Coscienza; implicazioni epistemologiche e metafisiche

Aperto da Alberto Knox, 21 Febbraio 2026, 01:36:23 AM

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PhyroSphera

Citazione di: Alberto Knox il 20 Marzo 2026, 00:07:39 AMNon si può negare e liquidare la realtà dei fenomeni e del divenire , ma nemmeno confondere questi con l essere ; la verità comprende entrambi e la sua comprensione richiede di non ridurre l uno all altro confondendoli. La forte tendenza a sostanzializzare e ontologizzare ha spesso portato a prendere inconsapevolmente concetti, parole e categorie mentali per cose e propietà obbiettive dei fenomeni osservati.

La coscienza , il suo ruolo nel mondo e il suo modo di codificare l esperienza costituiscono la madre di tutti i problemi, il problema dei problemi da cui dipende tutta la conoscenza , la visione del mondo e l interpretazione delle sue leggi. La sua dimensione si estende ben oltre il limitato approccio riduzionista volto alla conoscenza dei suoi meccanismi cerebrali , se pur valido e utile (bisognerà ben studiare anche il problema facile)
Quale disciplina filosofica, l'ontologia si occupa anche dei fenomeni.
Tu dici del dramma intellettualistico dell'errore delle 'essenze separate' e ti rifai a un mondo che pratica un pensiero ridotto, che ha conservato un approccio primitivo ai fenomeni, i quali vuol assistere senza metterci rigore - rigore ontologico appunto.
La storia dell'ontologia contemporanea prende le mosse con la riflessione sui fenomeni, con Heidegger contro l'idea, husserliana, che la fenomenologia potesse prendere il posto della vecchia metafisica. Husserl era per certi aspetti pensatore medioevale quando diceva della scientificità della fenomenologia, quale scienza cui ricondurre tutte le altre. Questa scienza delle scienze, empiricamente, non c'è; a pensarla si perde la verità dei fenomeni in cambio di un pensiero di essenze separate dal reale... ed esse sono separate solo nella simulazione mentale del pensatore, che - francamente parlando - così si fa cattivo pensatore. Husserl era un genio ma a volte pretese troppo dal proprio lavoro; ed ebbe l'umiltà per cedere egli stesso il posto ad Heidegger nell'università.
Sicuramente anche l'ontologia può scadere nella prepotenza logica...
In ogni caso è la prepotenza logica che si può insinuare nella fenomenologia, quella che separa il pensiero dell'essere dai fenomeni. La risoluzione del tuo problema si trova solo se ti domandi com'è che tu, e altri con te, vi fate il problema.
Puoi rispondere contemplando la storia della filosofia e  l'avvicendamento - non sostituzione  della ontologia alla fenomenologia nel mondo accademico e universitario, tedesco e non solo.

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PhyroSphera

#106
Citazione di: iano il 12 Marzo 2026, 15:47:26 PMContro l'ormai prevedibile tenore delle tue critiche,  che tutti sono ''oidi'' che professano ''ismi'', estrarre pensieri a casaccio contempla la possibilità, seppur remota, di replicare con una critica che possa essere invece stimolante.
Tu sembri appuntarti su Freud... Ebbene la sua opera è un calderone immenso ed è lì che trovi tanti 'ismi' e 'oidi' - io non ho visto solo questi nelle cose che ho considerato.

Mi si consenta un excursus, che è utile anche alla discussione e contiene una risposta, perché il dilemma sulla coscienza che l'autore della discussione ha posto dipende anche da un conflitto culturale che il mio excursus può aiutare a capire e far comprendere proprio:

Come già detto su questo forum: se volete una psicoanalisi freudiana che sia proprio una psicoanalisi, prendetevi quella di Anna Freud incentrata sulla nozione di difesa dell'Io. A differenza della elucubrazione di suo padre sull'Io e il Super-Io, Anna si manteneva su una questione concreta, psicoterapeutica: un Io debole va difeso dal suo possessore ma in ciò si può trovare difficoltà patologica; allora il soggetto può essere aiutato in base ai riferimenti analitici di Es e Super-Io , cioè aiutando il paziente nel mediare queste istanze durante la sua difesa. Nel pensiero di Sigmund Freud invece non c'è niente di così chiaro e definito, neanche la chiara consapevolezza che la difesa è già posta in campo dal soggetto che patisce - S. Freud non fece propria la causa dell'indipendenza dei malati oppure dei pazienti. Le guarigioni dalle nevrosi da lui ottenute erano accadute comprendendo dell'esistenza di relazioni conscio-inconscio. Quale neurologo, Sigmund doveva a questo punto deporre le armi - ma deontologicamente è chiaro che i neurologi non dovevano proprio tentare l'impresa. Dico armi, nella fattispecie scariche elettriche, camice di costrizioni, legacci (sui lettini), docce fredde o calde quando non desiderate, alterchi cioè opposizioni verbali ossessivamente protratte... Perché? Come mai? Nevrosi ma anche psicosi non sono oggetto di interesse del neurologo, che non ha strumenti per approcciarsi e se insiste può diventare un criminale. Sigmund Freud, con sue capacità diverse dai suoi colleghi , di distacco e freddezza, ma in stessa prepotenza provò a insistere con curiosità intellettuale e redagendo rapporti scientifici. Questi rapporti si interruppero perché contenevano in sé il resoconto dell'insuccesso ottenuto - ma non erano anche confessioni della prepotenza in atto. Delle violenze in armi si sapeva l'insuccesso terapeutico, ma ci sono solo cronache criminologiche; della insistenza del neurologo Freud ci sono i suoi stessi rapporti. Difatti lui L'interpretazione dei sogni non voleva pubblicarla più, accortosi di quel che comportava il resoconto per la sua reputazione, perché la prepotenza, se non in altro consistente in una insistente attenzione per nulla gradevole (ma non risulta accadesse solo questo), traspariva dai suoi scritti. Il sogno inteso quale 'meccanismo di soddisfazione del desiderio' è della visione neurologica, non propriamente un dato neurologico, e visione vicina alla fisiologia, espressa in indebiti termini da pseudofilosofia settecentesca dell'uomo-macchina: si sogna un fiume perché si ha da orinare o perché si sta orinando nel sonno... si è nervosi perché il giorno prima si ha represso un pensiero, che rimosso dalla sfera cosciente resta ad opprimere. In questa piccola verità, detta come e meglio di come la disse Sigmund Freud già conosciuta da tanti medici, una delle tante verità di psicopatologia, Freud ci incappò soltanto. Gli accadde nell'incontrarla di smentire le proprie pretese neurologiche e meccanicistiche. Bastava il solo processo mentale a risolvere il problema! A questo punto, c'era da passare lo studio a chi di competenza, psicologi e psichiatri; non elargendogli una scienza, ma perché essi potessero farne una. Ma Sigmund non si capacitava (e a raccontare la sua ostinazione sua figlia provvedeva anche solo col volto). Mentre Sigmund continuava ad assommare osservazioni di rango psicoanalitico senza avere competenza per farne qualcosa, i suoi minimi successi medici erano da medico generico, modesti e non abbastanza dimostrativi. Differente fu il caso della psicoanalisi di Anna Freud, che muoveva direttamente dalla considerazione della mente, ma che non è una base o un fondamento, ed è dipendente da osservazioni sulla dinamica psichica, non su forme - Es e Super-Io sono 'istanze psichiche', l'Io è anche e non solo istanza.
Dunque l'opera di Sigmund Freud è colma di concettuali 'ismi' e 'oidi' per via dei suoi sconfinamenti - peraltro era terrorizzato dal pensare con rigore lo psicoidismo. Propriamente psicoide va definito l'ambiente in cui la nostra psiche vive, perché la qualità psichica è in realtà diffusa ovunque. La scienza fisica dell'indeterminazione costituisce un parallelo per la considerazione psicologica che ho illustrato, che è scientifica. La psicologia archetipale sa bene che dire 'anima dei luoghi' è affermazione reale se correttamente intesa. Ebbene tra tanti 'oidi' che elucubrava, il neurologo Freud lo psicoidismo non lo voleva pensare con chiarezza. Certo nessuno schizofrenico può diventare psicoide come può esserlo una tempesta o un temporale; ma i neurologi che si mettono fuori còmpito trattano gli schizofrenici come se avessero a che fare con tempeste e temporali, mentre di questi fenomeni meteo sono abituati a negarne contenuto psicoide, anche fino a ritenere delirante questo resoconto. Per gli stessi, la coscienza diventa un dilemma a fronte della loro stessa inadempienza intellettuale nel distinguere psiche umana e psicoidismo degli ambienti. Gli stessi tentano di porre la "coscienza come problema" perché tanta inadempienza li pone in difficoltà a vivere. Così istituirono i manicomi con la relativa repressione, mascherando le proprie difficoltà con una inesistente compassione, continuando a vivere in difficoltà soprattutto intellettuali, anche culturali e civili, nell'incertezza su come organizzare un pensiero decente su uomini e ambienti, con parole e secondo emozioni sensate. Incertezza che è dimostrata tutta dalla repressione manicomiale da essi perpetrata, frutto evidente di una incapacità a gestire situazioni esorbitanti e a normali intellettualizzazioni sociali e civili. D'altra parte, di loro va raccontata proprio l'ostinazione civile, l'attenzione alla scienza dimenticandosene finanche l'oggetto proprio, il terrore per situazioni incivili, insomma un disadattamento, una decadenza ipercivile, sessuofobica, materialista ma per compensare un eccesso di spiritualismo.

P.S.
Quanto al tenore della mia considerazione, preciso che io ho avuto tante esperienze psicoanalitiche con psicoanalisti ma non è questo il punto. Lo è la mia considerazione a partire da un livello di pensiero differente, inoltre alcuni incontri e testimonianze mi hanno consentito una valutazione in presa diretta.


MAURO PASTORE
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