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La Calabria e la politica di Dante nella "Divina Commedia"

Di Domenico Caruso - Dicembre 2018

 

Dante, nella sua grandiosa opera, dimostra di conoscere ed apprezza la nostra Terra.

Paragoni e personaggi lo confermano. Nell’Inferno avari e prodighi si percuotono il petto come le onde sopra gli scogli di Cariddi, nello Stretto di Messina, che si frangono scontrandosi con quelle di Scilla:

 

«Come fa l'onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s'intoppa,
così convien che qui la gente riddi».
(Inf. VII, 22-24)

 

Nel terzo canto del Purgatorio il protagonista, Manfredi d’Altavilla (1232-1266), è vittima della politica temporale del Papato. Per il poeta il re di Sicilia e suo padre Federico II rappresentano gli ultimi veri principi italiani. Il coraggioso giovane normanno-svevo, cadde eroicamente nella sfida a Benevento contro Carlo d’Angiò (incoronato re di Sicilia). Il cardinale cosentino Bartolomeo Pignatelli, su ordine del Pontefice Clemente IV infierì sul cadavere che, disseppellito dal tumulo eretto dalla pietà dei soldati, senza cerimonie religiose fu gettato sulle rive del Garigliano in balia della pioggia e del vento.

Manfredi, riconosciuto dal suo fisico (“Biondo era e bello e di gentile aspetto”) - Purg. III, 107), asserisce:

 

«Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
di me fu messo per Clemente, allora
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
dov'è le trasmutò a lume spento».
(Purg. III, 124-132)

 

Carlo Martello (1271-1295), figlio di Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo (1254-1309) è collocato da Dante tra gli spiriti amanti del III Cielo di Venere.

Il giusto principe, morto anzitempo, nell’indicare le regioni di cui sarebbero stati sovrani i suoi discendenti se il malgoverno angioino non avesse suscitato la rivolta dei Vespri (1292), ricorda quella parte estrema d’Italia che ha fra le sue città Catona in provincia di Reggio Calabria:

 

«[…] quel corno d'Ausonia che s'imborga
di Bari, di Gaeta e di Catona
da ove Tronto e Verde in mare sgorga».
(Par. VIII, 61-63)

 

Nel Paradiso figura l’abate cosentino Gioacchino da Fiore (1130-1202), teologo e scrittore, profeta di un grandioso rinnovamento, che la Chiesa venera come beato:

 

«il calavrese abate Giovacchino,
di spirito profetico dotato».
(Par. XII, 140-141)

 

Secondo il francescano P. Raniero Cantalamessa, presbitero e teologo:

 

«La storia sacra ha tre fasi. Nella prima, l’Antico Testamento, si è rivelato il Padre. Nella seconda, il Nuovo Testamento, si è rivelato il Cristo. Ora siamo nella terza fase, quando lo Spirito Santo brilla in tutta la sua luce e anima l’esperienza della Chiesa». La venuta di una terza e ultima età del mondo, quella dello Spirito Santo, è la profezia di Gioacchino.
La tematica politica di Dante si sviluppa nelle tre cantiche.
Nell’Inferno (III Cerchio - golosi) Ciacco (banchiere fiorentino) condanna la situazione di Firenze, indicando le cause delle divisioni in superbia, invidia e avarizia:

 

Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena
d'invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, alla pioggia mi fiacco.
(VI, 49-54)

 

«Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori accesi».
(VI, 73-75)

 

Nel Purgatorio (Antipurgatorio, II Balzo - negligenti), col trovatore Sordello da Goito, anima solitaria e sdegnosa, vi è la violenta invettiva all’Italia ed a Firenze:

 

[…] «O Mantoano, io son Sordello
della tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!» 
(VI, 74-78)

 

Nel Paradiso (II Cielo - Mercurio: Spiriti operanti per la gloria terrena) vi è l’incontro con Giustiniano, simbolo della Legge terrena che risponde ai principi della Legge eterna di Dio. La prima opera dell’imperatore ideale bizantino fu la redazione del codice delle leggi romane per il mantenimento dell’ordine civile nel mondo.
A lui è dedicato l’intero canto:

 

«Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch'i' sento,
d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano». (Par. VI, 10-12)

 

Il lato feroce del carattere di Dante si rivela all’incontro di personaggi crudeli, come verso le città che hanno dato un cattivo esempio al mondo.
La prima invettiva è rivolta alla città di Pisa che ha permesso la straziante fine del Conte Ugolino della Gherardesca (1210-1289) assieme a due figli e due nipoti:

 

«Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!»
. (Inf. XXXIII, 79-84)

 

Fra i traditori, Dante pone nell’Inferno Branca Doria ancor vivo, reo d’aver fatto assassinare il suocero per impossessarsi dei suoi beni. Da qui l’invettiva:

 

«Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogni magagna,

perché non siete voi del mondo spersi?» (Inf. XXIII, 151-153)

 

Anche verso le altre città (Siena, Pistoia, Lucca, Bologna, Padova) il poeta si sente superiore.
Tutta la Nazione è da biasimare:

 

«Ché le città d'Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene».
(Purg. VI, 124-126)

 

Dante manifesta la speranza di un trionfale ritorno a Firenze che lo ripaghi del lungo esilio e gli ottenga la corona poetica per la sua opera:

 

«Se mai continga che ’l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m'ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov' io dormi' agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò ’l cappello».
(Par. XXV, 1-9)

 

Ma soltanto dopo il trapasso la sua opera sarà diffusa.

E, con un messaggio medianico, ritorna per esortarci ad essere forti contro il male se vogliamo la salvezza eterna:

 

«O popol che t’appresti al grande passo
per superar la soglia della morte
non cadere nel tragico collasso
de li peccata e fa che tu sia forte:
vicin ti guata il demone maligno
perché diventi sua la tua mal sorte,
fuggi quindi l’invito e quinci il ghigno
acciocché tu possa salir festoso
nel Regno di Colui giusto e benigno».

(Dante Alighieri (post-mortem): “Dalla Terra al Cielo” - Centro Studi Metapsichici di Camerino - 1988 - Canto I, 1-9).

 

Domenico Caruso

S. Martino di Taurianova (R.C.)

 

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