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Del sovrasensibile

Di Francesco Scoditti - Ottobre 2018

 

Introduzione
L’io, organico o spirituale?
Il pensiero
Cosa c’è dopo?
Del miglioramento spirituale

 

Introduzione

Cosa intendiamo quando parliamo di sovrasensibile? Null’altro possiamo dire se non che esso è evidentemente una condizione emotiva che si prova in determinati momenti dell’esistenza, una percezione interiore di una dimensione altra che noi avvertiamo potrebbe esistere; ma è soprattutto in alcune forme di esperienze spirituali, quali ad esempio il sentimento della venerazione e della preghiera, che si possono aprire varchi emotivi verso la percezione del sovrasensibile.
Così all’interno di una chiesa, di un antico monastero o di una moschea, sebbene essi siano manufatti edili, quindi chiaramente opera dell’uomo, è prepotente il senso di sacralità e di venerazione che regnano all’interno di quelle mura e fra gli oggetti ritenuti sacri, ma che pur sempre sono opera dell’artigianato umano; si potrebbe affermare che in quei luoghi migliaia di preghiere e di atteggiamenti devozionali hanno creato un’energia diffusa di sacralità mistica che oltrepassa l’opera dell’uomo e permette il contatto diretto, per uno spirito credente o che ha una disposizione alla fede religiosa, con il soprannaturale, il divino o altro.
È anche evidente che in una società materialistica ed estremamente tesa alla produttività come la nostra, con una propensione soprattutto nei giovani al protagonismo dell’apparire e alla consumazione tecnologica, una tensione verso il sovrasensibile può essere ottenuta soprattutto attraverso un saldo lavoro di educazione e meditazione con se stessi. In tempi lontani, come ad esempio la civiltà medievale, dove le condizioni di vita erano più semplificate, era più facile cogliere o percepire, anche in maniera spontanea ed elementare, il sacro ovunque, e quindi più immediate le forme di elevazione spirituale.
Ugualmente si può percepire nella letteratura indiana e orientale in genere gli echi di una antica civiltà in cui esisteva una innegabile percezione interiore, una elevatezza morale e spirituale che sembrava quasi nascere da una diretta relazione e frequentazione col sovrasensibile. E a seguire la civiltà di Zarathustra, assai diversa nei suoi contenuti morali da quella dei santi Rishi indiani, poi la civiltà egizio caldaica e infine la straordinaria stagione dei sacri misteri della Grecia, che nell’esperienze dei riti eleusini e orfici raggiunse un singolare contatto con presunti mondi soprannaturali. Individui di epoche e culture lontane e diverse sperimentarono quindi conoscenze che noi oggi ricerchiamo e apprendiamo con grande fatica.
In quest’ottica anche il progresso della civiltà umana assume una diversa dimensione filosofica: il sapere storico e scientifico coglie un’evoluzione dell’umanità attraverso una serie di manifestazioni sociali, politiche, culturali etc. che si susseguono come anelli di una catena; ma in questo progredire meramente storico noi cogliamo straordinarie figure di “iniziati”, forze motrici che entrano prepotentemente nel corso dei secoli e portatori di una fortissima luce spirituale, che sembrano aprire canali, spazi di contatto verso altri mondi: Mosè, Buddha, Zarathustra, Maometto, Giovanni Battista, Cristo, etc., e tutto questo indipendentemente dalle singole religioni a cui hanno dato origine.
La nuova epoca in cui è entrata la storia dal XV secolo in poi è caratterizzata, se vogliamo, dalla perdita della salda conoscenza dell’essere interiore: il sapere tecnico e scientifico, con il suo progredire ineluttabile, se pur apportando straordinari vantaggi alla qualità della vita, ha comunque allontanato la nostra sensibilità da conoscenze e pratiche diffuse di vita spirituale. La nostra attuale rappresentazione dell’essenza del sapere, apparentemente sicura, salda perché basata su osservazioni dimostrabili, ci ha allontanato da esperienze di percezione di cui individui di altre epoche erano a conoscenza.
In tutto il corso della storia mai l’uomo è stato così protetto scientificamente dalla morte: la medicina non ha fatto solo scoperte, ma letteralmente ha conquistato, strappato spazi alla morte, rendendo incerto il confine tra essa e la vita, facendo progressivamente arretrare la sua barriera fatale, ma tutto questo non chiarisce il problema della morte, che rimane ancora intatto, insolubile.
D’altro canto, mai l’uomo è stato culturalmente così indifeso nei riguardi della morte (1). Essa è stata rimossa dalla coscienza collettiva, è stata resa invisibile culturalmente e socialmente, privatizzata, esorcizzata, ignorata. La consapevolezza di essa viene sempre più delegata alle istituzioni ospedaliere, alle case di riposo, mentre il singolo non è più abituato ad un rapporto riflessivo con la fine dell’esistenza(2).
Tutto questo conduce inevitabilmente a un progressivo aumento negli strati più intimi della nostra anima di sentimenti frustanti quali incertezza, paura e sconforto. C’è bisogno di risposte a domande esistenziali che possano fornire, in momenti di crisi spirituale e morale, un appiglio alla nostra esistenza, altrimenti essa sarebbe immersa nell’oscurità, fornendole almeno un tentativo di significato superiore, perché in tutti noi esiste inderogabilmente un’inclinazione verso ciò che chiamiamo spiritualità.

 

L’io, organico o spirituale?

Nel corso della nostra vita avvertiamo e viviamo più o meno intensamente sentimenti, pensieri, vibrazioni emotive, paure, desideri; talvolta, soprattutto nelle pause dell’esistenza caratterizzate da momenti di concentrazione e silenzio, tale complesso di sensazioni e percezioni psichiche sembrano non appartenere al corpo fisico ma a un’altra dimensione, anche se poi esse stesse variano nel tempo e comunque sono influenzate da indubitabili condizioni materiali e organiche.
A ben vedere, il cervello mi fornisce isolatamente, e per vie differenziate e complesse, tutte le sensazioni possibili, visive, tattili, uditive, ma poi cosa è compone tutto questo in un oggetto ben definito? L’io, la coscienza, la consapevolezza. Noi sentiamo che la coscienza è distinta dagli oggetti, essa appartiene a me stesso come soggetto, conscio della distanza fra me e la realtà. In quest’ottica, la consapevolezza è esclusivamente il risultato di un meccanismo biologico complesso, un processo che si risolve tra cervello e sistema nervoso, o forse una proprietà a priori universale che nasce in altre dimensioni, in altri campi fisici?
Procediamo con ordine. Il processo operato dal cervello sulle sensazioni che sorgono in me senza dubbio modifica quello che realmente c’è all’esterno, per cui l’oggetto che da origine alle percezioni viene in qualche maniera alterato da tale processo, poiché l’Io interiore, la coscienza, che unisce il tutto e forma l’oggetto, crea di questo oggetto una sua rappresentazione, simile ma probabilmente non identica a quella di tutti gli altri uomini, realizza cioè un concetto e lo unisce alla percezione tramite l’attività fondamentale del pensiero. Quando si parla di percezioni, inoltre, esse non vanno intese soltanto come quelle provenienti dal mondo sensibile, ma anche tutte le percezioni che possiamo cogliere e valutare in noi stessi: ricordi, emozioni, amori.
In sostanza, l'immagine del mondo che si forma nei singoli cervelli è personale; questo fa sì che la coscienza sia un’esperienza interiore ineffabile, a sé stante rispetto al flusso indistinto di percezioni personali ed esterne che ci giungono. Difatti, citando un esempio tipico e banale, non sapremo mai se il prato della mia villa procura al mio vicino l’identica sensazione di verde che ha per me, perché “le nostre menti sono semplicemente quello che i nostri cervelli fanno”(3). Tuttavia tale individualità è sempre connessa a una rete di scambi, subisce le informazioni complessive pur conservando caratteristiche uniche, e questo perché “i segnali del mondo non sono organizzati come informazione prima di interagire con il cervello”(4).
Nel momento in cui io concettualizzo la Realtà, rendo oggettivo il mondo rispetto a me stesso, allora uso concetti e parole, cioè simboli, e in ultima istanza perdo il contatto con la Realtà.
Questo ci permette di fissare un primo punto fondamentale: in assenza di consapevolezza, intesa come Essere cosciente, esiste solo il nulla. Tutto ciò che noi vediamo e sappiamo del cosmo intero è possibile solo perché è dettato dalla nostra consapevolezza, sia conscia (intelletto) che inconscia (emozioni). Senza di essa non c’è Io, non c’è Natura, materia, corpi. Le nostre esperienze, le nostre attività e conoscenze, tutto è creato dall’Essere consapevole, per cui la soggettività, quello che potremmo chiamare spirito, anima, non può non condizionare la materia. E’ questa la dimensione che noi chiamiamo spirituale, il processo del pensare, che è essenzialmente coscienza, consapevolezza, mentre le realtà materiali, le infinite cose che ci circondano le avvertiamo esterne, appartenenti al mondo intorno che noi, come esseri coscienti, percepiamo: pensare significa elaborare schemi, paradigmi, concezioni, quadri della realtà, visioni, continuamente sottoposte a input esterni.
Esiste quindi una coscienza interiore, quello che noi chiamiamo Io, che agisce secondo le circostanze umane e si esplicita nell’attività del pensiero: essa è sicuramente influenzata dall’organizzazione corporea e psichica, in quanto si ha coscienza di sé stessi nelle diverse situazioni della vita (coscienza di essere felice, triste, impaurito, etc.) e secondo le informazioni che il cervello ci fornisce; essa è quindi in parte prodotto di processi organici all’interno della nostra mente. Basti immaginare uno splendido paesaggio marino, ed esso sorge in noi sulla base di luoghi visitati precedentemente; è evidente qui il rapporto con sensazioni fisiche che corrispondono all’attività di collegamenti neuronali all’interno del nostro cervello.
Questa può essere definita una “coscienza codificata”, una consapevolezza che coincide con il presente, con le sensazioni del corpo, con le emozioni che nascono continuamente nel percorso di vita, con i momenti felici e con i disagi; essa è contingente e in fondo riduttiva, perché legata a fasce di tempo ben definite e a sovrastrutture mentali che intervengono in maniera transitoria nel corso dell’esistenza.
Questa forma di pensare cosciente, inevitabilmente connessa al mondo fisico-sensibile, e quindi ai nostri sensi e organi corporei, non può che interrompersi con la fine dell’attività cerebrale.
Potrebbe, però, esistere anche una Consapevolezza a priori, e questa la si può vivere anche come esperienza interiore, la percezione cioè di un innato senso di esistenza e di un Sé sempre uguale che non si modifica nel tempo, ma lo avvertiamo quasi inconsciamente costante fin da quando abbiamo possibilità di sentire noi stessi, sino alla fine dell’esistenza, indipendentemente dal variare delle esperienze connesse al progredire degli anni e delle quali prendiamo coscienza di volta in volta. È un persistente e indefinito senso di essere altro dal mondo, anche se non perdiamo mai fisicamente il sentimento di appartenere a quest’ultimo, un senso di individualità onnipervadente che va al di là del semplice ego, e forse trasporta con sé ab origo gli impulsi e le tendenze ad agire in un dato modo. E’ una consapevolezza costante e, ripeto, innata, su cui il pensiero non si sofferma, è una sorta di Sé che “esiste a qualche altro livello che non sia quello della piena consapevolezza conscia”(5), c’è e basta, percepibile anche nel sonno e nei sogni, una sorta di energia vitale dentro di noi, qualcosa, qualsiasi essa sia, che è interiore e che è contenuta nel nostro corpo, ma sembra non appartenervi, spirito che si oppone alla materia, soggetto-oggetto, un’esperienza interiore ineffabile, a sé stante rispetto al flusso indistinto di percezioni personali, queste sì, elaborate dal cervello. La potremmo definire “coscienza nucleare”, il Sé che rende consapevoli di esistere, qui ora e per sempre; forse in quelli che hanno perso del tutto la memoria permane solo questo Sé.
La coscienza temporale necessita dei pensieri transitori e degli infiniti casi della vita per essere presente a sé stessa, questo senso dell’identità non ne ha bisogno, è puro essere, forse persistente anche quando la coscienza si è spenta, dopo la morte, perché se esso non è frutto della mente ma è precedente a questa.
Forse è quello che da sempre si definisce atman, anima, quindi, non più un mero processo organico, e potrebbe appartenere ad una Coscienza Universale, un flusso universale ed eterno, qualcosa che precede le singole esistenze, si esplica nelle coscienze individuali e a cui noi tutti, in particolari momenti dell’esistenza particolarmente ispirati, sentiamo di appartenere.

 

Il pensiero

Ma c’è un ulteriore riflessione da fare: il pensiero, come abbiamo accennato prima, è inderogabilmente la dimensione spirituale dell’uomo immediatamente sperimentabile, ma se esso fosse semplicemente frutto delle qualità organiche della materia, per quanto complesse, ma allora perché questa pura materia dovrebbe essere in grado di riflettere sui profondi significati della vita, non esistere e basta, come accade negli animali, ma cerca continuamente risposte oltre sé stessa? E solo perché è una materia più sviluppata?
A differenza di tutti gli altri esseri io posso osservare, a distanza di tempo, il mio pensare, cioè posso descrivere un’attività spirituale che ho realizzato precedentemente: certo sono in grado scientificamente di determinare i processi del cervello, ma posso anche valutare come questa attività pensante in sé ha determinato certi concetti, come si sono sviluppati certi contenuti e altro, cioè tutta una profonda attività spirituale che secondo la scienza si basa sull’attività organica del cervello, ma che comunque io avverto tutta dentro il pensiero, collegando nessi, rapporti (ad esempio, il suono e la vibrazione dell’aria) che sono frutto esclusivo dell’intuizione del pensiero e sembrano appartenere a esso. In fondo il cervello, tramite i sensi, percepisce gli effetti delle cose esterne, e modifica, con processi complicati, tali effetti in concetti, ma il nostro io consapevole può pensare a sua volta tale attività, e pensandola, la può descrivere, la rende nota a sé stesso e alla conoscenza, che è frutto esclusivo del pensiero, perché altrimenti dovremmo asserire che la materia è in grado di auto descriversi. In buona sostanza, avverto qualcosa in me che può osservare il mio sé soggettivo, qualcosa che può oggettivare e distanziare il mio ego soggettivo, la consapevolezza di un Sé che si realizza nel pensare e agisce di conseguenza.
Inoltre, tutto ciò che è realtà nell’universo, ogni divenire esiste senza di me o, comunque, può esistere autonomamente, anche se io inizialmente lo creo fisicamente. Così il mio corpo, una volta che il cervello si è spento, può continuare a vivere, se pur allo stato vegetativo. Il pensare invece è il prodotto esclusivo della mia attività di pensatore, trova ragione di esistere perché io lo porto all’esistenza, mentre tutto il resto può essere senza la mia partecipazione. L’uomo quindi è in possesso di una condizione spirituale che sembra indipendente dai processi della materia, come se i nostri pensieri “fossero in giro e autonomi”, si realizzassero nel mondo al di là di ciò che avviene dentro la nostra testa, dispiegati oltre i limiti della macchina biologica del cervello.
Nello stesso tempo, non ci si può dimenticare che a sua volta solo il pensare crea la coscienza di sé o autocoscienza: il soggetto, in quanto pensa, si rende conto di essere attivo, diverso dal mondo, egli appare a sé stesso, si percepisce e percepisce il suo mondo interiore perché è capace di pensare. Di conseguenza, il pensare appare quasi come un principio a priori che esiste per se stesso, è prima del soggetto e dell’oggetto; il soggetto è sì chiuso nella sua individualità, ma sembra portatore di un’attività, quella del pensiero, che conferisce una condizione superiore alla limitata esistenza materiale poiché sembra avere in sé un carattere pre-esistente e universale, anche se poi esso s’incarna nelle particolarità dei singoli uomini, con le loro individuali forme di percezione e intuizione. In sostanza, in quanto esseri singoli, abbiamo sensazioni, volontà, sentimenti differenziati; in quanto pensiamo siamo realizzazioni spirituali di una forza assoluta in divenire che sembra tutto pervadere nelle dinamiche del cosmo. Il pensare, come principio universale, indica per ogni percezione del mondo il suo legittimo posto nell’universo, scopre le leggi che governano il cosmo e porta a conoscenza l’unità assoluta con le innumerevoli realtà che lo costituiscono(6).
E se allora il cervello fosse soltanto un organo che con i suoi processi organici riflette o trasmette una dimensione spirituale che comunica e agisce tramite esso? Se, come afferma paradossalmente Berkeley, le percezioni sorgono direttamente dalla potenza di Dio, cioè io vedo l’albero perché Dio suscita in me tale percezione, allora anche il nostro mondo di pensieri potrebbe provenire direttamente da una dimensione ultrasensibile e sfruttare l’organo del cervello per manifestarsi storicamente in noi.
Questo implicherebbe che la morte della coscienza spirituale semplicemente non esiste, o meglio esiste solo sotto forma di nostra convinzione, perché le persone si identificano con il loro corpo credendo che questo prima o poi morirà e che il senso di esistere a sua volta scomparirà. Se il corpo genera pensiero, allora questo muore quando il corpo muore, ma se invece il corpo lo riceve nello stesso modo in cui un decoder riceve dei segnali satellitari, allora questo vuol dire che esso non finirà con la morte fisica. In tal caso, il nostro corpo, e in particolare, il cervello, potrebbero essere intesi come uno specchio di cui l’io ha bisogno per prendere coscienza di sé stesso, ma egli non è lo specchio, è altro e la mente gli serve solo per riconoscere la sua dimensione fisica e sensibile; ma lo specchio è un oggetto senza vita, così come il cervello, una volta che ha smesso di funzionare, cioè riflettere la coscienza, non ha più bisogno di esistere(7).
Ad oggi, nella fisica moderna non esiste nessuna spiegazione realmente valida che giustifichi come un gruppo di molecole in un cervello possa creare la coscienza del pensiero. Potremo mai spiegare come gli impercettibili atomi della materia, carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, possano produrre con il loro moto sensazioni e sentimenti? Non è anche questo solo un mondo immaginato, comunque invisibile? Come può sorgere la coscienza dalla loro azione reciproca? Reazioni chimiche?
È vero: noi siamo composti dalle molecole di DNA dei geni, ed è la natura dei geni l’inderogabile tendenza a riprodursi, necessariamente, altrimenti scomparirebbero per sempre. Da questo punto di vista siamo indubbiamente macchine ed è proprio tramite noi, una catena di organismi, che essi geni si evolvono e si trasferiscono in continuazione in future macchine umane, più sofisticate, lungo un processo forse eterno. In definitiva, i geni controllano il nostro comportamento animale fatto di credenze e di desideri, reazioni, percezioni, valutazioni, immagazzinate nel cervello, come del resto accade da sempre in natura, dove le informazioni sono trasmesse attraverso il programma genetico e conservate in qualsiasi porzione di materia.
Il problema è che “non si può fornire una spiegazione materialistica completamente soddisfacente della mente che non finisca col negare il fatto che noi siamo intrinsecamente dotati di (assai complessi) stati coscienti e di stati intenzionali”(8). Altrimenti noi saremmo, se ragionassimo solo in termini di geni, come una macchina perfetta, dotata di elementi e reti di circuiti integrati, sofisticatissima che calcola, che lavora, che associa perché risponde alla natura, ma in realtà non s’interrogherebbe e non cercherebbe di comprendere.
Ma la mente umana, è un’altra cosa, ha una cosa che nessun'altra macchina biologica o artificiale può avere. “Abbiamo il potere di andare contro i nostri geni (…) qualcosa che non è mai esistito nell’intera storia del mondo”(9).
Forse in futuro esisterà un computer in grado di ottenere un livello d’estrema complessità, a tal punto che la sua capacità di calcolo possa cominciare a suggerire quasi qualità poetiche o soggettive, “è però difficile evitare la spiacevole sensazione che da un tale quadro debba sempre mancare qualcosa”(10).
La bellezza di un tramonto, l’emozione di una musica trascinante, l’amore, sono tutti misteri ai quali la scienza non è realmente ancora in grado di dare una spiegazione convincente. Certo, la biologia e la neurologia possono spiegare i meccanismi che regolano il funzionamento del cervello rispetto agli stimoli ricevuti dai sensi, ma non siamo ancora in grado di spiegare, dal punto di vista scientifico, la soggettività dell’esperienza sensoriale, il pensiero che collega le diverse percezioni, come questo possa emergere dalla materia. La nostra comprensione dell’enigmatico fenomeno della coscienza pensante, o come alcuni la chiamano mente, è praticamente nulla. Una cosa è certa, la mente non si esaurisce nel cervello, essa è una sovrastruttura che sembra servirsi del cervello per spiegare il mondo e realizzare la storia e il progresso.

 

Cosa c'è dopo?

La coscienza – pensiero, quindi, si manifesta nella percezione del sé, ma il pensare, come abbiamo visto, non è solo espressione soggettiva, cioè dell’individuo, perché il Sé si riconosce come soggetto soltanto con l’aiuto del pensare, quindi quest’ultimo sembrerebbe precedere la coscienza di noi stessi.
Sarebbe il pensiero, quindi, quello che comunemente si definisce anima?
Su questo si esprime brillantemente il pensatore indiano Osho(11), per il quale il concetto di anima è il miglior antidoto che l’uomo ha creato contro la paura della morte: la storia delle religioni ci insegna che l’umanità da secoli crede nell’immortalità dell’anima, immagina mondi ultraterreni meravigliosi e bellissimi, confida che farà parte del divino, pur di esorcizzare la spaventosa fine della vita. È noto, i sistemi religiosi promettono esistenze eterne infinitamente felici o disperate, a seconda del comportamento che l’individuo ha mantenuto in vita, cioè in pratica a seconda del grado di sottomissione alle norme stabilite dalle autorità religiose.
La dottrina dell’immortalità dell’anima sarebbe quindi un colossale e secolare autoinganno, dettata solo dal terrore del salto nel buio?
Non è questo il problema, anche perché irrisolvibile. Tutti noi sappiamo che durante il percorso di vita dalla nascita alla morte ci si chiede, chi prima chi dopo, cosa veramente sia l’esistenza, e in ciascuno si avverte la forte aspirazione a uscire dalla cosiddetta tenebra della realtà per comprendere il significato della condizione umana.
Siamo pienamente consci dell’esistenza in vita di organi di senso, veri e propri canali, varchi percettivi che ci mettono in comunicazione con il mondo dei suoni, dei colori, degli odori, etc.; sappiamo poi che tramite l’intelletto elaboriamo tutto ciò che ci arriva dalla realtà esterna in sentimenti, volontà e pensieri, e infine nella nostra interiorità si formano brame, desideri, gioie, delusioni e altro. Il vero problema è cosa di tutto questo l’uomo può portarsi con sé dopo il passaggio del limite fatale? Cosa delle passioni, delle rappresentazioni, dei concetti, dell’amore, anche quello più intenso verso la propria compagna o verso i propri figli?
Ma se dopo la fine dell’esistenza, quando il cervello smette di funzionare, depongo, insieme al corpo tutto ciò che sono, cosa rimane di me? Se c’è una dimensione spirituale che ci attende, sarò ancora io a entrarvi? Sorge in noi un sentimento di terrore, perché ci si prospetta una sfera indeterminata priva di essenza, dove tutto ciò che sai di te è perduto. A cosa mi posso affidare, alla religione o alla scienza? Soprattutto, ci può essere concordanza su questi argomenti tra la sfera del sacro e quella dell’indagine empirica?
I Buddisti del Sud sostengono una teoria particolarmente intrigante sulla continuità post mortem, il concetto dei cinque skanda: al momento della morte l’ego è destinato inesorabilmente a dissolversi, ma cinque skanda, aggregati che governano in vita il corpo, le sensazioni, le percezioni, gli impulsi e la coscienza, continuano a persistere. In sostanza, la cosiddetta “anima” si frammenta in questi elementi, che possono combinarsi e ricombinarsi con skanda di altre anime. Secondo quindi questa particolare visione religiosa, non permane un’anima, destinata a vivere in eterno o a reincarnarsi, ma permangono attributi mentali e fisici, una sorta di residui psichici che garantiscono la sopravvivenza di una parte della consapevolezza(12).
Tale concetto, sostanzialmente mistico, ha quasi una sorta di paradossale analogia con la teoria scientifica di uno dei più grandi fisici matematici dell’epoca moderna, Roger Penrose, il quale ha ipotizzato che la coscienza sia un fenomeno quantistico che avviene in prolungamenti microscopici dei neuroni, chiamati microtubuli. La cosa interessante è che la coscienza non è qualcosa che termina con l’attività dei neuroni, ma permane tramite le funzioni di questi microtubuli anche dopo la morte cerebrale; in sostanza egli ha proposto una teoria scientifica indirizzata a dimostrare l’esistenza di una qualche forma di anima.
Infatti, secondo tale teoria “quantistica” della coscienza elaborata dallo scienziato insieme al medico americano Stuart Hameroff , le nostre anime sarebbero inserite all’interno di queste microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali. Il nostro cervello è quindi come una sorta di “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni. Gli scienziati sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli.
Con la morte corporea, i microtubuli perdono il loro stato fisico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte. Ciò significa che quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo la loro condizione quantica ma l’informazione quantistica all’interno di essi non è distrutta, non può essere distrutta ma, come lo skanda buddista, viene riconsegnata al cosmo come parte integrante dell’Universo, al di fuori del tempo e dello spazio pronta per essere riutilizzato in un nuovo percorso di evoluzione spirituale. Ciò che rimarrebbe quindi sono frammenti di coscienza, elementi di energia psichica che, come il Pensiero Universale di cui parlavamo in precedenza, tornano a pre-esistere alle coscienze individuali.
Sembra quindi evidente che tutto quanto appartiene al mondo dei nostri sensi non può essere conservato in quella che è inevitabilmente dovrebbe essere un’altra dimensione, la coscienza dell’io legata al corpo fisico-sensibile non può più esistere in un mondo totalmente spirituale che ci potrebbe attendere dopo la vita.
Se l’unica motivazione possibile dell’apparire della coscienza e del pensiero sono le funzioni del cervello, esse sono inevitabilmente destinati a spegnersi, poiché il pensiero connesso al corpo e che quindi concepisce solo le percezioni sensibili, non può sperimentare coscientemente altri spazi esistenziali sovrasensibili.
Ma se invece, come si è cercato di ipotizzare arditamente nel capitolo precedente, ipotizziamo un pensare eterno distinto dai processi corporei e dalle percezioni dei sensi, cioè un pensare che si regge su sé stesso, in quanto esso presuppone che l’atto del pensare e ciò che è percepito sono all’interno dello stesso pensiero, allora c’è possibilità di una forma di coscienza al di là della morte fisica. In sostanza, diventeremmo puro pensiero, effuso nella luce o nelle tenebre, immerso e dilatato in spazi secondo alcuni cosmici ma per noi inconcepibili, pura realtà spirituale, una sorta di esperienza che in fondo è possibile fare anche in vita quando ci sia apparta in luoghi solitari, desiderosi di tranquillità e il pensiero sorge in noi, riempie la nostra coscienza spirituale tanto che, in totale simbiosi con esso, non c’è più distinzione fra noi e il pensiero, il corpo è distante, non ha più importanza, noi viviamo, anche per pochi minuti, completamente immersi nel pensare.
Come è ben noto, tale esperienza in forma estremizzata, quale quella di persone particolarmente dotate nella meditazione, porta a percepirsi fuori dalla corporeità fisica, addirittura a estraniarsi a tal punto da poter osservare da distanza il proprio corpo. Evidentemente in tale dimensione spirituale sovrasensibile i termini del prima e del dopo cessano di avere un senso, un po’ come accade nel sonno, in cui si svolgono vicende che non si basano sulla successione temporale, il prima e il dopo perdono significato, scompaiono, si è come inseriti in un realtà circolare con perdita totale del sentimento del tempo individuale; morire quindi significa essere immersi in “qualunque punto dell’eternità”, passato, presente futuro, e per chi crede nella reincarnazione, ritornare in vita in qualsiasi momento dell’eternità, passato, presente, futuro.
Del resto, la nostra percezione del trascorrere del tempo è frutto dei sensi e delle nostre strutture percettive immediate; all’inizio del secolo passato Einstein ci avvertì del fatto che lo scorrere dei giorni e delle ore è nella realtà, oltre che dal punto di vista matematico, inesistente e che la percezione dello scorrere temporale era frutto di sensazioni e quindi concetti assuefatti a una realtà erroneamente assimilata, non in grado di comprendere l’essenza di ciò che è oggettivamente la stessa realtà. I parametri della logica tridimensionale non bastano a misurare tutto l’Esistente che a noi si manifesta in forme infinitamente varie, per cui la nostra mente è costretta a ridurre le manifestazioni dell’universo alla portata della nostra capacità di discernimento, alle coordinate dei nostri schemi empirici.
L’errore consiste spesso nel fatto che gli empirici valutano tutto, anche gli stimoli spirituali, come ad esempio una profonda riflessione metafisica, in base ai parametri dei mezzi sensoriali, fisici e delle categorie del tempo e della realtà sensibile; esistono poi sempre di più nelle nostre società caratteri poco inclini alla meditazione che  sviluppano nella loro vita un pensare sempre strettamente legato al corpo fisico, a ciò che il cervello percepisce sensibilmente, è forse ciò impedisce di sperimentare coscientemente quello che potrebbe essere il mondo spirituale che attende ognuno di noi. Possiamo realmente pensare, tradendo le nostre sensazioni più profonde, che la dimensione sensibile di percepire sia l’unica possibile? Non abbiamo nella nostra esistenza, se pur rare, forme di percezione spirituale, oltre a quanto è valutabile come sensibile?
Esistono sicuramente percezioni dentro di noi che non attengono al corpo fisico, nelle quali realizziamo un’attività tutta personale che contemporaneamente percepiamo senza l’uso degli organi di senso, percezioni spirituali che sembrano appartenere a un altro mondo e che vivono nei nostri pensieri. È un mondo che intuiamo emotivamente e non risulta estraneo, perché già il pensiero sganciato dalla realtà sensibile è un’esperienza di carattere puramente spirituale.
Esiste in maniera indubitabile in ognuno di noi un determinato grado di coscienza trascendente differente e forse più evoluto della coscienza razionale sulla quale basiamo tutti i nostri pensieri e la misurazione dell’universo, una coscienza che non può essere definita dagli schemi della ragione. In essa l’individuo non percepisce l’ambiente come qualcosa che bisogna conoscere scientificamente e dominarne le leggi, ma come parte essenziale di una totalità nella quale egli stesso è integrato e della quale fa parte.
Tale coscienza è sperimentabile soprattutto in coloro in grado di vivere esperienze mistiche, in passato Budda, San Francesco, Santa Teresa d’Avila, Sri Aurobindo, Ibn Arabì di Murcia, Swedenborg, persone che hanno pensato e agito su piani fisici, fisiologici e psicologici diversi da quelli soliti della collettività, pienamente integrati nell’ampiezza cosmica, individui che hanno raggiunto un livello di coscienza in grado forse di percepire realtà superiori e ugualmente universali.
Ma allora, cosa portiamo di noi nella totale dimensione spirituale, quando il corpo sarà definitivamente abbandonato?
Nella vita reale operiamo perché tratteniamo quanto sperimentiamo, sia a livello fisico che mentale, e questo perché l’esperienza, pratica, intellettuale, sperimentale, forma la nostra personalità e ci permette di evolverci, in negativo e positivo. Del resto, chi, per qualche motivo patologico o accidentale, subisca una perdita di memoria, nello stesso tempo perde la saldezza della propria individualità e quindi l’unità del proprio sé.
Evidentemente, nello spazio sovrasensibile che potrebbe attenderci dopo la morte, sempre se ciò è possibile, si può perdere il senso di se stessi, la coscienza si indebolisce, ci si dilata e ci si effonde in spazi sovrumani, a meno che non si mantenga una parvenza di auto-coscienza tramite il trattenere qualcosa in forma di ricordo non contenuto nel cervello di quanto abbiamo lasciato indietro, una forma di memoria soprasensibile ed extracerebrale che in qualche maniera permette la continuità e la conservazione del proprio sé e garantisce la permanenza di un essere psichico.
Dopo la morte ci attendono forse dimensioni vitali e mentali sconosciute, stadi psicologici che potrebbero essere il risultato degli atteggiamenti tenuti durante la vita e che ci preparano a un’evoluzione spirituale, a un profondo cambiamento e perché no, mi sia concesso, a un eventuale ritorno nella nostra dimensione.

 

Del miglioramento spirituale

Per concludere questa mia certamente non esaustiva dissertazione, mi sia concesso fornire al lettore alcune indicazioni che possano rendere più semplice una qualsivoglia forma di sensibilità verso dimensioni superiori.
Sentimenti puri come la venerazione religiosa, ma anche l’ammirazione per la natura, il rispetto per l’altro, il rifiuto dell’invidia, del biasimo, dell’odio, della critica violenta, per quanto difficili da esercitare nella propria coscienza, possono creare una disposizione d’animo atta all’emotività, alla positività verso il mondo, atteggiamenti che rendono più facile il percorso spirituale di ciò che comunemente chiamiamo anima. È innegabile infatti che la violenza fisica esercitata sul prossimo, il risentimento, la gelosia, la cattiveria e la menzogna gratuite, come altri sentimenti in generale di livore e astio, creano un sentimento animalesco e talvolta incontrollabile che fortemente ci allontana da una disposizione meditativa e spirituale.
E’importante quindi la possibilità di compiere una evoluzione personale, un lento perfezionamento per migliorare la propria parte spirituale. Diventa fondamentale cercare una risposta in sé stessi, nella propria profondità interiore, per cercare qualcosa di cui nella vita ordinaria non si ha sentore, ma che il mondo esterno può anche suggerirci. Chiunque abbia in sé un minimo di attitudine all’introspezione, è naturale che colga nel silenzio di un bel paesaggio alpino o nella vista del mare al tramonto sensazioni profonde che suggeriscano il sentimento, non il pensiero, dello spirito cosmico e diano sentore di misteri sovrasensibili che sembrano circondare l’esistenza. Tentare, tramite la concentrazione e la meditazione, di attingere a intuizioni, emotive o intellettuali, che giacciono in noi e che possono costituire illuminazioni spirituali, può arrecarci serenità e sensibilità verso il sovrasensibile, anche tramite le pratiche religiose, qualsiasi esse siano.
A tal riguardo, è necessario ritagliarsi nella vita momenti anche brevi in cui, isolati e tranquilli, ci si possa concentrare su sé stessi sperimentando, dimentichi dell’Io, quale impressione un suono, un fiore, una roccia, una montagna, un’azione possano evocare in noi. Durante tali momenti è necessario trovare la forza interiore per allontanare, se possibile, gioie, dolori, pene, esperienze, atteggiarsi di fronte a esse da un punto di vista superiore, distaccato, come si trattasse di vicende altrui, estranee, con calma interiore, in maniera da separare l’essenziale, il sentimento dello spirituale, dal non essenziale, le vicende personali della vita quotidiana. In pratica, si tratta di destare una dimensione personale interiore, spirituale, che non esclude la vita ordinaria con le sue angosce e i suoi successi, ma che dia una luce diversa a tutto ciò, in maniera che le circostanze e le influenze esteriori abbiano meno presa, in quanto esistono momenti di contemplazione nella nostra vita che aprono spazi diversi, forse più importanti, essenziali, e fanno intravvedere, se pur a livello emotivo, ma non è possibile altrimenti, prospettive di una vita superiore. Riconoscere, quindi, e superare ciò che è effimero e transitorio e cercare di realizzare il proprio benessere spirituale, è questo il principio di un’esistenza aperta verso il soprasensibile, anche se si tratta di una ricerca continua, lenta e faticosa
Gradatamente si avvertirà nel tempo, ma se si ha abbastanza forza, una maggiore capacità di mantenere sotto controllo le circostanze e influenze esterne, ad esempio le offese o l’impazienza, poiché la forza della calma interiore, vissuta in alcuni momenti come apertura verso spazi di silenzio spirituale, desta una sorta di evoluzione morale che sottopone alla propria coscienza valori e osservazioni diverse, più generali sull’essere umano, superando le condizioni particolari della propria vita. Questo perché il vero senso dell’esistenza è il cammino personale verso la conoscenza e la saggezza, la migliore via per attingere al “mondo di là”, alla dimensione del sovrasensibile.

 

Francesco Scoditti

 

NOTE
1)  Vedi P. Ricca, Il cristiano davanti alla morte, Claudiana, Torino 1978, 1-15.

2)  Cfr. E. Jungel, Morte, Queriniana, Brescia, 1972, p.22

3) Dennett D.C. (2003) Freedom Evolves, trad. it. L’evoluzione della libertà, 2004, Cortina, Milano, p. XII

4) Edelman G.M, Tononi G. (2000) A Universe of Consciousness. How Matter Becomes Imagination, tr. it. 2000, Un universo di coscienza. Come la materia diventa immaginazione, Einaudi, Torino, p. 260.

5) LeDoux J. (2002) Synaptic Self: How Our Brains Become Who Are, tr. it. 2002 Il Sé sinaptico. Come il nostro cervello ci fa diventare quelli che siamo, Cortina, Milano, p. 454.

6) Cfr. R. Steiner, La Filosofia della libertà, Milano 2011, pp. 88-89.

7) Cfr. S. Prokofieff, Che cosa è l’antroposofia, ed. ital., Venezia 2005, pp. 15-21.

8) Searle J.R. (2004) Mind: A Brief Introduction, Oxford-New York University Press, tr. it. 2005, La mente, Milano, Cortina, p. 44.

9) Dawkins R. (1976) The Selfish Gene Oxoford University Press, tr.it. Il Gene Egoista. La parte immortale di ogni essere vivente, 1995, I ed Oscar saggi, Mondadori, Milano, p. 34.

10) Penrose R. (1989) The Empereor’s New Mind, Oxford Press tr. it. 1997, La Mente Nuova Dell’Imperatore, RCS libri Milano, p. 565.

11) Osho, La voce del mistero, Oscar Mondadori, Milano 2002, pp. 90-93

12)  Vedi il testo di J. Hall, Reincarnazione, trad. it.,Vicenza 2002, pp. 50-55.

 

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