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Il mio incontro con Jung

Di Antoine Fratini - Dicembre 2017

 

Svizzera. Nazione dei famosi orologi, dove la pulizia è di norma, dove i treni sono sempre ben tenuti e partono e arrivano spaccando il minuto… Per chi vive in Italia, queste semplici caratteristiche bastano per produrre un totale spaesamento.

 

“Küznacht, stazione di Küznacht”.

 

Scendo dal treno e decido di avviarmi a piedi lungo il cammino che porta alla residenza dell’illustre collega, immergendomi nei dolci e austeri paesaggi che costeggiano il lago di Zurigo…

 

Dopo circa 30 minuti di marcia, giungo finalmente alla frazione di Bollingen. Davanti a me si erge una grande casa sormontata da torri rotondeggianti. Accanto al campanello dell’imponente portone in legno massiccio è scritto: “Famiglia Jung”. Sopra la volta una iscrizione in latino: “vocatus atque non vocatus deus aderit”. Ci siamo. Sto per incontrare “il saggio di Küsnacht”. Mille sono le domande da porgli. Mille e nessuna, perché al momento non saprei veramente da dove incominciare.
Suono il campanello, mi accoglie una donna di servizio sulla cinquantina, elegantemente vestita, che mi introduce in un giardino molto verde e ben curato, diciamo pure “alla svizzera”. Mi pare di sentire come dei colpi di martello… In piedi all’ombra di un albero, il mio ospite intento a scolpire un blocco di pietra…

 

Cameriera: “Il Sig. Antoine Fratini”.

 

Lui rimane in silenzio, totalmente assorbito dal suo compito. La sua silhouette quasi si confonde col paesaggio.

 

Io: “Buongiorno Prof. Jung. O dovrei dire Sig. sciamano?!”
Silenzio.

 

Io: “Sa che lei sarebbe considerato uno sciamano presso qualsiasi comunità tribale?!”

 

Jung: “Buongiorno Sig. Fratini, vedo che lei ama entrare senza indugio nel vivo delle questioni. Che cosa le fa credere che io non sappia di avere qualcosa di sciamanico?”

 

Io: “Se lei ne fosse veramente convinto suppongo che se ne troverebbe traccia nelle sue opere. Invece, che io sappia, lei non ha mai veramente osato proporre tale accostamento”.

 

Jung: “Dovrebbe sapere che certe affermazioni si possono pagare a caro prezzo. Le parole posso diventare macigni e bisogna stare sempre molto attenti a non regalare varchi ai propri detrattori.”

 

Io: “Così, anche il grande Jung può trovarsi in difficoltà di fronte al compito di deporre la Maschera!”

 

Jung: “Sono alto un metro e ottantacinque … Direi che solo in rare occasioni conviene deporre la Maschera, ancora meno davanti ad uno sconosciuto, anche se ha l’accortezza di usare termini che fanno parte del mio vocabolario”.

 

Io: “Mi perdoni, mi rendo conto di avere in effetti saltato la formalità delle presentazioni. Probabilmente, con la sua sopraffine conoscenza dell’animo umano, lei avrà già captato qualcosa circa la mia personalità!”

 

Jung: “Se lo dice lei…”

 

Io: “Proverò a colmare la lacuna. Svolgo l’attività di psicoanalista e ad un certo punto del mio percorso di formazione mi sono interessato alla sua teoria e alla sua pratica clinica. Questo mi è valso l’allontanamento dall’Associazione che frequentavo. Occorre aggiungere che rivendica paternità freudiana!”

 

Jung: “Bene, direi che al momento questa breve descrizione possa bastare. Allora, quale è la ragione della sua visita?”

 

Io: “La ragione, in pratica, potrebbe chiamarsi semplicemente transfert. Fermo restando che l’interpretazione di quest’ultimo non è univoca… Diciamo che desidererei affrontare alcune questioni assieme a lei. Vede, ho letto con molta attenzione la sua opera. La sua concezione dell’inconscio e della personalità ha rappresentato un allargamento dei miei confini. Converrà che dal punto di vista psicologico non è cosa da poco. A tale proposito ricordo un sogno che ebbi durante il mio iter formativo e che ha forse rappresentato la mia prima vera esperienza consapevole dell’inconscio collettivo: camminavo lungo il piccolo marciapiede di una fogna sotterranea dove scorreva acqua sporca, probabilmente inquinata. Se ne intravedeva la foce in fondo, illuminata da un debole bagliore. Il marciapiede si faceva sempre più stretto e il cammino sempre più difficile. Ad un tratto, vidi un passaggio sulla mia destra. Lo presi ed arrivai ad un mare sotterraneo che si estendeva a perdita di vista e dove alcuni uomini dalle teste calve facevano il bagno. Regnava una luce meravigliosa. Entrai in mare e incominciai a nuotare, ma l’acqua era leggera come l’aria e quindi era molto difficile stare a galla. Anzi, rischiai di affondare, ma poi riuscì comunque, anche se con grande affanno, a tornare a riva. A quei tempi, oltre ad interessarmi di ecologia e a preoccuparmi per le sorti del pianeta, ero ancora molto attaccato alla teoria freudiana e non capivo bene che cosa fosse l’inconscio collettivo. Dedussi dal mio sogno che avrei dovuto impegnarmi di più sulla mia evoluzione interiore e che avrei potuto fruire di quella acqua meravigliosa solo in un futuro, dopo avere “perso parecchi capelli”, cioè dopo avere acquistato maggiore saggezza. Alcuni anni dopo mi imbatté per caso nell’immagine alchemica, che lei conoscerà senz’altro, del “mare dei saggi”! L’immagine simbolica, archetipica, mai vista prima di un mare interiore di smisurata estensione accessibile ai solo iniziati aveva fatto la comparsa in un mio sogno proprio nel periodo in cui mi ponevo intensamente il compito di capire la sua tesi sull’inconscio collettivo…”

 

Jung: “Un sogno interessante… Un freudiano avrebbe probabilmente fissato la sua attenzione sulla ricerca, da parte del sognatore, di una via per sfuggire all’acqua sporca della fogna… Personalmente, concordo in grandi linee con la sua interpretazione. Il fatto che lei non riuscisse a nuotare denota una impreparazione che può farsi pericolosa quando ci si avventura nell’inconscio. Tuttavia l’immagine dei saggi sulla quale il suo sogno si conclude era di buon auspicio.

 

Io: “Prof. Jung, uno storico inglese ha emesso una tesi secondo la quale la rottura con Freud in verità sarebbe stata da lei vissuta come una liberazione anziché come una tragedia. Egli smentisce di fatto quanto è invece scritto in un passo della sua autobiografia e che sarebbe, sempre secondo lo stesso autore, frutto di una scelta editoriale che avrebbe scartato molti altri passi che appunto salutano la rottura del suo sodalizio con Freud come una vera e propria fortuna…”

 

Jung: “Non vedo perché non potrebbero essere vere ambedue le cose. L’animo umano è naturalmente conflittuale e non si cura delle apparenti contraddizioni. Diventare sé stessi risponde ad una spinta tanto necessaria quanto vitale, ma implica anche di andare incontro a mille incomprensioni e ad un sentimento di solitudine. Ci si sente abbandonati a sé stessi, e in effetti è così. È il prezzo da pagare per scoprire il Mistero vitale che alberga nel proprio essere e che rende unici e al contempo ci lega alla comunità e all’intero cosmo. Penso che Freud soffrisse di un forte complesso paterno che gli impedì di riconoscere e accettare le mie legittime esigenze individuative, scambiandole con pulsioni parricide. Ma torniamo piuttosto alla ragione della sua visita. Lei prima ha parlato vagamente di transfert… Potrebbe essere più preciso?”

 

Io: “Per come la vedo io, desiderare interloquire con qualcuno che sappia ascoltare o/e che si ritiene abbia qualcosa di importante da insegnare, è già transfert. Trattasi in altre parole di un transfert di sapere nel senso lacaniano del termine. Per telefono ho detto alla sua segretaria che intendevo realizzare una intervista, possiamo quindi inquadrare il nostro incontro in questo senso. Anche se non ho un vero progetto strutturato d’intervista. Mi interessa più che altro conversare liberamente con lei, se è d’accordo.”

 

Jung: “Ritiene forse di avere anche lei qualcosa da insegnare, oltre che da imparare?”

 

Io: “Perdoni la ma presunzione ma in un certo senso si, è così. Per esempio ritengo che il suo interesse per l’alchimia, con le difficoltà che la decifrazione pionieristica dei testi alchemici ha comportato, l’abbia allontanato dallo studio delle culture cosiddette “primitive” verso le quali all’inizio della sua carriera sembrava nutrire molta curiosità. Fino ad organizzare vere e proprie spedizioni antropologiche, in Africa e in Nuovo Messico, se ben ricordo. Ritengo che se all’epoca l’antropologia si fosse già sbarazzata dei propri pregiudizi lei avrebbe probabilmente trovato molti altri spunti di vivo interesse circa le culture tribali e l’animismo in generale e sarebbe forse giunto ad altre scoperte. O comunque la sua strada avrebbe preso una piega un po’ diversa”.

 

Jung depone martello e scalpello, compie un paio di passi in mia direzione e poi si ferma per qualche attimo, a circa mezza distanza tra me e il blocco di pietra, lo sguardo fisso rivolto all’ingiù … Poi, con voce calma ed espressione incuriosita…

 

Jung: “Nutrivo in effetti un interesse genuino verso i popoli tribali e ho veramente organizzato qualche piccola spedizione. Volevo imparare da loro qualcosa di primigenio sulla natura umana e sulla maniera di rapportarsi all’inconscio. Ma ad un certo punto trovai la loro psicologia troppo irrazionale e il loro linguaggio troppo distante dalla mentalità moderna. Fu, credo, per questa ragione e non a causa dell’alchimia che il mio interesse si spostò. Anche se, in effetti, l’incontro con l’alchimia avvenne all’incirca in quel periodo, in maniera apparentemente fortuita”.

 

Io: “Si, grazie ad un manoscritto cinese mandatogli dal sinologo Richard Wilhelm. Ma ora, considerando i lavori antropologici più recenti, sarebbe ancora dello stesso parere rispetto alle culture tribali e all’animismo ?”

 

Jung: “Ci stavo pensando… Per risponderle dovrei però approfondire ulteriormente lo studio dell’antropologia moderna…”

 

Io: “In qualche modo ha già risposto alla mia domanda!”

 

Jung: “In qualche modo… Circa la questione da lei sollevata non posso essere così affermativo come lo era prima. La distanza che separa le culture tribali, pre-scientifiche, dalla nostra è grande ma potrebbe non essere poi così insormontabile. Quando m’intrattenni con alcuni capi indigeni devo dire che non ho mai avvertito difficoltà particolari per capire loro e per farmi capire da loro. Eccetto, forse, quando cercai di spiegare la mia concezione scientifica degli archetipi… Per loro il sole è una divinità, punto e basta. Esso è realmente una entità trascendentale. Per lo scienziato è semplicemente una entità fisica, una stella composta in massima parte da elio e da idrogeno. La psicologia del profondo conserva la definizione scientifica, ma la completa agganciando l’astro all’impronta originaria che evoca in noi e sulla quale natura ciascuno è libero di pensare quello che vuole”.

 

Io: “Era pretendere troppo in effetti dai tribali! Essi sono giunti ad un tipo di conoscenza non oggettivante, che conserva un forte legame con l’anima, una conoscenza che ci può sembrare inferiore o meno evoluta, ma che in realtà è diversa e più completa della nostra, come alcuni epistemologi moderni non hanno mancato di evidenziare. Si tratta forse per noi moderni di colmare una lacuna. A tale proposito vorrei sottoporre alla sua attenzione un nuovo concetto mediato dallo studio incrociato tra psicoanalisi e antropologia moderna: quello di inconscio animistico.

 

Jung: “Inconscio animistico… Che cosa intende di preciso con questo neologismo?”

 

Io: “L’uomo ha vissuto per decine di migliaia di anni a strettissimo contatto con la Natura trovando in essa tutti gli elementi necessari non solo per la sopravvivenza fisica, ma anche per le proprie esigenze spirituali. Ancora oggi esistono numerosi popoli indigeni che vivono nello stesso identico modo che noi, superficialmente, definiamo “primitivo” o “non evoluto”. Alla base di queste civiltà troviamo quella dinamica psicologica e culturale complessa che l’antropologo Lévy-Bruhl chiamò impropriamente participation mystique. Dico “impropriamente” perché la mistica, come lei sa, inerisce alla parte segreta, esoterica, delle grandi religioni mentre l’animismo non è un sistema religioso ma, si potrebbe dire, religiosità allo stato puro. L’animismo non contempla né Scritture né dogmi. A mio parere l’errore in cui è caduto Lévy-Bruhl e che ha poi coinvolto molti altri autori, è di avere interpretato la commistione tra Psiche e Natura come derivante da una mancata differenziazione psicologica e quindi da un arresto dell’evoluzione culturale. Psichiatri e psicologi hanno addirittura voluto parlare di una condizione patologica dei tribali. Questa tesi è figlia di un punto di vista evoluzionista ingenuo ed errato in quanto le ricerche scientifiche ulteriori sul DNA mostrano che anche i popoli tribali hanno avuto i loro step genetici. Il loro stile di vita pare quindi dipendere maggiormente da una scelta che da qualche mancanza. Questa tesi tra l’altro ben si accorda con il fatto che molti popoli indigeni odierni hanno rapidamente rifiutato il “progresso” chiedendo ai capi delle varie nazioni “evolute” di potere continuare a vivere secondo le loro modalità tradizionali”.

 

Jung ascolta in silenzio, seduto su un tumulo di pietre, grattandosi d’ogni tanto il capo e tracciando sul terreno con un bastone piccoli mandala rudimentali.

 

Io: “I primi psicoanalisti hanno voluto dipingere lo stato di partecipazione animistica come se fossi una psicosi, dimenticando che è perfettamente funzionale alle aspettative di questi popoli e che, così come lo psicotico trova grosse difficoltà ad adattarsi alla società, allo stesso modo nessun sistema psicotico saprebbe prosperare per migliaia di anni. Nell’animismo l’inconscio è si proiettato in gran parte sulla Natura, ma da lì può essere in qualche modo capito ed integrato grazie ad una cultura che funge adeguatamente da medium. Se, per Freud, l’Es parla, si può dire che per i tribali è la Natura che parla attraverso le sue entità spirituali”.

 

Jung: “Humm… ma che cosa c’entra tutto ciò con la psicologia dei moderni? Dovremmo forse, secondo lei, regredire ad uno stadio evolutivo e culturale del passato e fare tabula rasa delle nostre tradizioni?”

 

Io: “Ci stavo arrivando. Lei è passato alla Storia per avere formulato, tra l’altro, l’esistenza di un inconscio collettivo costituito da archetipi che stimolano gli stessi motivi di fantasia in tutte le persone e che strutturano sia i miti che i deliri schizofrenici. A me è parso di scorgere, sotto alle nostre sovrastrutture mentali di uomini moderni, “civilizzati”, delle modalità di pensiero, di percezione e di comportamento rapportabili all’animismo. Per esempio in certe mode come quelle del tatuaggio e del piercing, in certi comportamenti come quello del ballo scatenato su sfondo di musica techno, nella sacralizzazione della Natura spronata dalla corrente New Age, o ancora in certi sogni efficacemente interpretabili come sogni di iniziazione o di vocazione sciamanica…”

 

Jung: “Di questo passo, lei potrebbe dirmi che anche la pratica religiosa del pellegrinaggio è il prodotto di una spinta inconscia di origine animistica visto che ricorda riti tribali durante i quali si compiono viaggi a piedi verso luoghi sacri! Ma in quel caso le si potrebbe facilmente ribattere che se la spinta è della stessa natura, la cultura che la sorregge e la struttura differisce in quanto risulta più elaborata e quindi più evoluta nelle grandi religioni. Intendo dire che l’evoluzione culturale da sola potrebbe spiegare i fenomeni di cui ha accennato, senza dovere ricorrere alla sua tesi, pur interessante, dell’inconscio animistico. Mi viene ora in mente che prima, quando lei è entrato in giardino, io ero talmente concentrato sulla mia arte che per un certo tempo non mi ero accorto della sua presenza. Ero effettivamente in trance e mi stavo intrattenendo con entità inconsce. Una esperienza che, volendo, si può avvicinare a quella specifica degli sciamani”.

 

Io: “Forse lei dimentica che esistono forme inconsce di pellegrinaggio apparentemente non legate a nessuna religione, in particolare quelle camminate, a volte anche rischiose o comunque molto impegnative, che hanno come meta luoghi naturali selvaggi e particolarmente suggestivi… Ma, a proposito di trance, colgo l’occasione per chiederle se ritiene che ci siano differenze sostanziali tra la trance sciamanica e l’immaginazione attiva”.

 

Jung: “Qui dovrei entrare qui in questioni tecniche. Sintetizzando, direi che l’immaginazione attiva è dal punto di vista neurofisiologico e psicologico una forma di trance benché meno profonda rispetto alla trance sciamanica vera e propria. Tuttavia, gli incontri che si hanno in entrambe le esperienze sono ben reali dal punto di vista psicologico. Le entità con le quali si viene a contatto durante l’immaginazione attiva godono di un certo grado di autonomia e in questo senso rammentano gli spiriti di cui parlano i tribali. Anzi, tale autonomia può a volte essere così forte da possedere la persona. Per questo motivo ho sempre voluto mettere in guardia contro il pericolo che questo metodo può comportare nei casi di psicosi latenti. Un'altra grande differenza riguarda ovviamente la terminologia. Nominare le cose è già una maniera di addomesticarle, e attribuire ai complessi autonomi della fantasia una realtà tutta psicologica aiuta a… diciamo, a non cadere troppo in soggezione d fronte all’irrazionale”.

 

Io: “Quali possono essere le conseguenze o gli effetti delle azioni compiute in immaginazione attiva e in stato di trance sul soggetto e eventualmente sul mondo?”

 

Jung: “Dal punto d vista psicologico l’immaginazione attiva può essere utile per proseguire un sogno interrotto e capire meglio l’importanza determinante delle dinamiche inconsce che si giocano in noi. La realtà esteriore viene coinvolta in queste dinamiche, ma solo indirettamente, per via dei comportamenti e delle azioni concrete che si attuano. L’animismo invece pone un filo diretto tra quel che avviene in trance e quel che si verifica nella realtà, ipotesi che si ritrova tra l’altro anche nella grande tradizione della magia occidentale. Lo sciamano è, almeno per noi moderni, oltremodo difficile da seguire quando dice di essere capace in stato di trance di agire sulla realtà fisica; quando sostiene per esempio di potere sorvolare la capanna di qualcuno per vedere cosa vi succede, o di lottare contro spiriti maligni che causano le malattie. Riti e cerimonie si svolgono prevalentemente in gruppo, i membri tribali quindi assistono a queste messe in scena e ne vengono fortemente suggestionati. Non si possono negare l’esistenza di effetti concreti relativi a queste pratiche ma ci risultano basati unicamente sulla suggestione. Anche se non posso essere categorico circa la non esistenza di fenomeni puramente irrazionali o comunque non spiegabili in termini causalistici”.

 

Io: “Mi perdonerà se trovo la sua posizione circa l’irrazionale un po’ troppo timida, diciamo ‘relativista’. Ma torniamo all’inconscio animistico, la cui esistenza si evince dai fenomeni più vari. Per esempio, esso presiede alla nascita del neo-sciamanismo e al fenomeno di tribalizzazione nel web e nei quartieri cittadini, ci fa indossare magliette con impresso “animali totem”, spinge ad addentrarci in luoghi selvaggi alla ricerca di un non so che… In questi casi l’assenza di un chiaro simbolismo porta ad escludere l’interpretazione archetipica. Così come vi è una assenza o carenza di motivazione razionale. Migliaia di giovani e meno giovani nel mondo scelgono di frequentare luoghi selvaggi, luoghi che vengono definiti “energetici” ma che hanno le stesse caratteristiche di quelli che i membri tribali considerano dotati di mana, cioè luoghi dove gli spiriti amano rivelarsi. Quando i tribali vanno in quei posti sanno che cosa si possono aspettare, a differenza dei moderni che generalmente ne sono del tutto inconsapevole. Tutto quel che percepiscono è una vaga quanto forte attrazione. Manca loro la cultura per potere vivere la dimensione spirituale legati a questi luoghi e apprezzarli sino in fondo”.

 

Jung: “E, mi dica, dal punto di vista topologico dove situereste questo inconscio animistico?”

 

Io: “Tra la coscienza e l’inconscio personale da una parte, e l’inconscio collettivo dall’altra. In questo schema l’inconscio collettivo costituisce sempre la base più profonda, archetipica, dello psichismo, mentre l’inconscio personale rimane un po’ spostato, in disparte rispetto ad esso e alla coscienza. Quindi può essere corretto ubicare più semplicemente la nostra parte animistica tra coscienza e inconscio collettivo. Tuttavia va precisato che mentre tale parte è inconscia nei moderni, i tribali la vivono consciamente. Noterà che il postulato dell’inconscio animistico non toglie nulla alle concezioni già esistenti dell’inconscio, ma al contrario vi aggiunge qualcosa suscettibile di rendere maggiormente giustizia alla complessità della psiche”.

 

Jung: “Sig. Fratini, si ritenga fortunato di non stare parlando con Sigmund Freud, il quale non avrebbe certo gradito che si tocchi al “suo” concetto di inconscio, neppure con l’intento positivo di completarlo. Per quanto mi riguarda, non posso che incoraggiare uno slancio innovativo che potrebbe aprire nuovi orizzonti interpretativi del materiale culturale e clinico. L’elaborazione dell’inconscio continua e va vista come un segno di vitalità della nostra scienza“.

 

Io: “La ringrazio di cuore per queste sue preziose parole di incoraggiamento. A proposito di clinica, sto sperimentando da alcuni anni un nuovo approccio che prevede lo svolgimento delle sedute in un ambiente naturale, con tutte le conseguenze che ne derivano. Senza dilungarmi oltre, lei sa che tutti i simboli archetipi rimandano a elementi naturali. È il caso per esempio, del Sole, la Luna, l’Uroboros, la Foresta, la Grotta, il Mare, l’Albero, la Pietra, l’Animale selvatico ecc. Questa universalità mostra che Psiche e Natura intrattengono legami profondi e che l’una non può essere separata dall’altra senza subire una grave mutilazione. Oggigiorno l’uomo vive in uno stato di alienazione rispetto alla Natura e quindi anche alla sua psiche. Qualcuno parla addirittura di una vera e propria guerra dell’uomo contro tutto quel che appartiene al campo della Natura. Per riparare questa frattura non ci si può limitare a guardare documentari (pur bellissimi che siano) o a sognare la Natura, ma occorre frequentarla onde tornare a percepirla parte integrante di noi stessi e re-imparare ad ascoltare le sue voci”.

 

Jung: “Non sarò io a negare le virtù delle passeggiate in mezzo ai luoghi naturali, pur non essendomi spinto alle sue considerazioni sull’animismo e sul legame atavico tra Psiche e Natura. Una concezione originale che, ricorrendo alla mia tipologia caratteriale, mi verrebbe da definire “intuitiva estroversa”, almeno basandomi sulla limitata conoscenza che ho al momento della sua personalità e delle sue tesi. Ma il tempo che potevo riservale sta per scadere. Mi ha dato nuovi stimoli di riflessione e penso proprio che il nostro scambio debba proseguire in futuro. So che lei viene da lontano, contatti la mia segretaria e cercherò di venirle incontro almeno per quanto riguarda le date dei prossimi appuntamenti”.

 

Io: “Grazie professore. Contatterò quanto prima la sua segretaria e sarò ovviamente onorato se vorrà dare seguito a questa nostra prima conversazione”.

 

   Antoine Fratini

 

 

Antoine Fratini lavora da oltre quindici anni come psicoanalista, è Vice Presidente dell'Associazione Psicoanalisti Europei e membro attivo dell’Accademia Europea Interdisciplinare delle Scienze. Egli ha scritto nel 1991 il saggio Vivere di fumo (Book Editore, Bologna) sul rapporto tra adolescenza e uso di stupefacenti leggeri, nel 1999 il saggio Parola e Psiche (Armando, Roma) sul collegamento tra gli indirizzi linguistico e archetipico in psicodinamica e decine di articoli su riviste e siti italiani e stranieri. Poeta e artista, egli ha fondato assieme all’Associazione Culturale C.G. Jung di Fidenza il Movimento per l’Arte Naturale, corrente artistica basata sul pensiero junghiano, e le sue poesie compaiono sui maggiori siti del settore. La sua ultima pubblicazione: Psiche e Natura, fondamenti dell'approccio psicoanimistico, Zephyro Edizioni, 2012.


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