La ( non ) origine dell'universo.

Aperto da iano, 14 Aprile 2026, 21:32:20 PM

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Lou

#15
Citazione di: iano il 15 Aprile 2026, 14:41:58 PMForse quello che dirò non c'entra col tuo post, ma credo che tutto ruoti intorno alla nostra comprensione delle cose, o meglio al doverne riconsiderare il ruolo, da quando la meccanica quantistica ci ha dato quella che io ritengo una lezione di filosofia che non possiamo ignorare: ''la comprensione delle cose non è necessaria''.
Un altra lezione che invece da più tempo la fisica ci da è l'aver sottolineato a più riprese il carattere simmetrico della realtà, o quantomeno delle sue descrizioni.
Ora, se pure ci rassegnammo a non comprendere, resta da risolvere comunque, e in subordine, una asimmetria, che sta fra le cose che potremmo accettare di non comprendere e quelle che comprendiamo.
Se non la si può risolvere portando a comprensione certe cose, si può provare a fare il contrario, per vedere l'effetto che fa.
Riuscire a ridurre le cose comprensibili a quelle incomprensibili, ci potrebbe aiutare quantomeno a ''comprendere'' cosa sia la comprensione. o meglio, fuori dalle virgolette, ad evidenziare i meccanismi del processo di comprensione.
Per farlo possiamo pescare a caso nella storia della scienza.
Prendiamo ad esempio la forza di inerzia.
Oggi non la consideriamo più una forza, e la chiamiamo semplicemente inerzia.
Apparentemente abbiamo corretto un errore di interpretazione, per cui non è vero che un corpo per muoversi deve essere spinto da una forza, la quale interviene solo per cambiare il suo stato di moto naturale, che nella fisica di Newton è il moto rettilineo uniforme ( andamento ''dritto'' a velocità costante).
In sostanza questo moto non ha causa alcuna, a meno che non consideriamo ''una causa'' la mancanza di cause.
Provo a dirlo in altro modo, meno paradossale.
Lo spazio Newtoniano è omogeneo e simmetrico. e questo comporta che se non interviene un altra causa, un corpo non ha ''motivo, di andare a destra piuttosto che a sinistra, ed è perciò che va dritto.
Se lo spazio Newtoniano non fosse omogeneo e simmetrico non potremmo giustificare perchè il corpo vada dritto.
Lo spazio Newtoniano è dunque causa di ciò?
Ma lo spazio Newtoniano è fisico o matematico? In effetti nella nostra percezione questa ambivalenza rimane. Eistein però non lo usa, e questo non sembra essere un problema. Al suo posto ne usa un altro dove l'ambivalenza sparisce, o comunque rimane più sbilanciata verso  la matematica.
Questo sbilanciamento crescente verso la matematica è una costante nel progresso scientifico.
La sparizione di ogni ambivalenza dovremmo considerarla come una cosa positiva, ma le cose non vanno così in effetti per noi, e io direi che è solo una questione di forma mentis, che ha una sua inerzia, e quindi permane, finche una causa , l'esperienza, non la muta.
Perchè, voglio dire, se lo spazio che diciamo fisico è invece  puramente matematico, un analogia con lo spazio mentale non sembrerà azzardata.
Non sono un filosofo, e tantomeno un filosofo della scienza.
Quelli che lancio sono spunti di riflessione, contenenti probabilmente imprecisioni, ma non tali credo di invalidare il discorso.
Grazie per gli spunti, nemmeno io sono una filosofa, ma mi interessa provare a ragionare su questi temi e quello che hai raccontato centra con il mio post. Mi spiego. Ho inserito Tegmark perché pensavo alla tua introduzione sulla (non) origine e al concetto di causalità, e a come nella fisica moderna stia perdendo il ruolo di principio fondamentale della comprensione, proponendo a volte modelli diciamo "contro-intuitivi".(concetto di causalità che, da Hume in poi, direi abbia già subito diverse riformulazioni).
Io non lo vedo però come una abdicazione alla comprensione, ma come una sua ridefinizione, almeno in ambito fisico. Comprendere sembra essere diventata la capacità di individuare e studiare strutture "formali" che funzionano, e di leggere l'accadere attraverso di esse, più che rispondere al perché causale in senso classico.

Alla luce di ciò, anche la domanda sull'origine cambia significato: cercare un'origine potrebbe essere ancora un riflesso e un residuo di quella idea causale classica, mentre la fisica sembra suggerirci che ciò che possiamo davvero fare non è "spiegare l'inizio", ma individuare le strutture e le condizioni in cui l'universo diventa descrivibile. In altre parole, anche lì la comprensione non sta nel trovare una causa prima, ma nel riconoscere il quadro coerente entro cui qualcosa come un "inizio" acquista senso.
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"Quanti più occhi, occhi diversi, noi impegniamo per una cosa, tanto più completo sarà il nostro 'concetto' di quella cosa, la nostra 'obiettività'" F. Nietzsche

PhyroSphera

#16
Citazione di: iano il Oggi alle 00:05:09 AMNon metto in dubbio la tua buona fede nel darci questa falsa notizia, ma appunto la falsa notizia ce la stai dando tu..
Le cose sarebbero potute andare in effetti come dici,  che cioè a seguito di una rilevazione della radiazione di fondo si fosse poi ragionato sulla causa che avesse potuto generarla, giungendo al modello del big bang ,  ma in effetti le cose non sono andate così.
Il modello del big bang è precedente alla rilevazione della radiazione cosmica di fondo, e la radiazione di fondo è stata ricavata come conseguenza dal modello, e quindi gli scienziati sono andati alla ricerca di quella radiazione per avvalorarlo.
Ma il fatto che una previsione del modello sia stata confermata non significa che si tratti di una rappresentazione vera, perchè nella scienza, per suo statuto, di rappresentazioni vere non ce ne sono, ma solo rappresentazioni discutibili.
Quindi, una volta ristabilita la verità storica, se vuoi , del modello del big bang ne possiamo anche discutere.
Tuttavia questa discussione non verte propriamente sul modello del big bang, ma sulla necessità o meno di dover ipotizzare una origine per l'universo.
Quindi, tornando in tema, tu cosa ne pensi?


Assolutamente il "Big Bang" non è un modello, solo una rappresentazione convenzionale in cui dati di acustica sono interpretati scorrettamente come fossero disponibili alla valutazione del fisico. Non ve lo vengo a dire io, fu detto già da autorità del settore. Non solo questo, c'è anche un'inversione delle funzioni della Relatività e dei Quanti per giungere a detta rappresentazione, con la pretesa che si possa fare una mappa dello spaziotempo prescindendo dal Principio di Indeterminazione. Una volta capito che c'è una indeterminazione nella materia risulta ovvio che tracciare una storia dell'universo sulla base della fisica e dell'astrofisica è una pretesa irrealizzabile. Heisenberg avvertiva che la sua scoperta metteva nel cassetto molti sogni.
Il "Big Bang" piace agli amanti delle bombarde che non hanno capito che gli scoppi atomici sono diversi, né vale l'esempio delle fusioni atomiche del nucleo terrestre e del sole: le bombe atomiche sono catastrofiche per gli ambienti terrestri - e non solo terrestri! - anzi pure insane.
Valutando i dati acustici con la scienza ad essi propria (l'acustica) si trova uno sfondo sonoro dell'universo che non lascia ipotizzare nessuna origine da una esplosione; gli esperti immaginano un suono simile a quello di una cascata d'acqua. Non si tratta di concrete deduzioni scientifiche, tuttavia cosmologicamente questo è l'indizio.

Se tu, accorgendoti di navigare nelle contraddizioni - ripeto che dite di origine dell'universo ma poi scoprite un prima ancora e quindi nessuna origine inquadrate - riduci la scienza a ipotesi, datoché ti appigli a elucubrazioni presenti nella cultura della scienza quali corpi estranei, ad abitudini di pensiero smentite dagli esperti diretti, insomma se voi dite che le teorie scientifiche sono solo ipotesi e ripetete questa illogicità come arma da combattimento, ecco che avete prodotto la vostra stessa smentita.
Nel vostro caso non si tratta di ritenere che la concezione dell'universo con la scoperta di Heisenberg è cambiata, ma di notare che c'erano per mezzo opinioni sbagliate sul mondo (la scienza a smentire le opinioni sbagliate è formidabile, ma non alle prese con superstizioni e pregiudizi).


MAURO PASTORE
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iano

#17
Citazione di: Lou il Oggi alle 10:08:27 AMIo non lo vedo però come una abdicazione alla comprensione, ma come una sua ridefinizione, almeno in ambito fisico. Comprendere sembra essere diventata la capacità di individuare e studiare strutture "formali" che funzionano, e di leggere l'accadere attraverso di esse, più che rispondere al perché causale in senso classico.

Alla luce di ciò, anche la domanda sull'origine cambia significato: cercare un'origine potrebbe essere ancora un riflesso e un residuo di quella idea causale classica,
Direi che sei entrata nello spirito dell'argomento che ho proposto aggiungendo la parte mancante.
La comprensione si può ridefinire, ma come tutte le cose che trovano una definizione non ci appaiono più come ciò che ci sembrava di intendere, e questo, visto in senso positivo, è in fondo ciò che marca la continuità nel passaggio fra percezione e scienza.
E la rinuncia che ciò comporta, ammettiamolo, non ci piace.
Però, anche se io ho parlato di rinuncia, questa necessità in effetti non c'è.
Quello che comprendevano continueremo a comprendere, e i meccanismi che portano alla comprensione, siccome non li conosciamo, potrebbero testimoniare come la coscienza sia un modo di procedere nel mondo, ma non l'unico.
Insomma più che la comprensione, e so di fare un affermazione ancor più sgradita, se possibile, non è necessaria la coscienza.
La capacità di comprendere, più che per nostra rinuncia, potrebbe venir meno per la l'abitudine a rinunciarvi.
Insomma, mi chiedo quanto tempo siamo disposti a cercare di comprendere certe cose, se ciò equivale a sbattere la testa ripetutamente contro un muro, cosa di cui Einstein stesso ci ha dato esempio nel suo fine vita.
il suo esempio, preso poi nella sua interezza, sembra dirci che ci vuole onesta intellettuale per superare i propri pregiudizi, ma per metterla in campo non basta la buona volontà, ma rivuole anche un metodo per attuarla, e ancora non basta, ci vuole anche ''l'incoscienza'' che solo i giovani possono avere.
La nostra forma mentis, e quindi il nostro modo di vedere il mondo, non cambia se non intervengono fattosi esterni come causa, la quale può presentarsi casualmente, oppure si può incentivare metodicamente, quindi dannosi un metodo da seguire, il cui valore sta prima nell'essere un metodo, che nell'essere corretto, perchè si può cambiare, il quale, seppur generato dalla mente, la metta funzionalmente da parte.

In fondo, forse, la cosa più straordinaria che abbiamo compreso è quanto il nostro cervello, organo di compressione, possa cambiare, la sua elasticità, e mi viene difficile non associare la comprensione a questo cambiamento.
Però, nella misura in cui i processi non coscienti possiamo affidarli a una macchina non cosciente, il cambiamento diventa tutto a noi esterno, e anche questo non è che ci piaccia tanto.
Diventa allora una lotta che sembra impari, fra desideri facili da mettere in campo, e onesta intellettuale che non basta sia desiderata per poterla attuare.
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Lo stesso uomo non può bagnarsi due volte nello stesso fiume.

PhyroSphera

#18
Citazione di: iano il 14 Aprile 2026, 21:32:20 PMIl big bang potrebbe essere oppure no l'inizio dell'universo, ma sicuramente è una fase della sua evoluzione, e una fase la si può riguardare come causa delle altre, ma non come causa  della sua creazione, perchè questa dovrebbe essere stata esterna all'universo, e una di queste cause potrebbe essere stata appunto un Dio creatore.
Ma perchè dovremmo cercare questa causa, se un oggetto unico, così come potremmo riguardare l'universo, non è di nulla causa e di nulla effetto?


 
Scrivendo il seguente papiello ho provato nostalgia per lo pseudonimo astolfo da me usato in passato sul Web scrivendo di filosofia. Non un volo pindarico ma un'incursione sotto il segno di Astolfo(come il notissimo "volo sulla luna")appare la mia replica.


- E' una domanda cui rispose, su differente e coerente piano logico, la scolastica medioevale: il mondo da sé non può esistere. Non può perché ciascuna cosa è da altre cose e nessuna cosa da sé stessa esiste; quindi reiterando indefinitamente il ragionamento, ci si accorge che esiste una origine delle cose distinta dalle cose - altrimenti si direbbe che ciascuna cosa esiste in virtù di sé stessa... Ma attenzione! Bisogna notare che questo ragionamento è fisico e metafisico, meta-fisico si potrebbe dire.
 
Quando la Scolastica decadde in alcune sue parti tornando alla cosmologia e cosmogonia di Aristotele, che si basano propriamente sulla considerazione del 'Motore Immobile' quale datore di impulso immanente a tutti i moti dell'universo, l'esito metafisico del ragionamento fu oscurato da un ragionare confuso in cui Dio veniva proposto come Causa dentro il mondo, non riuscendo a conciliarsi pensiero greco e latino nelle nuove costruzioni intellettuali.
Da qui la critica di Hume e soprattutto quella di Kant, che dimostrava la semplice esperienza essere priva di segni di una Causa Prima. A livello fisico, varrebbe la dimostrazione che ogni cosa è preceduta da altre cose, secondo nessi di causa ed effetto che regolano la produzione delle cose dalle cose - e questo causalismo però non è delle léggi naturali studiate dagli scienziati fisici. Schopenhauer dopo Kant mostrò che in tale considerazione si tratta di cause ed effetti apparenti, mentre quel che esiste nell'universo è una tensione universale insita nelle cose. Questo dà ragione, per altro verso tutto immanente, al vero pensiero scolastico medioevale, mostrando che le cose quali sistema di causa-effetto sono un inganno delle apparenze. Ci sono però altri nessi di causa ed effetto, non costituiti dalle cose stesse, che sono reali; e la tensione cosmica che Schopenhauer indicava quale velle (termine latino che lui riconduceva al tedesco wille) era pure da riconnettere ad analogo tendere trascendente - non ci si liberò dalla teologia!
 
Dunque le cose, nel mondo, tendono a produrre le cose, inspiegabilmente; e ciò non lascia pensare a nessuna origine, solo a una trascendenza che dia una spiegazione. Questa concezione da Kant a Schopenhauer formulava in termini occidentali una verità che nella cultura dell'Oriente è in posizione di preminenza. I riferimenti sono i fenomeni e il noumeno, secondo pensiero greco già apparso ma non evidenziato particolarmente durante l'antichità.
Diversamente ma non differentemente l'empirismo inglese. Hume affrontava l'errore del causalismo assoluto ed immanente operando al livello del pensiero scientifico: notava che la fisica statica antica era diventata un quadro falso della realtà, secondo un falso schema di cause ed effetti, un sistema che presupponeva nel succedersi degli avvenimenti dei nessi razionali inesistenti. A livello fisico generale il succedersi è spiegabile solo intuitivamente; altrimenti si devono considerare i processi particolari, studiandone l'evolversi. Il processo che Hume ritenne scientificamente fondamentale era quello descritto dalla Teoria della Gravitazione Universale di I. Newton. Invece le descrizioni statiche furono ritenute secondarie, senza sbagliare. Nessuna Causa del mondo spiegabile razionalmente, solo intuitivamente per fede ma riferendosi ad altro. Senonché nel sistema della filosofia di Hume spazio e tempo erano misure e Kant precisò invece che essi sussistevano anche quali categorie. L'empirismo di Hume era materialista, chiuso nelle verità mostrate tramite i dati della nuova scienza, la fisica dinamica, fino al punto di costruire una filosofica scienza dell'uomo sull'esempio dei processi fisici dinamici. La mente e il corpo erano descritti in termini matematici vettoriali, fino a comporre un quadro dinamico di moti fisici e psichici, in analogia a quelli dei pianeti secondo un gioco di equilibri. L'aspetto emotivo ne era compreso, a differenza di analoghi modelli che lo designificavano nella fantasia dell'uomo-macchina. Ma questa inclusione, per un verso una felice integrazione, per altro era una infelice alienazione, un riduzionismo che sconfinava nella follia se veniva preso sul serio quale antropologia (questa comincerà a nascere solo con Kant). La "scienza umana" di Hume era solo una tavola di concordanze tra nuda fisica dinamica e umanesimo, con questo ridotto però a umanismo. Kant aprì una visione intellettuale diversa in questo orizzonte - che può esser detto "fisicalista" - proprio notando che spazio e tempo sono categorie alla base del rapporto e comprensione con la realtà, non semplici dati empirici; e constatando che oltre l'esperienza vale un sapere basato su ragioni pratiche, che appunto non sono quelle rappresentabili da vettori matematici, non senza dire dei limiti che il giudizio (razionale) ha nei confronti dei limiti incomprensibili e di ciò che è miseriosamente sconfinato. A questo punto, ci si deve rammentare che quelle di Kant erano critiche; l'oltre in esse fatto valere era innanzitutto per mostrare la limitatezza del fisicalismo, diffuso durante il Secolo dei Lumi, che mentre serviva la causa della nuova scienza rischiava di eleggerla a prigione, con la domanda sull'origine dell'universo esprimibile solo irrazionalmente.
 
Nel successivo sistema estetico-etico-metafisico di Schopenhauer il riferimento principalmente utilizzato era alla sola Critica della ragion pura di Kant; la ricerca filosofica era volta a considerare i limiti dell'esperienza ma restando fermi all'esperienza stessa. L'oggetto quindi era il mondo dei fatti, non l'universo delle cose; e nei semplici fatti non c'era proprio posto per la domanda su un Dio Creatore. Ugualmente all'empirismo estremo, si criticava e distruggeva la pretesa di una deduzione che riguardasse l'origine, specificamente però della realtà quale mondanità. Io ricordando il titolo di un poema di T. Tasso, Il mondo creato, restavo interdetto per la brutalità con cui Schopenhauer definiva il "Dio Creatore" non teologicamente ma demonologicamente, cioè quale entità negativa da cui guardarsi con prudenza. In ciò v'è assenza di veri riferimenti a fede in Dio e in Cristo - evidentemente nessuno gliene testimoniava con coerenza riguardo alle difficoltà da superare stando al mondo - ma si nota che Dio e mondo sono degli opposti nella dottrina cristiana, non veramente pregiudicata dai furiosi attacchi di questo filosofo contro l'incauto ottimismo. Benché ne desse cenni e indicazioni lui stesso, una concreta via d'uscita più chiara fu indicata dalla filosofia di L. Wittgenstein, che logicamente nel mondo quale insieme di fatti scopriva l'elemento mistico assoluto, non certo Dio ma quel che teologicamente ne è la presenza. Nessuna domanda, ma la possibilità del ritorno alla domanda: qual è l'origine? Come mai accadono i fatti del mondo? Certo mi ritenni soddisfatto, non solo che i versi di Tasso non erano rimasti fuori dal corso del pensiero occidentale (li aveva fatti proprio per farne includere, da tal corso; era intellettuale raffinato non ignaro di filosofia; non è un caso che Goethe scrivesse un'opera su di lui).

A dopo il resto.



MAURO PASTORE
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PhyroSphera

Citazione di: PhyroSphera il Oggi alle 17:54:13 PM[...]

A dopo il resto.



MAURO PASTORE
[Continua dal precedente]


Non c'è dubbio che lo scadere di parte della Scolastica medioevale dalla fisica e metafisica al metafisicismo, poi al fisicismo, meritavano critiche distruttive. Le virtù cristiane in tale degenerazione nemmeno tornavano quelle pagane, ma la loro deformazione in descrizioni sommarie di capacità, non senza che fossero impartiti comandi allo scopo di ottenerle, fino a costringere data la non accettazione degli altri da parte di tali sedicenti cristiani; e i non capaci giudicati i trasgressori, quelli quanto meno da emarginare. Col subentrare del fisicalismo alle capacità venivano sostituite delle bravure da ottenere per forza o altrimenti esser messi da parte quali reietti, scarti del grande meccanismo della "nuova scienza", da tavola per concordare esperimenti fisici con progetti umani resa giudizio limitante, spossante ed escludente. Dalla Teologia della Creazione diventata troppo mondana per essere del tutto vera o per essere vera, all'idolo di un falso creatore in realtà un comando opprimente con violente conseguenze: allora non c'era da escludere le critiche di Kant alla sopravvalutazione dell'esperienza, la rivolta di Schopenhauer verso l'immagine di un dio che cela il prevalere di sofferenza e morte... eppure assolutamente c'era e c'è da trovare i contesti giusti per espressioni così! Esse non negano la domanda sulla vera origine, ma un po' o molto o in tutto la eludono. Quando essa è necessaria, quando no? Come leggere questi autori, giungendo assieme a loro fino all'apparente negazione filosofica analitica dei tempi di Wittgenstein - ma che in realtà offre una via di uscita, fuori dalle interpretazioni razionalistiche del suo pensiero? Il modo c'è, come già ho delineato con quanto detto... ma nel mezzo c'è un'altra difficoltà. A questa si riferiscono le negazioni che ho trovato abbondare su questo forum, inclinanti o declinanti a logiche antioccidentali, nichilistiche, di cancellazioni culturali. Difatti non di rado vengono poste domande cercando di tagliar fuori dalle risposte tutto quanto già offerto dal pensiero occidentale, dalla affermazione dei valori fatta dai filosofi, dalla possibile espressione in termini consentiti dalla nostra identità.
Questa tendenza l'ho trovata espressa dalla volontà resa manifesta, in una università europea, di cancellare dalla dedica del luogo il nome dell'altro grande empirista della filosofia moderna anglosassone, il cui pensiero però aperto alla realtà dello spirito e a mostrare come il resto del reale, se concepito come tutto, diventa solo falsità: G. Berkeley. Dunque già tanto tempo prima della contrarietà manifestata e attuata da Marx ed Engels, poi dai marxiani e marxisti, ma pure da alcuni postmarxisti e finanche ex marxisti, si dimostrava che una considerazione assoluta della materia e della materialità separa dalla affermazione della verità. Perché allora imporre l'oblio su questo operato? O per idolatria della materialità, o per imporre una differente spiritualità all'Occidente, tramite la proposta mistica di un materialismo alternativo poi uno spiritualismo antagonista, fatta dai marxisti propriamente detti. Forse la idealità della Grande Madre se sostituita all'idea di un Padre Celeste avrebbe condotto a liberare gli uomini da ingiuste fatiche e sfruttamenti? O, come ho mostrato, difendere il pensiero portato avanti in Occidente col cristianesimo, non quello degenerato in richiami ad eccessive attenzioni e compromissioni col mondo e costrizioni, consentiva di smascherare i veri responsabili? I pensatori a rischio di ambiguità o in ambiguità come certe volte Cartesio come in certe cose Hume, interpretarli per esaltarne i contenuti negativi e problematici? Dimenticare il corso principale del pensiero occidentale assolutizzando impropriamente le critiche kantiane, cogliendo del pensiero di Schopenhauer solo le negazioni verso un falso Occidente e scambiare il falso per il vero, fingere che le vere analisi del Secolo Ventesimo avevano escluso la parola, il concetto, l'idea di Dio, dalla minima sufficiente sensatezza? Chi comprende l'operato di Wittgenstein, sa che lui aveva spinto per l'esito opposto; ma sono forti le tendenze ad invertire il corso delle sue riflessioni e meditazioni, verso l'agnosticismo, quindi l'ateismo voluto dal marxismo perché si riteneva che si potesse risolvere tutto cambiando dei rapporti ecnomici. Fingere che la domanda sull'origine non sia a disposizione, per poi proporne un'altra in modi estranei ai nostri e farci dire risposte da altri, per far finta che è stato il pensiero occidentale a creare sfruttamenti, povertà, alienazioni uomo-macchina? Non si può proprio accettare che una commedia di ignoranti passi per la definizione del futuro.
Marx non aveva negato veramente la prospettiva fisicalista del materialismo illuminista, non aveva inteso perché mai essa fosse nata.

Fantasia delittuosa che un sistema di leve fosse da privilegiare sull'operaio che doveva manovrarle, era apparsa in Evo Antico ma non in Occidente, ad Alessandria d'Egitto. La grande sintesi neoplatonica del pensiero antico non assecondava proprio questa eventualità; Plotino mostrando il valore della mimesi attuata dall'arte, che così presentava perlomeno i fantasmi delle idee, agiva in una realtà diversa da quella di Platone ad Atene, dove tali fantasmi erano ben presenti assieme alle idee stesse e gli artisti e i poeti rischiavano invertire il corso della politica dalla illuminazione all'ottenebramento delle coscienze facendole ritornare a un'oscura sensibilità, torbida sensualità. Ma le idee platoniche furono poi oggetto di interrogativi, da parte di Aristotele, che era stagirita non ateniese. Con l'egizio Plotino si arrivava a contemplare il nulla parendo già esserci lo spettro del nichilismo contemporaneo, ma di crisi dei valori nessuna ancora. Non per un caso Plotino agiva all'interno della scuola neoplatonica romana, il problema cioè non era confinato a pochi luoghi (anche la nascita dei Regni Ellenisti, secondo indicazione di Alessandro Magno, attesta che il pensiero aristotelico, con la sua esigenza di concretezza, valeva per parecchi luoghi). In sèguito, proprio ad Alessandria, si accusò che i saperi costituissero un abuso contro l'umanità, nella fattispecie quella dei carcerati cui venivano imposte strane prove e misurazioni e minacce o peggio. Nonostante fosse accusata la filosofa e astronoma neoplatonica Ipazia, non si trova che la sintesi neoplatonica del pensiero antico ne fosse colpevole. Ugualmente la alienazione e sfruttamento nelle fabbriche, lamentata da Marx e il marxismo, fu attribuita per sbaglio al pensiero occidentale, coinvolgendone anche le matrici greche, con particolare rabbia verso la religione e, già da prima con Feuerbach, anche specificamente verso la teologia. Ma a tutti gli effetti non si trova che questi pensatori avessero còlto nel segno. A loro venivano offerte copie distorte, copie di copie ed anche distorte, dei pensieri originali, infatti non si trattava di inventori; d'altronde c'era anche un rifiuto preventivo e a fronte di certi eventi si attuava direttamente contrarietà. Gli intenti socialisti di migliorare le condizioni di vita in Occidente, poi nel mondo, si fermavano a volte alle apparenze senza domandarsi se vi fossero dei profondi inganni nella realtà considerata e in ciò la critica atea ai segni cristiani del negativo era disastrosa. La emigrazione dalle campagne alle città, la nuova vita metropolitana e il lavoro nelle fabbriche, questo era avvenuto in modi drammatici o tragici perché i progressi nella agricoltura non erano bastati mentre la popolazione aveva optato per una crescita abnorme - il caso della Francia era paradigmatico. Il sogno di una tecnologia salvifica potente ed efficiente, che viene dal Medio Evo e assai prima, accadeva anche in visione di questo scenario negativo e non si pensava solo o non tanto al traguardo di un grande benessere e agiatezze, ma addirittura alla sola sopravvivenza, dando privilegio a pochi per aiutare molti. Nell'annus horribilis in Inghilterra (1666) in mezzo alla paura e nausea per la peste c'era il sentore di evenienze non più gestibili secondo le vecchie modalità e si racconta accanto alla stanchezza lo sgomento dietro macchine utensili cui resa non più opportuna. Io dico: mutamenti ambientali, fino al punto che non tutte le formule scientifiche dall'antichità potevano recare identiche cifre o stessa struttura... Ma un intellettuale ebreo che viveva tra gli ebrei della Germania, quasi tutti o tutti rimasti più o meno orientali e diversamente volti verso il mondo e il futuro, lui nell'illusione che fosse l'Eurasia il termine di riferimento storico-geografico più pertinente - e il clima a volte pareva confermarlo - non vedeva la realtà ugualmente.  Alle prese con le filosofie di Hume, Kant ed altri, con le ambizioni di un grande progresso sociale consentito dai progressi scientifici - gli stessi che avevano esaltato quasi tutti gli illuministi fino al disastroso terremoto di Lisbona - e non conoscendo le difficoltà particolari occidentali, a parte di racconti storici diversi e diversi modi di intendere i libri di storia occidentale, questo intellettuale pensò che un grave delitto si consumava nelle fabbriche e nient'altro ci poteva essere da aggiungere; che non si potesse trovare una giustificazione, fare differenza fra caso e caso; che la vita europea fosse in fin dei conti facile e le difficoltà segno di sfruttamento. Pensava che la scienza umana definita da Hume fosse il paradigma principale in uso, che non vi fosse in essa ambivalenza decisiva... che dunque non era tollerabile il lavoro delle fabbriche, non tanto per le condizioni di sfruttamento, ma per una alienazione che lui giudicava in base a dei criteri meccanicistici. Pensando l'uomo in termini di fisica dinamica e di meccaniche celesti più che terrestri, non appariva possibile redimere le condizioni degli operai nelle fabbriche, dato che non si pensava l'umanità a partire dalla sua differenza con la macchina. L'eredità illuministica del pensiero dell'homme machine faceva apparire il lavoro con le macchine intrinsecamente osmotico e osmotica l'economia meccanizzata, fino a certa vessazione; ma nel contempo si sosteneva l'opportunità delle macchine, che si voleva sostituissero l'uomo. I robot non c'erano a fare completa sostituzione in certi còmpiti; d'altronde - questo va detto - il gesto dell'operaio alla macchina non è realmente macchinesco; per quanto vi sia analogia in certi funzionamenti, non è possibile che l'uomo si smarrisca dietro le macchine fino al punto che i drammi o le tragedie operaie non fossero risolvibili secondo nostre modalità.
Alla fine accadeva il completo rifiuto del pensiero occidentale, còlto in particolari controversi giudicati a torto fondamentali e poi detestato. L'esito era, dal concepire macchinescamente l'umanità, rifiutare tutto dell'Occidente a causa di alcuni che in esso avevano sbagliato; e il dire dell'Assoluto era proibito in forme razionali rendendo la filosofia di Hume qualcosa di simile a una giostra piena di promesse e favori.
Dunque secondo l'indefinito baloccarsi del marxismo, come anticamente alcuni in Egitto nei confronti del neoplatonismo, lo spiritualismo di Berkeley è da rifiutarsi quale elemento di distrazione dai bisogni ed esigenze materiali immediate. Marx insisteva contro lo spiritualismo di Hegel, che di fatto lui rovesciava in corrispondente materialismo. Nonostante vi fosse qualcosa di aspramente refutabile in tal senso, la critica e il rovesciamento furono estese a tutto l'Occidente, poi all'intero mondo che a tali critiche non voleva conformarsi; e non si pensi a dichiarazioni facilmente decifrabili e a comunicazioni cui potersi con certezza sottrarre, perché si agitavano, al fondo dei discorsi e dell'attività, capacità sconosciute ed estranee. La rabbia di Marx era visione del tutto inquietante e non per superstizione. A questo materialismo antagonista e alternativo, è connesso quindi tanto e tale rifiuto della domanda su Dio, anche sull'origine dell'universo, che noi possiamo fare restando noi stessi, quali parte dell'Occidente. Questo rifiuto è cosa diversa dal pensiero schopenhaueriano tanto concentrato sul mondo. E' incentrato sull'indugio sul materialismo scientifico settecentesco, quindi su una esplosione di rabbia estranea e in fin dei conti politicamente impulsiva.

Newton non ragionava anche su luce ed energia come Einstein; ma su pesi, masse, gravi. Nella interpretazione fisicalista i ragionamenti della scienza erano assolutizzati e proprio nel rapportarli alla realtà umana, a una fisica umana che in verità è astratta, dato che è fisiologicamente che esiste il nostro corpo di individui e persone (e non risulta che allora vi fosse già una fisiologia). Questa osservazione non mancò a Hume; ma mancava e manca alle conventicole marxiste, post ed ex marxiste, che non si rendono conto che i sistemi scientifici newtoniani non possono essere usati per misurare fatiche e sofferenze dei lavoranti - ottengono effetto opposto di vessare, come ci si lamentò in Russia dove in realtà il marxismo fu messo alle porte da Lenin, a partire dalla presenza obbligata all'interno di esso, poi rientrato "dalla finestra" con Stalin. Parimenti da queste conventicole e da altri materialisti con loro non ci si accorge che la Fisica dei Gravi non è utilizzabile quale base in una Fisica Teorica Generale - che non è "sistema standard" né "integrato" o altro così, non ci sono ricettari per fare tombola coi numeri delle scienze. Con questo fraintendimento sui Gravi si resta allo stesso problema individuato dalla vera filosofia occidentale, cui ho già inoltrato: ci sono meccanismi di causa-effetto solo apparenti, scambiati per veri. Nel fisicalismo si tenta di spiegare l'universo come o quale meccanismo di causa ed effetto senza stabilire i necessari riguardi per dire qualcosa di sensato su una dinamica meccanica reale, effettiva. In certo immaginario pesi, gravi, masse, compongono tutto il necessario per spiegare tutto della storia universale, dalle origini ai nostri giorni. Newton, incorso in questa pretesa, aveva distrutto i propri documenti scritti che la affermavano. Alcuni invece ne fanno dogma sul mondo, cioè contraddizioni in termini. Per cercare di fugare questa contraddizione, si cerca di mutare il quadro in un diagramma di semplici nessi. Ciò corrisponde soltanto alla visione mondana di Schopenhauer, sulle cose che tendono a produrre cose; difatti questa visione la spostano impropriamente sulla considerazione non angusta dell'universo - e non mancano proteste subculturali che fingono una grande indistinzione di termini e terminologica, sognando tanta fusione e oblio Io-altri, Sé-Altro. In questo altrui errare che ho descritto, pare retorico ed ovvio che il domandare sulla origine dell'universo nasconda un rispondere su un universo precedente... ma a differenza del mondo l'universo precedente non è altro che l'universo stesso. Le teorie dei multiversi non sono eccedenti il pensiero dell'universo, altrimenti non ne potremmo riassumere in dati determinati, matematici, fisici.

(Farò di questo testo e del precedente miei, con qualcosa d'altro, inizio di nuova discussione.)



MAURO PASTORE
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Lou

#20
Maró @PhyroSphera  ma la psicosintesi,  guarda la parola"sintesi" ed elaborala, ti dice qualcosa? Io mi soffermerei un attimo su quella.
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"Quanti più occhi, occhi diversi, noi impegniamo per una cosa, tanto più completo sarà il nostro 'concetto' di quella cosa, la nostra 'obiettività'" F. Nietzsche

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