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di Vittorio Sechi   indice articoli

 

Il limite e l'immaginazione

Marzo 2017

 

Accade spesso che la vita ci ponga di fronte ad un orizzonte che, nonostante gli sforzi che compiamo, non può essere raggiunto, tantomeno superato. Un orizzonte che si para davanti improvviso, che inibisce la volontà e mortifica la capacità di agire, esponendo all’esterno le nostre intime fragilità. Incappare nei propri limiti impone all’individuo di fare i conti con se stesso e con la propria indeterminatezza e finitudine. Porseli di fronte, interrogandoli per averne piena coscienza significa prendere contatto con la propria umanità. Il limite è infatti la cifra del nostro essere umani, in cui sono rese evidenti le mancanze, le assenze e le impossibilità.
Il limite delimita l’area dell’oltre, e, benché circoscriva il perimetro del nostro campo d’azione, agisce come stimolo della nostra naturale propensione a sporgere lo sguardo al di là della barriera che si erige davanti ai sensi e alla coscienza. Difficile eluderlo, poiché accompagna come un’ombra i nostri passi. Di fronte al limite la reazione può essere quella della resa senza condizioni. Oppure, in quanto mette alla prova le nostre certezze, misurandole, il limite, lanciando una sfida alla nostra sfera di relazioni, al modo in cui noi ci poniamo di fronte a tutto ciò che interseca l’esistenza, può indurre un ripensamento del modo di pensare e di stare nel mondo.
In noi abitano due naturali propensioni, entrambe estremamente vincolanti, che si disputano in perenne contesa il nostro modo di abitare il mondo: quella che induce la perenne ricerca di certezze su cui fondare la nostra vita, per cui spesso ci si appisola sul già noto per limitarsi a contemplare un campo già arato. L’altra, che alla prima disputa l’animo, è quella dell’esploratore, di Odisseo, il quale, avendo sgombrato il campo dalle futili evidenze, s’immerge nel dubbio, per solcare il mare dell’ignoto, in cerca di un nuovo approdo, che non è mai una meta finale, ma un provvisorio punto di partenza, in un’inesausta ricerca di qualcosa che mai si svela… che sempre si ri-vela.
Il limite, in quest’ultima evenienza, assurge al ruolo di causa causante del nostro vagare per anfratti, fratte e per superni cieli.  Stimola, infatti, l’irrefrenabile propensione a travalicarlo, a varcare d’un balzo il solco che introduce in un’atmosfera crepuscolare ove le ombre, nel loro tenue trans-parire, ci suggeriscono l’esistenza di un’ulteriorità che sopravanza i sensi. Ed è allora che è amato, è allora che, in una trasmutazione alchemica, si trasforma da barriera insormontabile a varco che accede ad atmosfere ed aree inedite, e si può così anche far l’incontro con l’infinito.

 

“Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.”

 

È  il celeberrimo incipit dell’idillio “L’Infinito”, di Giacomo Leopardi, scritto a Recanati a cavallo degli anni 1818-1819.
Questo canto è al tempo stesso un’opera filosofica e un tuffo all'interno dell'anima. Un viaggio nel mondo del surreale che sovente conforta, talvolta addolora. Condotto sulle ali dell'immaginazione, svincolato, pertanto, dalla necessità di dover essere coerente e aderente alla realtà. È un volo leggero che si rende possibile attingendo linfa e nutrimento utilizzando lo scandaglio dell’immaginazione, per connettere il profondo dell'anima con un oltre che affascina e consola. Un'anima dolente, quella del poeta, ripiegata su sé stessa, che recupera da quel fondo abissale la forza vitale indispensabile per superare le distanze e immergersi in un mare che rende dolce il naufragio.
Il fulcro intorno a cui tutto ruota e su cui tutto poggia, la chiave di volta è l'immaginazione: il potere della mente di travalicare gli ostacoli, di andare oltre le siepi e le barriere, superare i monti e guardare oltre.
La siepe e il monte citati sono reali, fanno parte del paesaggio di Recanati. Leopardi si trova ad osservare l'orizzonte; parte di questa visione è impedita da questi due ostacoli. Invece di arrendersi all’impossibilità di osservare il mondo oltre la siepe, il poeta supplisce alla deprivazione sensoriale immergendo il secchio del suo speculare nel profondo pozzo dell’immaginazione. Ed è così che quel limite rappresentato dalla siepe e dal monte Tabor svolge il ruolo di suscitare ed innescare l'attività astrattiva della mente.
È un vero capovolgimento di relazione, quello che in questo breve testo viene sontuosamente descritto. Un limite che espande la visione, anziché tarparla. Una visione onirica, certo, ma pur sempre un qualcosa in più rispetto alla ristrettezza della realtà che si offre ai sensi. Inseguendo i pensieri eccitati dalla privazione sensoriale causata dal colle e dalla siepe, egli colma l’assenza attraverso l'attività dell’anima, e si riappropria di quell’immenso spicchio di universo che la concretezza delle cose gli preclude.
È quindi il limite il vero motore dell’immaginare, perché senza quella barriera che delimita le capacità fisiche e percettive quelle astrattive non verrebbero innescate. Porsi davanti ad un limite, entrandoci in contatto, accende nell’animo umano la propensione a superarlo. L’intera storia della cultura e del sapere umano è progredita stazionando (singolarissimo, ma sensato, ossimoro) sul margine, è, infatti, una storia di orlo, che si muove sempre sul crinale verso cui convergono il noto e l’ignoto da esplorare. E si esplica facendo leva sulle indubitabili capacità creative della mente che proficuamente s’intrecciano con quelle astrattive dell’anima, quindi, in definitiva con l’immaginazione, che funge da ponte fra percezione dei sensi e quella dell’anima.
Questa attività è un qualcosa di più rispetto ad una semplice indagine speculativa, per quanto complessa e consapevole, conscia e volontaria possa essere. È come un vapore che si espande nell’essere, sortendo dall’anima. È creativa e tende a travalicare la realtà, pur rimanendo con essa strettamente connessa, perché si limita ad ampliarla e ad aggiungervi frazioni di non percepito. Ne consegue che, in qualche misura, la modifica. È figlia della capacità d’astrazione e madre di sublimi opere d’ingegno. Supera il contingente, scavalca gli steccati, sbriciola gli ostacoli, dimezza le distanze, alimenta le speranze, nutre i sogni, interagisce con le emozioni e comprime la nostalgia e le angosce.
L’immaginazione è il regno dell’impossibile che, nella visione, diviene possibile e concreto. È  una chimerica illusione che – paradosso - diviene realistica esperienza. L’immaginazione elabora l’esistente aggiungendo ai frammenti di realtà quote di non percepito, trasformandolo in un nuovo, vitale e pregnante consistente. Apre la ragione a nuove improbabili visioni, arricchendole d'ingredienti speciali aprendola ad una nuova e più vitale 'conseguenza'.
È la leva e il pungolo che sospinge l’uomo oltre la siepe del contingente, aprendo nuovi orizzonti all’animo. In quanto umana, relega in un angolo la trascendenza. Da essa, l’Uomo attinge nuova linfa per perpetuare e alimentare la propria voglia di vivere. È indistruttibile perché astratta, ma, una volta concepita, diviene realtà immutabile e punto di partenza per nuove e sempre più sublimi proiezioni.
L’immaginazione è un paradosso ricolmo di naturale, eloquente 'significatività' . Vive e cresce in stretto rapporto simbiotico con i nostri sensi, poiché non è dato immaginare qualcosa che non sia direttamente figlio delle nostre capacità percettive, diversamente staremmo parlando della fantasia, totalmente svincolata dalla realtà.
Una cara amica mi chiedeva di che tipo potesse essere l’immaginazione di una persona priva della vista fin dalla nascita. È talmente connaturata all’uomo la necessità di trovar varchi che compensino le privazioni sensoriali, che in assenza di percezione, il nostro cervello tende al delirio e ai flash neuronali.
Forse solo la musica può raccontare ad un cieco l’intensità e la bellezza di un colore… sinestesia!

 

   Vittorio Sechi

 

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