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di Vittorio Sechi   indice articoli

 

L'arte

Febbraio 2017

 

Mi son chiesto tante volte perché al cospetto di un’opera d’arte accade che si sia colti da un sommovimento che scuote i sensi, facendo vibrare l’anima fino alla commozione. Si è come avvolti in una sorta di fluido impalpabile che, sortendo fuori dall’opera, prende dimora nei sensi, scuotendoli e innervandoli, e che offre l’accesso ad un mondo emozionale inusitato. Quali caratteristiche possiede questo fluido è un mistero; di quali ingredienti è composto, che calore e colore lo intridono, non è dato saperlo. Certo è che non può trattarsi solo di un ingrediente estetico, perché, se così fosse, essendo i canoni della bellezza soggetti al divenire, muterebbe con essi anche il nostro modo di rapportarci con questo mondo. Eppure, lo sappiamo bene, esistono opere eterne, che inducono sensazioni vive e commozioni simpatetiche dell’animo del suo creatore. La creazione artistica è di fatto l’apice delle facoltà creative dell’uomo e la sensazione che se ne ricava è di trovarsi al cospetto di un livello di creazione, seppur inferiore, quasi un bagliore fiammeggiante, in grado però di emulare quella divina. Credo che sia per questa ragione che sia in grado di scuotere l’anima e condurre entro mondi intrisi di spiritualità.
L’arte ha una sua peculiarità. Soprattutto quando è espressa in versi, lascia aperte tante porte. Non è ordine, ma kaos, dall’etimo che noi abbiamo scordato: una bocca aperta che si offre a più possibilità. È proprio in questa particolarità che risiede il suo incanto, perché la rende fruibile in eterno. Essa non deve rendere passivo l’interlocutore, come se si trovasse di fronte ad un freddo resoconto ragionieristico, lo deve stimolare, suscitando, interrogando e risvegliando le sue capacità di ascolto, spesso sopite.
Il fluido che attraversa la tela, che erompe dalle note o che emerge dal componimento letterario cela al suo interno l'essenza del suo autore. Compenetrato nell'opera d'arte c'è, infatti, l'Uomo o la Donna che hanno composto, musicato e poetato, con i suoi elementi costitutivi, in un equilibrio reso stabile e immodificabile dalla composizione artistica stessa, che è quella, non altra. L’opera d’arte, qualsiasi essa sia, è dunque un resoconto fotografico della realtà emozionale dell’autore. In ogni quadro, in ogni verso o racconto o pentagramma è inciso l’animo di colui o colei che ha composto l’opera.
A chi osserva spetta l'arduo e bellissimo compito di leggervi l'animo, lo spirito, le passioni ed emozioni di chi ha 'creato'. Nell'assolvere a questo difficilissima funzione 'vediamo' e 'leggiamo' attraverso le nostre emozioni e passioni. Si viene così a creare un'interazione inedita fra 'lettore' ed autore.
Due emozioni, due sentimenti, due anime che, tramite l’opera, s’incontrano, oltre il tempo e lo spazio. Questa interazione è, a sua volta, fonte di un'incredibile inedita e bellissima realtà relazionale. L’opera d’arte svolge l’incredibile compito di mediare, fra cielo e terra, fra flussi emotivi distanti e distinti.
Nell'arte sono ravvisabili ben tre sfere emotive: quella del 'lettore' (chi percepisce), quella dell'autore (il 'creatore') ed una terza impalpabile che è la somma delle due ed anche e soprattutto un qualcosa in più rispetto a questa somma: è la relazione fra umani.
L'arte è mutevole perché muta forma e sostanza in dipendenza dei diversi animi e delle diverse emozioni di chi l’ascolta ed osserva. Crea un'emozione che si trasfigura sulla scorta delle instabili emozioni dei diversi soggetti che 'leggono'. È un arcobaleno cangiante che muta i propri colori ogni volta che l’osservi. È autogenerativa, giacché nutre l'animo dell'Uomo, arricchendolo, e da questa ricchezza generata attinge nuova linfa, di ritorno, per perpetuarsi. È la sublimazione dell'essere, in cui si raccordano i sentimenti e le passioni. In essa sono contenuti e ricompresi i frammenti dell'Uomo, e la sua ricomposizione è la ricomposizione dell'Umanità.
Leggere una poesia è compiere un viaggio fra emozioni e sentimenti sempre nuovi, che si rinnovano ogni volta che si ripercorrono i sentieri tracciati dai versi. È anche effettuare un tuffo, rinunciando a qualsiasi protezione o difesa, per immergersi dentro un abisso ribollente di magmatiche sensazioni, la cui profondità resta celata anche dopo che si è raggiunto il fondo. Significa lasciarsi sommergere ed avvolgere da fluidi di emotività liquida, le cui increspature sono intinte nel sentimento più vivo, screziandosi dei colori che il tenue chiarore di una lamina di luce mostra in tutta la sua cangiante iridescenza.
Ci si apre a nuovi mondi, addentrandosi nel chaos dell’anima. Percorrere gli erti vicoli tracciati dai versi significa anche, e in special modo, fare l’incontro con se stessi, perché è l’emotività personale ad essere suscitata. Dietro ogni verso è celato il mondo interiore dell’autore/autrice che neppure il viaggio di un esperto speleologo riesce a riportare alla luce. Ed è questa la vera delicata magia generata dall’arte, perché in assenza di appigli certi e di stabile terreno entro cui affondare le radici delle certezze, si supplisce con l’instabilità del flusso emotivo personale che si genera nell’immersione totale nell’onda di sensazioni ricche di calore, suoni e colori nuovi.
Il sentimento del poeta, cristallizzato nel testo scritto, man mano che i versi si dispiegano, va a raschiare il fondo dell’anima di chi quei versi li legge, generando, per sommatoria, un denso vapore di commozione che con levità va ad insinuarsi fra le pieghe del componimento, intridendolo di senso. La vera creazione artistica non è la poesia, la musica o il dipinto, ma proprio questa delicata miscela emotiva che si genera ogni volta che un’anima incontra e si confronta con l’anima del poeta, del musicista, del pittore.
Questa è l’arte! Ed è per questo motivo che un’opera d’arte è sempre viva, e lo sarà in eterno, almeno fintanto che ci saranno anime che con essa entreranno in contatto.
Non serve conoscere genesi, storia e circostanze che hanno concorso a realizzare la creazione, queste informazioni possono essere utili ed indispensabili per un convegno o un documento di analisi critica dell’opera. Ma quando non si hanno le conoscenze tecniche necessarie per questa ‘sterile’ (?) attività, l’arte può essere fruita più liberamente attraverso l’emozione che induce, che fra l’altro è il prodotto più ricco, bello, colorato e musicale dell’opera. Non saper riconoscere le note di un piano, ma ascoltare i notturni di Chopin o le note dolenti del piano di Keith Jarrett può inebriare e rendere del tutto superfluo distinguere le scale di Do da quelle di Sol (posto che esistano).
Noi umani non siamo esseri esclusivamente razionali, ma soprattutto siamo anime che generano e si nutrono di emozioni: ciò che più d’ogni altra cosa insaporisce l’esistenza. Per cui, si può gioire di non saper segnalare l’esistenza dei tropi, delle metafore e delle altre figure retoriche, o distinguere fra idilli, elegie, sonetti in esametro o altra metrica, o di altri tecnicismi che fanno di uno scritto, un dipinto, un brano musicale un qualcosa di diverso da un semplice prodotto commerciale. Spesso è sufficiente riconoscere quegli ingredienti che sono attinti dal profondo dell’anima e non suggeriti dalla tecnica. E di questi si gode e ci si nutre. Evidentemente, lo spirito è in grado di godere, ed è uno stupendo godimento, della gioia donata dall’ignoranza tecnica, che lascia il campo libero a quella emotiva, alla sinestesia di verbi ed aggettivi visti e percepiti in dolci o grevi suoni, tenui o furenti colori, delicati o acri profumi, tepore o freddo pungente, brezza che accarezza o bufera che sferza il cuore.

 

   Vittorio Sechi

 

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