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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 01-12-2007, 10.56.03   #1
arsenio
Ospite abituale
 
Data registrazione: 01-04-2004
Messaggi: 1,006
solitudine metafisica e contingente

Siamo capaci di star soli? E' un'arte, una maturità virtuosa, un'educazione all'autonomia. Esiste una solitudine metafisica quale dolorosa necessità, come quella espressa da Quasimodo (“ognuno sta solo sul cuor della terra ...” ) e un'altra contingente e situazionale,da meglio indagare. La solitudine si presenta con varie facce. Vivere soli,non avere amici, sentirsi soli tra gli altri,ma anche viceversa, gioire di alcune pause in cui si sta soli con se stessi. Si possono avere pochi contatti ma non per questo sentirsi soli,specie se per indole si è introversi e introspettivi. O perchè si hanno interessi peculiari , che non richiedono compagnia. Ma anche si può soffrire per una discrepanza tra le nostre relazioni reali o a nostra portata di mano, e quelle ideali a cui aspiriamo. Credo che importante sia usare bene la solitudine, in tempi in cui, come diceva Pascal, “nessuno sa più restare chiuso nella propria stanza”. Mentre la solitudine di tipo ascetico, presente in ogni tempo e in svariate forme, potrebbe essere un voluto isolamento quale egoistica fuga , anche inconscia, dagli autentici problemi e disagi esistenziali.

E' una scelta obbligata per chi dovrebbe rinunciare all'individuale personalità, in quanto la sua visione e stile di vita non coincidono con quelli della maggioranza. Il dilemma è tra il salvaguardare la propria personale identità, e la necessità d'instaurare rapporti con gli altri, per la stessa esistenza e gratificazione del proprio io.

Si ha bisogno di amicizia,ma quelle troppo vincolanti potrebbero imporre comportamenti e adattamenti reciproci e forzati a ciò che non entusiasma, per non deludere le rispettive aspettative.
La solitudine talvolta sembra inevitabile, ma è riferibile a noi stessi, che non vogliamo o non riusciamo a far nulla per migliorare la nostra competenza nell' allacciare rapporti umani. Oppure la nostra personalità ha tratti che rendono difficile la socializzazione. Rimane certamente solo chi non sa donare qualche forma di affetto o solidale interesse.

Neppure il rapporto di coppia salva sempre dalla solitudine. E' meglio soli o discretamente accompagnati? Bene è un perfezionismo teorico e spesso inesistente; benino è la sorte di ogni rapporto che con il tempo si devitalizza,se non era fin dall'inizio sottotono e inappagante. Permane qualche flebile legame,abitudini,ricordi, tiepidi affetti, interessi economici. Ci si tollera per una quieta convivenza. Diverso è iniziare un rapporto per uscire dalla singletudine, o quali naufraghi di un'unione fallita. Meglio soli, per i troppo esigenti. Forse a ragione,dopo esperienze dolorose e delusioni,che fanno più notare e temere le non-qualità degli altri.

Quindi la solitudine può essere incapacità di stabilire rapporti positivi e coinvolgenti con l'altro, ma soprattutto con se stessi. Oppure è scelta di allontanarsi da un certo tipo di vita. Ma si deve anche saper distinguere
tra l'essere soli e il sentirsi soli,dovuto a conflittualità con chi ci sta intorno. Per cui,in tal caso, non si beneficia della solitudine , ma nemmeno si è soddisfatti dei nostri scambi sociali. I contatti pur numerosi, se sono di qualità povera, non alleviano la solitudine.

Un rimedio? La solitudine meditativa. Possibile per chi ha dedicato tempo ai valori introspettivi e raccogliendosi in se stesso trova vissuti che ampliano la vita interiore e recano conforto.
Questa vita di tipo contemplativo e individuale, accanto a quella sociale, è irrinunciabile. Entrambe necessarie per conoscerci al fine di conoscere gli altri, e di conseguenza poter meglio interagire con loro.
arsenio is offline  

 



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