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di Maurizio Colaiacovo

 

La storia di un uomo onesto

Marzo 2017

 

Enzo Tortora era un uomo perbene. La sua innocenza venne accertata dalla Corte d'appello di Napoli il 15 settembre 1986, con la pronuncia della sentenza che lo mandò assolto e definitivamente confermata nel 1987 dalla Corte di Cassazione.
Il suo calvario era iniziato, ironia della sorte, un “venerdì 17”. Infatti, venne tratto in arresto venerdì 17 giugno 1983, accusato di traffico di stupefacenti ed associazione a delinquere di stampo camorristico.
Le immagini trasmesse dai telegiornali di Enzo Tortora in manette, con l'area attonita, spaesata, io le ricordo. Ero un adolescente e non mi perdevo una puntata del suo “Portobello”,  come facevano milioni di italiani.
Il programma era seguitissimo e raggiunse punte di ventisei milioni di telespettatori.
Attendevo con ansia il suo programma, il famosissimo pappagallo, e le varie rubriche che hanno ispirato, nel bene e nel male, gran parte della moderna televisione.
Era un presentatore garbato, dai modi gentili, che non urlava e non si dimenava, essendo dotato di una gestualità misurata e composta.
Ciò contribuì non poco al trionfo del suo programma televisivo.
L'opinione pubblica si divise, come sempre accade in casi del genere, tra “innocentisti” e “colpevolisti”.
Giornalisti, colleghi di Tortora, scrittori ed intellettuali si schierarono da una parte e  dall'altra.
Inutile dire che la sua enorme popolarità rendeva molti invidiosi del suo successo e se c'è una cosa che, troppo spesso, ad un uomo non si perdona è proprio il suo successo.
Le accuse mosse dai magistrati si basavano sulle dichiarazioni di alcuni camorristi, rivelatesi poi del tutto infondate e prive di qualsivoglia attendibilità.
Intanto, l'immagine di Tortora uomo perbene, fino ad allora amato e adulato, venne irrimediabilmente infangata. La televisione, a cui egli aveva reso un servizio enorme, si rivelò essere una sorta di “boomerang”, visto che era diventato, in qualche modo, vittima anche della sua stessa popolarità.
È difficile provare ad immedesimarsi nello stato d'animo di un innocente, serio professionista, persona a modo ed integerrima che, un “venerdì 17” qualsiasi, perde tutto ciò che aveva costruito con passione e fatica.
Una agendina su cui era appuntato un nome (che poi si scoprirà essere “Tortona” e non “Tortora”), ed un numero di telefono (che si scoprirà non appartenere ad Enzo Tortora), costituirono indizi ritenuti sufficienti, insieme alle dichiarazioni di alcuni camorristi (alcuni dei quali mossi dal desiderio di ottenere uno sconto della pena loro inflitta, altri da pura mania di protagonismo) a far arrestare il presentatore, ed a farlo condannare in primo grado.
La sentenza di condanna, completamente sconfessata da quella resa dalla Corte d'appello, venne pronunciata dal Tribunale di Napoli il 17 settembre del 1985. La condanna fu durissima: dieci anni di reclusione.
Tortora, consapevole della sua innocenza, da cui sicuramente traeva la sua forza e la sua voglia di lottare, pronunciò di fronte ai giudici napoletani le celebri frasi: “Io grido: sono innocente. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi.”
La vicenda giudiziaria ebbe fine con la pronuncia della Suprema Corte di Cassazione che, il 13 giugno 1987, a quattro anni dal suo arresto, confermò definitivamente l'assoluzione di Enzo Tortora.
Nel frattempo, era ritornato in tv e, il 20 febbraio 1987, alla ripresa del suo amato “Portobello”, visibilmente commosso, esordì dicendo: “Dunque, dove eravamo rimasti?”
Il 18 maggio 1988 Enzo Tortora, a causa di un tumore ai polmoni, si spense a Milano.
Questa vicenda merita di essere ricordata a chi la conosce e raccontata ai più giovani che, probabilmente, non la conoscono.
Indubbiamente, rappresenta uno dei più clamorosi errori giudiziari accaduti nel nostro Paese e rappresenta un monito per coloro che, con superficialità, in casi analoghi,  giudicano senza conoscere, seguono l'opinione dominante, e si lasciano influenzare dai mille “si dice che”...
Recentemente, l'assoluzione di Angelo Massaro, un uomo divenuto improvvisamente popolare suo malgrado per aver scontato, da innocente, ventuno anni di carcere, ha riportato all'attenzione dell'opinione pubblica il drammatico problema degli errori giudiziari e delle drammatiche conseguenze che determinano sulla vita di una persona.
Ad Angelo Massaro sono stati sottratti ben ventuno anni della sua vita, ma spero che oggi, da uomo libero, anche lui possa dire: “Dunque, dove eravamo rimasti?”

 

   Maurizio Colaiacovo

 

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