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Prolegomeni all'Amarezza. Di Cristiano VidaliProlegomeni all'Amarezza

di Cristiano Vidali    indice articoli

 

Democratiche Eresie

Dicembre 2016

 

Democrazia è una parola abusata. Dai talk-show ai giornali, 'antidemocratico' è inconfondibilmente un’accusa, 'democratico' un valore al quale riferirsi come insindacabile guida. La storia, in effetti, suffraga con una certa forza la fierezza occidentale verso il proprio sistema politico: guerre secolari, due conflitti mondiali, un secolo breve di barbari totalitarismi, un nuovo Stato Islamico alle cui istanze non si può che guardare con orrore e disappunto, sottendono, più o meno celatamente, il giudizio di una pretesa superiorità culturale. Le contemporanee democrazie occidentali sembrano un’oasi di quiete in un deserto di sanguinaria violenza. Eppure, questo facile appello alla democrazia, quasi si trattasse di qualcosa di appreso e conseguito, è un’abitudine quantomeno filosoficamente ingenua, se non puramente inconsapevole. Nei pensieri che seguono, contrariamente, alla democrazia si vorrà guardare con senso eminentemente critico.

Per conseguire tale fine, è utile innanzitutto prendere in esame alcuni fenomeni storici che hanno accompagnato l’evento delle grandi democrazie europee fra il XVIII e il XIX secolo. Come conseguenza dell’esponenziale inurbamento prodottosi nella rivoluzione industriale, appaiono per la prima volta le masse. Grandi agglomerati urbani esistevano già nell’antichità, come nella Roma repubblicana; tuttavia, gli ammassi umani del passato erano sorti all’interno di un quadro sociale di carattere familistico-paternalista, che garantiva in ogni caso processi di mutuo riconoscimento. Al contrario, nelle metropoli contemporanee si può per la prima volta stare insieme essendo soli. Come descrive con tragica eleganza Baudelaire attraverso la figura del flâneur, chiunque cammini nella massa è uno sconosciuto, un’impronta senza forma, un’ombra senza volto. Le masse inaugurano un nuovo modo dell’identità pura: essere un individuo qualsiasi, esserci e niente più di questo; così, le indicazioni dei cartelli si rivolgono astrattamente a 'il pedone', 'l’utente', 'il passeggero', tutti interscambiabili, tutti sostituibili.

Va associato a queste realtà urbane economicamente centripete un processo di indebolimento delle identità locali e la formazione di una cultura di massa. Esemplare la sempre crescente somiglianza delle grandi città di tutto il mondo, le cui differenze sono esclusivamente ereditate dal passato. Le tracce della storia vengono bruscamente insabbiate da un onnivoro cosmopolitismo culturale. A questo diffuso livellamento concorrono e perfettamente si adeguano l’estensione della pratica monetaria e la teoria liberista: tutto diventa indifferentemente acquistabile, dai servizi ai corpi, dalle mani ai pensieri. Ogni individuo diviene innanzitutto produttore di capitale, come un nomade mosso da un’utopia materialista. L’affollamento delle grandi città ha, infatti, un’origine eminentemente economica: in particolare, la necessità di trarre il sostentamento con lavori resi a privati, conseguentemente alla privatizzazione di terre prima pubbliche o collettivamente fruibili. Tale liberalizzazione di beni e creature altro non è se non la globalizzazione, ove l’accumulo di risorse in alcuni paesi forza il moto di imponenti flussi migratori. Questi fenomeni epocali ed i loro effetti rientrano ormai indisturbati nella consuetudine: l’ingresso dello straniero, tanto più se in quantità crescenti ed inarrestabili, produce una generalizzata diffidenza, che tradotta sul piano sociale collettivo prende il nome di xenofobia. L’esito di un simile processo è apparentemente paradossale: gli stessi individui assorbiti dalla città e privati di identità particolari e collettive, proprio con la comparsa del diverso, riscoprono un’appartenenza comune differenziandosi da esso. L’estraneo che abita dirimpetto, da quando si è trasferito uno straniero, tutt’a un tratto ci assomiglia di più.

Un rimescolamento radicale delle forme e delle pratiche di vita è conseguenza inevitabile di un simile caos globale, al quale le istituzioni tradizionali e precapitalistiche non possono ovviamente sopravvivere illese. Il contatto fra il musulmano, il buddhista e l’ateo, ormai radicati stabilmente presso un mondo di simboli cristiani per ascendenze storiche, indurrà la rivendicazione di diritti religiosi, di libertà di culto o, simmetricamente, di laicità. Uno Stato pienamente liberale, dunque rigorosamente neutrale, formale e astenentesi dal proporre qualsiasi valore contenutistico, non potrà che reagire a queste esigenze destituendo il primato storico di un credo, in virtù del pluralismo religioso. Questa rimodulazione non è che la presa di coscienza istituzionalizzata di un fenomeno nuovo ed oggettivo: la convivenza della differenza. Lo stesso accadrà, come di fatto è stato, in merito ai diritti civili: gli spostamenti professionali comporteranno coppie separate ed educazioni monoparentali, altre culture e differenti modelli di vita indurranno la rivendicazione di diritti prima inconcepibili. Solo a partire da questo sfondo inquieto è possibile comprendere l'integrazione recente delle famiglie arcobaleno.

Su questo sfondo cosmico assolutamente inedito, nessuno Stato liberale può muovere istanze nazionali in nome di Dio (quale?), mentre avrebbe potuto benissimo farlo qualche secolo fa. Ciò è dovuto al fatto che la democratizzazione di una società è anche un indebolimento dell’oggettività dei suoi contenuti. Nel Medioevo Dio era oggettivo nel senso in cui aveva effetti concreti sul mondo ed uno Stato che si muovesse in suo nome avrebbe presentato un’istanza pubblicamente intelligibile e verosimilmente condivisa – ruolo oggi saccheggiato dal denaro. Rapito dalle piazze, Dio è diventato una questione privata e la sua verità non è che la sua episodica discussione pubblica; essa dipende, quindi, dai soggetti che ne chiacchierano e dalle conclusioni che ne traggono, alle quali partecipano indistintamente i social, i blog, e il mondo mediatico tutto.

In democrazia, discutere è mettere in discussione. È sufficiente pensare a quante innovazioni siano state introdotte per mezzo del referendum negli ultimi decenni: l’aborto, il divorzio, l’eutanasia, etc. Per mezzo di questi, valori precedentemente ritenuti insindacabili vengono improvvisamente rimessi alla decisione pubblica – al punto da indignarsi quando lo Stato interviene in materia 'morale' o 'privata'. Così, la democrazia segna un brusco passaggio dall’era degli assolutismi a quello della libertà, certo, ma anche da quello della verità pubblica a quello delle verità discusse. Per questa ragione, se una democrazia è necessariamente pluralista, essa è altrettanto necessariamente abitata da pòlemos e krisis, poiché i contenuti che essa contingentemente promuove non sono veri in sé ma in quanto decisi – e la decisione fra contendenti è sempre conflittuale.

Con ciò possiamo giungere ad un’importante conclusione: il passaggio dall’inseità della verità pubblica alla sua decisione implica un sensibile spostamento d’accento dall’oggettività del vero alla soggettività. L’aborto non sarebbe in sé né buono né empio, ma è contingentemente tollerato perché positivamente votato e riconosciuto: la verità pubblica dell’aborto sta nei soggetti che lo riconoscono. Tutta l’attenzione passerà allora non già sulla riflessione morale, ma su chi riflette; non sull’oggetto del voto, ma su chi vota. E, di fatto, chi vota? Votano tutti. Vota lo studioso quanto l’inetto, vota il professore universitario quanto il teenager, vota il dotto quanto il contadino e il voto di ciascuno ha lo stesso peso. Per questo solo in democrazia possono attecchire ideologia e populismo; perché in essa si può votare tanto per un’approfondita riflessione, quanto perché abbindolati da un sofisma, da uno slogan, dalla simpatia o dal carisma di un leader politico.

Per tracciare un bilancio della presente analisi, proviamo a ricostruirne brevemente i momenti. I processi all'interno dei quali le democrazie occidentali si sono storicamente affermate e che hanno esse stesso fomentato, quali globalizzazione, individualismo e massificazione, non producono affatto personalità mature e critiche, ma fragili ed episodiche – abbiamo visto esemplarmente l'identità che si forma non per convinta posizione di sé, ma per differenza e diffidenza verso un contingente 'altro'. D’altro canto, la democrazia è proprio la forma di gestione del potere che maggiormente responsabilizza i soggetti democratici, consegnando loro l’onere decisionale. La contraddizione appare con lampante chiarezza: il mondo in cui gli esercenti dei diritti democratici sono chiamati a votare, cioè decidere pubblicamente (al punto da essere responsabili della verità storica) è lo stesso il cui sistema produce personalità esclusivamente professionali, ipertecnicizzate ed intellettualmente acerbe.

Questa contraddizione è l’esito nichilista della democrazia; ma, anziché esserne solo un cancro eventuale, esso ne rappresenta una difficoltà connaturata ed inestinguibile. A questo inesorabile destino, il solo rimedio che la democrazia debba intransigentemente e capillarmente promuovere è l'educazione. Ora, un sistema in cui si voti per gioco o per il colore della giacca di un leader vista il giorno prima non è una democrazia, ma una beffa. Per arginare questo enorme problema, che straripa quotidianamente ovunque si getti l'occhio, dal computer alla tv, dalla strada alle università, uno Stato che voglia propriamente dirsi democratico dovrà necessariamente educare interdisciplinarmente personalità critiche e mature, cioè libere, degne d'esser dette democratiche. Per operare in tale direzione, divengono quindi necessarie testimonianze concrete, diffuse ed incisive che mirino alla riunificazione del sapere e alla promozione pubblica di una rigorosa disposizione etica. L’educazione, in questo senso, non potrà più essere un'occupazione occasionale ed arbitraria, ma un dovere, ed ogni individuo come ogni istituzione, in quanto inesorabilmente pubblici, dovranno farsi pienamente carico del proprio ruolo educativo sotteso ad ogni propria parola, ad ogni proprio gesto.

Contrariamente a quanto detto all'inizio, quindi, una forma di governo non può essere considerata buona indipendentemente dal suo concreto avvento. Anzi, proprio in quanto liberi ed educati si diventa, si potrebbe ritenere la democrazia il processo stesso della sua realizzazione. La sua critica, dunque, ben altro che un’eresia, sembra piuttosto il solo farmaco al sintomo nichilista che nel corpo democratico endemicamente si manifesta. Per una rivoluzione paradigmatica, per una cura autentica del lungo termine non esiste che questa medicina – la sola a rivelare con intransigenza il destino crepuscolare dell’Occidente, la sola in grado di avvelenare l’apologia retorica di una democrazia che mai abbiamo veramente conosciuto.

 

    Cristiano Vidali

 

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