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di Maurizio Colaiacovo

 

Quali risposte alla violenza?

Aprile 2017

 

Ogni qual volta la cronaca porta alla ribalta episodi di violenza e crimini efferati, ci si interroga sui rimedi e sulle possibili risposte. Alcuni invocano la pena capitale come possibile soluzione, anche ad effetto deterrente.

In Italia,  la pena di morte non è più contemplata nel nostro ordinamento giuridico. Infatti,  l'art. 27 della Costituzione afferma: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte."

Appare chiaro come si sia scelto di non adottare come misura sanzionatoria più grave la pena capitale,  ma il carcere a vita, ossia, l'ergastolo.

Il dibattito sulla necessità di adottare la pena di morte come "deterrente " contro il fenomeno della criminalità, nelle sue manifestazioni più gravi,  non si è mai sopito.  Nella celeberrima opera di Cesare Beccaria, "Dei delitti e delle pene", pubblicata nel 1764, egli sostiene che non è certo uccidendo chi ha commesso dei crimini efferati che si dissuade altri dal commetterli.  Piuttosto,  auspica come pena esemplare la privazione della libertà personale, con la detenzione in carcere per un periodo sufficientemente lungo, necessario al condannato a comprendere il disvalore della sua condotta, nonché a mettere in guardia quanti avessero intenzione di delinquere. In buon sostanza, egli invoca la necessità  della certezza della pena detentiva, premessa imprescindibile affinché la stessa sia efficace.

Al Beccaria, ispiratore con il suo pensiero dei moderni ordinamenti giuridici, fanno eco i Padri Costituenti proprio con le affermazioni contenute nell'art. 27  sopra citato, laddove sostengono che la pena debba avere una funzione "rieducativa" oltre che sanzionatoria.  Si sottolinea anche come la pena non possa essere contraria al senso di umanità.

Il nostro ordinamento giuridico,  mosso da questi criteri, non consente allo Stato di infliggere la morte a chi, a sua volta, l'ha inflitta.

Tuttavia, è legittimo e doveroso attendersi dallo Stato, a fronte della commissione di reati,  una pena certa, proporzionata alla gravità del fatto, alla fine di un processo equo e da svolgersi in tempi ragionevolmente brevi.

Non sempre queste aspettative vengono soddisfatte. È inevitabile allora che, purtroppo, possano essere forti le pulsioni al ricorso alla "giustizia privata", alla vendetta, come recenti casi di cronaca hanno dimostrato.

La violenza accompagna l'uomo sin dagli albori della civiltà.  Le guerre susseguitesi incessantemente nell'arco dei secoli lo dimostrano.

L'uso della forza al fine di prevaricare, di prevalere,  di distruggere, è una costante,  anche nella società attuale.

Si sente spesso rimpiangere il passato da parte di chi lo immagina come un  tempo  dove "certe cose non sarebbero mai accadute". Tuttavia, si dimentica che la storia recente e passata è costellata di crimini efferati. Nessuna epoca ne è immune.

Si afferma anche sovente che "i giovani non hanno più valori, non hanno più rispetto per il prossimo". Non si può generalizzare, non è di alcuna utilità alla comprensione dei problemi ed alla loro soluzione.

Problemi complessi e radicati, come quello della violenza nelle sue multiformi espressioni, non possono essere affrontati con l'adozione di misure dettate dalla contingenza.

Più che sulla "repressione", sarebbe opportuno riflettere maggiormente sull'adozione della "prevenzione", che può essere efficacemente adottata attraverso l'educazione al rispetto del prossimo,  dell' "altro".

Si legge sempre più spesso di iniziative che cercano, partendo dalle scuole, di sensibilizzare i giovani al rispetto della legalità, soprattutto in relazione al fenomeno definito "bullismo".

Ebbene, sono iniziative lodevoli e meritevoli di essere sostenute. Tuttavia, le generazioni future non hanno bisogno solo di essere informate o sensibilizzate, ma di esempi  da parte dei cosiddetti "adulti". E gli adulti devono fare la loro parte, essendo dei modelli di riferimento.

È solo attraverso l'esempio positivo che si riesce a innescare un circolo virtuoso che investa ogni componente della società, dal più anziano al più giovane.  Ciò, a partire dalla comunicazione.

Infatti, molto spesso si ha l'impressione che più che scambiare idee, opinioni, mediante un sano e costruttivo confronto,  si tenda a cercare di affermare in ogni modo il proprio punto di vista, arrivando alla svalutazione di quello altrui, ricorrendo molto spesso ad un linguaggio offensivo e denigratorio, dunque, violento.

Un problema così complesso si affronta solo con un notevole sforzo collettivo, uno sforzo soprattutto di comprensione di quali siano le cause che lo determinano, ponendosi in ascolto del disagio, del malessere da cui prende le mosse e tentando di porvi rimedio.

 

   Maurizio Colaiacovo

 

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