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Il linguaggio: istinto naturale o artifizio culturale?

Di Giulio Bonali - Marzo 2018

 

Considerazioni suggerite dalla lettura de “L'istinto del linguaggio” di Steven Pinker e obiezioni critiche all'opera stessa

 

Il linguaggio é un istinto naturale geneticamente determinato (e dunque inevitabile, salvo condizioni decisamente anomale: patologie individuali o sociali) oppure un’invenzione culturale non geneticamente determinata (ma solo “geneticamente consentita”: non biologicamente necessaria ma solo possibile; e dunque condizionata da eventi epigenetici in qualche misura “fortuiti”, e per di più di natura culturale e non puramente e semplicemente biologica)?
Malgrado elementi ed aspetti “preculturali”, o meglio “protoculturali” (come la produzione di utensili) possano essere attribuiti anche (e malgrado la relativa piccolezza dei loro cervelli) a specie diverse dall’homo sapiens e a lui precedenti, e forse addirittura anche a specie appartenenti a generi diversi da “homo”, come quelle degli australopitechi, l’ invenzione del linguaggio può essere considerato l’ evento “decisivo”, “la madre di tutte le invenzioni e gli artifici propriamente umani” che ha prodotto il vero e proprio “salto di qualità dialettico” (cioè non affatto insuperabilmente contraddittorio) fra natura (o natura semplice) e cultura (o natura culturale) umana?
Il linguaggio é distinguibile dal pensiero (e in particolare dal pensiero di chi sia dotato della facoltà stessa del linguaggio)? O invece nel caso dei parlanti col pensiero stesso si identifica, e cioè chi sia dotato di linguaggio non potrebbe non pensare se non “linguisticamente?
E chi (essendo uomo) non disponga di linguaggio può pensare esattamente come chi ne sia privo (nel senso di elaborare e trattare “logicamente” nella sua esperienza mentale gli stessi concetti, anche astratti, e le stesse relazioni fra concetti, pur non disponendo della possibilità di simbolizzarli verbalmente)?
E dunque il linguaggio costituisce una profonda rivoluzione sostanzialmente per la sola sua funzione comunicativa, come mi pare indubbio, oppure anche per il suo uso propriamente cogitativo, come rivoluzionario strumento cognitivo?

 

Su queste questioni già disponevo di alcune risposte, di convinzioni più o meno fondate, ma la mia recente lettura de “L’istinto del linguaggio” di Steven Pinker (pubblicato in America nell’ormai lontano 1994 col titolo originale “The language instinct”) è stata decisamente stimolante e mi ha indotto a modificarle in parte, malgrado il mio dissenso di fondo dalla sua tesi principale e malgrado quelli che ritengo difetti ed errori non di poco conto dell’ autore, come un atteggiamento fastidiosamente presuntuoso, in particolare verso i filosofi, e una pregiudiziale svalutazione “veteropositivistica” della filosofia stessa, per lo meno a proposito del trattamento delle questioni a mio parere solo in parte scientifiche da lui affrontate, nonché la sua costante indebita confusione (a mio modesto parere, ovviamente) fra mente e cervello, peraltro tipica del monismo materialistico largamente in voga fra gli scienziati, e anche per buona parte dei filosofi contemporanei.
Prima di questa lettura ero convinto che in buona sostanza il linguaggio fosse “la madre di tutti gli artifizi e le invenzioni, ovvero della cultura” (propriamente umana) non solo e non tanto per i suoi effetti relativi alla comunicazione ma anche e soprattutto per la rivoluzione che avrebbe prodotto nel modo di pensare (e conseguentemente che chi ne sia dotato pensi ben diversamente da chi non ne disponga; e in particolare che solo attraverso il linguaggio si possano compiere propriamente, compiutamente e con precisa correttezza argomentativa o per l’appunto “logica”, pensieri e operazioni mentali come astrazioni, ragionamenti, concatenazioni di operazioni cognitive, inferenze deduttive e induttive, abduzioni, ecc.).
Gli argomenti principali su cui si fondavano queste mie convinzioni erano due, uno scientifico-empirico e uno “filosofico”.
Il primo era costituito dalla “repentina” (in tempi biologici) estinzione dell’ uomo di Neanderthal dopo una convivenza e condivisione di durata non effimera di habitat e nicchie ecologiche in Eurasia con l’ unico homo sapiens attuale o “moderno” (sia che si trattasse di due razze di una stessa specie, sia che fossero due diverse specie, un tale “clamoroso” e relativamente “subitaneo” evento ecologico “reclama” una spiegazione; e l’ improvviso disporre di un potentissimo fattore adattivo quale la comunicazione e soprattutto il pensiero verbale da parte di una sola delle due popolazioni poteva benissimo servire all’ uopo).
Il secondo era rappresentato dalla constatazione che tutti gli istinti naturali (mangiare - e non: cucinare, né imbandire tavole! - camminare, correre, rapportarsi sessualmente - e non: convivere, corteggiare, sedurre, ecc. -, allattare, ecc.) sono uniformemente standardizzati storicamente e geograficamente (nei diversi tempi e luoghi) anche nella specie homo sapiens, mentre ciò che é artificio, cultura (non solo la costruzione di recipienti, vestiti, edifici, attrezzi, la musica e la danza, le “onoranze funebri”, ecc., ma anche “ciò che di culturale” accompagna e modifica - “proporzionalmente”, ovvero nella misura in cui lo fa - comportamenti naturali, come l’ alimentazione e la cucina, l’ abbigliamento o perfino i “contorni” dei rapporti sessuali e interpersonali o financo il nuoto) varia nei diversi contesti sociali e civili: c’é una bella differenza fra la costruzione di dighe da parte dei castori e di nidi da parte di varie specie di uccelli, sempre e dovunque identica nel caso di ciascuna specie) e i modi localmente diversissimi ed ulteriormente variabili nel tempo nei quali gli uomini costruiscono alloggi, confezionano indumenti, ecc.!

 

Peraltro un motivo di dubbio in proposito e di perplessità é sempre stato costituito per me dal fatto che la facoltà cosciente e gli eventi mentali del linguaggio hanno come condizioni necessarie determinati “corrispettivi” cerebrali (le aree corticali “specializzate” e lateralizzate - di Broca, di Wernicke, ecc. e determinati eventi neurofisiologici che le coinvolgono) i quali sono “standardizzati” e universalmente diffusi (salvo precise e generalmente ben spiegate o almeno in linea di principio spiegabili patologie), che dunque sembrerebbero geneticamente condizionati e non accidentalmente accadenti o meno a seconda dei casi nelle esperienze di vita degli individui e delle popolazioni (cioè “aprioristicamente istintivi” e non eventualmente “inventati” o “appresi per insegnamento” a posteriori o meno). Malgrado ciò, di fatto i bimbi imparano a parlare e intendere il linguaggio dai genitori e non certo “da soli”, e inoltre esiste una limitata “finestra temporale” per poterlo fare compiutamente, come se le aree corticali cerebrali necessarie tendessero a perdere le loro potenzialità se non sviluppate per tempo, magari per l’ atrofia di sinapsi o anche la necrosi di interi neuroni non sufficientemente attivi, oppure per il loro impego difficilmente reversibile per diverse funzioni alternativamente possibili.

Invece Pinker, seguendo il paradigma di Chomsky (e come il titolo stesso di quest’ opera afferma con solare evidenza) considera il linguaggio un istinto biologico, una capacità, o addirittura un insieme di conoscenze innate negli individui umani, acquisite dalla nostra specie per selezione naturale nel corso della sua evoluzione biologica. E sostiene che ogni bambino nell’ imparare la sua lingua madre “reinventa” il linguaggio autonomamente, esplicando una congenita facoltà, delle congenite capacita e conoscenze vere e proprie.
Per corroborare questa affermazione, assai poco spontaneamente evidente, egli considera soprattutto l’ invenzione di “neolingue artificiali” da parte di comunità umane costrette - generalmente per deprecabilissime circostanze storicamente accadute - a comunicare ma costituite da individui parlanti “lingue naturali”, apprese “per insegnamento da parte di altri”, le quali sono reciprocamente diverse.
Pinker illustra molto bene come in tali circostanze, sia nel caso dell’invenzione di neolingue artificiali fonetiche, sia nel caso si tratti di neolingue artificiali gestuali (da parte di sordomuti), immancabilmente si attraversano due stadi, ciascuno proprio di una di due consecutive generazioni di “inventori”.
Il primo stadio, quello della prima generazione di inventori, é detto “pidgin”, e può essere identificato con una facoltà di simbolizzazione assoluta e concreta; il secondo é detto “creolo”, rappresenta una lingua artificiale pienamente compiuta, in tutto e per tutto equiparabile a qualsiasi lingua naturale, e può essere identificato con una facoltà di simbolizzazione relativa e astratta in generale, e in particolare di “disambiguazione dei rapporti grammaticali-sintattici” fra i simboli verbali (e i rispettivi significati; che invece nel caso del pidgin sono considerati indiscriminatamente nell’ ambito dei vari particolari contesti di uso e senza determinate e precise possibili interpretazioni o accezioni in parte alternative fra di essi, correlate a diversi contesti grammaticali e sintattici nel loro uso).
Ma né alcun pidgin, né tantomeno alcun creolo é mai stato inventato di sana pianta, “da zero” da gruppi di individui che non possedessero già la facoltà del linguaggio (la conoscenza di almeno una lingua naturale; o per lo meno di un pidgin), “imparata” a posteriori per insegnamento impartito loro e non spontaneamente comparsa in loro a priori per un mero istinto comportamentale innato.
Pertanto dall’ esame di questi interessantissimi e storicamente ripetuti casi di “invenzioni di linguaggi artificiali” non si può comunque assolutamente ricavare che sia possibile da parte di alcuno acquisire spontaneamente ed inevitabilmente, sempre immancabilmente salvo casi di forza maggiore che lo impediscano, come ad esempio patologie, la facoltà del linguaggio. E dunque non se ne può dimostrare che il linguaggio stesso sia un istinto naturale e non invece un artefatto culturale, che fu “inventato” (una volta nella storia; fatto che in linea puramente teorica, di principio potrebbe anche ripetersi, ma ciò di fatto correntemente non accade; e che invece correntemente viene insegnato-imparato, come per l’ appunto tutto ciò che é cultura), la sua invenzione costituendo di fatto, in buona sostanza, l’ origine, la comparsa della cultura (per lo meno in senso stretto o proprio, ossia nel suo grado nettamente più elevato, esclusivamente umano) dalla e nella (e conformemente alla!) natura.
In generale l’acquisibilità delle abilità linguistiche (del linguaggio) é chiaramente limitata alla fascia temporale dell’infanzia-adolescenza-giovinezza (per “reclutamento” o “colonizzazione” più o meno irreversibile delle strutture cerebrali implicate nei corrispondenti eventi neurofisiologici nello sviluppo di diverse abilità alternativamente acquisibili, pure a posteriori? Per un’inevitabile e irrecuperabile “perdita secca” in assoluto di sinapsi e/o neuroni?). Ma questo é un problema (scientifico neurofisiologico; si spera risolvibile, anche di fatto, prima o poi) per gli “istintivisti-congenitisti-naturalisti” esattamente come per gli “invezionisti-acquisizionisti-culturalisti”.
Una volta conseguito il pidgin (che richiede innanzitutto, come un’ ineluttabile conditio sine qua non, la pregressa acquisizione, da insegnamento, di una qualche lingua naturale e dunque in generale del linguaggio nella fascia temporale infantile-giovanile e non oltre; e poi, su questa base una invenzione creativa, e dunque in ogni caso realizzata a posteriori per cultura e non a priori per naturale istintualità) da parte di adulti, esso non può essere da loro stessi ulteriormente sviluppato nel creolo a causa dell’ età eccedente la finestra temporale del linguaggio; ma nella generazione successiva, che di tale finestra temporale e delle sue intatte potenzialità viene a disporre, il passaggio al creolo appare inevitabile (in un certo senso, in qualche misura “relativamete istintivo-naturale-congenito”, ma comunque pur sempre alla conditio sine qua non di una pregressa acquisizione per insegnamento, e dunque culturale a posteriori, almeno del primo “stadio” - il pdgin - della facoltà linguistica.
Che significa tutto ciò? A mio parere che in ultima analisi il linguaggio non é un istinto naturale bensì un artefatto culturale; che di istintivo-innato si fonda unicamente su mere capacità potenziali di tipo alquanto genericamente “intellettivo” o “cognitivo” (capacità di pensiero in generale, prelinguistico o non linguistico, generica intelligenza) le quali sono disponibili limitatamente alla finestra temporale infantile-giovanile. E che decisivo in questo senso é il “primo stadio” del linguaggio (il pidgin), mentre il passaggio al “secondo stadio” (al creolo), una volta imparato il primo (culturalmente a posteriori!), e alla condizione inderogabile che sia esso sia stato effettivamente imparato, accade di fatto sempre e comunque, inevitabilmente (salvo cause di forza maggiore” più o meno latamente patologiche o comunque “anomale”) nella fascia temporale infantile-giovanile, e dunque istintivamente-naturalmente-“quasi congenitamente”; cioè per una sorta di mera applicazione “automatica”, di fatto inevitabile di capacità cognitive-intellettive istintive-naturali-innate (disponibili solo in tale limitata finestra temporale) a - (- l’ invenzione, culturalmente appresa a posteriori, de -) - i pidgin (“primo stadio” del linguaggio caratterizzato da una simbolizzazione verbale “di base” unicamente concreta-assoluta), con conseguente sviluppo del “secondo stadio” (il creolo, caratterizzato da una simbolizzazione verbale più sofisticata, anche astratta, relativa, grammaticale-sintattica). E infatti, come tutte le attività umane di tipo artificiale-culturale (fabbricare utensili, vasi, vestiti, case, cibi cucinati o comunque preparati e non meramente trovati, ecc.) e al contrario di quelle di tipo naturale-istintivo (camminare, mangiare, copulare, ecc. intesi nella loro accezione più elementare-immediata), il linguaggio é declinato in diverse varianti (le diverse lingue naturali e artificiali) a seconda delle circostanze geografiche e storiche, evolvendosi in tempi storici (tipicamente assai brevi) e non in tempi biologici (tipicamente molto più lunghi).

 

Altre interessanti argomentazioni sulle caratteristiche fondamentali del linguaggio sono svolte da Pinker (e mi sembrano meritevoli di attenta analisi critica) a partire da osservazioni cliniche e fisiopatologiche, seguendo una ormai lunga e gloriosa tradizione di ricerche neurologiche, risalente per lo meno a Broca e Wernicke.
In generale gli afasici pensano in maniera non molto diversa, o almeno in larga misura simile, a quando possedevano (e auspicabilmente, nei casi più fortunati, da quando riacquisteranno, almeno in parte) il linguaggio, se non altro limitatamente al pensiero necessario a vivere la loro vita “normale!” o “corrente”, non comportandosi certamente come dei dementi (che credo non sia poco!) malgrado non possano esprimere linguisticamente i loro pensieri. E inoltre anche quando capita, ai non afasici, di “avere una parola sulla punta della lingua” ma di non riuscire a “trovarla (dentro di sé: di non riuscire a richiamarla alla memoria cosciente)” si pensa comunque (se ne ha consapevolezza, conoscenza) il concetto che essa simboleggia (o meglio: dovrebbe simboleggiare).
Il pensiero concettuale in generale é dunque cosa ben distinta dal linguaggio, e può benissimo persistere anche in casi nei quali determinarti danni o comunque “inconvenenti” neurologici compromettono in maggior e minor misura, magari anche solo momentaneamente, la facoltà di simbolizzazione verbale.
A questo proposito Pinker, sulla scia di Chomsky, cade a mio parere in una deprecabile e fuorviante confusione, utilizzando il vago e ambiguo concetto di “linguaggio del pensiero” o “mentalese”, di cui tutti i parlanti disporrebbero a priori come di una capacità istintiva innata (dispiegantesi, attuantesi dietro opportune, generalmente disponibili sollecitazioni durante la finestra temporale infantile-giovanile) e che ciascuno “tradurrebbe” di fatto in una o più lingue naturali (o al limite anche artificiali) acquisite per insegnamento (o inventate, nel caso delle artificiali) a seconda dei casi della vita.
Ma questo “mentalese” da tutti necessariamente posseduto aprioristicamente, congenitamente, come tendenza comportamentale istintiva (salvo casi particolari decisamente patologici), che può benissimo permanere in caso di afasia (in senso lato: più o meno grave e duratura, al limite anche nei casi in cui “si ha una parola sulla punta della lingua”, la si conosce bene, si sa bene che cosa significhi  ma non la si riesce ad evocare alla memoria) non può essere propriamente considerata una lingua, sia pure “mentale”; e infatti quando ci si trova in siffatta spiacevole condizione di ”non riuscire a trovare una parola” non si dispone mentalmente di alcun simbolo verbale, di alcun lemma “mentalese” alternativo a quello proprio della lingua naturale che si sta palando ed é momentaneamente assente alla coscienza: si dispone invece (dell’ esperienza cosciente in atto, del pensiero, della nozione) del concetto che il lemma “attualmente non ricordato” della lingua naturale conosciuta dovrebbe simboleggiare ed esprimere, comunicare (e di fatto inevitabilmente esprime, simboleggia, comunica, allorché disponibile alla coscienza).
Quello che Chomsky e seguaci chiamano erroneamente “linguaggio della mente” o “mentalese” é in realtà la generica facoltà di pensare concettualmente, astrarre, inferire, considerare concetti in determinate relazioni reciproche, ragionare, ecc. (non affatto simbolicamente, cioè non affatto linguisticamente), e assolutamente non una qualche pretesa forma sia pure “privata”, o “interiore” di simbolizzazione verbale dei pensieri stessi (ossia di linguaggio). Si tratta in realtà di pensiero non linguistico (o in un certo senso, almeno potenzialmente, pre- linguistico; o magari post- linguistico, negli afasici secondari), non simbolico, non verbalizzato, e non affatto di una qualsivoglia forma di linguaggio.
I sostenitori dell’ innativismo-istintualità-naturalità del pensiero confondono proprio queste facoltà nettamente distinte fra loro: l’ istinto naturale congenito (presente “a priori”, non inventato né appreso) del generico pensare (umanamente; ma in qualche limitatissima misura proprio anche di altre specie animali) non linguistico o prelinguistico da una parte (preteso “mentalese” o linguaggio del pensiero”), e l’ artifizio culturale inventato o appreso per insegnamento “a posteriori” del predicare verbalmente o linguisticamente (sia interiormente, per fare chiarezza “nella propria mente”, sia “esteriormente”, per comunicare con altri parlanti) dall’ altra parte.
Il pensiero umano, tendenza comportamentale istintiva-naturale-innata non costituisce una forma universale-generica di linguaggio (simbolico!), ossia una lingua interiore a tutti comune che ciascuno, a seconda di quanto impara nella vita, letteralmente traduce nella sua propria lingua (o sue proprie lingue) per comunicare (sarebbe fra l’ altro un’ inutile complicazione, un modo ingiustificabile e4 assurdo di “rendersi la vita difficile”, dal momento che basterebbe che tutti comunicassero con tutti direttamente in mentalese). Un tale preteso linguaggio interiore universale non esiste, mentre al suo posto esiste per l’appunto il pensiero umano (e in qualche limitata misura anche non umano) non o pre-linguistico, ovvero delle facoltà genericamente cognitive – intellettive (creativamente sviluppabili a posteriori, proprio per la loro genericità o indeterminatezza a priori, in molti modi in parte reciprocamente alternativi; acquisizione del linguaggio compresa).

 

Pinker prende anche in seria considerazione (soprattutto capitolo X ma non solo), una nota lesione specifica del linguaggio con distribuzione non esattamente ereditaria (non “mendeliana”) ma comunque fortemente “familiare”, cioè diffusa in netta prevalenza probabilistica in determinate discendenze rispetto a tutte le altre. A questo proposito svolge alcune considerazioni corrette sugli estremamente complessi rapporti funzionali esistenti fra i diversi geni e fra geni e ambiente, ma conclude postulando un ipotetico gene (o di più geni; non ancora identificati malgrado le ricerche assai alacri e generosamente finanziate in questo campo) “del linguaggio”, che costituirebbe la condizione per lo meno di qualche importante aspetto della congenita facoltà linguistica.
Ma a questa interpretazione dei fatti osservati se ne può del tutto tranquillamente opporre un’ altra per lo meno parimenti plausibile secondo la quale l’ eventuale base genetica del comportamento linguistico (quale che concretamente sia) va considerata semplicemente come la condizione congenita della possibilità di imparare, come una mera potenzialità intellettiva o cognitiva che può attuarsi unicamente alla condizione che il linguaggio a posteriori, non congenitamente, (epigeneticamente in generale e culturalmente in particolare) ci venga insegnato, o al limite, come accadde di fatto una sola volta, venga da noi inventato; cioé, se si danno le comunissime, quasi onnipresenti condizioni per poterlo imparare o le improbabilissime circostanze, comunque acquisite per esperienza, che portarono alla sua invenzione.

 

Ma a questo punto che ne é della concezione dell’invenzione del linguaggio come “la madre di tutti gli artifizi e le invenzioni, ossia come il punto di inizio della cultura” (propriamente umana), e questo non solo e non tanto per i suoi effetti relativi ala comunicazione ma anche e soprattutto per una vera e propria rivoluzione che avrebbe prodotto nel modo di pensare?
In realtà, dopo la lettura del lavoro di Pinker e le riflessioni che mi ha suggerito, questa tesi che l’invenzione del linguaggio abbia prodotto un rivoluzionario salto di qualità nel modo di pensare umano mi sembra per lo meno discutibile e comunque da non sovrastimare oltre certi limiti, da ridimensionare non poco. E’ certamente vero che chi abbia acquisito il linguaggio tende prepotentemente a pensare linguisticamente, simbolicamente, soprattutto e “quasi irresistibilmente” allorché intende valutare il più razionalmente e correttamente possibile le circostanze in cui si trova a vivere e ad agire ed é in condizioni di poterlo fare; ed é anche vero che da tutto ciò ricava un notevole giovamento al fine della correttezza e veridicità dei suoi ragionamenti e credenze: per chi possieda il linguaggio può essere molto difficile immaginare e comprendere cosa sia il pensare non linguisticamente o prelinguisticamente, per lo meno con l’ intento di affrontare complessi problemi teorici e in qualche misura anche pratici il più razionalmente e nel modo il più logicamente corretto possibile.
Ma comunque gli afasici non sono affatto dementi, e quando “non si trova una parola” nella propria memoria, purtuttavia del concetto, delle nozioni che essa simboleggia (significa) si ha ben chiara consapevolezza, li si pensa eccome! E dunque il linguaggio non é strettamente necessario a, non costituisce un’ ineludibile conditio sine qua non per poter ragionare in maniera logicamente raffinata e conseguente, corretta (per poter distinguere, affermare, negare, astrarre, confrontare, stabilire relazioni fra concetti, inferire, dedurre, indurre, abdurre, ecc.); e tuttavia di fatto facilita notevolissimamente queste operazioni mentali cognitive, specialmente nei casi di lunghe e difficili concatenazioni di inferenze e ragionamenti e pertanto costituisce comunque di fatto un notevolissimo e potente strumento di miglioramento e perfezionamento del pensiero cognitivo (oltre ovviamente a consentire, ma solo dopo l‘ invenzione della scrittura, di registrare nozioni anche complesse, ragionamenti anche lunghi e difficili permettendone facilmente la rievocazione mnemonica alla coscienza e l’ utilizzo per nuovi ragionamenti e per l’ acquisizione di nuovo sapere quando utile o necessario).
E tuttavia, anche a prescindere da queste considerazioni, resta indubbio che anche soltanto la stessa pura e semplice possibilità di comunicazione interpersonale consentita dal linguaggio consente comunque un’ “esplosivo” strumento di potenziamento cognitivo-raziocinativo (collettivo, per le comunità dei parlanti; e individuale, per ciascuno di essi) attraverso la possibilità di apprendere conoscenze, anche ampie, estese e complesse, per insegnamento da altri, senza bisogno che ciascuno ripercorra “ab initio” lo spesso difficile e faticoso percorso esperienziale che conduce alla scoperta o acquisizione di ciascuna di esse; e dunque permettendo e favorendo il sommarsi, l’ accumularsi delle diverse conoscenze di più “scopritori” ed il progredire indefinito dell’ estensione quantitativa e della profondità qualitativa delle conoscenze umane stesse, il progredire delle conoscenze per così dire “tappa dopo tappa”, senza ripartire sempre “daccapo” e dunque senza inevitabilmente “ripercorrere sempre sostanzialmente lo stesso tratto di strada”; e dunque anche in linea teorica, di principio (ma solo a prescindere da ineludibili realistiche considerazioni sulla realtà oggettiva e in particolare sulla condizione umana e i suoi limiti ineludibili!) senza limiti invalicabili alla sua possibile estensione ed approfondimento, perché a partire di volta in volta (ad ogni “successiva tappa”), dai risultati positivi già raggiunti da predecessori in grado di insegnarli anziché dal “loro punto di inizio”, in modo da superare questi obiettivi limitati e far progredire il sapere complessivo indefinitamente (che é quasi la definizione di “cultura” o di “storia delle conoscenze e delle attività pratiche umane”).
E questo basta con ogni verosimiglianza a spiegare come l’ uomo di Neanderthal, che condivideva sostanzialmente la stessa nicchia ecologica dell’ uomo attuale allorché quest’ ultimo si diffuse in Eurasia, abbia subito da esso una terribile, decisamente soverchiante concorrenza nell’ utilizzo delle risorse naturali ad entrambi necessarie, dato lo spettacolare potenziamento della capacità di utilizzarle da parte di quest’ ultimo, derivante dall’ invenzione, operata dal “sapiens” stesso, del linguaggio, per lo meno in quanto mezzo di comunicazione sociale e di conseguente formidabile incremento delle conoscenze e della capacità di adattamento all’ ambiente, della possibilità di sfruttarne le fonti di sostentamento e riproduzione a scapito di altre specie concorrenti ...fino all’ inesorabile estinzione alquanto repentina (in tempi biologici; ma per nulla strana in tempi “storici”, quali infatti già cominciavano ad “operare” o a “manifestarsi” nella realtà, proprio grazie all’ invenzione del linguaggio).
E’ ragionevole ipotizzare che una prima diffusione in Eurasia di membri del genere “Homo” (e forse della stessa specie” homo sapiens”: i Neandertaliani) dall’ originario continente africano si sia realizzata in seguito a importanti miglioramenti delle capacità cognitive evoluzionisticamente acquisite; che la separazione geografica e dunque riproduttiva fra uomini dell’ Eurasia e uomini rimasti in Africa abbia innescato un processo di speciazione allopatrica (probabilmente incompiuto, stanti le prove genetiche di una pur limitata ibridazione fra le due popolazioni) consistente nella progressiva differenziazione genetica e fenotipica fra uomini dell' Eurasia (Neandertaliani) e uomini dell’ Africa (“sapiens”). E che a un certo punto questi ultimi abbiano inventato il linguaggio, e grazie al formidabile potenziamento che ne derivò nelle loro capacità di sfruttare le risorse naturali abbiano potuto realizzare un’ ulteriore, ben più massiva, “penetrante” e rapida diffusione extra africana, estesa stavolta al mondo intero (salvo l’ Antartide); e che, in particolare in sede eurasiatica, questo abbia determinato, o almeno potentemente contribuito a determinare “repentinamente”, anche se dopo un periodo di coesistenza sempre più squilibrata a vantaggio dei “nuovi venuti”, l’ estinzione dell’ uomo di Neanderthal, che del linguaggio stesso era privo.

 

Come già accennato, un problema da risolvere per chi sostiene la culturalità e il carattere acquisito e non istintivo del linguaggio é costituito dal’ esistenza in un emisfero cerebrale umano (per questo detto “dominante”) delle aree corticali perisilviane “deputate al linguaggio”, facilmente identificabili con l’ “organo de - (l’ istinto de -) - l linguaggio” dei “chomskani” (come possono essere indicati gli attuali sostenitori del suo carattere istintivo naturale, dal nome del fondatore e più noto e autorevole sostenitore di questa teoria).
Come si potrebbe spiegare l’esistenza inevitabile (salvo patologie) di strutture anatomiche (in particolare cerebrali) atte all’ esercizio di una funzione se e quando questa viene epigeneticamente acquisita (inventata o imparata)?
Per cercare di comprendere questo fatto si possono considerare le possibili, anche se limitate, analogie del linguaggio con altre funzioni potenzialmente acquisibili almeno in qualche misura solo limitatamente a determinate “finestre cronologiche di imprinting” (più o meno giovanili) aventi corrispettivi neurofisiologici in altre aree corticali del cervello.
Per esempio la potenziale acquisizione di innaturali (o meglio: culturali; e molto “tipicamente” tali) abilità acrobatiche, sportive o più generalmente artistiche (o magari anche solo artigianali), o in qualche limitata misura del nuoto, con corrispettivi neurofisiologici nelle aree sensomotorie perirolandiche; oppure di abilità sensoriali finemente discriminatorie (pure non puramente naturali ma piuttosto culturali, almeno a certi livelli di raffinatezza), come quelle visive dei radiologi, o gustative - olfattive degli assaggiatori e degli esperti di aromi, aventi corrispettivi neurofisiologici documentati nella struttura microscopica delle aree corticali visive o in quelle gustative e olfattorie rispettivamente (più neuroni e/o più sinapsi che “in natura”). Oppure, mutatis mutandis, l’acquisizione epigenetica (e in alternativa la possibile perdita irreversibile, in caso di deprivazione sensoriale nella rispettiva “finestra cronologica più o meno giovanile di imprinting”) della visione stessa.
Questi casi si possono spiegare in maniera discretamente attendibile con processi di più o meno irreversibile “atrofizzazione funzionale microscopica” (perdita irreversibile di neuroni e/o sinapsi), come é dimostrato nel caso della visione se si ha deprivazione di adeguati stimoli sufficientemente tempestivi; ma questo caso può essere decisamente considerato come appartenente piuttosto allo sviluppo di autentiche facoltà istintive naturali innate, congenite, “a priori” (anche se ovviamente condizionate di necessità, nel loro effettivo attuarsi, empiricamente -letteralmente: per esperienza- “a posteriori”): se non si hanno “a tempo debito” gli “opportuni” eventi epigenetici “necessari all’ uopo”, e peraltro universalmente presenti nell’ ambiente (anche) durante la relativa “finestra cronologica più o meno giovanile di imprinting” (salvo casi anomali, decisamente “patologici”), allora quelle aree corticali o (almeno in parte) si atrofizzano microscopicamente-funzionalmente (perdita irreversibile di neuroni e/o delle opportune connessioni sinaptiche e assonali, locali-intrinseche e a distanza, in entrata da  e in uscita verso altre parti del cervello), oppure (almeno in parte) si sviluppano diversamente (formazione di diverse connessioni sinaptiche e assonali con conseguente almeno in larga misura irreversibile (concorso allo) svolgimento di altre funzioni.
E’ un po’ quello che accade normalmente, fisiologicamente nelle aree perisilviane dell’ emisfero dominante in caso di mancata acquisizione culturale (per invenzione o per insegnamento) del linguaggio (cioè in caso di “deprivazione dell’ insegnamento o dell’ invenzione” di esso), circostanza nella quale non accade lateralizzazione in queste aree, per lo meno limitatamente alla facoltà linguistica, né con ogni verosimiglianza limitatamente alle altre funzioni ad essa complementari dell’ altro emisfero).
E tuttavia si tratta di ordini di eventi notevolmente differenti.
Nel caso dell’acquisizione di “innaturali”, o meglio culturali, abilità artistiche si tratta sostanzialmente di processi di “ricombinazione-risequenziamento” di abilità sensomotorie più elementari e istintive congenite naturali in “combinazioni - sequenze” più complesse e non istintive, di carattere acquisito culturale (non puramente e semplicemente naturali ma inventate o imparate). Invece nel caso della fisiologica maturazione delle facoltà visive si tratta dello sviluppo (o meno) di abilità sensomotorie (quasi integramente sensoriali nel caso specifico della vista) del tutto naturali (ben considerabili, almeno in un certo senso, congenite e istintive)
Il caso del linguaggio, o meglio della funzione delle aree perisilvaiane dell’ emisfero dominante che vi sono correlate (se e quando il linguaggio si sviluppa), sembrerebbe per lo meno decisamente affine a quello dell’ acquisizione di “innaturali”, o meglio culturali, abilità artistiche, trattandosi di un certo tipo di abilità sensomotorie con aspetti più elementari istintivi congeniti - naturali (similmente alla visione) passibili di (eventuali; e condizionate) “ricombinazioni-risequenziamenti” più complessi, plastici, creativi (o meno stereotipati) non naturali - istintivi, ma invece eventualmente acquisibili (inventabili o imparabili) culturalmente.
Nel senso che prima dell’ invenzione del linguaggio e/o in coloro che non possono impararlo per insegnamento (nemmeno del suo “grado più elementare” -non disponendo del pidgin- oppure soltanto del “suo grado più avanzato” -relativamente al primo grado, e di fatto inevitabilmente conseguente in presenza di adeguati stimoli generalmente sempre presenti di fatto durante la “finestra cronologica più o meno giovanile di imprinting- disponendo di un pidgin ma non di un creolo o di un analogo linguaggio naturale) si sviluppa soltanto la generica facoltà istintiva - congenita - naturale del pensiero umano (negli umani incomparabilmente più sviluppata, sofisticata, creativa che in tutte le altre specie animali, con importantissime caratteristiche assenti in tutti gli altri animali come la capacità di consapevole distinzione fra simile e diverso, astrazione, classificazione, induzione anche generale - astratta oltre che particolare - concreta, altre forme di inferenza, ecc.). Mentre invece essa si modifica (in un certo senso si “ricombina-risequenza”, almeno in parte), in caso di conseguimento delle competenze linguistiche, attraverso l’acquisizione di conoscenze e capacità pratiche più complesse, culturali e non istintive - congenite - naturali. Corrispettivo neurofisiologico di questo possibile sviluppo acquisito - culturale di capacità inizialmente congenite - istintive - naturali essendo la lateralizzazione delle aree perisilviane e il “reclutamento all’ uopo” di quelle dell’emisfero dominante (mentre nei casi di mancata realizzazione di questi possibili sviluppi non istintivi - congeniti - naturali si avrebbe una diversa maturazione epigenetica, senza lateralizzazione o con una diversa lateralizzazione delle aree perisilviane).
Sarebbero molto interessante (nella praticamente inesistente possibilità statistica effettiva di osservare patologie cerebrali del’ area perisilviana; e meno male! Questi soggetti sono già abbastanza sfortunati anche senza…) compiere osservazioni funzionali (di imaging neurologico funzionale e di stimolazione magnetica transcranica) delle aree perisilviane dei due emisferi nei deprivati del (- l’insegnamento del) linguaggio (ed eventualmente in maniera discriminata nei dotati di pidgin e nei privi anche di questo), oltre che osservazioni microscopiche post mortem di tali aree corticali.

 

Sulla base di queste considerazioni credo si possa dire con ragionevole fondatezza che ciò che caratterizza “naturalmente”, biologicamente il comportamento umano distinguendolo da quello di tutti gli altri animali (malgrado, “abbozzi primordiali” o “rudimenti embrionali” presenti in altre specie a lui alquanto filogeneticamente prossime, come é del tutto ovvio per chi assuma un atteggiamento naturalistico e non creazionistico) é “l’ agire pensato o meditato”, che si affianca e spesso sovrasta l’ “agire immediato o istintivo”; cioè il fatto che gran parte delle azioni umane non é costituito da risposte standardizzate, univoche, “stereotipate” agli stimoli ambientali immediatamente presenti ma consegue a scelte spesso di fatto difficilmente o per nulla prevedibili fra più alternative consapevolmente (mentalmente) considerate come possibili, le quali sono variabili fra individuo e individuo e da circostanza a circostanza in cui accadono a seconda soprattutto dalle esperienze vissute nel passato e ricordate e degli eventi immaginati e previsti come futuri, della auspicata soddisfazione di aspettative e aspirazioni anche e soprattutto rivolte al futuro.
E fin qui, fino all’ enorme sviluppo genericamente dell’ intelligenza (o delle facoltà cognitive, come é più di moda dire) che determina questa enorme complessità e plasticità o “non immediatezza” standardizzata o univoca di comportamento rispetto a tutti gli altri animali, l’ uomo si é evoluto puramente e semplicemente nell’ ambito della “storia naturale”; il suo pensiero, la capacità di distinguere l’ uguale dal diverso nell’ esperienza, di astrarre, classificare, inferire, dedurre, indurre, abdurre, ecc., per quanto straordinari nell’ ambito del comportamento animale, non sono che fatti del tutto naturali nell’ ambito dell’ evoluzione biologica.
Ad un certo punto, però, conseguentemente a certe determinate circostanze alquanto fortuite, queste facoltà puramente e semplicemente naturali - biologiche hanno condotto a un primo fatto “rivoluzionario”, di “relativa rottura”, ad un “salto di qualità dialettico” a partire dall’ ambito della storia naturale verso un nuovo “ordine del divenire” che pur non contraddicendo le leggi di natura presenta però anche caratteristiche del tutto peculiari: la storia e la cultura umana.
Si é trattato dell’ invenzione del linguaggio simbolico-sintattico, che pur non costituendo un nuovo e diverso modo di pensare ma semplicemente “traducendo in simboli” comunicabili ad altri (oltre che meglio “mentalmente maneggiabili”, soprattutto in lunghe, complesse e “intricate” sequenze di ipotesi e di inferenze), ha determinato un “esplosivo” potenziamento delle conoscenze acquisibili e praticamente utilizzabili da ogni individuo della specie “homo sapiens”: le conoscenze disponibili a chiunque da questo momento cruciale non sarebbero state più limitate unicamente a quelle da lui personalmente acquisite, magari sotto la guida intenzionale e seguendo l’ esempio di altri uomini più esperti (ma comunque necessariamente “rivivendo punto per punto in prima persona” le tappe pratiche, esperienziali della loro scoperta), ma avrebbero compreso anche quelle teoricamente trasmesse, verbalmente-linguisticamente comunicate da altri membri dell’ umanità, innescando una complessiva crescita esponenziale delle conoscenze stesse.
Da ciò sarebbero poi successivamente conseguiti altri analoghi (ma non ugualmente decisivi, e comunque da questo primo passo effettivamente decisivo casualmente dipendenti), ed anch’ essi straordinari, “salti di qualità” nella disponibilità umana di conoscenza, come quelle conseguenti all’ invenzione degli “artifici mnemonici” della poesia (metrica, rime, allitterazioni, ecc.) e del canto (applicazione ripetitiva di melodie a parole ovviamente in metrica, e magari in rima o allitterate), poi quelle dovute alle invenzioni della scrittura ideografica e successivamente alfabetica, della stampa, delle comunicazioni a distanza (telegrafo radiotelevisione, ecc.), del trattamento ed elaborazione computerizzato della scrittura…

 

A mio parere Pinker si trova decisamente in difficolta (nell’ VIII capitolo) nel cercare di contrastare le osservazioni convergenti fra genetica delle popolazioni umane (Cavalli Sforza) e ricerche “archeolinguistiche” (Greenberg, e indipendentemente - Starostin e altri Russi che Pinker nemmeno cita nella bibliografia: li ha letti o ne ha solo sentito parlare?).
Si tratta due (o tre) diverse fonti reciprocamente complementari o per così dire “convergenti” nell’ indicare una fortissima analogia (talora riconosciuta da Pinker stesso) fra l’ evoluzione biologica delle popolazioni umane, articolantesi in gruppi cladistici via via più particolari in progressiva differenziazione genomica reciproca a partire da un ipotetico “progenitore comune” (da intendersi come una sorta di “estrapolazione idealizzante” di una tendenza reale “meno estremistica”: in realtà un piccolo nucleo originario relativamente poco numeroso), e la probabile evoluzione-differenziazione linguistica attraverso successivi ordini (“gruppi”, “famiglie”) di idiomi in reciproca diversificazione secondo ramificazioni via via più particolari. Fatto che depone fortemente per l’ipotesi di un unico determinato episodio di “invenzione” del linguaggio (sia pure eventualmente attraverso i suoi due diversi “stadi”) e successiva evoluzione “ramificata” e “divergente” con un andamento del tutto simile e di fatto “parallelo”, procedente “di pari passo”, a quello dell’ evoluzione - differenziazione preistorica delle varie popolazioni della nostra specie.

 

Nel capitolo XI Pinker si impegna a sostenere la concezione chomskyana dell’istintualità innata del linguaggio (fra l’altro non dogmaticamente ma anche criticando acutamente certe affermazioni di Chomsky stesso, fatto certamente degno di nota e di apprezzamento) attraverso considerazioni inerenti alla moderna teoria evoluzionistica.
Ora a me pare che queste sue considerazioni si si basino su un’interpretazione della selezione naturale che denominerei “dawkinsiana-antigouldiana”, cioè alquanto “esageratamente e unilateralmente deformata”, a mio modesto parere con elementi ideologici di scorrettezza scientifica, e che personalmente non condivido, ovviamente; ma soprattutto non mi sembra punto che questi suoi argomenti possano effettivamente corroborare in alcun modo le tesi naturalistiche-istintuali sul linguaggio. Infatti essi tendono a dimostrare nient’ altro che l’ unico modo naturalistico di spiegare la comparsa del linguaggio (a suo parere come istinto naturale; secondo me invece di un diverso istinto naturale costituito dal “pensare umanamente, in maniera estremamente intelligente, sofisticata e complessa” sulla cui base si poi é avuta “in più” l’ acquisizione culturale e non istintiva del linguaggio stesso) é costituito dalla selezione naturale operante priobabilmente in questo caso (ma non sempre e comunque: Gould!) in maniera graduale-continua e in tempi lunghi, ma senza portare dati empirici, osservazioni che possano orientare all’ individuazione di alcun concreto processo od evento filogenetico attraverso il quale un siffatto svolgimento in linea di principio plausibile si sia di fatto realizzato (che é poi ciò che Pinker, non dogmaticamente, critica in Chomsky!).
E questo anche perché mi sembra invece in linea di principio semplicemente impossibile ottenere concrete spiegazioni-verifiche strettamente biologiche evoluzionistiche (e non culturali) della comparsa e sviluppo della facoltà del linguaggio. Infatti, sia che essa sia comparsa per salti poco graduali, sia (forse con maggiore verosimiglianza) lentissimamente-gradualissimamente, ogni ipotetica mutazione genetica tale da realizzarla o da svilupparla (o per così dire, antropomorficamente, da “perfezionarla”) nel fenotipo sarebbe inevitabilmente dovuta accadere, non in maniera del tutto statisticamente inverosimile ma in accordo a considerazioni statistiche realistiche, assai raramente; e dunque in un singolo individuo per volta, e sempre a (variabile ma comunque) grande distanza di tempo dai casi individuali immediatamente precedente e successivo. Ma un’ ipotetica acquisizione del (preteso) istinto linguistico, o di qualsiasi elemento di progresso nel suo lento e graduale sviluppo, in un unico individuo, senza alcuna possibilità di condivisione con una ben che minima parte della restante popolazione di appartenenza, non avrebbe affatto modo di manifestare la sua relativa maggiore adattività (fitness); e si potrebbe propagare nella popolazione fino a raggiungere una diffusione socialmente sufficiente a realizzare la sua maggiore adattività stessa solo per circostanze del tutto fortuite decisamente improbabilissime. Tutto questo al contrario della comparsa e dello sviluppo di generiche capacità intellettive - cognitive ma non immediatamente comunicative.

 

Nell’ ultimo capitolo PInker considera la teoria chomskiana del linguaggio nell’ambito di una concezione antropologica-sociale più generale che si starebbe sviluppando a partire dagli ultimi decenni del secondo millennio, dopo un predominio di circa mezzo secolo, a partire circa dagli anni venti - trenta del novecento, di quel che definisce “modello standard delle scienze sociali”.
Quest’ ultimo si sarebbe sviluppato, e imposto per lo meno negli ambienti intellettuali progressisti e politicamente corretti del mondo occidentale, in contrapposizione a una avversa concezione decisamente reazionaria e con per lo meno qualche tendenza oggettivamente razzisteggiante, fondata su una visione delle moderne scienze biologiche semplicisticamente “deterministica”, per così dire “genomacentrica-ambientofobica”, “innatistica” per quanto riguarda le facoltà e le tendenze comportamentali umane.
Secondo lui sarebbe stato proprio per motivazioni extrascientifiche, ideologiche (per quanto fondamentalmente democratiche, e per questo in parte comprensibili ma comunque non scientificamente ammissibili) che il “modello standard delle scienze sociali” si sarebbe imposto, e da queste errate motivazioni non scientifiche avrebbe derivato il suo pregiudiziale antiinnatsimo circa le facoltà umane in generale, e quella del linguaggio in particolare. Ci tiene fra l’altro a chiarire, in particolare nelle ultime pagine del volume, che quella che lui vi contrappone come la corretta concezione della biologia moderna, non meno decisamente del “modello standard delle scienze sociali” stesso, é del tutto opposta al ed inconciliabile con tali altre tendenze reazionarie, “aristocraticheggianti” e più o meno coerentemente “razzisteggianti”.
Su queste considerazioni dissento profondamente.
Innanzitutto perché credo che almeno a partire dalla seconda metà del XX secolo largamente prevalente sia, anche presso le elités intellettuali colte e in qualche misura perfino politicamente corrette dell’ occidente (e che in conseguenza di ciò sia molto diffusa anche a livello popolare), l’ opposta e politicamente reazionaria concezione “deterministica genetica-innatistica”. Concezione dominante contro la quale ha vigorosamente lottato per tutta la vita da posizioni a mio parere tutt’ altro che ideologiche ma invece scientificamente ineccepibili il compianto Stephen Jay Gould (il quale non viene esplicitamente menzionato da Pinker come autorevole esponente del” modello standard delle scienze sociali”, anche se la sua figura mi é sembrata molto evidentemente presente, quasi implicitamente evocata, nella critica pinkeriana stessa; é citato nel libro pochissime volte per criticarne la concezione dell’ evoluzione biologica, invece a mio parere del tutto corretta, non distorta in senso assolutizzante ed unilateralmente estremizzante, ed in particolare la sua visione della filogenesi stessa come non sempre necessariamente gradualistica e da non identificarsi antiscientificamente con una sorta di “forsennata, egoistica lotta all’ ultimo sangue di tutti contro tutti”).
Inoltre e soprattutto perché ritengo errata la concezione esposta da Pinker, e ben più aderente ai dati reali delle conoscenze scientifiche disponibili in campo biologico e antropologico quella da lui criticata come “modello standard delle scienze sociali”.
Certo, nessuno nega che a determinare il comportamento umano, sia individuale che sociale (di gruppi, classi popolazioni, ecc.), concorrono sia fattori genetici sia fattori ambientali, e che anzi é propriamente dall’ interazione fra questi due ordini di fattori che esso viene plasmato; ma é scientificamente del tutto evidente a mio parere che il contributo genetico (innato) é soprattutto preponderante negli aspetti generalizzati, standardizzati, appunto istintivi, quelli a tutti comuni (salvo casi decisamente patologici, per fortuna rari e solitamente bene spiegabili, se non anche di atto sostanzialmente del tutto compresi, nella loro patogenesi), mentre é l’ ambiente in generale che ne “modella” in maniera nettamente preponderante i tratti distintivi, e più o meno originali e in varia misura non prevedibili, “creativi” a livello personale e a livello sociale (nelle varie articolazioni societarie, da quella individuale a quella familiare, di classe, nazionale, ecc.).
E (cosa del tutto ignorata in quest’ opera di Pinker) per “ambiente” non si deve intendere soltanto l’ insieme dei territori abitati e praticati dagli individui post-partum, con i loro tratti naturali e artificiali e in particolare con le loro caratteristiche latamente sociali e segnatamente culturali largamente variabili nel tempo e nello spazio, in qualche misura comuni a gruppi umani e popolazioni più o meno ampie, in qualche altra misura irripetibili per ciascun gruppo sociale e per ciascun individuo. Pur essendo tutto ciò di estrema importanza nel determinare gli aspetti variabili, non univocamente standardizzati, più o meno autonomi, imprevedibili, e cioè creativi, quelli più tipici degli individui della nostra specie (che ne fanno -caso unico nel mondo naturale- delle “persone”), grandissimo é pure il ruolo del ”microambiente chimico-fisico” col quale il genoma interagisce: la composizione chimica del nucleo e quella del citoplasma delle cellule (innanzitutto di quello che la cellula uovo offre al gamete) e poi l’ ambiente uterino materno (e dopo ancora, sia pure in minor misura, anche l’ ambiente materiale immediatamente extracorporeo, a cominciare da cibi e bevande: “l’ uomo é ciò che mangia”, per dirlo un po’ grossolanamente con Feuerbach).
In particolare durante lo sviluppo embrionale e poi fetale anche “piccolissime variazioni” nella concentrazione delle varie sostanze chimiche nucleari e citoplasmatiche o anche solo nella mera disposizione spaziale delle singole molecole nelle cellule, e in misura minore ma non trascurabile anche nell’ ambiente uterino e placentare, nonché piccole differenze nei tempi e nei modi (concentrazioni e loro variare) nell’ apporto di numerosissime molecole che raggiungono dalla madre il sistema nervoso embrionale e poi fetale in via di sviluppo, possono determinare e di fatto determinano effetti anche di inestimabile portata nel differenziare le diverse caratteristiche attitudinali, e caratteriali e le diverse disposizioni comportamenti delle persone umane (se così non fosse i gemelli monoovulari sarebbero, per cos’ dire, “un’ unica, identica persona in duplice copia”, anziché due ben distinte persone, per quanto per molti aspetti estremamente simili).
Questo perché il “materiale biologico” in generale, e particolarmente quello umano, é estremamente complesso e variabile nella sua composizione e nelle variazioni temporali di questa, di modo che i meccanismi biochimici di trascrizione del DNA e di sintesi delle proteine ed il restante, complicatissimo metabolismo in larga misura dagli enzimi proteici dipendente che costituiscono e sviluppano ogni persona umana sono sistemi estremamente complessi, caoticamente deterministici, in larga misura imprevedibili, inconoscibili se non assi approssimativamente ed a posteriori nel loro divenire.
Dunque in conclusione mi sentirei immodestamente di rivoltare contro Pinker l’ obiezione che lui oppone al “modello standard delle scienze sociali”: Pinker, contrariamente per esempio ai fautori della “sociobiologia”, non è un reazionario razzisteggiante, e in questo é certamente apprezzabile; tuttavia la concezione “innatistica chomskiana” del linguaggio e più in generale delle facoltà e dei comportamenti umani é a mio parre scientificamente errata ed é sul terreno della ricerca incondizionata (non ideologicamente orientata, nemmeno con le migliori intenzioni) della verità che a mio parere va respinta.

 

Giulio Bonali

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