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Riflessioni al Femminile di Rita Farneti

Riflessioni al Femminile

di Rita Farneti - Indice articoli

 

Ciò che possiamo fare

Settembre 2019

 

Dipende tutto dall'amore perché alla fine è sull'amore che verremo giudicati
(S. Giovanni Dalla Croce).


Con questa citazione Lella Costa presenta il suo saggio su Edith Stein, definita simbolo di un luminosissimo enigma, protagonista di una vicenda terrena ed al tempo stesso umanamente divina.
Donna intelligentissima, colta, religiosa fino al misticismo, coraggiosa e coerente davanti alla prova suprema del morire.
Bene lo evidenzia anche la regista Marta Mèszàros nelle ultime scene de’ La settima stanza, film uscito in Polonia verso la fine degli anni 90.
Inquadratura finale una camera a gas.
Edith Stein, rannicchiata nel suo corpo nudo, cerca nell’abbraccio materno l’ultimo contatto con la vita.
Ciò che possiamo fare - Lella CostaCon una buona dose di autoironia Lella Costa in Ciò che possiamo fare, pubblicato per la collana I Solferini ad aprile 2019, si domanda cosa abbia lei in comune con la filosofa tedesca, annotando poi diligentemente quanto, invece, le differenzi.
La mancanza di una laurea, un mestiere, quello dell’attrice, che fino a poco tempo fa comportava la sepoltura in terra sconsacrata, una posizione rigorosamente agnostica, tanto per citare, e   amabilmente, una frase, fulminante, di Buñuel, ovvero grazie a Dio, sono ateo.
L’elenco termina con un marito, tre figlie e due hobbies, collezionare scarpe e teiere.
Chiusa finale: l’appartenenza al segno zodiacale della bilancia, al pari di Edith Stein.
Chi è stata veramente Edith Stein, morta nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nel 1942, ebrea convertita al cattolicesimo, suora col nome di Teresa Benedetta dalla Croce, per volontà di Giovanni Paolo II eletta compatrona d’Europa nel 1998?
Solo una religiosa, anche filosofa di cui cogliere un progressivo disamorarsi del contingente e l’accedere al mistico, al sublime ed intangibile?!
Se niente della fatica del vivere può blandamente, o banalmente, smarrirsi, o tanto meno essere sottratto, con Edith Stein si tocca un punto di luce che   addensa   tanti presente, consapevoli di trovarci davanti ad una personalità davvero speciale che univa Husserl a Cristo e la fenomenologia alla Croce.
È quanto emerge nel testo della Costa in forma di domande indirette, di supposizioni con sembianza di celia amichevole, un toccare e ritoccare la parola per costruire una prosa, a tratti, quasi filmica.
Si appassiona la scrittrice milanese nel trattare un tema che sposa dottrina a teologia, la volontà di introspezione con il bisogno di affidarsi, comunque, all’Altro.
Della conversione di Edith Stein alla religione cattolica sottolinea una qualità straordinaria, la totale assenza di retorica, tutto a vantaggio del fascino esercitato da un pudore, autentico. Viene così legittimato un rapporto   ricamato da una fiducia quasi confidenziale, perché da quel Dio sarà riconosciuta ed accolta.
Piccolo capolavoro di drammaturgia la conversione, punto d’illuminazione assorbito nella capacità, vivida, del sentire il qui ed ora, forse il tocco più squisito della sensibilità steineriana.

 

Entrammo per qualche minuto nel duomo e mentre eravamo lì in rispettoso silenzio entrò una donna con il suo cesto della spesa e si inginocchiò in un banco   per una breve preghiera.
Per me era una cosa del tutto nuova.
Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato ci si recava solo per la funzione religiosa.
Qui invece qualcuno era entrato nella chiesa vuota, nel mezzo delle sue occupazioni quotidiane, come per andare a un colloquio confidenziale.
Non ho mai potuto dimenticarlo.

 

Edith Stein, ebrea poco o affatto ortodossa, era attratta profondamente dalla religione cattolica. Macerata dal tormento e dal desiderio di certezze, ipotizza la Costa, non solo conquisterà una fede alla quale potersi abbandonare, ma sarà guidata dal voler vivere una vita totalmente dedicata al divino e al tempo stesso profondamente umana. Ammirevole nella fierezza, cui alternerà un’abnegazione quasi inflessibile, certa del vivere l’umiltà del dirsi una testimone libera dal dover obbedire.

 

Non posso tollerare il pensiero di essere a disposizione di qualcuno, posso mettermi al servizio di qualcosa e posso fare qualunque cosa per amore di qualcuno, ma non posso mettermi al servizio di una persona (…) E se Husserl non è in grado di trattarmi come una collaboratrice nel suo lavoro (…) le nostre strade si dividono.

 

L’allieva di Husserl pagherà salata la rinuncia: nella cattedra di Husserl subentrerà Martin Heidegger, giovane filosofo taciturno, dedito agli studi fino alla ossessione.
Siamo nel 1919.
A nulla   varrà la giusta e legittima rimostranza rivolta al Ministro della Istruzione nella quale Edith formulerà la richiesta per le donne, nelle università prussiane, della abilitazione all’insegnamento.
Abilitazione, giova ripetere, a lei negata in quanto donna.
Una manciata di anni prima Maria Sklodowska, maritata Curie, aveva vinto due premi Nobel.
Pare proprio per le donne essere indispensabile il dover cambiare cognome per ottenere un posto nella storia, sottolinea amaramente l’autrice.
Come non pensare a  George  Sand, ad Isak Dinesen, solo più tardi nota come Karen Blixen?
Come recita un proverbio antichissimo, nel cielo la luce della pazienza vibra nella luminosità della speranza.
A determinate condizioni, verrebbe però da aggiungere, dentro inquietudini che anticipano prove in grado di rendersi rarefatte.
Anche per Edith Stein esisteva quella linea immaginaria, che spartiva il poter vivere dal dover morire e, al tempo stesso, portava indugio su sillabe di pensiero a loro volta pugnale della memoria che ancora resta.

 

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto*.

 

Rita Farneti

 

Indice Riflessioni al Femminile

 

Riferimenti bibliografici
Lella Costa, Ciò che dobbiamo fare, Milano, Solferino, 2019.
*Wislawa Szyborska, Sulla morte senza esagerare, in La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Milano, Adelphi, 2009.

 

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