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Riflessioni al Femminile di Rita Farneti

Riflessioni al Femminile

di Rita Farneti - Indice articoli

 

Perché non abbiamo avuto figli. Donne speciali si raccontano

Giugno 2022


Dopo il Pentirsi di essere madri, testo indubbiamente complesso e controverso, ho riletto Perché non abbiamo avuto figli. Donne speciali si raccontano, testimonianza ed augurio tacito fatto da donne ad altre donne: non tradirsi, vivere in dignità e lealtà, grate per il buono ricevuto, ma nel rispetto pieno di chi si è, poi, diventate.


Perché non abbiamo avuto figli. Donne speciali si raccontano


Se una donna vive la propria vita fino in fondo a suo modo e come meglio può, la sua vita non diventerà soltanto un esempio, ma una gioia per gli altri, un dono che le sarà restituito mille volte, fra le persone giuste e di cuore.

Queste parole di Clarissa Pinkola Estès sono un messaggio toccante al quale seguono narrazioni in cui le intervistate affrontano l’assenza/presenza del desiderio di maternità e delle rappresentazioni di una propria maternità simbolica. La messa in discussione della obbligatorietà a seguire strade percorse dalle proprie madri rende legittimo, in una sorta di autorizzazione collettiva, pensare alla maternità non (più) come ad un assoluto irrinunciabile.

Le ragazze del ‘68, lo sottolinea amabilmente Serena Dandini, rimangono sempre delle ragazze: hanno vissuto certezze, inquietudini, tormenti, proclamato il giusto e sacrosanto il diritto alla parità di genere, intinto   nel rammarico per l’assenza nelle proprie madri di una complicità che forse avrebbe agevolato la conquista del diritto, pieno, alla parità di genere.

Bene lo esprime Dacia Maraini nel suo Donne mie.

Donne mie illudenti e illuse (…) nessuno però vi insegna ad essere orgogliose, sicure, feroci, impavide (…) sappiate che se volete diventare persone, e non oggetti, dovete fare subito una guerra dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma contro voi stesse (…). Una guerra grandiosa contro chi vi considera delle nemiche, delle rivali, degli oggetti altrui; contro chi vi ingiuria tutti i giorni senza neanche saperlo, contro chi vi tradisce senza volerlo, contro l’idolo donna che vi guarda seducente da una cornice di rose sfatte ogni mattina e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere, scintillanti di collane, ma prive di braccia, di gambe, di bocca, di cuore, (…) dobbiamo uscire donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà di intenti, libere infine di essere noi intere, forti, sicure, donne senza paura.

Forse in quelle donne, poi madri, come sottolinea Mariella Loriga Gambino, s’insinua, subdolo, il tormento di una propria incompletezza esistenziale, un biasimo sanzionante i comportamenti della figlia, l’espressione anche forte di un conflitto fra generazioni, in grado però di innescare molto dolore in entrambe. Se percepiamo una sofferenza che ci libera, perché dichiarandola a noi stesse meglio possiamo prenderci cura di quanto provato, accade però di poterci invischiare dentro un dolore che rallenta e confonde, scandito da inquietudine, aspro, spesso intraducibile. Occorre tempo e pazienza per essere ascoltati, capiti e, dunque, attraversati. Per quanto umanamente possibile.

La libertà di scegliere se riprodurci o non farlo, come narrano in modo a volte struggente alcune delle intervistate, si àncora alla necessità di poter dialogare con un sé impersonato da propri oggetti interni. Ma non solo, come sostiene Ida Dominijanni.

Se negli anni 60/70 si sono infatti prese le distanze dalla maternità come destino, soprattutto dalla pesantezza di un destino a prescindere, presente nella cultura mediterranea, oggi la maternità appare in crisi e la scelta di non riprodursi viene interpretata come lusso, del tutto incomprensibile, e socialmente biasimevole. Una scelta a riprodursi richiede però anche il coraggio di far sentire le proprie figlie donne soddisfatte, capaci di farcela come duellanti con l’uomo, come afferma con franca eleganza Piera degli Esposti nell’intervista rilasciata a Paola Leonardi nel succitato testo. Un* figli* rimane simbolicamente un dono fatto alla vita o a qualcuno in particolare, un tributo pagato alla comunità. Comporta il passare dall’ancora al non più, include interrogativi e speranze su molti aspetti del proprio sé. Una figlia che parla alla propria madre da madre a madre?! Una donna che incontra le sembianze della madre che sa di non poter essere o che teme, anche, di aver (ancora) obbligo ad essere?! Non solo, forse anche molto di più. Occorre rileggere l’irrisolto che talvolta una donna porta dentro di sé rispetto al proprio materno, ma è necessario anche potersi pensare in un soggettivo futuro oggettivamente fatto di luci (ed inevitabili ombre).


   Rita Farneti


Indice Riflessioni al Femminile


Note di riferimento
- La Tv delle ragazze Gli stati generali 1998/2018
- Donne mie – come riportato in www.poesie.reportonline.it/poesie-di-dacia-maraini letto il 15-3-2019 Curare nella differenza (a cura di P. Leonardi) Franco Angeli, Milano,2002, pp.67-72 
- L. Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma,1991
- P. Leonardi F. Vigliani, Perché non abbiamo avuto figli. Donne speciali si raccontano, Franco Angeli Le Comete, Milano, 2009.


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