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di Maurizio Colaiacovo

 

Comunicazione e diritto, un rapporto inscindibile

Gennaio 2018

 

Attraverso la parola, il linguaggio, verbale e non, riusciamo ad interagire con il nostro prossimo in ogni ambito della nostra vita, da quello affettivo e relazionale a quello lavorativo. Invero, una corretta ed efficace comunicazione è alla base di ogni rapporto proficuo e costruttivo.
Le leggi, le norme, trovano la loro "materia prima" nelle parole di cui sono  composte. Purtroppo, molto spesso, capita che talune di esse siano di difficile comprensione o, addirittura, siano del tutto incomprensibili.
Da più parti, soprattutto tra gli operatori del diritto, si lamenta un progressivo decadimento della qualità della produzione normativa. Leggi scritte male, con una tecnica giuridica scadente e in un italiano, spesso, inappropriato, per non dire "stentato".
Il nostro patrimonio linguistico e giuridico è immenso e molti istituti attuali ci sono pervenuti addirittura dell'antica civiltà romana. Quindi, lungi dallo svalutare quella che molti definiscono "la culla del diritto" e senza illudersi di raggiungere i fasti di un passato ormai remoto, appare senza dubbio necessario rivalutare fortemente la nostra tradizione linguistica, prima ancora che giuridica.
Lo studio approfondito dell'italiano e, perché no, del latino per chi intenda dedicarsi all'esercizio delle professioni giuridiche, costituisce a mio sommesso avvviso condizione indispensabile per avervi accesso.
Hanno suscitato non poco clamore alcune recenti notizie riguardo ad elaborati pieni zeppi di errori di sintassi e grammatica, commessi da parte di candidati aspiranti a svolgere prestigiose professioni forensi.
Partecipare ad un concorso pubblico, ad una prova selettiva, senza padroneggiare alla perfezione la nostra meravigliosa lingua dimostra come, forse,  vi siano delle lacune che i candidati non sono riusciti a colmare nell'arco dell'intero percorso di studi, università compresa.
Non miglior fortuna ha la lingua parlata. Non è infrequente ascoltare delle esposizioni di problematiche (giuridiche e non) quantomeno "stentate" ed al limite del comprensibile.
Anche l'uso della voce, dell'espressione, di una corretta dizione, andrebbero maggiormente curate e dovrebbero divenire materia di insegnamento.
L'obiezione che si potrebbe muovere è che le questioni giuridiche affrontano, anzi, devono affrontare e risolvere la "sostanza" dei problemi, quindi, la "forma" non sarebbe di per sé sola sufficiente allo scopo. Tuttavia, non vi è chi non veda come una corretta "forma" serva a veicolare nella maniera più corretta il contenuto. E come un contenuto sia tanto più comprensibile, quanto sia esposto nella forma più corretta.
Altra "nota dolente" appare il livello, non vi è dubbio assai scadente, di moltissimo politici che, in anni recenti e passati, affollano  i luoghi deputati alla produzione delle leggi.
Vi è da dire che alcuni di essi hanno costituito "materia viva" per decine di imitazioni di vari comici, altri addirittura hanno ispirato fortunatissimi film, campioni di incassi al botteghino.
Spiace tuttavia constatare come, molto spesso, la realtà superi ogni più fervida fantasia e di alcuni politici non solo non si comprendano i programmi e le velleità, ma non si comprenda addirittura quello che cercano di dire.
L'auspicio, senza farsi troppe illusioni, è che già a partire dalla prossima legislatura, vi sia un "innalzamento" del bagaglio di competenza e cultura della classe politica, anche se temo che questa legittima aspettativa possa andare ancora una volta fortemente delusa.

 

   Maurizio Colaiacovo

 

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