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Dio e l'uomo

Di Francesco Scoditti - Novembre 2019

 

È esistito un periodo della storia occidentale, gli anni dal 1950 al 1970, in cui vissero, cambiando il mondo, uomini dotati di luce, Kennedy, Kruscev, Papa Giovanni XXIII. Ma ancor prima, in altri tempi, era più diffusa una ricerca di profondità spirituale attraverso il sentimento mistico, devozionale, sviluppando una fede tutta emotiva, ben diversa da tanto odierno esoterismo imperante, razionale e metodico. Ci sono personaggi, quindi, nella Storia, non pochi, nei quali l’esperienza spirituale è sorta quasi spontaneamente, non forzata, come naturale reazione mentale al doloroso senso di precarietà che incombe su ogni esistenza umana. Un tempo il mistico “cercava il deserto”, anche interiore, come straordinaria esperienza di chiusura in sé stessi, fronteggiando così ciò che di violento, di inutile, proveniva dal mondo della realtà; i monasteri erano luoghi privilegiati dove la necessità di fare silenzio interiore creava il contatto con il divino, che poi altro non era che il tanto auspicato sentimento di unità con il Cosmo.
Oggi noi non parliamo più di Dio, non ci serve, è questione di minoranze che non contano; nell’agire pubblico sembra che Dio non abbia più valore, e di Lui è inutile discutere. Anche quando viviamo il cerimoniale, è come se fosse svuotato, privo di spiritualità, uno sbiadito rito di appartenenza di cui non sentiamo più l’importanza. La dimensione fisica, atomistica e individualista ha preso il sopravvento sulla dimensione emotiva e mentale. La società intera è stata trascinata dalle forze evolutive della tecnica, sviluppando nuove velleità e interessi, desideri consumistici e esperienze mondane di ogni tipo. Ne è derivata una persona comune che ha perso quel senso di unità spirituale con l’universo che tanto ha caratterizzato epoche passate; ad esempio, i giovani, in quali, in preda alla noia, depressione, al vuoto dell’anima, hanno bisogno, per darsi senso, di materialità e divertimento. Le aspirazioni spirituali sono avvertite come “strane, troppo serie, idealistiche”, distanti dal mondo comune, non sufficientemente attrattive, lontane da quella cornice di disimpegno nella quale la giovane età si attarda, in una sorta di “groviglio dell’ego” dove si cercano contenuti che confermino illusorie identità, continuando una vita consueta alla quale non si intravede alternative né uno scopo che dia significato all’esistenza. Questo senso di mancanza spirituale si riflette in una tendenza, un desiderio per l’accaparramento totale, beni, potere, sesso, gelosia, vendetta, vanità, egocentrismo, violenza gratuita, irresponsabilità, deresponsabilizzazione nei confronti del tempo e in fondo anche del denaro. Del resto, lo sappiamo bene, è più facile cambiare, anche rapidamente, le proprie idee scientifiche, religiose culturali che le proprie cupidigie, desideri, odi, antipatie, amori…
Da un punto di vista esistenziale, si vive sempre più in rigide forme di identificazione personale con “parti”, “ruoli”, che non permettono, per la loro fissità, di essere liberi e registi delle proprie vicende e delle proprie storie. Quello che è peggio è che il disagio esistenziale non si tramuta purtroppo in fastidio per i convenzionalismi sociali, nel rifiuto del consumismo e delle regole dell’apparire, nella ricerca di sobrietà, magari sviluppando altri modi di vivere ispirati all’altruismo e alla condivisione. In fondo, tutto questo nasce da aspetti che potremmo considerare positivi: l’emancipazione sessuale, lo spirito critico che nasce da una più diffusa e generalizzata cultura della popolazione, la rivendicazione talvolta ossessiva dei diritti, soprattutto di quelli individuali, e che è coincisa con l’istituzione di leggi giuste ma molto più vicine alle singole persone che alla collettività, e cito il divorzio, l’aborto, chissà, in futuro, la libertà di morire, l’Eutanasia etc. E’ indubbio che la Chiesa ha vissuto male tutto questo movimento culturale nato dai bisogni individuali: la sua filosofia, la psicologia dei suoi rappresentanti, la teologia ufficiale (non certo la cosiddetta “teologia della liberazione”), che hanno in sé naturalmente una visione organica sul senso profondo dell’esistenza, hanno subito una sorta di collasso nel rapporto con il sociale e comportato un allontanamento progressivo da una società “libera e garante”, che non di rado ha visto nella Chiesa un potere autoritario, monarchico, inutile in sistemi politici più o meno apertamente democratici.

 

Dio è morto?

Io credo che, nonostante tutto, Dio esista ancora, lo avverto perché tra bene e male c’è ancora una enorme differenza, e la morale, quello che ancora vige dentro gli uomini dotati di personalità costruttiva, è superiore a qualsiasi agire umano degenerato, per cui un’azione cattiva, violenta, è malvagia e basta, e solo aderendo a certi valori una parte dell’umanità comprende che può salvarsi; e questo è compito della Chiesa, del suo magistero, della sua teologia. È ancora suo compito indirizzare pensieri e sentimenti a fini evolutivi, che diano inizio ad aperture di coscienza, a quelle che Lei chiama “la voce dell’anima” o meglio “una divina inquietudine”. E quest’ultima in fondo cosa è, se non la necessità di ottenere maggiore consapevolezza del senso della vita, di risvegliarsi e uscire dall’oscurità morale, “la notte oscura dell’anima” secondo quanto dice S. Giovanni della Croce? E cosa è, per un giovane, se non un lento passaggio dal mondo dell’incoscienza e della deresponsabilizzazione a una fase di consapevolezza, di un ri-orientamento del proprio progetto esistenziale in funzione di una evoluzione personale, determinando finalmente il tipo di esistenza che si intende vivere, diventando progressivamente “creatori di vita”? E in questo la Chiesa può ancora pretendere un ruolo? Può ancora la Chiesa essere credibile nell’aiutare la società nel privilegiare l’uomo rispetto alla sopraffazione della tecnica, della burocrazia, delle leggi ingiuste, del dominio economico, dei conflitti? Sì, perché la sua è la cultura del perdono, della pace che ammorbidisce i contrasti e solleva dai dissidi interiori, anche se tutto questo è contrastato da arroganza e derisione e urta con una società narcisistica innervata dalle abitudini dell’ego.
Dio è lontano, è vero, non si occupa di noi, per chi crede ha già creato, le leggi fisiche, biologiche, la natura, e il cosmo sono perfetti, indipendentemente da ciò che ci piace, ci meraviglia e ciò che invece ci può far male. Dio non ha più bisogno di intervenire. Tocca all’uomo, al suo benedetto e tanto discusso “libero arbitrio”, agire con la scienza e l’intuito, creando, progettando, modificando meravigliosamente o con crudeltà, ma non può cambiare i principi assoluti dell’universo, che Dio, per chi crede, ha fissato in modo ordinato e direzionato.
Se Dio esiste, Egli forse non ci ama: i tumori assassini ci uccidono e nessuna preghiera, nessuna richiesta serve a scongiurarlo. Sarà compito dell’uomo risolvere questo problema. Perché Dio dovrebbe guarire alcuni e non altri? E i miracoli non sarebbero allora ingiustificabili scelte discriminanti? O forse Dio ci ama come ama alla stessa maniera miliardi di creature e infinite altre storie esistenziali diffuse in altri pianeti, in tutto l’universo, scomparse, o lontane migliaia di anni luce, ma che sicuramente avranno avuto nel corso delle loro vicende storiche esperienze di rivelazioni divine, come noi abbiamo avuto Cristo, o Buddha o altro.
Dio però ci ha lasciato un dono immensamente morale, “Amatevi l’un l’altro “, o meglio “Ama il prossimo come te stesso”, un messaggio infinito che può bastare per tutta l’intera vicenda dell’umanità, finché il sole continuerà a produrre energia. Cosa significa, se non che il destino di ogni uomo è assolutamente collegato a quello degli altri, e la qualità della nostra esistenza è determinata dalla armonia ed empatia dei nostri rapporti con chi ci circonda. E questo il programma, e tocca a noi, Dio ha già dato. Arriverà forse un tempo, in cui l’uomo supererà la cultura della libertà intesa come ossessiva soddisfazione personale, e come singole parti all’interno del tutto, il senso della grande, unica, identità dell’umanità dominerà finalmente il mondo, in nuova epoca di redenzione che tracci una via a favore del bene di tutti, nessuno escluso. È possibile che tutte le grandi religioni, in un progresso secolare di riunificazione ecumenica, convergano verso una fede affratellante, superando separazioni teologiche e dottrinarie che in verità impediscono una reale coscienza universale, come membra in unico corpo? Sarà mai possibile un “regno di Dio” in cui domini l’interdipendenza profonda tra individui, gruppi, nazioni e razze, e in cui il pensiero sia finalmente libero e non oscuramente controllato? Allora verrà forse un tempo in cui non sarà più permesso a pochi di dominare i tanti, in cui la vita delle nazioni, se ancora esisteranno, saranno governati da principi di trasparenza assoluta, di condivisione delle verità che oggi spudoratamente si nascondono come segreti di stato, e l’informazione per tutti diventerà il principio basilare di ogni società, e il Potere sarà finalmente Servizio. Convivenza multietnica, confronto sereno tra confessioni religiose, collaborazione fra classi sociali, disponibilità nei luoghi di lavoro… Tutto questo, paradossalmente, potrebbe, dovrebbe essere più facile, visto che oggi ogni cosa è in rete e che la realtà informatica interconnette globalmente a diversi livelli il mondo, per cui ogni azione e ogni pensiero si ripercuotono in tutto il Pianeta.
I principi morali sono fissati da secoli: libertà, amore, giustizia, equità e solidarietà, e sono principi di verità che sono dentro di noi. Eppure nelle nostre vicende storiche la libertà ha generato odio, soppressione, l’amore è stato soffocato, considerato ridicolo, debole, la giustizia è stata sempre violata, perché nei secoli ha offeso chi comanda e chi ha il potere, l’equità ancora oggi è umiliata dalle più disparate forme di raccomandazione, la solidarietà è stata utilizzata per guadagni e giochi di potere.
Allora Dio è morto? No. Basta guardarsi intorno e cogliere una sorta di insoddisfazione crescente, di disagio nei confronti del consumismo ossessivo, della ricerca assoluta di confort e materialità, di protesta finalmente giovanile contro le violenze ambientali. Si cerca un superamento dell’inconsistenza, del dolore, del non senso, talvolta solo una maniera diversa di vivere (fuga dalle città, volontarismo, etc.), talvolta una ricerca di “sacro, spiritualità”. Ugualmente si torna al silenzio, alla mancanza di parola, al silenzio interiore, alla meditazione, come forma di ricerca del sacro, del saggio, in una società che in fondo teme il silenzio perché vive immersa nelle parole. Tutto questo segna, per chi ne è interessato, una diversa maniera, anche personale, di stare al mondo. È difficile, ma non impossibile, si può tornare ad essere compassionevoli, più forti, più pazienti, più desiderosi di conoscere e capire, ricercatori di verità, al di là delle stesse confessioni religiose e dei loro dogmi. Questo non è in fondo un ritorno alla “Casa del Padre”? Non è un segno di una umanità che ha ancora la forza di evolversi? Esistono i mezzi per essere o tornare alla purezza, quella presente nei primi anni di vita, anche se ciò avverrà fra migliaia di anni, perché i principi di Dio, le verità della mente morale, sono destinati sempre a risollevarsi, al di là di ogni storica malvagità; il bene si riproduce, contamina, influenza, e allora possiamo sperare, per l’umanità, in una realtà migliore, finalmente responsabili di ciò che Dio ci ha lasciato, e allora, solo allora, forse Lui tornerà da noi.

 

Francesco Scoditti

 

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