesimo.
Si può dire che al posto dei miti degli dei e degli eroi, noi abbiamo creato il mito della legge, che ha pur sempre i suoi doverosi riti.
In fondo la religione è pur sempre un mantenersi stretti insieme per mano sul ciglio dell'abisso del sacro.
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Vecchio 05-01-2016, 17.28.53   #4
Sariputra
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Riferimento: Il rito

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Concordo sull' aspetto sociologico.

Per me personalmente, che credo di essere assolutamente "ateo e miscredente", non religioso (per lo meno in senso letterale) e per niente affatto superstizioso, taluni riti hanno una funzione per così dire "estetica" o per così dire "di stile": semplicemente mi piace assumere e mantenere un certo Look (come si dice malamente oggi: per esempio dall' età dello sviluppo tengo la barba non rasata, porto come copricapo il basco, il berretto di molti volontari internazionali a difesa della Repubblica nella guerra civile spagnola, e cerco di evitale l' uso di giacca e cravatta, trovando in particolare quest' ultima ridicolissima!) nonché rispettare certe abitudini, soprattutto a scadenza annuale (per esempio camminare lungo un non breve, abituale percorso della mia città natale e campagna limitrofa durante le feste di fine anno ripensando alla mia vita).
Ed effettivamente credo di farlo per coltivarmi un po' narcisisticamente una mia identità (anticonformistica), anche se del tutto laicamente.


Mi sembra di vederti...una specie di Che Guevara moderno, burbero e austero, che cammini lentamente, assorto e pensieroso, lungo una "caresà" di campagna, a tirar le somme della tua vita...
L'importante è che non incroci Duc in Altum, proveniente in senso opposto, nella sua divisa di inquisitore inflessibile e che ti pone, dopo averti squadrato ben bene, la domanda fatidica : - Credi o non credi ? No...aspetta...non rispondermi, chè son sicuro che credi anche se mi dici di no...
Perdonatemi tutti e due...è solo un siparietto da festività mal digerite,
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Vecchio 05-01-2016, 18.46.28   #5
CVC
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Riferimento: Il rito

Sgiombo
In effetti questa ritualità nella laicità e miscredenza la trovo sorprendente. Magari ridiamo della danza propiziatoria del selvaggio ma poi troviamo del tutto normale che il tale tennista faccia rimbalzare tre volte la pallina per terra ogni volta prima di tirare. È come se nella ripetitività trovassimo un aggancio a noi stessi nella corrente del divenire.
Quei nostri gesti abituali e ripetitivi potrebbero essere un modo per replicare noi stessi, ma forse tutta la nostra vita è un tornare a noi stessi. Usciamo di casa la mattina confidando di tornarci la sera, preferiamo ciò che ci è familiare, l'intelligenza stessa è probabilmente un risultato delle nostre abitudini. Magari tutta la vita è un gigantesco rituale. La spiegazione potrebbe essere che non si impara mai del tutto, ad ogni ripetizione della stessa lezione si assimila qualcosa di nuovo, una diversa prospettiva della stessa cosa che, proprio per questo, è identica e diversa al tempo stesso. Così l'esperienza vecchia ci aiuta in quella nuova che così è nuova e vecchia insieme.

Maral
Forse il rito è razionale perché fonda un comportamento che ritorna sempre a se stesso ed è, in ciò, un paradigma della coscienza. La coscienza è il regno della razionalità, l'io che riconosce che un qualcosa è parte del suo mondo e lo assimila perché lo trova coerente.
Credo si possa dire che il mito non potrebbe esistere senza il meccanismo che lo tiene in vita, ossia la ripetizione dell'uguale che da sostanza al mito stesso, ne impedisce l'oblio.
Un po' come l'intelligenza non può precedere il formarsi delle abitudini, perché l'intelligenza funziona con la coerenza che è già data da un'assimilazione del reale primitiva che viene poi affinata dall'intelligenza stessa. A meno di avere una visione spiritualistica, un'intelligenza innata che si perfeziona via via. Il rito potrebbe essere la sublimazione del ruolo vitale che hanno per noi le abitudini. Oppure qualcosa di trascendente.
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Vecchio 05-01-2016, 23.15.44   #6
paul11
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Qualcuno disse, forse Le Bon, che il fattore fondamentale delle religioni è il rito, e che tanto più stupidi e ossessivi sono tali riti e maggiore è la forza che esercitano le rispettive religioni. La ritualità si riscontra anche al di fuori della religione, ad esempio nello sport dove i campioni non rinuncerebbero per nulla al mondo ai loro rituali. Spulciando Wikipedia pare che alcuni autori sull'argomento associno il fenomeno alla problematica dell'identità. Le paure ataviche dell'uomo come la morte, l'ignoto, il dolore trovano consolazione nella ripetitività del rito e soprattutto chiudono l'identità dell'uomo in una specie di bunker che la preserva dai bombardamenti del divenire ineluttabile. C'è poi anche l'aspetto sociologico della ritualità, dove se la danza della pioggia non riesce a far piovere, serve perlomeno a riunire e a rendere coesa la comunità di fronte al problema comune. Ma io sarei più interessato al fatto psicologico e filosofico del fenomeno. Cosa accade nella psiche dell'uomo che esercita il rito? Qual'è il rapporto fra rito e realtà?

Prima nasce il mito e poi rito, perchè il totem è un tabù e il rito ripete il rapporto fra uomo e tabù.Evocatorio,propiziatorio, iniziazione,ecc.ha forme ripetitive e temporalizzate.
E' un dio,un destino,la fortuna, una compulsione .
Sicuramente è identitario e tanto più potente quanto una comunità ci crede vivendolo,una preghiera collettiva è tanto potente come amplificazione emotiva.
Poco alla volta si desacralizza,fino a diventare rappresentazione, anche il teatro . E'interessante quanto debba essere sensitivo, incensi, musica ritmata, perchè lo stregone o l'antichissimo rito sciamanico deve chiamare con il tamburello lo spirito.più i sensi sono alterati e storditi e più la psichè si avvicina al dio.


L'esempio di Sgiombo ha comunque una sua spiritualità, se si intende come emozione, intimità e identità Suo totem forse non sarà Dio, ma è un idea intima di mondo,molto umana e rispettabilissima.

Rispetto alle tue ultime due domande.
La coscienza vigile razionale deve essere obliata,lasciando scoperta la psichè,Niente filtri per superare le paure.La comunicazione è anima -Dio,ecco perchè le percezioni devono essere alterate.
La realtà si presenta come ordine naturale temporalizzato, calendarizzato dalla terra e dal cielo in sincronia.L'abitudine è quindi
tranquillità esistenziale dove ad un segno che si mostra si risponde con un altro segno. I riti stagionali sono il confine di un segno precedente superato da un nuovo evento ,ma tutto torna.
La realtà, la vita, sono mistero psichicamente.Ripetere il rito è spostare continuamente i timori.Rassicurare se stessi fino al prossimo segno con un altro rito,vivere soggiorni di tempo tentando una via di tranquillità.
Il rito evoca una realtà che diventa simbolo di timore e viene esorcizzata con dei segni formali(gesti,parole,ecc.) che contraddistinguono un determinato rito.Importantissimi sono gli attori scenici: un capro espiatorio sacrificale,(ad es.sull'ostia della messa cattolica c'è tutta la teoria della transustanziazione) la purezza rappresentata dal sacerdote o altro,ecc.Gli spettatori non dovrebbero essere astanti,ma partecipanti,cioè sentirlo almeno psichicamente.

paul11 is offline  
Vecchio 06-01-2016, 06.00.14   #7
acquario69
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Ma io sarei più interessato al fatto psicologico e filosofico del fenomeno. Cosa accade nella psiche dell'uomo che esercita il rito? Qual'è il rapporto fra rito e realtà?

qualche anno fa mi e' capitato di essere ospite insieme ad altre persone di famiglia di un signore di eta avanzata e che prima di cominciare il pranzo ha chiesto di rivolgere una preghiera.
rimasi un po sorpreso,perché pensavo che l'uso di questo rito fosse ormai scomparso,ad ogni modo ebbi successivamente la sensazione di un valore aggiuntivo su tutto cio che comprendeva lo stare insieme di quel momento e di tutte le cose che mi stavano attorno,cibo compreso ed era come se si era sancito una sorta di patto invisibile fra tutti i componenti della tavolata,come se in quel rito stesso fosse stato la chiave di accesso ad una dimensione che altrimenti sarebbe rimasta chiusa ed inaccessibile.
allora credo che il rito riconnette l'uomo verso l'ordine naturale,lo porta ad avere rispetto ed armonia con la natura stessa,diventa così pienamente consapevole e responsabile dei suoi atti,proprio perché non ne risulta scollegato.

il paragone che abbiamo oggi va in tutt'altra direzione e mettendo a confronto la mia piccola esperienza mi viene da pensare a come al contrario tutto viene svuotato di senso per poi esser tutto consumato velocemente (e come nel caso del cibo),si finisce per ingurgitare di fretta un tramezzino al bar,magari in piedi e pure da soli..o ancora peggio un hamburger di plastica da mc donald
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Vecchio 06-01-2016, 11.57.18   #8
Mariano
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Qualcuno disse, forse Le Bon, che il fattore fondamentale delle religioni è il rito, e che tanto più stupidi e ossessivi sono tali riti e maggiore è la forza che esercitano le rispettive religioni. La ritualità si riscontra anche al di fuori della religione, ad esempio nello sport dove i campioni non rinuncerebbero per nulla al mondo ai loro rituali. Spulciando Wikipedia pare che alcuni autori sull'argomento associno il fenomeno alla problematica dell'identità. Le paure ataviche dell'uomo come la morte, l'ignoto, il dolore trovano consolazione nella ripetitività del rito e soprattutto chiudono l'identità dell'uomo in una specie di bunker che la preserva dai bombardamenti del divenire ineluttabile. C'è poi anche l'aspetto sociologico della ritualità, dove se la danza della pioggia non riesce a far piovere, serve perlomeno a riunire e a rendere coesa la comunità di fronte al problema comune. Ma io sarei più interessato al fatto psicologico e filosofico del fenomeno. Cosa accade nella psiche dell'uomo che esercita il rito? Qual'è il rapporto fra rito e realtà?

Domande molto interessanti che mi stimolano a tentare una risposta basata sulle mie esperienze personali :
- da militare ho assistito ad un alzabandiera: grande sensazione di commozione interiore;
- stessa cosa nel partecipare intensamente ad un rito religioso.
Stesa cosa, immagino, per chiunque partecipi ad un rito (anche settario).
Non ho studiato ne' filosofia ne' psicologia, ma ritengo che il rito, quando vissuto, procuri a chi vi partecipa un senso di appartenenza ad un qualcosa di più grande del nostro misero essere ; infatti sono dell'opinione che tutti noi ( indipendentemente da credenze religiose) sentiamo la nostra limitatezza ed aneliamo ad un qualcosa di superiore.
Per quanto riguarda il rapporto fra rito e realtà, penso che sia lo stesso che tra realtà e sogno, poesia..
Mariano is offline  
Vecchio 08-01-2016, 09.36.58   #9
CVC
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Ringrazio tutti per i vostri contributi e intanto mi sorge la curiosità per un altro aspetto della questione, se riesco ad esplicarlo. L'uomo con la scienza e la matematica applicata cerca di dominare la natura scorgendo i fenomeni ricorrenti. Una volta assodato che un certo evento sotto le medesime circostanze si comporta sempre allo stesso modo, si fonda una legge scientifica. Nel caso del rito è il contrario: invece che osservare i fenomeni ricorrenti per dominarli, si assume un comportamento ricorrente per dominare gli eventi. La scienza è un tentativo di controllo degli eventi rivolto all'esterno, il rito è un tentativo di controllo che si rivolge all'interno dell'uomo.
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Vecchio 08-01-2016, 11.53.08   #10
paul11
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Ringrazio tutti per i vostri contributi e intanto mi sorge la curiosità per un altro aspetto della questione, se riesco ad esplicarlo. L'uomo con la scienza e la matematica applicata cerca di dominare la natura scorgendo i fenomeni ricorrenti. Una volta assodato che un certo evento sotto le medesime circostanze si comporta sempre allo stesso modo, si fonda una legge scientifica. Nel caso del rito è il contrario: invece che osservare i fenomeni ricorrenti per dominarli, si assume un comportamento ricorrente per dominare gli eventi. La scienza è un tentativo di controllo degli eventi rivolto all'esterno, il rito è un tentativo di controllo che si rivolge all'interno dell'uomo.

Perspicace osservazione. Infatti....
L'uomo ha paura di ciò che non può controllare per cui o controlla se stesso o l'evento. La predittiività scientifica, cioè anticipare l'evento era tipico del profeta e dell'oracolo.La scienza lo inserisce in un metodo "neutro", tende a rompere la relazione soggetto e oggetto .

Ma il rito ha un'altra funzione che non è conoscitiva in sè e per sè, è un tentativo "empatico" di legare soggetto ed oggetto, uomo ed evento(o un dio,ecc.) fuori dall'osservazione conoscitiva . E' psiche più che ragionamento.

Sono concetti molto importanti perchè la nostra cultura ha "sterilizzato" la parte empatica umana ,ciò che anticamente legava il sacro e il naturale. Il rito serviva a costruire periodicamente quel legame affinchè il dio non fosse lontano dagli uomini e abitasse con loro, di conseguenza il potere divino regolava l'ordine naturale e l'uomo poteva vivere tranquillo
paul11 is offline  

 



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