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Testi per riflettere

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Sugli imbecilli

Di Fernando Savater

- Ottobre 2018

Dal Capitolo “Vieni fuori, Grillo parlante”, tratto da “Etica per un figlio” di Fernando Savater, Editori Laterza, 2012

 

Lo sai qual è l'unico dovere che abbiamo nella vita? Quello di non essere imbecilli. Ma non ti credere, la parola “imbecille” è più sostanziosa di quello che sembra. Viene dal latino baculus, che significa “bastone”, e l’imbecille è chi ha bisogno del bastone per camminare. Non vogliamo offendere gli zoppi o i vecchietti, perché il bastone a cui ci riferiamo non è quello che si usa, molto giustamente, per sostenersi e che aiuta a camminare un corpo danneggiato da un incidente o indebolito dall'età. L'imbecille può essere agilissimo e saltare come una gazzella alle olimpiadi. Non si tratta di questo, perché è uno che non zoppica nei piedi, ma nell'animo: è il suo spirito che è debole e zoppetto, anche se il suo corpo fa giravolte di prima classe.
Esistono vari tipi di imbecilli, a scelta:

  1. Quello che crede di non volere nulla, dice che tutto gli è indifferente, e non fa altro che sbadigliare o dormicchiare anche se tiene gli occhi aperti e non russa.

  2. Quello che crede di volere tutto, la prima cosa che gli capita davanti e il suo contrario: andare via e restare, ballare e rimanere seduto, mangiare l’aglio e dare baci sublimi, tutto in una volta.

  3. Quello che non sa che cosa vuole e non si disturba a cercare di capirlo. Imita i desideri di chi gli sta vicino oppure sostiene il contrario “perché si”, e tutto quello che fa è dettato dall'opinione della maggioranza tra quelli che lo circondano: è conformista senza averci riflettuto o ribelle senza motivo.

  4. Quello che sa di volere, sa ciò che vuole e, più o meno, sa anche perché, ma senza energia, è pauroso o debole. Alla fine si ritrova sempre a fare quello che non vuole e rimanda a domani quello che vuole, sperando di essere un po' più convinto.

  5. Quello che vuole con forza, è aggressivo, non si ferma davanti a niente, ma sbaglia nel giudicare la realtà, si lascia depistare completamente e finisce per scambiare per benessere ciò che lo distrugge.

Ciascuno di questi tipi di imbecillità ha bisogno di un bastone, ossia di appoggiarsi a qualcosa d'altro, qualcosa di esterno che non ha nulla a che vedere con la libertà. Devo dirti pure che gli imbecilli in genere finiscono piuttosto male, checché ne dica la gente. Quando dico che “finiscono male” non voglio dire che li mettono in carcere o che sono inceneriti da un fulmine (questo capita solo nei film), voglio dire che in genere si mettono da soli i bastoni fra le ruote e non riescono mai a star bene nella vita, che è quello che interessa tanto a noi due. Però ti devo anche informare di una cosa: qualche sintomo di imbecillità ce l'abbiamo tutti; e dai, io perlomeno li scopro un giorno sì e l'altro pure, spero che le cose a te vadano meglio... In conclusione: allerta! in guardia! l'imbecillità è in agguato e non perdona!
Ma, per piacere, non confondere l'imbecillità di cui ti parlo con quello che normalmente si dice essere “imbecille”, ossia essere tonto, non sapere le cose, non capire niente di trigonometria, non riuscire a imparare il congiuntivo del verbo francese aimer. Uno può essere imbecille per la matematica (mea culpa!) e non per la morale, cioè per vivere bene. E vale anche il contrario: certi sono furbi come volpi per gli affari ma perfetti cretini per le questioni di etica.
Senza dubbio il mondo è pieno di premi Nobel, bravissimi nel loro campo, ma che inciampano e si danno bastonate nelle questioni che qui ci interessano. Certo, per evitare l'imbecillità, in qualsiasi campo, bisogna fare attenzione, come abbiamo già detto nel capitolo precedente, e fare tutti gli sforzi possibili per imparare. In questo la fisica, l’archeologia e l'etica sono uguali.
Ma vivere bene non è la stessa cosa che sapere quanto fa due più due. Sapere quanto fa due più due è senza dubbio utilissimo, ma per chi è imbecille nelle questioni morali non basta certo questa nozione a salvarsi dal fallimento. A proposito, adesso che ci penso: quanto fa due più due?
L'esatto contrario di essere moralmente imbecille è avere una coscienza. Però la coscienza non si vince alla lotteria e non cade dal cielo. Certamente bisogna riconoscere che certe persone hanno fin da piccole miglior “orecchio” etico di altre, un “buon gusto” morale spontaneo. Ma “buon gusto” e “orecchio” possono affinarsi e svilupparsi solo con la pratica (esattamente come l'orecchio musicale e il gusto estetico). E se uno è completamente privo di questo orecchio o gusto in materia di saper vivere? Beh, lo vedo male, figlio mio.
Si possono dare molte ragioni di natura estetica e storica, basate sull'armonia delle forme e dei colori o su quello che ti pare per giustificare il fatto che un quadro di Velázquez ha maggior valore artistico di un disegno delle tartarughe Ninja. Però se dopo tutte queste discussioni uno dice che preferisce le tartarughe a Las meninas non c'è niente da fare per convincerlo che sbaglia.
Cosi se uno non vede niente di male nel fatto di ammazzare a martellate un bambino per rubargli il lecca-lecca, credo che diventeremo rauchi prima di riuscire a convincerlo...
Certo, ammetto che per sviluppare una coscienza ci vogliono alcune qualità innate, come per apprezzare la musica o l'arte. Immagino che non guastino certi presupposti sociali o economici, perché da chi è stato privato persino del necessario fin dalla culla è difficile pretendere la stessa facilità a comprendere la vita moralmente sana che si può chiedere a chi è stato più fortunato. Se nessuno ti tratta come un essere umano non è tanto strano che diventi una bestia... Ma a parte questo requisito minimo credo che tutto il resto dipenda dall'attenzione e dallo sforzo di ciascuno.
In che cosa consiste questa coscienza che ci guarisce dall'imbecillità morale? Fondamentalmente nelle caratteristiche seguenti:

  1. Essere consapevoli che non è vero che una cosa vale l'altra, dal momento che vogliamo vivere veramente e vivere bene, umanamente bene.

  2. Essere disposti a stabilire se quello che facciamo corrisponde a quello che veramente vogliamo o no.

  3. Sviluppare, con la pratica, il buon gusto morale, in modo tale che certe cose finiscano per provocarci una repulsione spontanea (per esempio, mi farà schifo mentire come in genere ci fa schifo fare la pipì nella minestra che stiamo per metterci nel piatto...).

  4. Rinunciare a cercare alibi che nascondano il fatto che siamo liberi e dunque ragionevolmente responsabili delle conseguenze dei nostri atti.

Come vedi mi limito a descrivere dei comportamenti, non chiamo in causa altra motivazione se non il tuo vantaggio per preferire questo a quello, la coscienza all'imbecillità. Perché è male quello che chiamiamo “cattivo”? Perché non consente di vivere bene come abbiamo detto di volere. Allora bisognerebbe evitare il male per una specie di egoismo? Né più né meno. In genere la parola “egoismo” ha una pessima reputazione: chiamiamo “egoista” quello che pensa solo a sé stesso, che non si preoccupa per gli altri, al punto da danneggiarli tranquillamente se questo gli porta qualche vantaggio.
In questo senso diremmo che Kane era un “egoista” e anche Caligola, l’imperatore romano capace di commettere qualsiasi crimine per soddisfare il più stupido dei suoi capricci. Personaggi come questi sono considerati in genere egoisti (persino dei mostri di egoismo) e certamente non si distinguono per una spiccata coscienza etica o per l'impegno a evitare di fare del male...
Siamo d'accordo. Ma veramente sono tanto egoisti come sembra? Chi è il vero egoista? Voglio dire: chi riesce a essere egoista senza essere imbecille? La risposta mi pare ovvia: quello che vuole il meglio per sé stesso. E qual è il meglio? Ma quello che abbiamo chiamato “vivere bene”.
Kane visse bene? Sembra di no, se dobbiamo credere a Orson Welles. Fece di tutto per trattare le persone come cose e cosi restò privo di quei doni che sono, dal punto di vista umano, le cose più desiderabili nella vita: l'affetto sincero degli altri, l’amicizia senza calcolo. Per non parlare di Caligola. Guarda che vita si è scelto, poveretto! Gli unici sentimenti autentici che era riuscito a suscitare nel suo prossimo erano l'odio e il terrore! Bisogna essere imbecilli, moralmente imbecilli voglio dire, per credere che sia meglio vivere circondato dal panico e dalla crudeltà anziché dall'amore e dalla stima! Insomma quello snaturato di Caligola andò a finire che lo fecero fuori le sue stesse guardie, e lo credo! Che schifezza di egoista era se sperava di vivere bene a forza di crudeltà! Se davvero avesse pensato a sé stesso (cioè se avesse avuto una coscienza) si sarebbe reso conto che noi esseri umani abbiamo bisogno, per vivere bene, di qualcosa che gli altri esseri umani possono darci solo se ce lo conquistiamo, una cosa che è impossibile strappare con la forza o con l'inganno. Quando si ruba, questo qualcosa (rispetto, amicizia, amore) perde tutto il sapore e va a finire che diventa un veleno.
Gli “egoisti” come Kane o Caligola somigliano a quelli che partecipano ai quiz televisivi tipo “Il prezzo è giusto”: puntano a vincere tutto e invece si sbagliano e scelgono proprio la risposta che vale zero...
Bisognerebbe chiamare egoista fino in fondo solo quello che sa veramente ciò che gli conviene fare per vivere bene e che si sforza di arrivarci. Chi si sazia di tutto quello che gli fa male (odio, istinti criminali, lenticchie comprate a prezzo di lacrime, eccetera) vorrebbe essere egoista ma non è capace. Fa parte della corporazione degli imbecilli e bisognerebbe prescrivergli un po' di coscienza per insegnargli ad amare meglio sé stesso. Perché il poveretto (sia pure un poveretto miliardario o imperatore) crede di amare sé stesso, ma capisce così poco quello che veramente gli conviene che finisce per comportarsi come se fosse il peggior nemico di sé stesso.
Arriva a riconoscerlo un famoso malvagio della letteratura, Riccardo III, nella tragedia di Shakespeare che ha lo stesso titolo. Per diventare re, il conte di Gloucester (che alla fine sarà incoronato come Riccardo III) elimina tutti i parenti maschi che si frappongono tra lui e il trono, bambini compresi. Il fatto di essere nato con una grande intelligenza ma deforme, è stato per il suo amor proprio un motivo di continua sofferenza, ma Gloucester è convinto che il potere compenserà in un certo senso la sua gobba e la sua gamba atrofizzata, conquistandogli il rispetto che a causa del suo aspetto fisico gli è negato. In fondo in fondo, Gloucester vuole essere amato, si sente isolato dalla sua
malformazione e crede che si possa imporre agli altri di sentire affetto per lui... Con la forza, per mezzo del potere! Ovvio che non ci riesce: ottiene il trono ma invece di ispirare affetto suscita orrore e odio. La cosa peggiore, però, è che lui stesso, che aveva commesso tutti i suoi crimini spinto da un disperato amor di sé, ora prova orrore di sé stesso e si odia: non solo non si è conquistato nessun nuovo amico, ma ha perduto anche l'unico amore su cui credeva di poter contare! È a questo punto che pronuncia quella diagnosi spaventosa e profetica sul suo caso clinico: «Mi lancerò con nera disperazione contro la mia anima e finirò per diventare nemico di me stesso».
Perché Gloucester finisce per diventare nemico di sé stesso? Non ha ottenuto quello che voleva, il trono? Sì, ma calpestando la possibilità di essere veramente amato e rispettato dagli altri esseri umani. Il trono non garantisce automaticamente vero amore e autentico rispetto, ma solo adulazione, timore e servilismo. Soprattutto se si ottiene per mezzo di azioni malvage, come nel caso di Riccardo III. Invece di compensare in qualche modo la sua deformità, Gloucester si deforma anche internamente.
Non aveva colpa né della sua gobba né di essere zoppo e dunque non doveva vergognarsi di queste disgrazie: piuttosto avrebbero dovuto vergognarsi quelli che ridevano di lui e lo disprezzavano. Dal di fuori la gente lo vedeva deforme, ma lui, dall'interno, poteva sentirsi intelligente, generoso e degno di affetto. Se avesse amato veramente sé stesso avrebbe cercato di manifestare all’esterno, per mezzo del suo comportamento, pulizia e rettitudine interiori, il suo vero Io. Al contrario, i suoi crimini lo trasformano ai suoi stessi occhi (quando guarda dentro di sé dove nessun altro è testimone) in un mostro la cui deformità morale è più ripugnante di qualsiasi deformità fisica. Perché? Perché della sua gobba morale è responsabile lui stesso, mentre la gobba fisica era uno scherzo della natura. La corona macchiata di tradimenti e sangue non lo rende più amabile: ora si sente meno degno che mai d'amore, non ama più neppure sé stesso. Chiameresti “egoista” uno che si fa tanto male da solo?
Nel capoverso precedente ho usato alcune parole dure che forse non ti saranno sfuggite (se ti sono sfuggite, peccato): parole come “colpa” o “responsabile”.
Familiari a chi ha una relazione con la sua coscienza, no? (il Grillo parlante e roba del genere). Non mi manca che citare il più brutto di questi vocaboli: rimorso.
Senza dubbio quello che avvelena l'esistenza di Gloucester e non gli permette di godersi il trono e il potere sono soprattutto i rimorsi di coscienza. E allora ti domando: lo sai da dove vengono i rimorsi? In certi casi, mi dirai, sono riflessi interiori della paura che proviamo di fronte al castigo che potremmo meritarci – in questo mondo o dopo la morte nell'altro, se esiste - per il nostro cattivo comportamento.
Ma supponiamo che Gloucester non abbia paura ella vendetta degli uomini che vogliono fare giustizia e non creda nell'esistenza di un Dio che lo condannerà al fuoco eterno per le sue azioni malvage. Eppure continua a essere tormentato dai rimorsi... Pensaci su: uno può soffrire per aver agito male anche se ê ragionevolmente sicuro che niente e nessuno farà rappresaglie contro di lui. Il fatto è che quando agiamo male e ce ne rendiamo conto siamo già puniti, perché abbiamo calpestato noi stessi - poco o molto - volontariamente.
Non c'è punizione peggiore che rendersi conto che uno sta ostacolando con i suoi atti quello che vorrebbe davvero essere...
Ma da dove vengono i rimorsi? Per me è chiarissimo: dalla nostra libertà. Se non fossimo liberi non potremmo sentirci colpevoli (e neppure orgogliosi, ovvio) niente ed eviteremmo i rimorsi. Perciò quando sappiamo che abbiamo fatto qualcosa di cui vergognarci ci sforziamo di dimostrare che non avevamo alternative, che non potevamo scegliere: “ho obbedito agli ordini dei miei superiori”, “tutti facevano cosi”, “ho perso la testa”, “è più forte di me”, “non mi sono reso conto di quello che facevo”, eccetera.
Come il bambino piccolo quando gli cade per terra un barattolo di marmellata che cercava di prendere da sopra lo scaffale e si rompe: piagnucola e grida “Non sono stato io!”. E lo grida precisamente perché sa che è stato lui; se non fosse così non direbbe proprio niente, e, chissà, si metterebbe persino a ridere. Invece se ha fatto un bel disegno dirà immediatamente: “L'ho fatto io, tutto da solo, nessuno mi ha aiutato!”.
Da grandi è lo stesso, vogliamo essere liberi per poterci attribuire il merito delle cose buone che facciamo, ma preferiamo confessare di essere “schiavi delle circostanze” quando le nostre azioni non sono esattamente gloriose.
Scacciamo via quel seccatore del Grillo parlante: la verità è che mi è sempre stato poco simpatico come quell'altro insetto insopportabile, la formica della favola che lascia la stolta cicala senza cibo e senza riparo in pieno inverno solo per darle una lezione, che perfida!
L'importante è prendere sul serio la libertà, ossia essere responsabile.
La libertà produce effetti che non si possono negare né cancellare a piacimento. Sono libero di mangiare o non mangiare il pasticcino che ho qui davanti, ma una volta che l'ho mangiato non sono più libero di averlo qui davanti a me.
Ti faccio un altro esempio, quello di Aristotele (lo conosci, quel vecchio greco che stava sulla barca durante una tempesta): se ho una pietra in mano sono libero di tirarla o di tenerla, ma se la tiro non son libero di ordinarle di tornare da me per continuare a tenerla in mano. E se tirandola spacco la testa a qualcuno? Mi dirai tu...
La libertà è una cosa seria perché ogni atto libero limita le mie possibilità di scegliere e realizzare una di esse. E non vale aspettare per vedere se il risultato è buono o cattivo prima di prendermi la responsabilità dell'atto. Forse potrò ingannare gli osservatori esterni, come cerca di fare il bambino che dice “non sono stato io!”, ma non posso ingannare me stesso, non completamente almeno. Domandalo a Gloucester o a Pinocchio!
Insomma quello che chiamiamo “rimorso” non è niente di più che la sensazione di non essere contenti di noi stessi quando abbiamo impiegato male la libertà, vale a dire quando l'abbiamo impiegata in contrasto con ciò che veramente vogliamo come esseri umani.
Essere responsabili significa sapere di essere autenticamente liberi nel bene e nel male: accettare le conseguenze dei nostri atti, riparare al male fin dove è possibile e godersi al massimo le cose buone. A differenza del bambino maleducato e vigliacco, la persona responsabile è sempre disposta a rispondere delle sue azioni: “Si, sono stato io”.
Se ci pensi bene, il mondo è pieno di scappatoie per scaricare il soggetto dal peso delle sue responsabilità. La colpa delle cose negative che accadono sembra delle circostanze, della società in cui viviamo, del capitalismo, del carattere (io sono fatto così), della cattiva educazione (mi hanno viziato), della pubblicità in tv, delle tentazioni esposte nelle vetrine, degli esempi negativi ma irresistibili... Ecco la parola chiave di tutte queste giustificazioni: irresistibile. Quelli che vogliono togliersi di dosso le responsabilità credono nell’irresistibile: tutto quello che ci sottomette senza rimedio, la propaganda, la droga, l'appetito, la corruzione, le minacce, il modo di essere... quello che capita. Non appena appare l’irresistibile, zac! uno smette di essere libero e diventa una marionetta a cui non si può chiedere conto di niente. I fautori dell’autoritarismo credono fermamente nell'irresistibile e sostengono che è necessario proibire tutto ciò che può piegare la volontà: una volta che la polizia abbia eliminato tutte le tentazioni non ci saranno più delitti né peccati. Non ci sarà più nemmeno la libertà, ovviamente, ma tutto ha un prezzo... E poi, che sollievo! Se resta in giro qualche tentazione la responsabilità di quello che succede non è di chi ha ceduto, ma di chi non ha proibito in tempo.
E se ti dicessi che l'”irresistibile” non è altro che una superstizione inventata da quelli che hanno paura della libertà? Che tutte le istituzioni e le teorie che ci sollevano dalle responsabilità non vogliono vederci più contenti ma più schiavi? Che chi aspetta che nel mondo tutto sia come si deve per cominciare a comportarsi come si deve è nato idiota o furfante, o entrambe le cose (il che succede spesso)? Se ti dicessi che per quante proibizioni ci impongano e per quanti poliziotti ci controllino possiamo sempre agire male - ossia contro noi stessi - se vogliamo? Beh, te lo dico, e con tutta la convinzione del mondo.
Un grande poeta e scrittore argentino, Jorge Luis Borges, fa questa riflessione su un certo periodo del suo passato all'inizio di uno dei suoi racconti: “Gli capitò, come a tutti gli uomini, di vivere in brutti tempi”.
Ma in effetti nessuno ha mai vissuto in tempi completamente favorevoli, in cui fosse semplice essere uomini e vivere onestamente. La violenza, la rapina, la vigliaccheria, l'imbecillità (morale e non), le menzogne accettate come verità perché è piacevole sentirsele raccontare, ci sono sempre state... Una vita autenticamente umana nessuno se la trova in regalo, nessuno arriva a quello che è giusto per lui senza coraggio e senza sforzo: è per questo che virtù deriva etimologicamente da vir, la forza virile del guerriero che si impone nel combattimento contro la massa. Ti sembra una bella seccatura? Allora fatti dare il libro dei reclami... L'unica cosa che ti posso garantire è che mai nessuno ha vissuto nel paese di Bengodi e l'impegno a vivere bene lo deve prendere ognuno di noi verso sé stesso, giorno per giorno, senza aspettare che le statistiche gli siano favorevoli o che il resto dell'universo glielo chieda per favore.
Il midollo della responsabilità, se ti interessa saperlo, non sta semplicemente nell'avere il coraggio o l’onestà di assumersi il peso dei propri errori senza cercare scuse a destra e a manca. Il tipo responsabile è cosciente del contenuto reale della sua libertà. E uso “reale” in due sensi: quello di “autentico” e “vero”, ma anche quello di “proprio del re”, che prende decisioni senza che nessuno sopra di lui gli dia degli ordini.
Responsabilità significa sapere che ciascuno dei miei atti mi costruisce, mi definisce, mi inventa. Scegliendo quello che voglio fare mi trasformo a poco a poco. Tutte le mie decisioni lasciano impronte in me stesso prima ancora di lasciarle nel mondo che mi circonda. Ovvio che una volta che ho impiegato la mia libertà per darmi un volto non posso lamentarmi o spaventarmi di quello che vedo nello specchio quando mi guardo... Se agisco bene mi diventerà sempre più difficile agire male (e, purtroppo, vale anche il contrario): per questo l'ideale sarebbe prendere il vizio di vivere bene.
Quando il protagonista di un film western ha la possibilità di sparare alle spalle al cattivo e dice: “No, questo non posso farlo!”, capiamo benissimo quello che vuole dire. Sparare potrebbe benissimo, ma non è abituato a fare una cosa del genere. Per forza: è lui “il buono” della storia! Deve restare fedele al tipo che ha scelto di essere, al carattere che si è fabbricato liberamente nella prima parte del film.
Scusa se questo capitolo mi è venuto così lungo ma mi sono appassionato e, poi, ho tante di quelle cose da dirti! Fermiamoci qui e raccogliamo le forze perché domani voglio parlarti di questo: come si fa a trattare le persone come persone, ossia con realismo o, se preferisci, con bontà.

 

Fernando Savater

Dal Capitolo “Vieni fuori, Grillo parlante”, tratto da “Etica per un figlio” di Fernando Savater, Editori Laterza, 2012

 

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