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Papa Leone II, il calabrese del "segno di pace"

Di Domenico Caruso - Giugno 2018

 

La toponomastica è una disciplina affascinante e complessa, legata alla storia - alla geografia e alle altre materie di studio.
Oltre ai documenti scritti, la nomenclatura si basa sulle tradizioni orali dalle quali spesso si scoprono informazioni utili che invitano all’approfondimento e favoriscono la ricerca. Ad esempio, nel nostro paese S. Martino di Taurianova una strada adiacente alla via provinciale (corso Garibaldi) reca il nome di Papa Leone II (esattamente, “Via S. Leone”).
Le scarse notizie riguardanti le origini del Pontefice ci sottopongono ad una domanda: «Perché i nostri avi hanno scelto il termine inusuale fra la molteplicità a disposizione?». Evidentemente, risiedevano sul posto persone istruite che conoscevano molto bene il nostro glorioso passato.
Sappiamo, infatti, che siciliani e calabresi si contendono il luogo di provenienza dell’illustre personaggio che la Chiesa venera come santo.
Ho fatto presente, sui più autorevoli portali web, la nota di Tommaso Aceti che afferma testualmente: “Leone il giovane” - «Cioè Leone II, che successe ad Agatone… Quantunque sia detto siculo, fu certamente di Reggio, nato nella valle dei Salini, comunemente Piana di San Martino». (Cfr. Gabriele Barrio - “Antichità e luoghi della Calabria” - Cap. IV - Uomini di Reggio eccellenti per dignità e dottrina - pag. 335 - Roma 1737 - Per le Ediz. Brenner, CS - 1979).
Padre Silvestro - Pietro Morabito, nel suo libro “I Papi calabresi nella storia e nella tradizione” (V. Ursini Editore - CZ, 1996) riporta quanto sostiene Spanò Bolani (“Storia di Reggio Cal., Vol. I, Napoli 1897): «Come i Bizantini, perduto l’effettivo dominio dell’isola di Sicilia, volevano il conforto di conservarselo in titolo, cominciando a chiamar la Calabria Sicilia, onde in questo nome di Sicilia tornarono a confondersi le due contrade». È un’ulteriore conferma della nostra ipotesi sulle origini del Papa.
Figlio di Paolo Menejo, Leone vestì l’abito canonico regolare nel Monastero di Bagnara, una vocazione tardiva essendo già medico ed esperto in greco e latino.
Nel “Liber Pontificalis” si asserisce che fosse: "Vir eloquentissimus, in divinis scripturis sufficienter instructus, greca latinaque lingua eruditus". Nello stesso si esalta la capacità nel canto e nella salmodia: "Cantelena ac psalmodia praecipuus et in earum sensibus subtilissima exercitatione limatus".
Ed ancora: “Era amico dei poveri, ai quali prodigava, coi soccorsi spirituali della pietà, tutti i soccorsi temporali che gli procurava la sua fatica”.
Compose inni sacri, musicò i salmi e, probabilmente, fece parte o guidò la “Schola cantorum” lateranense.
Tali doti avranno contribuito alla sua elezione papale.
Succeduto alla morte di Agatone nel 681, Leone ratificò le decisioni del VI Concilio ecumenico di Costantinopoli traducendo egli stesso i documenti greci in latino.
Venne condannata l’eresia monotelita di Onorio I che favorì per negligenza e, per editto dell’imperatore Costantino IV, fu stabilita la dipendenza della sede vescovile di Ravenna da quella di Roma.
In seguito - fra l’altro -  introdusse nella celebrazione della Messa il “bacio della pace”, istituì l’aspersione dell’acqua benedetta nei riti cristiani e sul popolo, ordinò che in caso di necessità chiunque e in ogni tempo potesse battezzare. A lui si deve pure la consacrazione della Basilica di S. Paolo.
Morì il 3 luglio 683 e fu sepolto in S. Pietro. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa.
Con le recenti riforme la festa di Papa Leone è scomparsa dalla Chiesa universale e dal “Proprium” romano.
Nella sua tomba (riporta Padre Silvestro nella suddetta opera) sta scritto:

 

«Qui riposa Leone!
Forse il nome ti spaventa?
Ma non scuote l’orribile criniera, né il truce volto incute paura, né la bocca emana terribili ruggiti.
Nulla ha del leone, possiede invece una forbitezza del dire ed una ineguagliabile squisitezza d’animo.
Gaio è il suo volto, brillante il suo comportamento, limpida la sua fedeltà nei retti principi, amante della bellezza interiore.
[…] Intenditor di canto, le melodie abbellisce e agli inni sacri dà miglior dolcezza.
[…] Mentre concepisce e medita grandi idee, lascia la terra.
Aveva regnato non più di dieci mesi e diciannove giorni, arbitro delle cose del mondo.
Risplende la sua santità anche nelle ceneri».

 

È un vanto del nostro territorio l’appartenenza dell’eccezionale Pontefice, dolce poeta e musico sacro, che nella sua breve esistenza chiuse lo scisma di Ravenna e diede alla Chiesa un meritato splendore.

 

Domenico Caruso

S. Martino di Taurianova (R.C.)

 

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