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Vecchio 27-10-2004, 03.58.04   #1
neman1
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Uso della negazione nella lingua giapponese

di Cristiano Martorella

Non sempre una negazione porta a un valore di verità contrario. Sarebbe forse sorprendente se si ritrovasse questo aspetto nella lingua giapponese? In effetti le cose stanno proprio così. La negazione nella lingua giapponese non è così forte come nelle lingue occidentali. Questo appare evidente, per esempio, nell'uso delle espressioni "mi piace" e "non mi piace".
Nel giapponese esistono due verbi: suki (essere piacevole) e kirai (essere sgradevole). Ma la negazione di suki non corrisponde pienamente a kirai.
Dire "ringo ga suki dewanai" (Non mi piacciono le mele) non significa che le mele sono sgradite, ma semplicemente che non sono fra la frutta preferita (quella che piace). Quindi è molto probabile che l'interlocutore mangi tranquillamente le mele. Mentre dire "ringo ga kirai da" (le mele mi sono sgradite), significa rifiutare le mele e quindi non mangiarle.
Queste differenze iniziano a diventare grandi in una conversazione reale, quando si esprimono i propri pensieri. I giapponesi si sorprendono apprendendo che in italiano "non piacere" (suki dewanai) corrisponde a "sgradire" (kirai da).
Formalizziamo anche questo aspetto del pensiero giapponese utilizzando suki e kirai.

Espressione Giudizio
suki da ( + + + )
suki dewanai ( + / - )
kirai dewanai ( - / + )
kirai da ( - - - )

Con "suki da" si intende un preferenza per quella cosa, con "suki dewanai" che non c'è una preferenza, con "kirai dewanai" che non è sgradita, infine con "kirai da" che ci è sgradita. Queste quattro espressioni sono fra loro molto differenti secondo i giapponesi.
Come nella formalizzazione della logica di Pascal, otteniamo anche qui uno schema con quattro uscite. Il fatto che si ripeta questo "quadruplice sentiero" non è occasionale, ma ha una ragione interna. Non accettando la negazione come l'operatore che fornisce il valore inverso di quello dato, si finisce per sdoppiare i valori di verità di una proposizione che nella logica tradizionale potevano essere solo due.
Quello che può sorprendere è invece la corrispondenza fra logica pascaliana e lingua giapponese. Löwith diceva che la verità giapponese è pragmatica, quindi non dobbiamo stupirci se la forma logica che essa assume è quella quadruplice e non quella binaria della logica tradizionale e classica (che ha avuto il massimo sviluppo con la logica booleana).
Che la negazione non sia usata come nelle lingue occidentali ci è indicato anche da altri studiosi. Come segnalato dallo psicologo Paul Watzlawick (Watzlawick, Paul. 1976. La realtà della realtà. Astrolabio, Roma.), il pensiero occidentale ha una tendenza al ragionamento per negazioni (es.: se non è così, allora...), cosa che non avviene con frequenza nel pensiero giapponese.

Ciao
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Vecchio 28-10-2004, 00.20.58   #2
cernia
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strano fenomeno...
ne ero completamente all'oscuro.
Se dovessi fare un test in giapponese mi si incrocerebbero gli occhi dovendo scegliere tra le opzioni A, B, C e D. Meglio i nostri dove si deve scegliere tra si e no, e a volte si trova al massimo "non so" e "forse"!!
Scusa, sto straparlando, purtroppo non ho le basi filosofiche necessarie per proporre una risposta sensata.



c.
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Vecchio 28-10-2004, 05.08.56   #3
neman1
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Smile

Vedi Cernia, da queste parti del mondo svolgere le sensazioni ad un "semplice" dualismo (si e no, per es.) viene ritenuto un inganno verso i sensi.

Nijuu, il pluralismo del doppio
di Cristiano Martorella

In giapponese nijuu significa doppio. Dualismo si dice infatti nijuusei. Ma nel pensiero filosofico e letterario giapponese il doppio non ha propriamente lo stesso senso acquisito in Occidente. In Estremo Oriente l'idea dell'unità e armonia dei contrari fu talmente pervasiva da essere messa in discussione soltanto quando si ebbero i primi contatti con la filosofia europea.
Nell'induismo il brahman riassume il principio unitario, l'assoluto. Poiché il pluralismo, e così il dualismo, può ottenersi soltanto nella determinazione, ossia nelle categorie di tempo e spazio, l'assoluto che è l'originario autentico e incorruttibile, non conosce il samsara (ciclo di nascita e morte) e con esso l'esistenza fenomenica. Dunque l'induismo riduce il dualismo a una semplice apparenza o inganno dei sensi.
Il taoismo riprende l'idea dei contrari e la pone alla base della dottrina. Non esisterebbe armonia senza la complementarietà di due princìpi: lo yang (maschile, luminoso, attivo e caldo) e lo yin (femminile, oscuro, passivo e freddo). Ma questa riduzione ha sempre rischiato di tramutarsi in una regolamentazione dettata dall'autorità, rischio che è stato amplificato dal confucianesimo e dai suoi interpreti (funzionari governativi, amministratori, etc.). Non è casuale che le valutazioni più severe e negative del concetto taoista di armonia provenissero dai marxisti cinesi che avevano assorbito le lezioni del materialismo storico all'inizio del Novecento (soprattutto la critica all'ideologia come sistema teorico delle classi dominanti).
Il buddhismo, ancorato più profondamente alla tradizione induista, elimina ogni forma di dualismo definendolo come un inganno, un'apparenza. Perfino la forma e il contenuto sarebbero la medesima realtà. Così il nulla e l'esistenza fenomenica sarebbero soltanto due aspetti della stessa realtà. L'espressione giapponese definisce in questo modo il concetto: kuu soku ze shiki (il vuoto è la forma).
Lo shintoismo, culto autoctono nipponico, ha elaborato in modo indipendente il concetto di doppio nel mito di Izanagi e Izanami, la coppia di dei che crearono l'arcipelago giapponese. Gli dei del cielo (amatsukami) inviarono Izanagi e Izanami, fratello e sorella, per popolare la terra ancora nel caos. Essi crearono le isole del Giappone immergendo una lancia e mescolando l'acqua del mare. Quando l'acqua si addensò, sollevando la lancia la fecero gocciolare (simbolismo dell'eiaculazione) formando un'isola. Poi Izanagi (maschio che seduce) e Izanami (femmina che seduce) si accoppiarono generando altre isole, dei e creature che abitarono l'arcipelago nipponico. Questa coppia divina è rappresentata nel culto shintoista da due rocce affioranti dal mare nella baia di Futami presso il tempio di Ise (Daijinguu). Le sacre rocce sono l'espressione simbolica più potente del concetto di armonia e unione dei contrari. Attraverso il legame, costituito da una corda, si accentua nel contempo la dualità e l'unità.
Nel pensiero giapponese le matrici buddhiste e shintoiste sono quelle che maggiormente si avvertono. Ma a ciò si aggiunge una profonda conoscenza della letteratura europea che diviene parte costitutiva e dialogante del mondo nipponico. Letteratura e cinematografia nipponica non soltanto acquisirono le tecniche occidentali, ma con esse anche le tematiche, i diversi registri, la tipologia narrativa che si fusero in qualcosa di inseparabile alla tradizione già esistente.
Il regista Kurosawa Akira trattò il tema del doppio nel film Kagemusha (1980). In Kagemusha (Kagemusha, l'ombra del guerriero, produzione Touhou e Kurosawa Films) si narra la vicenda del grande condottiero e daimyou Takeda Shingen e del suo sosia (interpretati da Nakadai Tatsuya). Shingen, morto a causa di una ferita, lascia come ordine che il suo decesso venga nascosto al nemico e anche alle persone che non fossero comandanti militari del clan Takeda. Il posto di Shingen viene preso da un sosia perfetto che ha però modeste origini. Il sosia era un ladruncolo condannato per furto. L'uomo si sostituisce al condottiero, ma il peso e la responsabilità del suo comportamento si ripercuotono in modo inaspettato. Il sosia comincia a sentirsi perseguitato da Shingen, tanto da identificarsi in lui e non riconoscere più la sua personalità da quella del nobile Shingen. Egli riesce a ingannare tutti, le concubine, il nipote ancora bambino e soprattutto i nemici. Arriva addirittura a condurre le truppe vittoriosamente contro le forze avversarie. Sembrerebbe aver raggiunto lo scopo di una duplicazione perfetta, ricoprendo al meglio il ruolo assegnatoli. Però un giorno decide di cavalcare un fiero destriero che soltanto Shingen era capace di domare. Il cavallo riconosce per istinto l'estraneo e lo disarciona. Caduto a terra, le concubine si accorgono dell'assenza delle ferite che il vero Shingen aveva, e viene scoperto l'inganno del sosia. Così il gemello ideale di Shingen viene scacciato. Il clan Takeda si avvia al declino. La battaglia di Nagashino nel 1575 ne segna la fine, e la conseguente ascesa di Nobunaga.
Il tema del doppio è qui trattato da Kurosawa nell'ottica del relativismo. Il sosia si immedesima tanto nel suo ruolo da soffrirne quando viene allontanato. Egli sente perfino la stessa responsabilità di Shingen nei confronti del clan. Il tema del relativismo è presente con maggiore insistenza in un altro capolavoro di Kurosawa, il film Rashoumon tratto dall'omonimo libro di Akutagawa Ryuunosuke. In questo caso il doppio è costituito da una coppia di sposi. L'episodio specifico è tratto dal racconto Yabu no naka (Nel bosco). La relazione duale marito-moglie si scompone nel triangolo marito-moglie-amante, poi in un quartetto, quintetto, sestetto costituito dalle testimonianze dell'omicidio del marito. Il tutto si ricompone nella rivelazione di una medium che proferisce nello stato di trans la confessione del marito suicida. La confessione del marito riporta la pluralità all'unità. Il senso del racconto è nelle testimonianze che mostrano il relativismo dei differenti punti di vista dei personaggi. La tensione della coppia non è risolvibile nella complementarietà così come credeva il taoismo, ma esplode in una pluralità di contraddizioni risolvibili soltanto nell'unità del cosmo. Qui il relativismo di Akutagawa rivela la matrice shinto-buddhista. La natura dell'universo è costituita da un'infinità di contraddizioni tenute insieme dalla contraddizione assoluta: l'uno è il molteplice, il molteplice è l'uno. Si richiede dunque d'abbandonare la logica classica e aprire lo sguardo alla realtà e al pensiero creativo (ciò che i saggi chiamano satori, oppure illuminazione).
L'influenza della letteratura straniera, compresa quella per l'infanzia, ha introdotto il tema del doppelgänger (in giapponese ikiryou). Anche il tema dei gemelli ha avuto una rielaborazione attraverso la lettura dei classici occidentali. Amanuma Haruki ha riscritto il capolavoro di Lewis Carroll ispirandosi liberamente all'immaginario paese delle meraviglie (Amanuma, Haruki. 2000. Alicetopia. Fushigi no kuni no bouken. Parorusha, Tokyo). Il libro è magnificamente illustrato dalle tavole surrealiste di Ootake Shigeo. I fratelli Tweedledum e Tweedledee diventano così due sorelle gemelle. Ma l'essere identici è causa di discordia. Come afferma la ragazza: "Se è uguale, allora è meglio vivere con uno specchio". I doppi uguali, come per la legge del magnetismo, si respingono. Il conflitto è inevitabile.
E qui ritornano i princìpi filosofici introdotti all'inizio. Essendo la realtà impermanente (shogyou mujou), il principio d'identità ha valore soltanto nel paese delle meraviglie, luogo dove le contraddizioni logiche sono l'ordinaria esistenza. Ma nel mondo effimero (ukiyo) dell'esistenza umana non vi è posto per il doppio e il dualismo, incessantemente scavalcato dal pluralismo del reale.


Servuss, cioè Mata ne

Ultima modifica di neman1 : 28-10-2004 alle ore 05.17.32.
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Vecchio 28-10-2004, 12.07.12   #4
epicurus
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in logica matematica si possono trattare altrettanto bene la logica a 3 valori e la fuzzy logic.

La logica a 3 valori ha vero, falso, e indeterminato; mentre la fuzzy logic riconosce le sfumature del grado di verita` della frase.

Una proposizione puo` avere (nella fuzzy logic) un grado di verita` dallo 0 (falso) all'1 (vero), comprendendo tutti i numeri reali compresi nell'intervallo [0;1].

Accetto queste impostazioni, ma non posso certo appoggiare il soggettivismo giapponese.


epicurus
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Vecchio 29-10-2004, 05.38.34   #5
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Ciao epicurus

Hehehe...tu tutto terra-terra che sei, dai!!! Non essere cosi anti-gravitazionale a dire non appoggio, non dò, lascio appoggio a .....scherzo. Io invece dopo aver vissuto quella realtà, non scarterei l'idea del soggettivismo, siccome ho visto una società avanzatissima e funzionante, anche nei rapporti umani. Per non parlare poi della straordinarietà della (logica???) comprensione e sensibilità emotiva. Sai che, quando approdarono i primi navigatori portoghesi alle coste del Sol levante, portando con se anche le ultime scoperte scientifiche occidentali, i giapponesi si stupirono sentirsi dire che il cervello fosse la mente, l'organo pensante. Per loro la mente era l'addome, intelligenza qualcosa di viscerale. Ti voglio dire anche che sono contento che hai ricordato una possibilità per accomunare matematica e filosofia.
Lotfi Zadeh, era di origine Azerbaigiana. La sua cultura è sicuramente stata influenzata dal pensiero musulmano, molto affine a quello indiano, anche, conseguendo la laurea all'università di Teheran. Quando successivamente si trasferì negli US, la coincidenza volle che in quei anni lo Zen stava avendo un successo popolare enorme. La Beat generation. Ricordi? Magari Zadeh, non ne fu influenzato direttamente ma magari attraverso i suoi studenti all'università di Massachussetts e Colombia dove insegnava. Nel 1965 espose per la prima volta in maniera articolata la teoria della Logica Fuzzy. E guarda caso, i giapponesi sono stati poi molto rapidi ad incorporare la logica incoerente (fuzzy) nel disegno di produzione degli elettrodomestici ed attrezzature elettroniche, tanto che l'azienda Mitsushita ( vende sotto gli pseudonimi Panasonic e Quasar) aveva dichiarato per il solo 1991-1992 per esempio, vendite di apparecchiature per un valore oltre ad 1 miliardo di dollari usando la logica Fuzzy. Il concetto è cosi popolare che la parola inglese è entrata a far parte della lingua giapponese. Ciao

Ultima modifica di neman1 : 29-10-2004 alle ore 05.42.50.
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Vecchio 29-10-2004, 05.56.33   #6
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Comunque se ti interessa anche questa...

Shisou, il pensiero giapponese di Cristiano Martorella
La filosofia oltre lo scontro di civiltà

Affermare che la filosofia giapponese abbia un carattere universale e internazionale può sembrare provocatorio. Ma cosa può svegliare dal torpore dell'intelletto che sembra essersi rassegnato alla banalità del male? La resa incondizionata all'idea dello scontro di civiltà (clash of civilizations) è condivisa da molti, però non da tutti(1). Così la provocazione può dimostrarsi un'autentica rivelazione.
In giapponese si indica con shisou il pensiero, in particolare il pensiero filosofico o concettuale. Il termine è composto da due kanji: il primo (shi) è lo stesso del verbo omou (pensare), il secondo (sou) è anch'esso letto omou ed è sinonimo di pensiero, idea. Dunque shisou è il pensiero speculativo o filosofico, mentre il pensiero comune o un pensiero qualunque è indicato dalla parola kangae. Questa distinzione introdotta nella lingua giapponese è stata necessaria a causa della differente concezione del pensiero nell'antica cultura giapponese. Questo diverso contesto linguistico e concettuale implica un'opposizione assente in altre lingue come l'inglese o l'italiano. Il verbo omou, infatti, indica il pensare (to think), ma anche il sentire (to feel), il credere (to believe), lo sperare (to hope) e il volere (to want). L'aspetto puramente concettuale del pensiero doveva essere indicato con un altro termine coniato appositamente, appunto shisou.
Ciò ci mette in guardia e ci anticipa la considerazione dei saggi giapponesi nei confronti del pensiero, una stima molto influenzata dal buddhismo e fortemente critica.
Il Buddha Shakyamuni insiste sull'importanza di mantenere il controllo sul pensiero che essendo illusorio per sua natura è potenzialmente nocivo. Questo insegnamento è esposto anche nel Dhammapada (in sanscrito Dharma-pada, Versetti della Legge).

Si domini il pensiero, inafferrabile, leggero, che si getta su ciò che gli piace. Il pensiero domato è portatore di felicità. Custodisca l'uomo accorto il pensiero, difficile da percepire, guizzante, che si getta su ciò che gli piace. Il pensiero ben guardato porta felicità. Coloro che controllano il pensiero, che viaggia lontano, che cammina solo, incorporeo, che alloggia nel cuore, costoro si liberano dei vincoli del male. (Dhammapada, III, 35-37)

Ma il buddhismo non si limita ad affermare la fallacia del pensiero che necessita quindi di continuo controllo (altrimenti si getterebbe "su ciò che gli piace"). Il buddhismo Mahayana stabilisce che la realtà stessa è pensiero. Tutto ciò che ha forma è illusorio. E quando si vede che ogni forma è vuota, si riconosce il Buddha (Vajracchedika, 5). Le pretese del pensiero speculativo vengono addirittura ridicolizzate. Buddha paragona il filosofo a un ferito che, anziché farsi medicare, vuole sapere chi l'ha colpito, di quale materiale è composta la freccia, e così via. Quest'uomo si perde in questioni irrilevanti, trascurando l'essenziale (Majjhima nikaya, 63).
Il succo dell'insegnamento buddhista è il dharma (legge) che può essere riassunto come il riconoscimento della natura del reale:
impermanenza del pensiero;
impermanenza dei fenomeni della realtà;
interconnessione e relazione dei fenomeni.
Nel suo atteggiamento radicalmente antispeculativo, il buddhismo proclama il carattere "vuoto" del dharma. La dottrina del Buddha non è una teoria, ma un esercizio per liberare l'uomo. Come tale essa è vuota (sunya). Buddha Shakyamuni affrontò la questione con una parabola. Egli paragonò la dottrina buddhista a una zattera, utile per arrivare da qualche parte, ma va poi accantonata una volta raggiunto lo scopo o la terraferma (Majjhima nikaya, 22). Il valore dei princìpi buddhisti è puramente strumentale. Attinta l'illuminazione, essi si rivelano superflui, per non dire paralizzanti. La zattera di Buddha è come la scala del filosofo Ludwig Wittgenstein.

Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse - su esse – oltre esse. Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v'è salito. Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo. (Tractatus Logico-Philosophicus, 6.54)

Se Buddha Shakyamuni aveva contestato la realtà assoluta del pensiero, fino a capovolgere la questione e sostenere che la realtà stessa sarebbe soltanto pensiero, il buddhismo zen giapponese ha amplificato questa riflessione rigettando ogni dottrina speculativa e preferendo i metodi pratici. Lo zen insiste sul riconoscimento dell'impermanenza delle cose mondane (shogyou mujou) e sull'unica realtà che costituisce l'universo ossia il nulla (mu). Questa posizione vanifica ogni tentativo di afferrare con il pensiero qualcosa che si rivela inafferrabile semplicemente perché vuoto. Ma costituisce anche l'abbattimento della barriera che ci separa dal mondo e dagli altri esseri viventi.

Nella mia tradizione, ogni volta in cui giungo le mani per inchinarmi profondamente davanti a Buddha recito questa breve strofa: Colui che si inchina e porta rispetto, e colui che riceve l'inchino e il rispetto, sono entrambi vuoti. Per questa ragione la comunione è perfetta. (2)

La filosofia giapponese rompe con la tradizione speculativa che considera il pensiero come un oggetto reale e si ricongiunge con le posizioni più avanzate della filosofia occidentale. Non bisogna supporre che l'atteggiamento della filosofia giapponese nei confronti del pensiero sia isolato, poiché esistono delle fortunate eccezioni. Questo è il caso di Ludwig Wittgenstein che giunse a sostenere perfino che il significato di una parola è il suo uso (ammettendo dunque il carattere vuoto del pensiero).

I filosofi, che credono che pensando si possa, per così dire, estendere l'esperienza, dovrebbero riflettere che per telefono si può trasmettere un discorso, ma non il morbillo. [E Nei miei pensieri, con le parole, non posso certo carpire una previsione di qualcosa che non conosco (Nihil est in intellectu). Come se potessi arrivare al pensiero, per dir così, dal di dietro, e furtivamente gettare uno sguardo su ciò, che dal davanti mi è impossibile scorgere. Perciò c'è qualcosa di vero nel dire che l'inimmaginibilità è un criterio dell'insensatezza. (3)

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neman1 is offline  
Vecchio 29-10-2004, 05.58.45   #7
neman1
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Wittgenstein abbandona la concezione del pensiero come di qualcosa superiore alle percezioni e dunque perfetto. Al contrario, il pensiero non ha una natura propria piuttosto è l'apparenza di un comportamento umano (questa dottrina è chiamata "comportamentismo logico" ed è attribuita anche al filosofo Gilbert Ryle)(4). Una formula va intesa come una prassi determinata dall'uso.

Si può dire: "Il modo in cui la formula viene intesa determina quali passaggi si debbano compiere". Qual è il criterio per stabilire in che modo viene intesa la formula? Forse il modo e la maniera in cui la usiamo costantemente, il modo in cui ci è stato insegnato ad usarla. (5)

Ciò si estende all'intero linguaggio (e dunque al pensiero). Il significato di una parola è il suo uso.

Ma allora il significato di una parola che comprendo non può convenire al senso della proposizione che comprendo? O il significato di una parola convenire al significato di un'altra? Certo, se il significato è l'uso che facciamo della parola, non ha alcun senso parlare di un tale convenire. (6)

Qual è però il rapporto fra questa filosofia nippo-europea e lo scontro di civiltà evocato all'inizio? Paradossalmente è estremamente semplice. Nell'Ottuplice Sentiero (astanga-marga) esposto da Buddha, si succedevano la retta conoscenza, il retto pensiero, la retta parola, la retta azione e la retta condotta di vita. Se ci liberiamo dai ceppi del pensiero, il cambiamento immediato si ripercuoterà nella nostra vita. Per quanto riguarda lo scontro di civiltà, è sufficiente smettere di pensare l'esistenza e la legittimità della guerra santa. Finché crederemo alla logica della guerra non avremo alternative, poiché lo scontro esisterà fino al giorno in cui lo penseremo. La guerra non è una realtà immutabile, ma la proiezione mentale delle paure umane. Combattiamo perché pensiamo che sia inevitabile. Se gli uomini continueranno a concepire le relazioni sociali soltanto in termini di scontro, ebbene non vi sono altre possibilità. L'errore è nell'attaccamento a questo pensiero.
Così Shibayama Zenkei auspica il successo della filosofia giapponese per il benessere e la pace dell'umanità.

Oggi il mondo intero, in Oriente e in Occidente, sembra attraversare un periodo di convulsa trasformazione, un'epoca di travaglio in cui cerca di dar vita a una nuova cultura. Le tensioni che colpiscono tante parti del nostro pianeta non possono certo avere un'unica causa, ma una delle principali è certamente il fatto che, mentre sono stati compiuti notevoli progressi nell'uso della moderna conoscenza scientifica, noi esseri umani non ci siamo sviluppati abbastanza sul piano spirituale ed etico per vivere in queste nuove condizioni. E' quindi assolutamente necessario dar vita a una nuova civiltà, attraverso una più profonda comprensione dell'essere umano e un più alto livello di spiritualità. [...] Lo zen rappresenta una cultura spirituale unica in Oriente; possiede una lunga storia e antiche tradizioni e io credo che abbia fondamentali valori universali in grado di contribuire a creare una nuova civiltà spirituale. (7)

Non ci sono molte alternative. Se non si perverrà, come auspicato da Shibayama, alla costituzione di una filosofia che unisca Oriente e Occidente, non vi sarà più una filosofia. E non ci sarà filosofia perché non ci sarà umanità. La filosofia nippo-europea costituisce il primo tentativo di questa filosofia del futuro.

Note

1. Fu Huntington a coniare l'espressione "scontro di civiltà". Cfr. Huntington, Samuel. 1996. The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order. Simon & Schuster. New York (trad. it. 1997. Lo scontro di civiltà e la ricostruzione dell'ordine mondiale. Garzanti, Milano). La sua tesi fu criticata duramente da Fukuyama. Cfr. Fukuyama, Francis. 1999. The Great Disruption. Free Press, New York (trad. it. La Grande Distruzione, Baldini & Castoldi, Milano).
2. Thich Nhat Hanh. 1988. The Heart of Understanding: Commentaries on the Prajna-paramita Heart Sutra. Parallax Press, Berkeley.
3. Wittgenstein, Ludwig. 1986. Zettel. Lo spazio segregato della psicologia. Einaudi, Torino, pp. 58-59.
4. Cfr. Ryle, Gilbert. 1955. Lo spirito come comportamento. Einaudi, Torino.
5. Wittgenstein, Ludwig. 1995. Ricerche filosofiche. Einaudi, Torino, p. 103.
6. Ibidem, p. 74.
7. Shibayama, Zenkei. 1999. Un fiore non parla. Saggi zen. Arnoldo Mondadori, Milano, p. 9.


Ciao
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Vecchio 01-11-2004, 16.06.53   #8
epicurus
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Ciao neman, ti ringrazio ancora per le informazioni che porti che alzano di molto il livello del forum...

Per ora mi accontento di fare solamente un'osservazione: Wittgenstein non nega la natura del pensiero (forse lo sgonfia dalle concezioni metafisiche), non accetta il comportamentismo logico.

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