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Riflessioni al Femminile di Rita Farneti

Riflessioni al Femminile

di Rita Farneti - Indice articoli

 

La donna capovolta

Agosto 2019

 

Per Dacia Maraini dentro la scrittura c’è una struttura musicale invisibile, che non si riconosce (…) che emoziona e fa scattare intimità (…) È il filo che lega i destini di tutte le donne.
La donna capovolta Titti MarroneQuesto, a mio avviso, muove la narrazione di Titti Marrone nel suo fresco di stampa La donna capovolta.
Una scrittura agile, in grado di impegnare il lettore, amichevolmente densa, capace di esprimersi con composta fluidità attraverso un lessico colto, senza inceppature.
La promozione del libro presso i locali, fortunatamente ben refrigerati, della Libreria Zanichelli in Bologna diventa occasione di incontro, affrontata stoicamente la calura in un giugno stagionato già oltre la metà.
Titti Marrone risponde in modo amabile alle mie domande, con parole distillate dall’esperienza nella relazione con una madre svantaggiata cognitivamente.
Il personaggio di Alina, una badante che è costante interlocutrice di Eleonora, la figlia in La Donna capovolta, riassume, quasi sintetizza, tratti e modalità delle molte badanti susseguitesi durante gli anni, non pochi, della malattia della madre della scrittrice napoletana.
La demenza nell’anziano, si sa, è patologia subdola, anche drammaticamente esplicita, capace di renderci inquieti sul come potremo affrontare un nostro tempo (e da vecchi).
Tristi al contatto con un genitore  improvvisamente ed inopinatamente dissimile rispetto alla di lui usuale rappresentazione, quella che ci protegge e ci piace coltivare, e dentro un  turbamento  forte.
Ed io, cretina, invece di sorridere e parlare d’altro, o anche di prenderle la mano, abbracciarla, portarla fuori di lì, mostrarle una fotografia, che so, farle sentire una musica, io invece ho risposto come al solito un po’ stizzita: Mamma, ma che sciocchezza stai dicendo, siamo già a casa, non lo vedi, questa qui è casa tua. Tua.
Poco conta che una sensata ragion logica opponga una verità di per sé inoppugnabile: siamo diventati (semplicemente?!) i genitori di genitori sempre più vecchi.
Grandi vecchi, per l’esattezza, stante un recente distinguo che filtra e raffina le distanze fra i giovani anziani* ed i vecchi vecchi e conferisce la palma di grandi vecchi agli ultraottantacinquenni, supposti in grado di superare nona e forse anche decima decade di vita.
Come una sorta di scudo prendono corpo la figura di Alina, la sua capacità di accudimento, il bisogno di compiacere, di non deludere eventuali aspettative riposte nei confronti di proprie performances nell’opera di cura.
Un must: non ingenerare sospetti o riconsiderazioni (insidiose) sulla veridicità di virtù personali, soprattutto mantenere un controllo ferreo.
Per sopravvivere alla nostalgia, rafforzata dal senso di solitudine, dallo struggersi di avere i propri cari lontani, troppo lontani, tenendo a bada tristezza e, forse, anche un senso di giustizia ammaccato.
Alina ed Eleonora possono però essere le vittime di un capovolgimento di ruoli.
La vita, una regista a volte distratta, ha assegnato loro ruoli senza un copione leggibile e sufficientemente soffribile, capace di dare indicazioni sul cammino e sulla modalità di potersi offrire reciproca comprensione e conforto.
Può esistere una forma di rassicurazione in grado di fare appello al nostro più profondo (ed a volte nascosto) senso di umanità?
Capovolte nei ruoli queste due donne devono trasformare la necessità di vivere in una forma di virtù meno costosa, il saperci stare dentro quella vita.
Non c’è niente di poetico, di bello, di commovente. C’è solo per chi le vive, smemoratezza di sé, angoscia crescente, solitudine. E per chi sta accanto ai vecchi impotenza, senso di inadeguatezza, pena profonda e voglia di fuggire come quella che provo io.
E in qualche modo a riaccendere la speranza, piccola, del poter ritornare su quella scena, pur nella forma di un sofferto ripensamento, provvede l’autrice stessa, nel punto forse centrale della presentazione del libro.
Non ci fa star meglio non volercene o non potercene occupare (di quell’azione di cura).
Viviamo una sorta di imbarazzo interiore, rappresentato dal non detto a noi stesse, punte nel vivo di un’urgenza, l’oggettività del bisogno.
Rischiamo di diventare donne capovolte?
La prospettiva di una vecchiaia omologata, quella della generazione che ci ha preceduto ed alla medesima speculare, induce un forte disorientamento, accompagnato, spesso, da un disincanto (che fa ancora più male).
Necessario, anzi inevitabile.
Saremo costrette ad inventarci un diversamente invecchiare, challenge per le attuali babyboomers, sfidate a non dispiacere, sotto la lente di conspecifiche baldanzosamente molto più giovani?!
Noi, troppo anziane, dentro corpi mutanti, con annessi di remore, rimorsi e rimpianti?!
Da vecchie, si sa, potrebbe essere complicato vantare opzioni di prima scelta su quanto potrebbe poi succedere…

 

Rita Farneti

 

Indice Riflessioni al Femminile


Riferimenti bibliografici

Titti Marrone, La donna capovolta, Iacobelli editore, Roma, Febbraio 2019.
* Rita Farneti, Vecchio, ormai troppo vecchio per vivere, in Altri sguardi sulla vecchiezza Psicologia Psicoterapia e Cultura (a cura di E. Guidolin), Quaderni di cultura della Formazione, Imprimitur, Padova, 2004, pp.33-37.

 

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