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Psicologia - Processi mentali ed esperienze interiori.
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Vecchio 07-05-2008, 14.35.18   #1
arsenio
Ospite abituale
 
Data registrazione: 01-04-2004
Messaggi: 1,006
Solitudini

Solitudini

Che un interlocutore sia pure equilibrato, ma troppo diretto e problematico, che sia pure verosimile in ciò che afferma, rimarrà solo perché si preferisce un rapporto dialogico che rientri piuttosto in quella“normalità, come oggi viene intesa. L'individualista che non riesce a livellarsi viene rifiutato perchè mette a rischio il collettivo con diverse angolazioni e punti di vista. Ricordate il professore dell'”Attimo fuggente?” Film mediocre, a mio avviso e se pensato in retrospettiva, ma eccezionale per l'emblematico finale. Già Fromm ci avvertiva che non ci sono più identità ma solo la logica dell' aggregazione finalizzata agl' inserimenti nel gruppo,dove vigono certi comportamenti ammessi, altri di meno, e certi valori condivisi, spesso per tradizioni da senso comune, sono predeterminati. Oggi in una società postmoderna sempre più passiva nei modi del pensiero ideativo. Che teme chi non teme di vedere dietro le apparenze e le velleità di autorappresentazioni che non si può pretendere che tutti ignorino che si tratta solo di recite con attori non all'altezza della parte che si propongono di raffigurare.
Oggi sta affermandosi una cultura dell'Io per un' autorealizzazione difensiva e autocentrata di chi è incapace d'impegnarsi in qualsiasi modo nei riguardi degli altri. Ci si ripiega sulle proprie vicende, si affrontano quelle altrui con superficialità buonistica, benevolenza convenzionalmente consolatoria che crea vuoti ancora più sofferti; con riflessi di proprie vicende personali, senza adesioni e voglia di capire. In ambiti più vasti, che richiedono visioni con orizzonti più ampi, ci si sente impotenti o ansiosi. Si vuole solo farsi accettare, fiutando l'aria che tira. Con identità a volte psicolabili che corrispondono a quelle pubbliche e fallimentari, ma sotto variate spoglie. Si oscilla tra onnipotenza e depressione.
Non si riesce a dare profondità e prospettiva storica alla propria vita tra passato e futuro. Oggi in nessun posto esiste il sapere della correttezza interpersonale, né la cognizione non faziosa o da bastian contrario per partito preso per mimesi, ecc., nelle questioni sociali, nelle scienze contaminate da credenze personali, ottiche confuse credibili solo da chi non legge più nemmeno quell'unico quotidiano al giorno. Inoltre un' epidemico male oscuro impedisce la creatività ed una personale re-invenzione. L'altro, e siamo tutti ”altri”, non può aiutarci, perchè anche lui è una monade solitaria che cerca agganci che non tutti possono raccogliere.
La mia solitudine non è dovuta certo a un doloroso e sfiduciato distacco dagli altri. E' un dolore ogni vola che tocchiamo con mano l'inconsistenza dei rapporti convenzionali,ormai tacitamente guidati da norme implicite, con parvenze a volte perfino solidali. Ma il rapporto convenzionale, perché non deve uscire da certi binari, è l'esatto contrario di quello autentico. La vera comunicazione passa attraverso un sentire più profondo, un ascolto e non la disconferma aprioristica, la disattenzione che non ti fa più esistere.
Solitudine è quando l'espressione più personale ma non arbitraria, non vaneggiamento, diventa incomprensibile all'altro,qualsiasi cosa dica,qualsiasi disponibilità dimostri. Altra lezione di non aspettarsi nulla da nessuno, da nessuna inconsistenza,sia incarnata, si glaciale soffio che esce da uno schermo. Lo spiraglio di salvezza, la “maglia nella rete” da cui fuggire è la “divina indifferenza? Che è l'esatto contrario di una umana relazione emotiva.
arsenio is offline  
Vecchio 07-05-2008, 18.02.14   #2
Mariantonietta
Ospite
 
Data registrazione: 24-04-2008
Messaggi: 13
Thumbs up Riferimento: Solitudini

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
Solitudini

Che un interlocutore sia pure equilibrato, ma troppo diretto e problematico, che sia pure verosimile in ciò che afferma, rimarrà solo perché si preferisce un rapporto dialogico che rientri piuttosto in quella“normalità, come oggi viene intesa. L'individualista che non riesce a livellarsi viene rifiutato perchè mette a rischio il collettivo con diverse angolazioni e punti di vista.

Arsenio, a dirla tutta essere individualista non è proprio il mio ideale, ma nemmeno il livellamento e la banalizzazione per ricevere il consenso del gruppo a tutti i costi. "In medio stat virtus"? Che ne dici?

Ricordate il professore dell'”Attimo fuggente?” Film mediocre, a mio avviso e se pensato in retrospettiva, ma eccezionale per l'emblematico finale.

Questa mi incuriosisce. Perchè per te è mediocre? Concordo sul giudizio in retrospettiva, come scrivi tu.

Già Fromm ci avvertiva che non ci sono più identità ma solo la logica dell' aggregazione finalizzata agl' inserimenti nel gruppo,dove vigono certi comportamenti ammessi, altri di meno, e certi valori condivisi, spesso per tradizioni da senso comune, sono predeterminati.

Ho letto qualcosa di Fromm, ma ti riferisci a "Avere o essere"?

Oggi in una società postmoderna sempre più passiva nei modi del pensiero ideativo. Che teme chi non teme di vedere dietro le apparenze e le velleità di autorappresentazioni che non si può pretendere che tutti ignorino che si tratta solo di recite con attori non all'altezza della parte che si propongono di raffigurare.

Concordo!


Oggi sta affermandosi una cultura dell'Io per un' autorealizzazione difensiva e autocentrata di chi è incapace d'impegnarsi in qualsiasi modo nei riguardi degli altri. Ci si ripiega sulle proprie vicende, si affrontano quelle altrui con superficialità buonistica, benevolenza convenzionalmente consolatoria che crea vuoti ancora più sofferti; con riflessi di proprie vicende personali, senza adesioni e voglia di capire. In ambiti più vasti, che richiedono visioni con orizzonti più ampi, ci si sente impotenti o ansiosi. Si vuole solo farsi accettare, fiutando l'aria che tira. Con identità a volte psicolabili che corrispondono a quelle pubbliche e fallimentari, ma sotto variate spoglie. Si oscilla tra onnipotenza e depressione.
Non si riesce a dare profondità e prospettiva storica alla propria vita tra passato e futuro. Oggi in nessun posto esiste il sapere della correttezza interpersonale, né la cognizione non faziosa o da bastian contrario per partito preso per mimesi, ecc., nelle questioni sociali, nelle scienze contaminate da credenze personali, ottiche confuse credibili solo da chi non legge più nemmeno quell'unico quotidiano al giorno. Inoltre un' epidemico male oscuro impedisce la creatività ed una personale re-invenzione. L'altro, e siamo tutti ”altri”, non può aiutarci, perchè anche lui è una monade solitaria che cerca agganci che non tutti possono raccogliere.
La mia solitudine non è dovuta certo a un doloroso e sfiduciato distacco dagli altri. E' un dolore ogni vola che tocchiamo con mano l'inconsistenza dei rapporti convenzionali,ormai tacitamente guidati da norme implicite, con parvenze a volte perfino solidali. Ma il rapporto convenzionale, perché non deve uscire da certi binari, è l'esatto contrario di quello autentico. La vera comunicazione passa attraverso un sentire più profondo, un ascolto e non la disconferma aprioristica, la disattenzione che non ti fa più esistere.
Solitudine è quando l'espressione più personale ma non arbitraria, non vaneggiamento, diventa incomprensibile all'altro,qualsiasi cosa dica,qualsiasi disponibilità dimostri.

Non avevo mai colto,in questa prospettiva, l'esperienza della solitudine.

Altra lezione di non aspettarsi nulla da nessuno, da nessuna inconsistenza,sia incarnata, si glaciale soffio che esce da uno schermo. Lo spiraglio di salvezza, la “maglia nella rete” da cui fuggire è la “divina indifferenza? Che è l'esatto contrario di una umana relazione emotiva.

Ma è possibile non avere aspettative, Arsenio? Io ho avuto vari contatti e non sempre sono stati profondi, anzi quasi mai, ma voglio credere che non alberghi solo la superficialità, l'autoreferenzialità e quanto affermi di aver conosciuto. Chi non ha fatto queste esperienze? Io ne ho fatte, e forse la mia autostima si è giovata proprio di questi incontri, per quanto semplicistico possa sembrarti. Io che in quanto autostuma non sono il massimo. Ciao Arsenio!
Mariantonietta is offline  
Vecchio 08-05-2008, 15.51.02   #3
paolo pil
Ospite
 
Data registrazione: 13-03-2008
Messaggi: 14
savoir faire - il minimo sindacale

Io non sono né particolarmente ragionevole, né particolarmente ironico, né particolarmente bene educato. Però penso che la ragionevolezza e anche l’ironia siano degli ingredienti elementari, adatti a costruire delle relazioni proficue. Insieme alla buona educazione, certamente.
E’ piuttosto ovvio. Non è così?

Immaginate una cena tra amici, o tra colleghi o nuove conoscenze.
E’ buona regola evitare di esprimere giudizi smaccatmente boriosi e generalizzati sul genere umano tutto, magari sul suo supposto e mal sopportato degrado, coinvolgendo implicitamente i commensali presenti. Specie quando questi ultimi si conoscono poco, o non si conoscono per niente.

Per evitare di passare per matti o maleducati, è consigliabile conversare sino al termine del discorso, se è possible, senza andare nella stanza vicina a parlar male allusivamente degli altri ospiti, o a ribadire solinghi e quasi per ripicca gli stessi argomenti che qualche altro inviato ci ha appena messo in discussione poco fa’, di là, dove tutti conversavano come meglio potevano.

Per essere ascoltati, è apprezzabile capire quando è prudente stare in silenzio, quando è inutile o antipatico introdurre nuovi argomenti a raffica, quali che essi siano, perchè solo si sovrapporrebbero a quelli ancora in discussione.
E’ meglio evitare di ripetere e riproporre gli stessi temi, mettendoci in vetrina con inquietanti dejà vu.
Come è bene evitare di rivolgersi solo alle donne, o solo agli uomini presenti.
Un tale comportamento potrebbe risultare sospetto, ma anche inelegante. E antipatico, perchè forse inappropriato, a prescindere dai contenuti della conversazione.

E’ comunque raccomandabile evitare il tono dell’educatore illuminato (ad es. il mio ora), come i puerili vittimismi del tipo “qui non mi ascolta nessuno…”, “qui non mi capisce nessuno…”, o peggio “nessuno è più capace di comunicare…”, etc..
Altrimenti un giorno potremmo avere delle sgradite sorprese; tipo scoprire che gli altri ascoltano, leggono, scrivono, criticano con più attenzione ed intelligenza di noi, senza ansia alcuna di autocelebrazione.

Come in tutte le cose, in fin dei conti, è meglio non prendersi troppo sul serio.
Questione di buona educazione. Questione di buon gusto e di eleganza, anche. Se si vuole davvero risultare comunicativi. La mamma ce lo ha ripetuto tante volte.

Ecco, non potrebbe essere che le conversazioni di un forum virtuale somiglino, da questo punto di vista, alle conversazioni tra amici nella vita reale?
I comportamenti (reali) descritti sopra, i “modi” descritti sopra, potrebbero semplicemente sollecitare antipatie, se replicati in ambito virtuale. Poi sarebbe inutile dolersene, se prima ci si comporta in malo modo.

Io, ad esempio, magari potrei aver scritto questo intervento con tono allusivo (“obliquo”, ho sentito dire in qualche caso). Oppure semplicemente per mettermi in mostra, con un piglio pedagogico-illuminato del tutto gratuito. Se così fosse, sarei (virtualmente) inappropriato, risulterei antipatico, e prima o poi potrei pure gridare invanamente di essere restato solo.
E ciò per via del malomodo, un po’ irritante e maldestro, con cui ho affrontato gli altri forumisti presenti, i quali potrebbero avere una insospettata sensibilità per questo tipo di atteggiamenti (inappropriati). Sarebbe imprudente sottovalutarli.
E non certo per quello che ho detto o scritto, che magari lascia il tempo che trova, che magari non scuote nessuno perchè a ben vedere non reca alcuna novità o alcun pregio.
Paventare la Spectre o il Pensiero di Gruppo in questi casi non c’entra un fico secco, mi verrebbe da aggiungere.

Per carità, d’altra parte potrebbe essere una scelta consapevole – talvolta persino condivisibile o ricercata – quella di voler risultare antipatici e pieni di sé: in tal caso, occorrerà semplicemente accettare con sobrietà di non essere accolti, di non essere capiti (ne siamo sicuri?). Ed accettare di sentirsi virtualmente soli.
E’ l’altra faccia della medaglia.

A me, ad esempio, in certi contesti, quella condizione non dispiace affatto. Poi, però, faccio attenzione a non lamentarmi. Tutto lì.
Consapevoli o meno del nostro essere maldestri, il rischio è lo stesso: (virtualmente) si resta soli. Sai che problema. E che sarà mai?
paolo pil is offline  
Vecchio 09-05-2008, 01.30.52   #4
robbybass
Ospite abituale
 
Data registrazione: 16-03-2008
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Riferimento: Solitudini

Citazione:
Originalmente inviato da arsenio
Solitudini

Che un interlocutore sia pure equilibrato, ma troppo diretto e problematico, che sia pure verosimile in ciò che afferma, rimarrà solo perché si preferisce un rapporto dialogico che rientri piuttosto in quella“normalità, come oggi viene intesa. L'individualista che non riesce a livellarsi viene rifiutato perchè mette a rischio il collettivo con diverse angolazioni e punti di vista. Ricordate il professore dell'”Attimo fuggente?” Film mediocre, a mio avviso e se pensato in retrospettiva, ma eccezionale per l'emblematico finale. Già Fromm ci avvertiva che non ci sono più identità ma solo la logica dell' aggregazione finalizzata agl' inserimenti nel gruppo,dove vigono certi comportamenti ammessi, altri di meno, e certi valori condivisi, spesso per tradizioni da senso comune, sono predeterminati. Oggi in una società postmoderna sempre più passiva nei modi del pensiero ideativo. Che teme chi non teme di vedere dietro le apparenze e le velleità di autorappresentazioni che non si può pretendere che tutti ignorino che si tratta solo di recite con attori non all'altezza della parte che si propongono di raffigurare.
Oggi sta affermandosi una cultura dell'Io per un' autorealizzazione difensiva e autocentrata di chi è incapace d'impegnarsi in qualsiasi modo nei riguardi degli altri. Ci si ripiega sulle proprie vicende, si affrontano quelle altrui con superficialità buonistica, benevolenza convenzionalmente consolatoria che crea vuoti ancora più sofferti; con riflessi di proprie vicende personali, senza adesioni e voglia di capire. In ambiti più vasti, che richiedono visioni con orizzonti più ampi, ci si sente impotenti o ansiosi. Si vuole solo farsi accettare, fiutando l'aria che tira. Con identità a volte psicolabili che corrispondono a quelle pubbliche e fallimentari, ma sotto variate spoglie. Si oscilla tra onnipotenza e depressione.
Non si riesce a dare profondità e prospettiva storica alla propria vita tra passato e futuro. Oggi in nessun posto esiste il sapere della correttezza interpersonale, né la cognizione non faziosa o da bastian contrario per partito preso per mimesi, ecc., nelle questioni sociali, nelle scienze contaminate da credenze personali, ottiche confuse credibili solo da chi non legge più nemmeno quell'unico quotidiano al giorno. Inoltre un' epidemico male oscuro impedisce la creatività ed una personale re-invenzione. L'altro, e siamo tutti ”altri”, non può aiutarci, perchè anche lui è una monade solitaria che cerca agganci che non tutti possono raccogliere.
La mia solitudine non è dovuta certo a un doloroso e sfiduciato distacco dagli altri. E' un dolore ogni vola che tocchiamo con mano l'inconsistenza dei rapporti convenzionali,ormai tacitamente guidati da norme implicite, con parvenze a volte perfino solidali. Ma il rapporto convenzionale, perché non deve uscire da certi binari, è l'esatto contrario di quello autentico. La vera comunicazione passa attraverso un sentire più profondo, un ascolto e non la disconferma aprioristica, la disattenzione che non ti fa più esistere.
Solitudine è quando l'espressione più personale ma non arbitraria, non vaneggiamento, diventa incomprensibile all'altro,qualsiasi cosa dica,qualsiasi disponibilità dimostri. Altra lezione di non aspettarsi nulla da nessuno, da nessuna inconsistenza,sia incarnata, si glaciale soffio che esce da uno schermo. Lo spiraglio di salvezza, la “maglia nella rete” da cui fuggire è la “divina indifferenza? Che è l'esatto contrario di una umana relazione emotiva.

Ciao Arsenio, un mio insegnante mi disse tanti anni fa che possiamo
imparare qualcosa da chiunque; Me lo sono scritto su un pezzo di carta
e l'ho messo in tasca. Oggi approfitto dell'occasione che mi dai e lo
butto via. L'insegnante aveva torto. Io ci ho provato a trovare in tutti
qualcosa, ma non ci sono riuscito. Tante persone mi annoiano, le evito e
ho più tempo per farmi i fatti miei. Non ci vedo niente di male.
L'egoismo non è un difetto,è una condizione. E ogni condizione ha il suo
scopo. La solitudine è come quando ti scappa la pipì, un fastidio che
cresce piano piano, finchè ti trovi a ballare e smaniare senza sapere perchè.
Poi vai in bagno e pensi: non potevo farla prima?
No, non si può, c'è gente solissima che pensiamo soffra di solitudine, ma non è così, perchè non riesce a dispiacersene e perchè è ancora tutta intenta a criticare chi non la considera.
Io non mi sento più solo, neanche se nessuno mi bada, perchè ho scoperto che chi non mi interessa sta automaticamente lontano. Ma lo sono stato, e tanto, ho studiato in collegio all'estero, non sapevo neanche dove era e come si chiamava il bagno, a proposito di p..ì!
Altro che incomunicabilità, ma poi ho capito che non bastava il parlare,
bisognava condividere, e lì non c'entra la parola, ci voleva il cuore che io
tenevo in frigo per regalarlo alla principessa al momento giusto.
Una notte ero in montagna, da solo, c'era un freddo bestiale, stavo rannicchiato in un buco nella neve, in attesa di scendere con gli sci dall'unico
canalone che dalla vetta scendeva fino a valle.Nel silenzio assoluto ho capito che se fossi morto nessuno se ne sarebbe accorto e peggio ancora dispiaciuto .Una meteorite persa nello spazio, era meno sola di me
in quel momento. Ho una famiglia,gli amici, tanti conoscenti, ma in quel
momento tutto era scomparso. Un dolore profondissimo.Mi sono fatto
pena da solo. Finito di piangere ho messo gli sci e al buio ho cominciato la discesa, non avevo più bisogno di stare in frigo. Da quel giorno ho cominciato
a ringraziare tutti quelli che mi rivolgevano la parola come se mi stessero
regalando una casa, una cosa dal cuore, un autentico senso di gratitudine che ancora adesso, anche se non ringrazio sempre, sento fortissimo.
robbybass is offline  
Vecchio 09-05-2008, 14.13.50   #5
hava
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Data registrazione: 05-12-2005
Messaggi: 542
Riferimento: Solitudini

Chi di noi non ha provata la solitudine in un periodo della nostra vita ?.
Ma ognuno di noi reagisce difendendosi nel modo che ci e' caratteristico con effetto piu' o meno soddisfacente e costruttivo.
Una delle difese puo' essere il sentirsi diverso, incompreso...io vivo in una societa' decadente nella quale cio' che conta e' il conformismo ed il senso di appartenenza alla maggioranza.
Ascoltare gli altri, oltre ch'essere istruttivo e' una condizione alla comprensione ed avvicinamento, e quante cose impariamo ascoltando anche quelli che forse erroneamente giudichiamo incapaci. E quanto ci rende felici la comprensione.

Un'altra difesa ben nota in psicologia e' la proiezione delle nostre sensazioni e comportamenti sugli altri.
Penso che ognuno di noi prima di arrivare a conclusioni sulla societa' in cui viviamo dovrebbe esplorare se stesso e le proprie facolta' a contribuire a miglioramenti.
E' un processo molto difficile, ma necessario per combattere la solitudine e sentirci piu' felici.
hava is offline  

 



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