La fede illumina la verità è permette di vederla. Chi non ha fede non vede nulla, ed é per questo che pensa che non ci sia nulla.
Che ve ne pare di questo mio pensiero?
Nulla di buono. Ma bisogna anche specificare. Fede in cosa? Ognuno di noi crede in qualcosa o in molte cose. Chi non crede in nulla penso che viva in una situazione di forte depressione, non tanto bella.
Citazione di: anthonyi il 29 Gennaio 2026, 06:31:46 AMLa fede illumina la verità è permette di vederla. Chi non ha fede non vede nulla, ed é per questo che pensa che non ci sia nulla.
Che ve ne pare di questo mio pensiero?
Sono d'accordo, ma bisognerebbe precisare meglio, in quanto io non ho fede, eppure vedo, mentre tu non vedi, siccome hai fede.
Io credo che ci sia una fede nascosta che ci consenta di vedere, e che in generale a qualcosa ognuno di noi crede, anche quando non lo sa.
Può mancare la fede, ma non la capacità di credere.
Infatti non a caso io ho evitato di specificare la qualità della fede in questione, che certamente é importante, ma non tanto importante quanto il fatto di avere una qualsiasi fede, cioé un punto di partenza dal quale far partire ogni ragionamento sul mondo, anche quando, come dice iano, non si ha coscienza di ciò di cui si ha fede.
La nostra psiche interpreta la realtà sulla base di modelli che sono nella sua mente, se questi modelli non ci sono, se non c'é la predisposizione a riconoscere certi aspetti della realtà, questi aspetti non possono essere riconosciuti, e chiaramente mi riferisco in particolare alle realtà spirituali che possono dare segnali della loro presenza, ma non essere riconosciute come tali da chi non é predisposto a riconoscerle.
Ciò mi ha fatto pensare (azzardatamente) alla posizione di Nietzsche, il quale sostiene che conoscere non significa mai partire da zero. Prima ancora di iniziare a conoscere, compiamo infatti un vero e proprio atto di fiducia, cioè decidiamo di tener per vero qualcosa. Diamo per scontato, ad esempio, che esista una realtà da conoscere o che la verità abbia valore.
Questi presupposti non possono essere dimostrati dalla conoscenza stessa, ma sono ciò che la rende possibile. In questo modo Nietzsche mette in luce che la conoscenza non si fonda su certezze assolute, bensì su scelte preliminari legate ai nostri valori e al nostro modo di stare nel mondo.
Ovviamente Nietzsche analizza questo aspetto per poi criticare, smantellare e superare questo tipo di conoscenza e passare alla consapevolezza dell'atto interpretativo fondante il suo prospettivismo. Ma è un'altra storia, forse.
Citazione di: anthonyi il 29 Gennaio 2026, 10:05:53 AMInfatti non a caso io ho evitato di specificare la qualità della fede in questione, che certamente é importante, ma non tanto importante quanto il fatto di avere una qualsiasi fede, cioé un punto di partenza dal quale far partire ogni ragionamento sul mondo, anche quando, come dice iano, non si ha coscienza di ciò di cui si ha fede.
La nostra psiche interpreta la realtà sulla base di modelli che sono nella sua mente, se questi modelli non ci sono, se non c'é la predisposizione a riconoscere certi aspetti della realtà, questi aspetti non possono essere riconosciuti, e chiaramente mi riferisco in particolare alle realtà spirituali che possono dare segnali della loro presenza, ma non essere riconosciute come tali da chi non é predisposto a riconoscerle.
Si, però i modelli sono innati solo per chi li eredita, oppure si può avere fede che siano stati innestati da Dio, ma non è il tipo di fede di cui stiamo parlando, penso.
Citazione di: Lou il 29 Gennaio 2026, 10:57:33 AMCiò mi ha fatto pensare (azzardatamente) alla posizione di Nietzsche, il quale sostiene che conoscere non significa mai partire da zero. Prima ancora di iniziare a conoscere, compiamo infatti un vero e proprio atto di fiducia, cioè decidiamo di tener per vero qualcosa. Diamo per scontato, ad esempio, che esista una realtà da conoscere o che la verità abbia valore.
Una fede premessa di una fede?
Direi meglio una fede possibile grazie alla capacità di credere.
Citazione di: iano il 29 Gennaio 2026, 13:18:54 PMUna fede premessa di una fede?
Direi meglio una fede possibile grazie alla capacità di credere.
Ok sulla tua esigenza di non correre il rischio di cadere in una regressione infinita (una fede che fonda un'altra fede) e apprezzo anche il tuo spostamento sul piano antropologico, dove parli di capacità di credere come struttura di base del soggetto. È un punto importante, e lo condivido.
Ciò che volevo sottolineare, però, non è tanto la capacità in sé, quanto l'atto con cui essa viene messa in gioco. Con atto di fiducia intendo una
decisione epistemica originaria che ha anche un valore esistenziale: nel conoscere, il soggetto non si limita a poter credere, ma
sceglie di credere, assumendosi l'impegno di considerare vere alcune premesse fondamentali, come l'esistenza della realtà e il valore della verità. La capacità di credere ne è la condizione di possibilità, ma è l'atto di fiducia a renderla concreta e a dare avvio reale al processo della conoscenza.
Citazione di: Lou il 29 Gennaio 2026, 14:43:08 PMCiò che volevo sottolineare, però, non è tanto la capacità in sé, quanto l'atto con cui essa viene messa in gioco. Con atto di fiducia intendo una decisione epistemica originaria che ha anche un valore esistenziale: nel conoscere, il soggetto non si limita a poter credere, ma sceglie di credere, assumendosi l'impegno di considerare vere alcune premesse fondamentali, come l'esistenza della realtà e il valore della verità. La capacità di credere ne è la condizione di possibilità, ma è l'atto di fiducia a renderla concreta e a dare avvio reale al processo della conoscenza.
''Scegliere di credere'' mi sembra una terminologia azzeccata, in effetti, ma quando il modello di realtà funziona, e tu non sai che è un modello, potresti scegliere di non credere che sia la realtà?
Citazione di: iano il 29 Gennaio 2026, 17:25:44 PM''Scegliere di credere'' mi sembra una terminologia azzeccata, in effetti, ma quando il modello di realtà funziona, e tu non sai che è un modello, potresti scegliere di non credere che sia la realtà?
Si può scegliere di non credere che la realtà sia quella che ci appare, ma che quella che ci appare ai sensi e. quindi alla mente ne sia solo una parte limitata, incompleta, forse fuorviante addirittura.
Citazione di: Alexander il 30 Gennaio 2026, 09:22:42 AMSi può scegliere di non credere che la realtà sia quella che ci appare, ma che quella che ci appare ai sensi e. quindi alla mente ne sia solo una parte limitata, incompleta, forse fuorviante addirittura.
In realtà possiamo pensare a qualcosa che agisca prima della scelta, qualcosa di automatico. Mi ricordo un esperimento psicologico con una scimmia in un campo di basket con gli osservatori che vedevano al suo posto uno dei giocatori, e riuscivano a percepire la presenza della scimmia solo dopo un'attenta presa di coscienza.
Citazione di: anthonyi il 29 Gennaio 2026, 06:31:46 AMLa fede illumina la verità è permette di vederla. Chi non ha fede non vede nulla, ed é per questo che pensa che non ci sia nulla.
Che ve ne pare di questo mio pensiero?
Non ha alcun senso. Ad esempio un cieco non vede nulla, pensa che non ci sia nulla, quindi ha una fede che illumina la verità che non ci sia nulla.
Osservo che la visione non richiede la fede, semmai è la fede che richiede la fede in un circolo vizioso.
Citazione di: iano il 29 Gennaio 2026, 17:25:44 PM''Scegliere di credere'' mi sembra una terminologia azzeccata, in effetti, ma quando il modello di realtà funziona, e tu non sai che è un modello, potresti scegliere di non credere che sia la realtà?
Secondo me l'atto di fiducia non è qualcosa che, all'inizio, viviamo come esplicito o consapevole. Il più delle volte opera in modo pre-riflessivo, come una presa di posizione originaria che struttura il nostro rapporto con il mondo. Finché ciò a cui aderiamo ci appare semplicemente come "la realtà", e non come una credenza, un modello o un'illusione, non c'è distanza, spazio per una scelta: non puoi scegliere di non credere, banalmente, a ciò che non riconosci come credenza.
È a posteriori, riflessivamente, quando il modello di realtà smette di funzionare, entra in crisi o viene messo a confronto con un altro, che ciò che davamo per scontato emerge come una scelta possibile. Ma, facendo epoché , da un lato questo atto di fiducia viene tematizzato, cioè quando sospendiamo l'adesione spontanea al mondo. Dall'altro lato dopo questa sospensione, la "realtà" rivela la sua natura e ciò che davamo per scontato si mostra sotto una nuova luce.
(un po' al film Matrix a ben pensarci, con la differenza che risvegliarsi non è uscirne ma sapere che potrebbe esserci Matrix ;))
Citazione di: anthonyi il 30 Gennaio 2026, 10:20:27 AMMi ricordo un esperimento psicologico con una scimmia in un campo di basket con gli osservatori che vedevano al suo posto uno dei giocatori, e riuscivano a percepire la presenza della scimmia solo dopo un'attenta presa di coscienza.
Forse ti riferisci a questo (https://www.youtube.com/watch?v=IGQmdoK_ZfY) video. In questo caso c'è un precondizionamento: lo sperimentatore chiede agli osservatori di contare quanti passaggi eseguono i giocatori vestiti di bianco, così che gli osservatori si focalizzino sui giocatori, sul pallone e siano concentrati a tenere il conto, filtrando cognitivamente tutto il resto. Alla fine del filmato, lo sperimentatore chiede agli osservatori se hanno visto un gorilla e gran parte di loro, concentrati solo sul pallone e sul conteggio, non l'avranno notato. Parimenti la fede chiede di concentrarsi
solo su alcuni elementi (riducendo "il campo visivo"), interpretandoli
solo in un certo modo, innescando così sia alcuni tipi di "cecità" (attenzionale, cognitiva, al cambiamento, etc. metaforicamente parlando) sia alcuni tipi di visione condizionata e suggestionata.
Nel complesso, la fede (come anche l'ideologia o altre posizioni "forti") non fa vedere di più, fa solo risaltare (e risultare) qualcosa a scapito di qualcos'altro; è una questione di "messa a fuoco" elevata alla potenza del precondizionamento (dipendente dalla "manipolabilità cognitiva" del soggetto, e non è un'offesa, lo siamo tutti in qualche modo e in alcuni ambiti).
Se fai vedere quel filmato a qualcuno, senza dirgli nulla, senza precondizionarne la visione, molto probabilmente vedrà il gorilla, ma se lo condizioni (chiedendogli di verificare la presenza della scimmia, ad esempio) verranno filtrati altri elementi (il numero di passaggi del pallone). Rispetto al video, il linguaggio ha ovviamente la potenza di creare ed evocare anche ciò che non esiste nella "pellicola della realtà".
Citazione di: Alexander il 30 Gennaio 2026, 09:22:42 AMSi può scegliere di non credere che la realtà sia quella che ci appare, ma che quella che ci appare ai sensi e. quindi alla mente ne sia solo una parte limitata, incompleta, forse fuorviante addirittura.
O anche eccedente/compensativa.
Considerando che dove vi è l'attacco del nervo ottico l'occhio è cieco, dovremmo vedere al centro della nostra visione un cerchietto nero, ma non solo non lo vediamo, e al suo posto c'è una realtà ricostruita in perfetta continuità con quella che vediamo.
Citazione di: baylham il 30 Gennaio 2026, 10:37:11 AMNon ha alcun senso. Ad esempio un cieco non vede nulla, pensa che non ci sia nulla, quindi ha una fede che illumina la verità che non ci sia nulla.
Ci riferiamo alla vista, nostro senso principale, per riferirci ai sensi in generale.
In effetti poi la vista non è il nostro senso principale, ma ci appare tale perchè è quello che lavora più al livello della coscienza.
Più che vedere sentiamo, ma non abbiamo piena coscienza di ciò che sentiamo. Questa coscienza può essere sviluppata però, e il cieco lo fa, e quindi ci ''vede'' anche meglio di noi.
Il solo problema del cieco è di vivere in ambienti costruiti da vedenti, per vedenti.
Il motivo per cui non abbiamo piena coscienza di ciò che sentiamo è che il processo cosciente richiede tempo, e l'udito funziona come senso salvavita, quando i centesimi di secondo fanno la differenza fra la vita e la morte.
L'udito ci salva la vita più volte al giorno, senza che noi lo sappiamo.
Questo dimostra che non c'è necessità di avere piena coscienza della realtà per agirvi in modo efficace, e anzi ciò a volte può essere controproducente.
Citazione di: iano il 30 Gennaio 2026, 14:54:49 PMCi riferiamo alla vista, nostro senso principale, per riferirci ai sensi in generale.
In effetti poi la vista non è il nostro senso principale, ma ci appare tale perchè è quello che lavora più al livello della coscienza.
Più che vedere sentiamo, ma non abbiamo piena coscienza di ciò che sentiamo. Questa coscienza può essere sviluppata però, e il cieco lo fa, e quindi ci ''vede'' anche meglio di noi.
Beh!! Più che vederla la "verità" bisogna sentirla/percepirla!
In tema spirituale si può dire che:
Tra il vedere ed il sentire, (Che c'entra poco con la "Verità"), trovo corretto dire (l'ha scritto un Saggio) che il percepire con l'orecchio, stia incomparabilmente più in alto che lo scorgere con l'occhio, Così sta pure più in alto, l'udire in modo comprensibile il suono di una parola, che non guardare la forma esteriore di un'immagine.
Un cieco può benissimo col tempo divenire un saggio, mentre un muto non ci arriverà tanto facilmente; poi che la mutezza è l'abituale conseguenza della sordità. E tuttavia coloro che sono muti, hanno generalmente una vista più sveglia ed acuta di coloro che odono.
E da ciò risulta ancora che è meglio udire che vedere, poi che quello che entra attraverso l'orecchio, illumina e riordina la mente, mentre quello che entra attraverso l'occhio, in molti casi succede che lo confonde.
Citazione di: Kephas il 30 Gennaio 2026, 19:42:15 PMBeh!! Più che vederla la "verità" bisogna sentirla/percepirla!
In tema spirituale si può dire che:
Tra il vedere ed il sentire, (Che c'entra poco con la "Verità"), trovo corretto dire (l'ha scritto un Saggio) che il percepire con l'orecchio, stia incomparabilmente più in alto che lo scorgere con l'occhio, Così sta pure più in alto, l'udire in modo comprensibile il suono di una parola, che non guardare la forma esteriore di un'immagine.
Un cieco può benissimo col tempo divenire un saggio, mentre un muto non ci arriverà tanto facilmente; poi che la mutezza è l'abituale conseguenza della sordità. E tuttavia coloro che sono muti, hanno generalmente una vista più sveglia ed acuta di coloro che odono.
E da ciò risulta ancora che è meglio udire che vedere, poi che quello che entra attraverso l'orecchio, illumina e riordina la mente, mentre quello che entra attraverso l'occhio, in molti casi succede che lo confonde.
Molto bello, e alcune cose che dice questo saggio risuonano con ciò che la scienza dice.
Che il sordo muto veda meglio degli altri si può spiegare ad esempio con l'elasticità del cervello, che riconverte funzionalmente le parti non in uso.
Io, nel mio piccolo, sono arrivato all'oggetto di questa discussione, che ''La fede illumina la verità e permette di vederla.'', ma con una differenza, che non c'è nessuna verità cui arrivare.
Poi c'è da aggiungere un altro fattore, secondo me, la coscienza.
Ottenendo un risultato scientifico, nessuno mi impedisce di porvi fede come vera descrizione della realtà, ma non perciò lo vedrò.
Per vederlo bisogna che non sappia come ho fatto ad arrivarci.
Quello che oggi in più sappiamo è che c'è un processo di mezzo, anche se non lo conosciamo.
Quindi non si tratta proprio di un evidenza immediata, anche se a noi cosi appare.
La conseguenza è che a questa evidenza non è più possibile associare una verità, perchè la verità è assoluta, mentre il processo che determina l'evidenza è relativo.
Se parliamo di verità è comunque perchè percepiamo delle cose come vere.
Se parliamo di verità è perchè percepiamo delle cose come vere, apparendoci con innegabile evidenza.
Quello che non si può negare, a mio parere, detto col senno di poi, è che dietro a queste evidenze vi sia la vera realtà, che però non coinciderà mai con una sua descrizione, anche quando questa descrizione, ammesso e non concesso, fosse vera.
Non concesso perchè c'è uno iato logico insuperabile fra ciò che è e la sua descrizione, e noi abbiamo a che fare solo con descrizioni, che possono avere diverse forme, una delle quali è la visione della realtà.
E' come se l'ignoranza del processo gettasse maggior luce sul suo risultato, mentre di un processo noto il risultato è in continuità con esso, come parte finale. Un tutt'uno che ha valore nel suo insieme, dove nessuna parte assume una ''evidenza'' particolare, risaltando per la lacunosità delle restanti.
Citazione di: anthonyi il 29 Gennaio 2026, 06:31:46 AMLa fede illumina la verità è permette di vederla. Chi non ha fede non vede nulla, ed é per questo che pensa che non ci sia nulla.
Che ve ne pare di questo mio pensiero?
Tra le virtù richieste allo sviluppo spirituale, non ve n'è una più importante e attualmente meno reputata della "Fede". L'espressione "fede cieca" pare assimilare questa qualificazione a una credenza piena dell'individuo, ma incapace d'orientare l'aspirazione alla Conoscenza effettiva. Tenteremo, al contrario, di mostrare che la Fede si trova in stretta relazione con l'intellettualità più elevata, essendo un elemento centrale per la corretta orientazione dell'intenzione e, secondo la citazione che apre il nostro articolo, stabilire una "
comunicazione spirituale effettiva con il centro supremo".
Riferendosi alla dottrina pitagorica, illustrata da Fabre d'Olivet, René Guénon fa notare come «
la Volontà "rafforzata" [il termine utilizzato da Fabre d'Olivet, "évertuée", richiama l'idea di "dotare di virtù"]
dalla fede (e perciostesso associata alla Provvidenza) poteva soggiogare la stessa Necessità, comandare alla Natura e operare dei miracoli». Questa frase è carica di significati. Innanzi tutto, mette in evidenza lo stretto vincolo tra Fede e Provvidenza, ossia la Volontà del Cielo. Di fatto, le prime due sarebbero come le due facce della seconda; la Fede sarebbe la Volontà del Cielo secondo una prospettiva ascendente, la Provvidenza secondo una prospettiva discendente, sempre in relazione alla percezione umana. La Fede potrebbe dunque essere considerata come il punto d'unione tra la Volontà del Cielo e quella dell'uomo, attraverso il quale la prima agisce sulla seconda o, più esattamente, come la virtù che permette la loro identificazione (distruggendo l'illusione separativa).
Nella Fede abbiamo quindi la chiave per la vittoria dell'uomo sul Destino. Nella misura in cui cede alla sua Volontà umana (o Libero Arbitrio), sarà preda della fatalità; nella misura in cui ha Fede, potrà rendersi "trasparente" alla Volontà del Cielo affinché governi i suoi passi e così "
soggiogare la stessa Necessità, comandare alla Natura e operare dei miracoli", vale a dire, liberarsi dalle pastoie del suo Destino di uomo mortale.
Estratto dell'articolo "Provvidenza, Volontà, Destino" di Albano Martín De La Scala, pubblicato nella rivista "Lettera e Spirito" del Dicembre 2014 (Testo completo disponibile al link: https://ilsufismo.wixsite.com/il-sufismo (https://ilsufismo.wixsite.com/il-sufismo)).