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La politica

Di Damiano Grispo - Aprile 2020

 

Il fine della politica Ŕ il perseguimento del bene comune, e della felicitÓ. L'uomo Ŕ naturalmente predisposto alla vita politica, senza la quale non sarebbe in grado di realizzarsi. Il pensiero antico non ha mai pensato alla felicitÓ come a un diritto, ma come aspirazione naturale, come desiderio intrinseco alla natura umana. I Greci indicavano con il termine “eudaimonia” la felicitÓ, condizione che si raggiunge solo nella polis, nella politica. L'idea della felicitÓ come diritto Ŕ propria dell'etÓ moderna. La felicitÓ come bene condiviso rinvia alla centralitÓ della dimensione sociale. La politica garantisce le condizioni che rendono la ricerca della felicitÓ possibile, e la felicitÓ viene riconosciuta come diritto inalienabile degli uomini.
Nella realtÓ moderna, l'uomo realizza i propri desideri privatamente, i sistemi politici incoraggiano a rinunciare al diritto di partecipare attivamente all'esercizio del potere politico; si escludono gli individui dalla politica, spingendoli ad occuparsi degli interessi personali e dei propri affari. Ma l'uomo ha invece, bisogno di altro, di mantenere vivo e acceso lo spirito pubblico, attraverso l'inclusione politica.
Il politico moderno Ŕ spinto dalla velocitÓ della politica, dalla necessitÓ di un consenso immediato, dal fronteggiare le emergenze, prendere decisioni a breve termine, soddisfare bisogni impellenti, ma Ŕ incapace di imprimere alla decisione politica un carattere epistemico, di permeare la politica di un sapere sapienziale.
Con la fine dei partiti ideologici, gli elettori hanno smesso di partecipare alla vita interna del partito. La politica perde terreno, manca un'idea di appartenenza collettiva, ha perso la capacitÓ di individuare e discutere problematiche sociali, di creare schieramenti definiti e di creare valori condivisi; ma ha lasciato spazio al raggiungimento individuale del proprio benessere.
La politica ha assunto una logica incentrata sulla ricerca individuale di una felicitÓ, intesa come benessere, sull'incremento di potere e sulla massimizzazione della propria libertÓ, la libertÓ politica si Ŕ trasformata in libertÓ dalla politica. Emerge, quindi, l'impossibilitÓ del conseguimento del bene comune, attraverso la logica utilitaristica.
La politica contemporanea ha bisogno di un impegno etico, in grado di definire progetti di identitÓ condivisi, di futuro e giustizia, che guardino oltre l'immediatezza.
I politici si sono trasformati in una casta autoreferenziale, che non prevede strumenti di controllo da parte dei cittadini, e molte minoranze vengono penalizzate dalla difficoltÓ di omologazione, e dalla incapacitÓ di rivendicazione politica, mentre la classe sociale diventa sempre più frammentaria e socialmente invisibile.
Si Ŕ ridotta la partecipazione politica perchÚ si Ŕ persa la fiducia nella classe dirigente, incapace di rispondere alle domande provenienti dalla societÓ.
La nozione di cittadinanza sembra aver perso qualsiasi connotazione politica, “cittadino”, significa che contribuisce in modo attivo al processo di elaborazione delle decisioni collettive, invece non c'Ŕ la consapevolezza che partecipare alla vita politica, coincida con il partecipare alle decisioni della propria esistenza e dell'esistere all'interno di una societÓ.
Manca il tempo e l'interesse per ciò che sembra non incidere sulla propria esistenza personale, e l'apatia, il disinteresse non sono sintomi di soddisfazione e neanche di protesta.
La politica non Ŕ più riconosciuta come veicolo di cambiamento e di emancipazione sociale, deve tornare a riacquistare il suo senso originario e autentico, sganciandosi dai pregiudizi, difendendo i diritti inalienabili degli uomini, così si restituisce alla politica la saggezza e il senso di giustizia, di cui parlava Platone.
L'uomo ha bisogno di tornare a credere, anche a quello che sembra irraggiungibile, come Galeno uno scrittore sudamericano scrive “l'utopia sta all'orizzonte, mi avvicino due passi, lei si allontana due passi. Cammino dieci passi e l'orizzonte si allontana dieci passi. A che serve l'utopia? A questo serve: non smettere di camminare”.

Damiano Grispo

 

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