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Note a Holderlin

Di Roberto Taioli

Gennaio 2018

 

Holderlin: “l’originario appare solo nella sua debolezza, nel suo = 0.  Il “celato” è a fondamento di ogni natura. Paradossalmente, dice Holderlin, la “debolezza della natura rappresenta la sua ‘dote più forte’”.

 

Dalle parole di Holderlin, piuttosto criptiche ed enigmatiche, sembra di capire, che il fondamento della poesia sia nel lato inespresso e debole del segno. Ma il segno è congiunto alla parola, sgorga nella parola e la parola nella cosa. Holderlin parla di “originario” e dice che esso può apparire solo nella sua debolezza, cioè nel suo negarsi. Parla anche di insignificanza e inefficacia del segno.
Sembra così che per attingere l’originario si debba preliminarmente negare e sospendere tutte le parole, tutte le forme note e organizzate delle parole in norme grammaticali, sintattiche e metriche. Il fondamento sarebbe allora solo le “cose”. Ma non mimesis delle cose, come avvertiva Platone, poiché le cose sono simulacri, ombre, indizi d’un diverso ordine. Simboli, tracce, di qualcosa che le trascende. Le idee di Paltone sono visioni eidetiche staccatesi dal sensibile.
Il punto = 0 non è il luogo dell’inespressione, ma l’inizio, l’origine di ogni significazione. “La realtà effettuale si dissolve”, scrive Holderlin, poiché in essa irrompe il “possibile” che nella realtà effettuale è sempre fungente, opera nascosta ma viva, anche nel silenzio dell’inespressione. La poesia appartiene e abita questo territorio.
Il terrore del grado = 0 è vinto se non temiamo però di incontrarlo nella pagina bianca, nell’inerzia dello spirito, nell’inedia del corpo e ingaggiamo con esso un corpo a corpo, cercando di spremere quel nocciolo di infondato e di inespresso che si cela in noi. Allora l’originario cambia volto ed appare come inizio, perdendo i connotati annichilenti del nulla che conduce ad abbandonare la pagina, vinti dalla sua beffarda crudezza. Ci fa paura quasi la sua ancestrale verginità, il suo ambiguo poter essere violata dalla scrittura o lasciata intatta. Nella pagina il tutto si mantiene sotto traccia, destinato a rimanervi, oppure risalire la scala amoris di cui scrive Platone nel Simposio, che è un depurarsi dell’espressione fino ad un’acme, scrollando via da sé l’inessenziale.
Il “celato” di cui scrive Holderlin, non si svela per una operazione chirurgica di incisione e cesura, ma assecondando quell’originario che ha in sé il tutto sigillato o forse non ancora nato. Per questo la poesia è anche ritorno a quel grado = O cui ambisce separarsi, ma che non può fare a meno di reincontrare ad ogni incrocio della parola.
La forma = 0 dell’’originario è l’idea del cerchio non come perfezione, ma di una circolarità spezzata, infranta, in cui si incunea il dolore, la fatica, il male ed anche la bellezza di una parola, pur sempre minacciata di essere fraintesa, stravolta, deturpata. Nei punti di rottura riprende il ritmo della circolarità entro la quale ci ricaliamo come per abbeverarci ad un pozzo non essiccato. La poesia così ha una forma circolare se alla fine, dopo essercene distanziati, ritorniamo a quel grado = 0 come una genesi bifronte, capace di annichilirci e spegnerci o rilanciarci nel periplo.
Ancora Holderlin: “in ciò che passa è predominante la possibilità di tutte le relazioni”. È predominante, cioè emerge dal confuso, dall’indistinto, dallo stato di caos. Si impone perché è più evidente, perché è tendenzialmente disoccultante. Nel periplo sfioriamo, lambiamo attimi di chiarificazione. Ma in una filosofia relazionistica le relazioni sono come nodi, incroci, passaggi, mai approdi.
La poesia si connota come una toponomastica, un’arte di dare nomi e volti agli incroci, alle occasioni, alle relazioni. La scrittura non deve diventare un esercizio.
Lunghe pagine, segni, parole, pensieri non sono ripetizione né tantomeno addestramento, semmai le pagine segnano il passaggio dal confuso al quasi-chiaro.
E rileggere il proprio già scritto può far avvertire un senso di fissità, di inerzia, di inappropriatezza. Ma ogni poesia è scritta per sempre, destinata all’eternità. Si stacca così dalla finitezza pur rimanendo incardinata nella pagina. Ma non più nostra, anche se non arriviamo a rinnegarla. La poesia non si corregge, semmai si rincomincia, ma non reitera il già- detto. Ovvero si può farlo con altre parole, segni ed immagini, ma in tal caso pervenendo ad un’altra cosa, ad una diversa emersione di senso. Non c’è replica. Nel già scritto siamo condannati come in una dimensione tombale, di presenza ad un relitto. Ci è concesso rivederlo, andarlo a trovare, come i nostri morti di cui proviamo nostalgia. Ma la pagina è come un blocco di marmo muto.  L’interrogazione cui la sottoponiamo è simile ad un rito funebre, di ossequio, di dialogo con qualcosa che si è ossificato, oggettivato.
E qui torniamo al grado = 0 di Holderlin: la pagina seppur scritta è un nuovo inizio, diversa ma non lontana dalla pagina bianca. Il poeta la rilegge e se potesse la riscriverebbe, ma per fortuna non si può, come una madre non può rimettere nel suo ventre il proprio figlio.

 

   Roberto Taioli

 

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE - Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano. Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico. Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.

Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

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