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 Riflessioni Pedagogiche - Commenti sugli articoli della omonima rubrica presente su WWW.RIFLESSIONI.IT - Indice articoli rubrica
Vecchio 05-06-2011, 11.11.14   #1
Il_Dubbio
Ospite abituale
 
Data registrazione: 03-12-2007
Messaggi: 1,706
Il rapporto educativo e le pretese scientifiche

Da:
https://www.riflessioni.it/pedagogia/...-pedagogia.htm

Giovanna Simonetti:
una riflessione pedagogica ritengo sia utile per comprendere cosa sia un rapporto educativo, senza nessuna pretesa di essere dispensatori di ricette magiche.




Premessa: ho letto quasi tutti gli articoli di Giovanna Simonetti ma per motivi di ordine metto in evidenza il primo articolo, che è anche introduttivo (la frase che cito però è tratta da “riflessioni pedagogiche” che non è un articolo ma introduce, appunto, al discorso sulla pedagogia).

E' mia abitudine riflettere in questo modo: la prima domanda deve essere quella fondamentale.

La mia prima domanda però sarà un po' diversa da quella che si pone Giovanna Simonetti.

Questa è la mia domanda fondamentale: di cosa stiamo parlando?
Non è uno scherzo... è davvero fondamentale. Quando parliamo di rapporto educativo e di pedagogia qual è il nodo fondamentale?

Qual è la risposta che vien data dai pedagogisti (e riportata dalla Dottoressa Simonetti?): “educare deriva dal termine educere che significa tirare fuori”

Quindi prendendo alla lettera la definizione di pedagogia, se io tirassi fuori le scarpe dallo scatolo starei educando? E' vero anche che il significato può essere diverso. Se io avessi una tavolozza, pennelli e colori potrei tirar fuori un quadro. Comprendere cosa si vuol intendere con “tirar fuori” sarebbe determinante per comprendere di cosa stiamo parlando.


Vengo alla definizione della Dott.ssa Simonetti (che mi piace di più): L’educazione è quel processo che si pone l’obiettivo di portare “l’essere ad un dover essere”.

Non voglio soffermarmi troppo (e indugiare) sulla parola “essere” altrimenti ci perderemmo in trattati filosofici di poco conto. Trasformiamo quindi immediatamente la parola “essere” in “PERSONA” (come giustamente fa l'autrice).
Un bambino è una persona (lo diamo per scontato). Ma una persona è anche l'adulto. La differenza fra un adulto e un bambino non è da ricercare quindi nel concetto di persona, ma si da il caso che (non si sa per quale motivo) sia l'adulto che debba educare il bambino e non il contrario.
Arrivo alla conclusione che: anche con la definizione precedente non abbiamo capito di cosa stiamo parlando.

Dobbiamo quindi rafforzare la nostra definizione (o per lo meno quella della Dott.ssa Simonetti) aggiungendo che il processo di educazione si avvia quando un adulto-persona stabilisce un rapporto con il bambino-persona. Questo rapporto ha come obiettivo trasformare l'essere-persona-bambino in un dover-essere-persona-adulto.

Questo discorso andrebbe bene se l'essere-persona-adulto coincide con quello di cui stiamo parlando. (Per inciso: la trasformazione è lenta). Per sapere di cosa si parla bisogna intenderci sul significato di essere-persona-adulto in quanto sarà il nostro modello di riferimento.

Quindi alla domanda fondamentale per me si risponde in questa maniera: stiamo parlando di un punto d'arrivo in cui l'essere-persona-bambino diviene essere-persona-adulto; questa lenta trasformazione è agevolata dalla persona-adulta-educatore che con i suoi mezzi e le sue conoscenze avvia questo processo nel migliore dei modi possibili. Quindi è impossibile parlare di processo educativo senza parlare prima del “prodotto finale” in quanto il processo si avvia solo se c'è un prodotto finale (e intermedio) di riferimento da raggiungere.
E' ovvio che ci sono anche le fasi intermedie. Anche queste fasi sono importanti anzi le più importanti. Alcune volte è possibile ipotizzare che un passaggio fatto male o non fatto proprio precluda la crescita.

Concludo qui questa prima parte (per non annoiare troppo i lettori), che se è vero che ogni fase è importante, dovrebbe, come per l'obiettivo finale, essere ben conosciuto e determinato, altrimenti ritorneremmo a non sapere di cosa stiamo parlando. Conoscere le fasi intermedie significa dirigere ogni volta l'essere-persona-bambino-uno verso l'essere-persona-bambino-due. Ciò significa conoscere il bambino-uno in modo da seguirlo fino al primo traguardo conosciuto. Mentre questo percorso deve per necessità essere ben determinato (altrimenti non sapremmo di cosa stiamo parlando) ciò che può cambiare è la tecnica da usare perchè il singolo bambino raggiunga la fase successiva.
Se anche la tecnica fosse ben determinata per ogni singolo bambino, tutto sarebbe più facile... basterebbe creare nell'essere-persona-adulto-educatore la giusta conoscenza perchè l'efficacia del suo operato giunga al 100%. Ovviamente lo stato del singolo bambino è valutabile fino ad un certo punto. L'osservazione scientifica ci permette di valutare il singolo bambino secondo una statistica valutata su un grande numero di bambini. Per esempio potremmo valutare un bambino con problemi di socialità. Dopo aver osservato un gran numero di bambini con la stessa problematica utilizziamo una tecnica educativa per la problematica osservata così da stilare successivamente una statistica sulla efficacia. Se la tecnica usata va bene per 60% dei bambini e l'educatore singolo si trovasse difronte ad un bambino che si trova nel 40% , il lavoro dell'educatore si perde in un bicchier d'acqua.

Quindi il lavoro dell'educatore è molto più difficile e problematico, in quanto ogni singolo bambino potrebbe trovarsi in una situazione in cui l'efficacia di una tecnica conosciuta, che va bene per un gran numero di bambini, è inefficace per il singolo. All'educatore quindi non si chiede di svolgere un lavoro “scientifico” in quanto il diritto di un bambino di essere educato è inversamente proporzionale alla possibilità che la scienza dia indicazioni precise su ogni singolo bambino. Cioè più l'educatore tenta di seguire i dettami scientifici nello svolgere il suo lavoro e meno il diritto del singolo bambino di essere educato è tutelato.

La risposta quindi è che non si può educare in modo scientifico e all'educatore vien offerta una responsabilità maggiore delle sue potenzialità di base. Del resto un bravo educatore è colui il quale osservando un singolo bambino, riesce a identificare la giusta tecnica per educarlo dalla fase uno alla fase due. Ammesso che la fase due sia interessante, la fase uno (cioè lo stato del singolo bambino) è però indeterminata ma solo “dedotta” dalla osservazione di un gran numero di bambini. Così l'educatore si trova a usare sistematicamente una tecnica per tutti uguale qualora sia la più efficace per la maggioranza dei bambini (ovvero quello che si chiama “obiettivo di classe”). La bocciatura del singolo bambino (che non esiste più ma è come se continuasse ad esistere) diventa il risultato del modello scientifico applicato all'educazione.
La domanda quindi che io rivolgo a me stesso è questa: la pedagogia ha come obiettivo il singolo bambino (l'essere-persona-bambino) oppure generalmente si rivolge alla “categoria” o/e all'insieme dei bambini (essere-persone-bambini)?

Domanda che ritengo interessante, perchè il pedagogo avrebbe un ruolo differente dall'educatore e non è detto che l'educatore dovrebbe, nell'esercizio della sua funzione, avvalersi del consiglio del pedagogo in quanto l'educatore ha una precisa responsabilità verso il singolo bambino, il pedagogo invece detta generalissime strategie di educazione. Quindi è chiaro che il lavoro dell'educatore non è e non può essere un lavoro scientifico ma “umano” e personale.
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 11-03-2012, 22.56.57   #2
lightly
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Messaggi: 38
Riferimento: Il rapporto educativo e le pretese scientifiche

Citazione:
Originalmente inviato da Il_Dubbio
Da:
https://www.riflessioni.it/pedagogia/...-pedagogia.htm

Giovanna Simonetti:
una riflessione pedagogica ritengo sia utile per comprendere cosa sia un rapporto educativo, senza nessuna pretesa di essere dispensatori di ricette magiche.


.

Le ricette magiche non esistono in alcun campo.

Citazione:
Premessa: ho letto quasi tutti gli articoli di Giovanna Simonetti ma per motivi di ordine metto in evidenza il primo articolo, che è anche introduttivo (la frase che cito però è tratta da “riflessioni pedagogiche” che non è un articolo ma introduce, appunto, al discorso sulla pedagogia).

E' mia abitudine riflettere in questo modo: la prima domanda deve essere quella fondamentale.

La mia prima domanda però sarà un po' diversa da quella che si pone Giovanna Simonetti.

Questa è la mia domanda fondamentale: di cosa stiamo parlando?
Non è uno scherzo... è davvero fondamentale. Quando parliamo di rapporto educativo e di pedagogia qual è il nodo fondamentale?

Qual è la risposta che vien data dai pedagogisti (e riportata dalla Dottoressa Simonetti?): “educare deriva dal termine educere che significa tirare fuori”

Quindi prendendo alla lettera la definizione di pedagogia, se io tirassi fuori le scarpe dallo scatolo starei educando? E' vero anche che il significato può essere diverso. Se io avessi una tavolozza, pennelli e colori potrei tirar fuori un quadro. Comprendere cosa si vuol intendere con “tirar fuori” sarebbe determinante per comprendere di cosa stiamo parlando.


Vengo alla definizione della Dott.ssa Simonetti (che mi piace di più): L’educazione è quel processo che si pone l’obiettivo di portare “l’essere ad un dover essere”.

Ogni educatore dovrebbe avere gli strumenti/competenze per sapere individuare le potenzialità del bambino e sapere attivarle.
Le potenzialità vengono fuori come attitudini/abilità e trasformate in competenze. Le fasi :sapere, saper fare, saper essere.



Citazione:
Non voglio soffermarmi troppo (e indugiare) sulla parola “essere” altrimenti ci perderemmo in trattati filosofici di poco conto. Trasformiamo quindi immediatamente la parola “essere” in “PERSONA” (come giustamente fa l'autrice).
Un bambino è una persona (lo diamo per scontato). Ma una persona è anche l'adulto. La differenza fra un adulto e un bambino non è da ricercare quindi nel concetto di persona, ma si da il caso che (non si sa per quale motivo) sia l'adulto che debba educare il bambino e non il contrario.
Arrivo alla conclusione che: anche con la definizione precedente non abbiamo capito di cosa stiamo parlando.

Dobbiamo quindi rafforzare la nostra definizione (o per lo meno quella della Dott.ssa Simonetti) aggiungendo che il processo di educazione si avvia quando un adulto-persona stabilisce un rapporto con il bambino-persona. Questo rapporto ha come obiettivo trasformare l'essere-persona-bambino in un dover-essere-persona-adulto.

Il sapere essere, cioè l'identificazione e la consapevolezza di sè, è la catteristica dell'adulto.

Citazione:
Questo discorso andrebbe bene se l'essere-persona-adulto coincide con quello di cui stiamo parlando. (Per inciso: la trasformazione è lenta). Per sapere di cosa si parla bisogna intenderci sul significato di essere-persona-adulto in quanto sarà il nostro modello di riferimento.

Ogni modello di riferimento è un fattore puramente sociale, che potrebbe rappresentare un ostacolo nella formazione del bambino, che deve essere aiutato a tirare fuore le sue reali potenzialità per divenire se stesso.
Il "dovere essere" secondo un modello è riduttivo e fuorviante in quell'opera del "tirar fuori".

Citazione:
Quindi alla domanda fondamentale per me si risponde in questa maniera: stiamo parlando di un punto d'arrivo in cui l'essere-persona-bambino diviene essere-persona-adulto; questa lenta trasformazione è agevolata dalla persona-adulta-educatore che con i suoi mezzi e le sue conoscenze avvia questo processo nel migliore dei modi possibili. Quindi è impossibile parlare di processo educativo senza parlare prima del “prodotto finale” in quanto il processo si avvia solo se c'è un prodotto finale (e intermedio) di riferimento da raggiungere.

Il termine "prodotto finale" definito apriori si addice più ad un processo produttivo industriale e alla razionalizzazione dello stesso, che ad un processo educativo/formativo.

Citazione:
E' ovvio che ci sono anche le fasi intermedie. Anche queste fasi sono importanti anzi le più importanti. Alcune volte è possibile ipotizzare che un passaggio fatto male o non fatto proprio precluda la crescita.

Concludo qui questa prima parte (per non annoiare troppo i lettori), che se è vero che ogni fase è importante, dovrebbe, come per l'obiettivo finale, essere ben conosciuto e determinato, altrimenti ritorneremmo a non sapere di cosa stiamo parlando. Conoscere le fasi intermedie significa dirigere ogni volta l'essere-persona-bambino-uno verso l'essere-persona-bambino-due. Ciò significa conoscere il bambino-uno in modo da seguirlo fino al primo traguardo conosciuto. Mentre questo percorso deve per necessità essere ben determinato (altrimenti non sapremmo di cosa stiamo parlando) ciò che può cambiare è la tecnica da usare perchè il singolo bambino raggiunga la fase successiva.

Nell'innescare i processi educativi non si possono definire tutte le variabili indipendenti, per cui si può fare una progettazione di massima, mai un proggetto bene definito nelle sue fasi e nei risultati.


Citazione:
Se anche la tecnica fosse ben determinata per ogni singolo bambino, tutto sarebbe più facile... basterebbe creare nell'essere-persona-adulto-educatore la giusta conoscenza perchè l'efficacia del suo operato giunga al 100%. Ovviamente lo stato del singolo bambino è valutabile fino ad un certo punto. L'osservazione scientifica ci permette di valutare il singolo bambino secondo una statistica valutata su un grande numero di bambini. Per esempio potremmo valutare un bambino con problemi di socialità. Dopo aver osservato un gran numero di bambini con la stessa problematica utilizziamo una tecnica educativa per la problematica osservata così da stilare successivamente una statistica sulla efficacia. Se la tecnica usata va bene per 60% dei bambini e l'educatore singolo si trovasse difronte ad un bambino che si trova nel 40% , il lavoro dell'educatore si perde in un bicchier d'acqua.

Per le motivazioni dette sopra, non possono esistere tecniche valide per tutti i bambini.
La valutazione è solo un "artifizio necessario" per fare una selezione, ma non ci dice nulla sulla persona/bambino o sulla persona/adulto.

Citazione:
Quindi il lavoro dell'educatore è molto più difficile e problematico, in quanto ogni singolo bambino potrebbe trovarsi in una situazione in cui l'efficacia di una tecnica conosciuta, che va bene per un gran numero di bambini, è inefficace per il singolo. All'educatore quindi non si chiede di svolgere un lavoro “scientifico” in quanto il diritto di un bambino di essere educato è inversamente proporzionale alla possibilità che la scienza dia indicazioni precise su ogni singolo bambino. Cioè più l'educatore tenta di seguire i dettami scientifici nello svolgere il suo lavoro e meno il diritto del singolo bambino di essere educato è tutelato.

Queste affermazioni risultano condivisibili, ma la loro estremizzazione ha portato nella scuola molto pressapochismo.
In ogni percorso formativo degli educatori,infati, si è prolissi nel dire "cosa bisogna fare" , ma si tace completamente sul "come fare".
La cattiva gestione della così detta libertà d'insegnameto produce danni irreversibili nel bambino, che riesce a concludere gli studi senza essere diventato adulto,

Citazione:
La risposta quindi è che non si può educare in modo scientifico e all'educatore vien offerta una responsabilità maggiore delle sue potenzialità di base. Del resto un bravo educatore è colui il quale osservando un singolo bambino, riesce a identificare la giusta tecnica per educarlo dalla fase uno alla fase due. Ammesso che la fase due sia interessante, la fase uno (cioè lo stato del singolo bambino) è però indeterminata ma solo “dedotta” dalla osservazione di un gran numero di bambini. Così l'educatore si trova a usare sistematicamente una tecnica per tutti uguale qualora sia la più efficace per la maggioranza dei bambini (ovvero quello che si chiama “obiettivo di classe”). La bocciatura del singolo bambino (che non esiste più ma è come se continuasse ad esistere) diventa il risultato del modello scientifico applicato all'educazione.

Queste convinzini hanno portato a credere, in passato, che l'insegnamento dovessere essere una missione e non una professione.

Citazione:
La domanda quindi che io rivolgo a me stesso è questa: la pedagogia ha come obiettivo il singolo bambino (l'essere-persona-bambino) oppure generalmente si rivolge alla “categoria” o/e all'insieme dei bambini (essere-persone-bambini)?

Domanda che ritengo interessante, perchè il pedagogo avrebbe un ruolo differente dall'educatore e non è detto che l'educatore dovrebbe, nell'esercizio della sua funzione, avvalersi del consiglio del pedagogo in quanto l'educatore ha una precisa responsabilità verso il singolo bambino, il pedagogo invece detta generalissime strategie di educazione. Quindi è chiaro che il lavoro dell'educatore non è e non può essere un lavoro scientifico ma “umano” e personale

Il pedagogo e l'educatore non possono operare in modo disgiunto, l'averlo fatto fino ad oggi ha creato disagio generalizzato i cui effetti negativi ricadono sulla persona/bambino, che, per situazioni affidate solo alla casualità diviene persona/adulta oppure no.
lightly is offline  

 

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