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Strade Interiori

Strade Interiori

Riflessioni per tornare dentro di te


Quando ho iniziato a pensare alla morte, ho smesso di perdere tempo


C'è stato un momento preciso in cui tutto è cambiato.
Non ricordo la data esatta, ma ricordo la sensazione. Ero seduto in macchina, bloccato nel traffico, irritato perché stavo perdendo tempo. E poi, come un fulmine, è arrivato quel pensiero: "Un giorno morirò. E quando sarà quel giorno, questo momento nel traffico sarà stato parte della mia vita. E io l'ho sprecato ad essere irritato."
Non era la prima volta che pensavo alla morte. Ma era la prima volta che la sentivo. Non come concetto astratto, non come paura lontana, ma come verità concreta e personale. Io. Morirò. Davvero.
E in quel momento, qualcosa si è rotto. O forse si è riparato. Ho iniziato a vedere il tempo in modo completamente diverso.
Non sono diventato perfetto. Non ho smesso di perdere tempo del tutto (sarebbe impossibile e anche inumano). Ma è cambiato il rapporto con il tempo. Ho iniziato a vedere chiaramente la differenza tra vivere ed esistere. Tra presenza e automatismo. Tra ciò che conta e ciò che è solo rumore.
Questo articolo è la storia di quella trasformazione. Non perché io sia speciale, ma perché credo che chiunque inizi davvero a pensare alla morte - non con paura ma con onestà - attraversa lo stesso risveglio.


Prima: quando vivevo come se fossi immortale


Prima di quel momento, vivevo in una sorta di trance. Come la maggior parte delle persone, sapevo "intellettualmente" che sarei morto. Ma non lo sentivo. E quindi vivevo come se avessi tempo infinito.


Il tempo come risorsa illimitata

Rimandavo costantemente:

  • "Quel viaggio lo farò quando andrò in pensione"
  • "Quella conversazione difficile la affronterò quando sarà il momento giusto"
  • "Quel progetto che mi sta a cuore lo inizierò quando avrò più tempo"
  • "Dirò ti amo domani, tanto c'è sempre tempo"

Il "quando" era sempre nel futuro. E il futuro sembrava infinito.
Sprecavo ore in cose che non mi importavano:

  • Scroll infinito sui social guardando vite altrui
  • Conversazioni superficiali per riempire il silenzio
  • Lavoro che non mi dava senso ma "pagava le bollette"
  • Relazioni per inerzia, non per scelta
  • Preoccupazioni per opinioni di persone che non mi conoscevano nemmeno

Non mi rendevo conto che ogni ora sprecata era un'ora della mia vita. Irrecuperabile. Finita. Per sempre.


Le piccole cose come enormi problemi

Tutto sembrava importante. Tutto meritava reazione emotiva:

  • Quel commento passivo-aggressivo del collega
  • Quel like che non avevo ricevuto
  • Quel ritardo dell'autobus
  • Quell'errore stupido che avevo fatto
  • Quella critica ingiusta

La mia energia vitale si disperdeva in mille rivoli di irritazione, preoccupazione, risentimento. E non vedevo che stavo bruciando la candela della mia vita in drammi che non sarebbero importati a nessuno tra una settimana.


Le persone date per scontate

Le persone che amavo erano sempre "lì". Disponibili. Permanenti.

  • Non dicevo abbastanza spesso quanto le amassi
  • Non dedicavo loro tempo di qualità, solo tempo di quantità
  • Davo per scontato che ci sarebbe stato sempre domani per quella telefonata, quell'abbraccio, quella parola non detta

E intanto il tempo passava. E le persone invecchiavano. E io non me ne accorgevo.


Il risveglio: quando la morte è diventata reale


Poi è arrivato quel momento nel traffico. E dopo quello, altri momenti. Piccoli risvegli, uno dopo l'altro, che mi hanno fatto vedere la verità che avevo sempre evitato.


La matematica della mortalità

Ho fatto un calcolo semplice ma devastante.
Se vivo fino a 80 anni, ho circa 29.200 giorni di vita totali.
A 35 anni, ne avevo già vissuti circa 12.775. Ne rimanevano circa 16.425.
Sembrano tanti? Li ho divisi per categoria:

  • Circa 5.475 giorni li passerò dormendo (un terzo della vita)
  • Circa 3.285 giorni al lavoro (se lavoro fino a 65 anni)
  • Circa 730 giorni in bagno, vestendomi, nelle faccende (conservativo)
  • Circa 1.095 giorni malato, stanco, indisposto (3 anni su 45 rimanenti)

Rimanevano circa 5.840 giorni veramente miei. Liberi. Presenti. Svegli.
5.840 giorni. 16 anni scarsi di tempo veramente vivo e consapevole.
E io ne stavo sprecando la maggior parte.
Quel calcolo mi ha tolto il respiro. Letteralmente. Il tempo non era infinito. Era numerato. E il contatore correva.


L'esperienza della perdita

Poi è morto qualcuno che conoscevo. Non un parente stretto, ma una persona con cui avevo lavorato. 52 anni. Infarto improvviso.
Al funerale, sua moglie ha detto qualcosa che mi è entrato come un coltello: "Avevamo pianificato di viaggiare insieme quando lui sarebbe andato in pensione. Avevamo rimandato tutti questi sogni. E ora non ci sarà mai quel 'quando'."
Ho capito in quel momento: il 'quando' non arriva mai. C'è solo ora. E ora può finire in qualsiasi momento.
Quella morte mi ha fatto vedere la mia. Non come concetto, ma come certezza prossima. Poteva essere domani. Poteva essere tra quarant'anni. Ma sarebbe arrivata. E tutto quello che non avessi fatto prima, non lo avrei fatto mai.


Dopo: come è cambiato tutto


Non è stato un cambiamento istantaneo. È stato graduale. Ma inesorabile. Pensare davvero alla morte ha trasformato completamente il modo in cui vivo.


1. Ho smesso di rimandare ciò che conta

Prima pensavo: "Lo farò quando..."
Ora penso: "Se non ora, quando? E se 'quando' non arriva mai?".
Esempi concreti:

  • Quel viaggio che volevo fare da anni? L'ho prenotato. Non ho aspettato la pensione
  • Quella conversazione difficile con mio padre? L'ho affrontata. Non ho aspettato "il momento giusto"
  • Quel progetto creativo che mi stava a cuore? L'ho iniziato. Non ho aspettato di avere "più tempo"
  • Quelle persone che amavo ma a cui non lo dicevo? Ho iniziato a dirlo. Spesso

Perché la morte mi ha insegnato che il momento perfetto è un'illusione. C'è solo il momento che hai ora. E può essere l'ultimo.


2. Ho tagliato tutto ciò che non conta

Pensare alla morte è come passare la vita attraverso un filtro brutale: "Se morissi domani, questo avrebbe avuto importanza?"
E improvvisamente un sacco di cose sono cadute via:
Ho smesso di:

  • Preoccuparmi dell'opinione di persone che non conosco
  • Frequentare persone per obbligo sociale invece che per scelta
  • Fare lavori che odiavo solo perché pagavano bene
  • Seguire percorsi perché "si dovrebbe"
  • Accumulare cose che non uso
  • Avere conversazioni che non mi nutrono
  • Litigare per sciocchezze

Non perché sono diventato perfetto o illuminato. Ma perché la morte mi ha dato una chiarezza spietata su cosa merita la mia energia vitale e cosa no.
Non ho tempo da sprecare in stronzate. Letteralmente. Il tempo è l'unica cosa che non posso ricomprare.


3. Le relazioni sono diventate sacre

Ogni volta che vedo qualcuno che amo, c'è un pensiero di fondo: "Potrebbe essere l'ultima volta."
Sembra morboso? All'inizio sì. Ma poi diventa una benedizione.
Perché quando pensi "potrebbe essere l'ultima volta", non dai nulla per scontato:

  • Quell'abbraccio diventa più lungo
  • Quel "ti voglio bene" viene detto, non solo pensato
  • Quella lite stupida si sgonfia (vale la pena che questo sia l'ultimo ricordo?)
  • Quella presenza è totale, non distratta dal telefono
  • Quel perdono arriva più facilmente (non ho tempo per risentimenti)

La morte ha reso le mie relazioni più profonde, più oneste, più presenti. Non perché sono diventato un santo, ma perché so che le persone non sono permanenti. E questo le rende preziose.


4. Ho iniziato a vivere, non solo a esistere

C'è una differenza enorme tra vivere ed esistere. E per anni ho solo esistito:

  • Alzarmi, lavorare, tornare a casa, TV, dormire, ripetere
  • Weekend in automatico
  • Vacanze per "staccare", non per vivere
  • Giorni che si fondevano uno nell'altro, indistinguibili

Pensare alla morte mi ha svegliato dall'autopilota.
Ora cerco attivamente esperienze che mi facciano sentire vivo:

  • Momenti di bellezza (un tramonto, un concerto, una conversazione profonda)
  • Momenti di crescita (imparare qualcosa di nuovo, affrontare una paura)
  • Momenti di connessione (tempo di qualità con persone amate)
  • Momenti di creazione (scrivere, costruire, esprimere)
  • Momenti di presenza pura (dove sono totalmente qui, ora, senza pensieri altrove)

Non ogni giorno è perfetto. Ma non c'è più quel senso di vita che scivola via senza che io la viva davvero.


5. Il presente è diventato l'unico tempo

Prima vivevo mentalmente nel futuro: "Sarò felice quando...", "La vita inizierà quando..."
La morte mi ha fatto capire: La vita è adesso. Non in un futuro ipotetico. Adesso.
Questo respiro. Questa tazza di caffè. Questa persona davanti a me. Questo cielo. Questo momento.
Non devo aspettare che qualcosa cambi per iniziare a vivere. Posso vivere adesso. E l'adesso è l'unico momento che ho veramente.
Questa non è stata una realizzazione intellettuale. È stata una trasformazione di come percepisco il tempo. Il futuro esiste, certo. Ma è fatto di una serie di "adesso" che arriveranno. E se perdo questo adesso sperando nel prossimo, perdo tutto.


Le pratiche concrete che mi hanno aiutato


Pensare alla morte non è bastato. Ho dovuto sviluppare pratiche concrete per mantenere viva quella consapevolezza.


Pratica 1: Il promemoria mattutino

Ogni mattina, prima di alzarmi:
Metto una mano sul cuore. Sento battere. E riconosco:
"Questo è un nuovo giorno. Non lo rivivo mai. Tra 24 ore sarà passato per sempre."
"Quanti giorni mi restano? Non lo so. Forse 10.000, forse 10. Ma questo lo ho. Ora."
"Come voglio viverlo? Cosa voglio che conti quando questo giorno sarà un ricordo?"
Questo non richiede più di 2 minuti. Ma trasforma la giornata da routine automatica a dono consapevole.


Pratica 2: Il bilancio settimanale

Ogni domenica sera:
Rivedo la settimana e mi chiedo:

  • Quanto tempo ho vissuto veramente? (presente, intenzionale, vivo)
  • Quanto tempo ho solo esistito? (automatico, distratto, in attesa)
  • Cosa ho fatto che fra un anno sarò contento di aver fatto?
  • Cosa ho fatto che fra un anno avrò dimenticato?

Non per giudicarmi, ma per ricalibrare. Se ho passato la settimana in automatico, la prossima posso scegliere diversamente.


Pratica 3: La domanda della morte imminente

Quando devo prendere una decisione importante:
Mi immagino sul letto di morte, vecchio, che guardo indietro. E chiedo a quel me futuro:
"Hai scelto A o B? Quale scelta ti fa sentire che hai vissuto bene?"
Questa prospettiva taglia via tutto il rumore. Le paure sociali, le aspettative altrui, le considerazioni pratiche eccessive - tutto si dissolve.
E ciò che resta è: quale scelta mi fa sentire vivo? Quale scelta non mi farà dire "avrei voluto"?


Pratica 4: Il time tracking (monitoraggio del tempo) consapevole

Per un mese intero, ho registrato come passavo il tempo.
Non ossessivamente, ma onestamente:

  • Ore lavorate (e quante di quelle erano significative)
  • Ore sui social (senza giudizio, solo dati)
  • Ore con persone (e quante erano presente vs distratto)
  • Ore in attività che mi facevano sentire vivo
  • Ore in automatico (TV, scroll, inerzia)

Il risultato è stato scomodo ma rivelatorio. Vedevo nero su bianco dove stava andando la mia vita. Letteralmente.
E questo mi ha dato il potere di cambiare. Non puoi cambiare ciò che non misuri.


Pratica 5: Il rituale della gratitudine finale

Ogni sera, prima di dormire:
"Se non mi svegliassi domani, sono in pace con oggi?"
Se la risposta è no, chiedo:

  • Cosa ho fatto che non volevo fare?
  • Cosa non ho fatto che volevo fare?
  • C'è qualcosa che posso sistemare prima di dormire? (un messaggio, una parola, un pensiero)

Se la risposta è sì, celebro. E mi addormento grato per aver vissuto un giorno degno.
Questa pratica mi tiene onesto. Non posso ingannarmi su come sto vivendo quando ogni sera devo rispondere a quella domanda.


Cosa è cambiato concretamente


Non sono diventato perfetto. Non vivo ogni momento come se fosse l'ultimo (sarebbe estenuante). Ma ci sono cambiamenti tangibili, concreti, misurabili.


Nel lavoro

  • Ho lasciato un lavoro che pagava bene ma mi svuotava
  • Ho iniziato a fare ciò che mi fa sentire vivo, anche se meno sicuro
  • Lavoro meno ore, ma con più intensità e significato
  • Non rimando più progetti che mi stanno a cuore

Nelle relazioni

  • Vedo meno persone, ma quelle che vedo le vedo davvero
  • Dico "ti amo" a mia madre ogni volta che la saluto
  • Ho riparato relazioni che avevo lasciato in sospeso
  • Taglio conversazioni superficiali per fare spazio a quelle profonde
  • Quando sono con qualcuno, sono lì. Telefono via. Presenza totale.

Nel tempo libero

  • Viaggio più spesso, anche se costa di più (i soldi tornano, il tempo no)
  • Faccio cose che mi spaventano (perché "se non ora, quando?")
  • Dico no molto più spesso (a ciò che non conta)
  • Dico sì molto più spesso (a ciò che mi fa sentire vivo)
  • Ho meno cose materiali, più esperienze significative

Nella vita quotidiana

  • Cammino più lentamente, noto più cose
  • Mangio consapevolmente, non mentre guardo lo schermo
  • Guardo il cielo più spesso (perché è bello, e un giorno non potrò più)
  • Sorrido di più (perché posso, ora, e non è garantito domani)
  • Mi arrabbio meno per sciocchezze (dal letto di morte, chi se ne frega?)

La lezione più grande: la morte come dono


Ecco la verità paradossale che ho imparato: la morte non è il nemico della vita. È ciò che la rende preziosa.
Se fossi immortale, ogni momento sarebbe intercambiabile. Ci sarebbe sempre tempo. Niente avrebbe urgenza. Tutto potrebbe essere rimandato all'infinito.
È proprio perché morirò che ogni momento conta. È proprio perché il tempo è limitato che diventa prezioso. È proprio perché non posso tenere nulla per sempre che imparo a onorare ciò che ho ora.
La morte non mi ha reso triste o pessimista. Mi ha reso vivo.
Mi ha fatto smettere di perdere tempo in:

  • Aspettare il momento perfetto
  • Vivere per le aspettative altrui
  • Riempire il vuoto con distrazioni
  • Rimandare ciò che conta
  • Dare per scontato ciò che ho

E mi ha fatto iniziare a:

  • Agire ora
  • Vivere autenticamente
  • Stare nel silenzio e nella presenza
  • Fare ciò che mi rende vivo
  • Essere grato per ogni respiro

Un invito, non un giudizio


Non ti sto dicendo che sprechi la tua vita. Non ti sto giudicando. Ti sto solo invitando a fare ciò che ho fatto io: fermati un momento e pensa davvero alla morte. La tua. Non come concetto, ma come certezza.
Chiudi gli occhi. Immagina di essere sul letto di morte. Guardi indietro. Come hai vissuto?
Poi apri gli occhi. Sei vivo. Oggi. Ora. Hai ancora tempo. Non infinito, ma abbastanza.
Abbastanza per chiamare quella persona.
Abbastanza per iniziare quel progetto.
Abbastanza per dire quella verità.
Abbastanza per fare quel viaggio.
Abbastanza per essere presente.
Abbastanza per smettere di perdere tempo.
Ma questo "abbastanza" ha una scadenza. E non sai quando.
Quindi, se c'è qualcosa che conta davvero, qualcosa che ti fa sentire vivo, qualcosa che non vuoi rimpiangere di non aver fatto...
Fallo. Ora. Non domani. Non quando. Ora.
Perché un giorno non potrai più. Ma oggi sì.
E quando quel giorno arriverà - quel giorno in cui non ci sarà un domani - sarai in pace. Perché avrai vissuto. Davvero. Mentre potevi.


Domande frequenti sul pensare alla morte e il tempo


Pensare costantemente alla morte non rende la vita ansiosa e pesante?

Dipende da come lo fai. C'è differenza tra pensare ossessivamente alla morte con paura (che genera ansia) e pensare consapevolmente alla morte con accettazione (che genera presenza). Il primo è patologico, il secondo è saggio. Pensare alla morte nel modo descritto in questo articolo - come promemoria che il tempo è limitato - non genera ansia paralizzante ma urgenza vitale. È come la differenza tra "Oh no, morirò!" (panico) e "Morirò, quindi questo momento conta" (presenza). Se noti che pensare alla morte ti paralizza invece di motivarti, forse serve lavorare prima sulla paura della morte stessa, magari con supporto terapeutico.


Come bilanciare "vivere come se fosse l'ultimo giorno" con responsabilità a lungo termine?

Ottima domanda. Non significa letteralmente vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo (spenderesti tutti i soldi, non lavoreresti, non pianificheresti). Significa vivere con la consapevolezza che potrebbe esserlo, che cambia le priorità. Puoi pianificare il futuro E vivere pienamente il presente. L'approccio è: "Costruisco per il futuro, ma non sacrifico il presente per un futuro che potrebbe non arrivare". Esempi: risparmio per la pensione MA viaggio anche ora. Lavoro per la carriera MA non sacrifico relazioni. Pianifico MA non rimando tutto. È equilibrio consapevole, non estremismo.


Ho iniziato a pensare alla morte e ora mi sento sopraffatto dal rimorso per il tempo perso. Cosa faccio?

Il rimorso è normale all'inizio. Ma ricorda: il passato non può essere cambiato, il futuro non è garantito, ma il presente è tuo. La consapevolezza della morte dovrebbe motivare verso il futuro, non paralizzare con il rimorso del passato. Pratica: "Ho perso tempo in passato. Era inconsapevole. Ora sono sveglio. Cosa faccio con il tempo che ho DA OGGI?" Ogni giorno è un reset. Non puoi recuperare ieri, ma puoi onorare oggi. Il rimorso diventa problematico se ti blocca; diventa carburante se ti spinge ad agire. Se il rimorso è invalidante, parla con un terapeuta.


Questo approccio funziona anche per chi ha fede in una vita dopo la morte?

Assolutamente sì. Anche chi crede nell'aldilà sa che questa vita terrena finisce. E come la vivi conta (teologicamente ed esistenzialmente). Molte tradizioni religiose hanno proprio questa pratica: cristiani medievali con memento mori, musulmani con ricordo costante della morte, buddhisti con meditazione sull'impermanenza. La fede nell'eternità non annulla la finitezza di questa vita - anzi, in molte religioni rende ancora più importante viverla bene. Se credi che questa vita determina l'eternità, hai ancora più ragione per non sprecarla. L'approccio è compatibile: vivi bene questa vita perché è tutto ciò che hai (laico) o perché prepara l'eternità (religioso).


Per continuare il viaggio su Strade Interiori

Pratica per oggi: Fai questo esercizio ora. Prendi carta e penna. Scrivi: "Se morissi tra un anno, cosa vorrei aver fatto in questi 365 giorni?" Non censurarti. Scrivi tutto. Poi guarda la lista e chiediti: "Cosa di questa lista posso iniziare oggi? Non domani. Oggi." E fallo. Anche un piccolo passo. Perché domani non è garantito. Ma oggi c'è. E conta.



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