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Riflessioni su Nulla di Vittorio SechiRiflessioni su Nulla

di Vittorio Sechi   indice articoli

 

Una storia semplice.

Gesù

Quarta parte - Settembre 2017

 

Siamo giunti alla quarta stazione di questo lungo viaggio che ci conduce a far la conoscenza (quanto accurata non so, non spetta a me dirlo) con un personaggio scomodo ed emblematico. Un uomo divino che ha intriso del suo messaggio i tempi, trasformando il mondo e le menti delle genti.
Non so se la sua storia si sia svolta nel modo in cui è narrata nei libri sacri. In ogni caso, è indubbio che vera o artatamente costruita in laboratorio che sia, Gesù è senza dubbio il personaggio (storico o no) che più d’ogni altro ha modificato, plasmandola, l’esistenza di ciascuno di noi.

 

La rivoluzione di Gesù:
Mt. 5.17: “ 17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
L’intero Capitolo 5 di Matteo, altrimenti noto come il Capitolo delle Beatitudini, contenente il celeberrimo “Discorso della montagna”, per essere compreso compiutamente, deve essere calato nel contesto storico e culturale che impregnava il mondo giudaico di allora. Gesù, con quelle reboanti parole, intese riformulare l’intera Legge. Ciò rappresentò un autentico scandalo per la mentalità dei giudei, che si rifacevano pedissequamente alla Legge mosaica, consegnata, come è noto, direttamente da Dio (il Dio del Roveto e della rivelazione) al profeta sul Monte Sinai.
Dunque Legge di Dio, immarcescibile ed immutabile. Perlomeno fino ad allora, momento in cui giunse un nuovo (profeta? Messia? semplicemente invasato?) legislatore a recare al popolo di Dio la “buona novella”, che sparigliava i canoni di comportamento fino allora tenuti per buoni ed ai quali ci si era sempre attenuti nelle relazioni sociali ed in quelle nei confronti di Dio. Una Legge che aveva rappresentato il vero collante sociale del popolo d’Israele, e che ora rischiava d’essere se non totalmente ricusata perlomeno rimodulata sulla base di un principio sottostante e fondativo assolutamente innovativo e rivoluzionario: l’amore e la servilità nei confronti del prossimo. Entrambi, questi, elementi alieni alla mentalità giudaica del tempo.
L’azione e l’insegnamento di Gesù, resi palesi e manifesti proprio nel famigerato “Discorso della montagna”, sottendono anche un altro elemento il cui squillo di tromba e l’eco rigenerativi hanno del rivoluzionario. Ma non ci si confondano le idee e i pensieri: non una rivoluzione politica, come tantissimi sono portati a credere e dichiarare, forse nell’intento di sminuirne l’immensa portata, piuttosto una rivoluzione morale. Gesù rigenerò e riformulò l’intero canone morale del giudaismo (almeno ciò intese fare).
Ma non è questo il punto, perlomeno non è solo questo.
L’inquietudine che colse la casta sacerdotale e dottorale coeva trova le sue sacrosante ragioni nel quesito ancor più radicale: da dove egli attingeva la forza morale e l’autorità regale (divina?) per elargire un nuovo insegnamento che prescindeva dall’occhio per occhio (legge deuteronomica – seconda legge – riveniente proprio dalle tavole del Sinai, quindi immediata emanazione giuridica dell’unico Dio) per comminare il perdono anche ai propri nemici? Chi era Lui per osare tanto? Con quale autorità Egli si sovrapponeva a Mosè? Questi erano (e sono tuttora) i quesiti che recarono ansia ed inquietudine ai potentati religiosi di allora. Era Egli un nuovo profeta? Nel caso, da chi aveva ricevuto il mandato di sovrapporsi a Mosè? Era Egli stesso Dio?

Io rifuggo dalla faciloneria di fornire una risposta definitiva ai quesiti. Nondimeno, rilevo che l’aspetto dirompente del messaggio di Gesù non è solo nelle parole, che l’ammantano di un moraleggiante velo di filosofia morale (già presente, peraltro, in altre culture precedenti). Tutto ciò non incanta, non poteva incantare neppure il mondo giudaico di allora, ancor meno può incantare noi. La rivoluzione operata da Gesù risiede nell’uso reiterato del pronome personale “io” (io vi dico) o di altre locuzioni e particelle, che lasciano trasparire con estremo nitore che il contenuto del messaggio – stando ai vangeli - non era frutto di una rivelazione proveniente da Dio, bensì suo immediato insegnamento, quindi sua diretta volontà. Egli non si presentò dunque come un profeta. In ciò preceduto ed annunziato dal Battista. Egli parlava, invece, investito di un’autorità superiore, e mai si espresse affermando che fosse un semplice tramite, lasciando ben intendere che Egli stesso fosse il legislatore ultimo.
La dichiarazione di filiazione divina, diretta e immediata, addirittura la perfetta corrispondenza fra Dio Padre e la Sua persona, sono a dir poco ridondanti nei Vangeli, in modo particolare in quello di Giovanni. Non è facile, a parer mio, utilizzare questi documenti per dedurne tesi astruse, che sarebbero immediatamente smentite dai medesimi. Non è facile sostenere che Gesù non abbia mai affermato d’essere il Messia o il Figlio in cui Dio volle compiacersi.

 

Gesù è il nuovo Mosé.
A nessuno, neppure ai farisei o alla casta sacerdotale, competeva la remissione dei peccati e l’annuncio dell’avvenuta salvezza (già nel momento in cui erano pronunciate le parole di perdono). L’ebraismo reputava che la remissione dei peccati e la salvezza fossero prerogativa esclusiva ed intangibile di Dio. Gesù, con la remissione dei peccati agli empi, con la testimonianza di salvezza dell’empietà – addirittura anche in punto di morte, sulla croce stessa -, si esponeva allo scandalo e al ludibrio del suo stesso popolo (il prossimo cui si rivolgeva Gesù risiedeva in Samaria piuttosto che in Giudea).
La sua morte fu decretata dal giudaismo perché blasfemo e bestemmiatore: ebbene, Egli era colpevole, era blasfemo in base alla norma, alla Legge mosaica. Egli fu condannato dai romani (la morte per croce, abominio e supplizio per i sediziosi) poiché giudicato colpevole di sedizione; ebbene, i romani videro correttamente: Egli era un sedizioso, un rivoluzionario che avrebbe potuto sovvertire l’ordine politico e sociale.
Ma sbagliarono entrambi.
Egli non poteva essere accusato di blasfemia, poiché la bestemmia può essere tale solo se e quando la parola o l’insegnamento sono offesa diretta a Dio; ma Egli era Dio "In verità, in verità vi dico: “prima che Abramo fosse, Io Sono".
Non era un sedizioso o un rivoluzionario politico, poiché annunciava un nuovo Regno – ultramondano - con Lui Re. Ma ciò era incomprensibile e folle per le menti pagane dei romani (soprattutto in considerazione del fatto che all’autorità civile corrispondeva perfettamente anche l’autorità divina, gli imperatori erano dei).

 

Il Regno:
Matteo: Mt. 5.17: “ 17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.”
In che cosa consisteva questo atteso Regno? La parte del messaggio di Gesù attinente alla venuta del Regno di Dio è probabilmente una delle più oscure e complesse dell’intero suo insegnamento, e ciò non a causa del contenuto criptico, bensì perché innestò la fede in uno stravolgimento stimato imminente che avrebbe dovuto assicurare al popolo di Dio la sconfitta del male, la cessazione delle proprie pene e la gioia dell’abbraccio divino.
Ma di che si tratta?
E’ possibile che l’imminenza dell’avvento, presagita dai discepoli ed annunciata da Gesù in diverse occasioni, si sia tradotta in un’illusione presto avvilita, poiché nulla di concreto parve mutare dal giorno della morte e risurrezione del Maestro?
La morte di Gesù rendeva irredimibile la sconfitta, almeno fino alla sua risurrezione. La risurrezione caratterizza il compimento dei tempi: è il suo visibile segno esteriore. Solo con questo evento sull’orizzonte esistenziale della fede apostolica si rinfocola la speranza mortificata dalla morte di Gesù. La risurrezione è il tempo compiuto annunciato nelle scritture, è il compimento della promessa. Il Regno è inscindibilmente correlato al compimento dei tempi, il quale è strettamente legato, in quanto adempiuto, alla risurrezione. Il Regno che Gesù promette non è la sconfitta del male sulla terra, difatti questi ha continuato imperterrito il suo imperio; non è neppure l’effluvio che emana da un nuovo giardino edenico.
Il Regno di cui è annunciata l’imminenza non è di questo mondo e non è neppure la teofania apocalittica del Dio dell’ultimo giorno. L’esperienza smentisce sia l’una che l’altra ipotesi. Il Regno è la speranza che si traduce in compimento attraverso la risurrezione, una promessa adempiuta, una speranza appagata dall’evento. Il Regno, in definitiva, è Gesù stesso e tutto quanto inscritto nel suo percorso di vita fino all’epilogo della rinascita dai morti. Per questo motivo Gesù poteva esprimersi nel senso di una sua imminente venuta, proprio perché egli presagiva l’imminenza della passione, della morte e soprattutto della risurrezione. La via che conduce al Regno è la sequela di Cristo. Nel corso del tragitto ognuno dovrà calcarsi sulle spalle la propria croce: Gesù non annuncia una terra di latte e miele, ma dolore, sofferenza e patimento; i discepoli sono chiamati a violare il velo che dall’esistere come uomini immette alla vita vera, quella dei santi.
Solo in questa chiave può essere letto l’annuncio del Regno. Solo in questa prospettiva l’annuncio assume senso e significato. L’avvento non può essere scisso dalla passione, dalla morte ma soprattutto dalla risurrezione di Gesù. A tal proposito è importante notare quanto sia sintomatico che i loghion che annunciano la prossimità del Regno siano collocati all’interno di capitoli che predicono la passione: così è per Marco e per Matteo; Giovanni la inserisce direttamente all’interno degli eventi che introducono nella passione (interrogatorio di Pilato); mentre Luca in prossimità del paragrafo che descrive la trasfigurazione, quindi anche in questo caso di un evento sovradimensionale. In assenza di tutto ciò, l’annuncio resta privo di significato, di adempimento e l’attesa è protratta oltre il limite della speranza stessa.

 

   Vittorio Sechi

 

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