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Capire il peccato originale /errore originario

Di Domenico Pimpinella
- Novembre 2017

 

Capire il "peccato originale" è di fondamentale importanza per uscire fuori dalle sabbie mobili in cui è sprofondata da millenni l'umanità. Qui, cercherò di esporlo da un punto di vista laico, ridefinendolo "errore originario". L'uomo, secondo il racconto biblico, sarebbe stato cacciato dal Paradiso terrestre, per un atto di superbia (avendo voluto diventare un demiurgo, simile a Dio). Ed effettivamente l’uomo lo è diventato, nel preciso momento in cui alla conoscenza emotiva è iniziata ad aggiungersi una nuova tipologia conoscitiva che possiamo definire "razionale". Questa nuova possibilità intellettiva, però, invece di migliorare la precedente esistenza trascorsa nell'Eden, l’ha peggiorata, finendo per buttarci in uno stato di frustrazione ed insicurezza, che ci ha portato ad iniziare un'esistenza costellata di paura e dolore. Perché? La “razionalità”, per funzionare, opera su una mappa “interna” del territorio “esterno”, sulla quale il mondo unitario del territorio diventa un insieme di enti discreti e separati. Solo così è possibile, infatti, utilizzare gli enti come tessere che consentono di costruire mosaici/scenari relativi ad eventi passati (memorizzabili) e futuri (attualizzabili). La costruzione di tali scenari consente all'uomo di "muoversi nel tempo" e, quindi, di sostituire alle precedenti "risposte unicamente reattive" dell'emotività, quelle anticipatorie della razionalità, grazie alle quali possiamo prevedere l’irrompere di eventi sulla scena, sia pericolosi che favorevoli, per riuscire poi a gestirli con maggiore efficienza. Purtroppo, il “modus operandi” della razionalità ha portato a smarrire la realtà unitaria del territorio, per potersi focalizzare maggiormente sul frazionamento degli enti, dei quali ognuno si è sentito una “parte separata” ed autonoma. Con la razionalità, che opera per articolare in ogni modo possibile l’insieme delle singole parti, il senso unitario del mondo è andato perduto e con esso tutte le sicurezze e le conquiste sperimentali della conoscenza emotiva. Ci sono rimaste le “emozioni” nude e crude e le parti “materiali” del mondo, come tanti mattoncini “Lego”, da utilizzare per comporre arbitrariamente gli scenari. In base a quale direttiva abbiamo finito, allora, per operare? Nell’unico modo possibile: sulla base dell’esigenze, vere o presunte, della soggettività, dell’Io, in quanto essendo andato perso il senso unitario del tutto, come di qualunque altro “aggregato”, è rimasta intatta solo la “spinta interiore” del singolo a sopravvivere autonomamente. Questa “spinta”, assolutizzandosi sempre più, è diventata essa stessa il solo “senso comprensibile” della realtà unitaria ormai smarrita. Ed è questa la trappola mentale nella quale siamo caduti, che da millenni ci blocca e ci condanna ad un’escalation di violenza, che invece di farci operare per combattere, come dovremmo, da “esseri viventi”, l’aumento di entropia, finisce per farci operare come “esseri morenti”, che finiscono per aumentare l’entropia stessa, auto-condannati all’infelicità del nulla. Credo che, oramai, sia comprensibile a tutti, che qualunque ente, qualunque singolo uomo, una volta estrapolato dal contesto originario finisce per diventare un nulla, che la conoscenza emotiva, custode del senso unitario originario del mondo, non può accettare. Essa accende, così, inevitabilmente una ribellione che oscura ogni tipo di gioia autentica, per farci accontentare di sfilze di piaceri che tendono a diventare, razionalmente, sempre più lunghe ed intense. Siamo, ancora oggi pienamente bloccati nell’”errore originario”/peccato originale, perché ancora non siamo riusciti a ricostruire in maniera soddisfacente il senso originario del mondo, che, per essere fedelmente ritrovato, ha necessità di vedere attribuire alle emozioni e ai sentimenti il loro autentico valore, che può essere ritrovato solo se la razionalità diventa capace di interrogare la conoscenza emotiva, per riallineare nuovamente ad essa le istanze della conoscenza razionale. Ed è la Filosofia, deputata biologicamente a questo tipo di lavoro, che può farci uscire fuori dalla trappola dell’errore originario/peccato originale, fuori dalla quale possiamo ritrovare la nostra reale natura di esseri viventi, potenzialmente adatti alla felicità.

 

Domenico Pimpinella


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