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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

L'autonomia dell'arte

di Ezio Saia - Giugno 2013

 

Autori e concetti citati

Stephen Gould, Selezione naturale, Sopravvenire del politico, Senso di sopravvivenza, Animismo, Cassirer, Cibernetica, Riserva di senso, Orfeo.

 

 

Al fine di mostrare come l’arte poté affermarsi come autonoma e autosignificante, emancipandosi dalle sue origini, s’intende procedere, almeno parzialmente, sulle orme di Stephen Gould (in relazione al concetto di ‘riserva di significato’) per evidenziare la possibilità d’emersione di un mondo di significati, del tutto nuovo e nettamente distinto dal significato di sopravvivenza, capace di innescare la nascita dell’“Artistico” come mondo a sé, che si emancipa dalle sue cause o, se si preferisce, dalle sue origini.

A tal fine dobbiamo ripensare ai comportamenti dei gruppi di cacciatori e raccoglitori che sopravvissero esercitando la caccia e la raccolta di frutti e radici. Caccia e raccolta attuata da singoli individui che, convivendo in tribù e collaborando fra loro, crearono all’interno dei gruppi rapporti di coordinazione e di subordinazione che non potevano certo limitarsi alle ore di caccia ma si estendevano alla protezione della tribù, alla divisione del cibo, alla preparazione delle strategie di caccia, alla loro attuazione, alla progettazione e costruzione delle armi e alla distribuzione dei compiti. Tutte operazioni che consentivano ai singoli di formare unità capaci di portare a buon fine la caccia e, più in generale, la sopravvivenza, come se il gruppo fosse una singola entità di esseri/organi collaboranti in sincronia.

 

La pressione selettiva agì sui gruppi e, attraverso questi, sui singoli. Le varianti incapaci di accettare la collaborazione o di collaborare non sopravvissero. Non sopravvisse il singolo individuo percepente tanto caro ai filosofi ma l’uomo bifronte, singolo individuo e individuo sociale, capace di divenire parte di un organismo-gruppo efficiente.

Per l’interagire e l’agire per il successo, che non fu ovviamente limitato alla caccia, ma che si estese, più in generale, alla sopravvivenza, fu fondamentale il formarsi di una serie di comportamenti che si esprimevano e concretizzavano in azioni coordinate di collaborazione in condizione di parità e in operazione di subordinazione, decisione, comando, con stabilizzazione del concetto politico di organigramma. Questa interazione di soggetti bifronti in contrapposizione/armonia fra loro si  caratterizza come attività politica.

Gli individui accedevano alla varie posizioni secondo leggi emerse da quell’interagire di sopravvivenza. Lotte politiche quindi! Esibizioni, valutazioni, duelli che seguivano le leggi esistenti per accedere alla scala gerarchica, lotte politiche che contestavano le gerarchie e, più in generale, le leggi generatrici di quelle gerarchie.

All’interno del gruppo, anche supponendo fisse le configurazioni delle figure e le leggi, c’era un continuo mutamento generazionale di individui che succedevano a altri individui nell’esercizio di quelle funzioni previste dalla gerarchia, impostasi come vincente e stabilizzata come migliore, non solo dalle lotte ma anche da un percorso di riflessione che impegnava gli uomini nell’operazione di valutazione. Anche qui interazione fra uomini, interazioni di valutazione, interazioni di resistenza, di contestazione, di difesa; creazione di nuove forme, elaborazioni di interazioni concettuali e linguistiche che dovevano sopravvenire con l’operare sociale e col crearsi e disfarsi delle forme politiche lungo il percorso di sopravvivenza.

Prima di parlare col linguaggio, così come lo conosciamo, gli uomini interagivano in maniera comunicativa fra loro e continuavano a interagire succedendosi nelle generazioni tra i vincoli e i pericoli dell’ambiente. La pressione selettiva s’esercitava sui singoli e sulle tribù dove la linfa vitale aggregante e salvifica, tanto dei singoli come dell’organismo-gruppo, era proprio la cultura. Dal trattamento alla divisione del cibo, dall’organizzazione della caccia all’identificazione e comunicazione dei pericoli, dall’acquisizione delle conoscenze alla loro trasmissione. Tutte queste attività contrassegnavano la cultura con il senso generale di sopravvivenza.

Noi possiamo chiamare politica tutto l’insieme delle interazioni degli individui che li portavano a organizzarsi gerarchicamente in gruppi più o meno stabili e ordinati: interazioni di stabilità e mutamento fra individui e fra individui e gerarchie.

Così intesa la politica interesserebbe tutto il comportamento umano e ciò è accettabile in senso allargato in quanto essendo l’uomo bifronte, singolo e sociale, tutto è necessariamente politica, ma non si deve trascurare la possibilità che proprio il continuo interagire, il continuo interfacciarsi, confrontarsi possa produrre significati del tutto innovativi e in particolare possa produrre attività che non solo si riscattano dal politico, ma conquistano col tempo e con le continue interazioni una esistenza autonoma, configurandosi come mondi a sé, dotati di chiusura e completezza e capaci di produrre autosufficienza di significati secondo una vera emancipazione dalle proprie cause anche se più che di cause si dovrebbe metaforicamente parlare di brodo primordiale o di coacervo di significati.

 

Ancora la tribù

La tribù, con l’addivenire del simbolico, non genera solo una gerarchia ma una pluralità di gerarchie e di catene del potere. Nascono, con l’organizzazione, un potere politico strutturato e altri poteri in concorrenza-coordinazione tra cui quello religioso; nascono i miti, i compiti, le specializzazioni, gli incarichi, le abilità di coordinazione e subordinazione, i riti, le leggi di sostituzione nelle gerarchie, le ribellioni alle leggi, alle decisioni, ai miti, ecc.

La religione, l’arte e, all’interno del generico termine ‘arte’, la rappresentazione raffigurativa di oggetti animati o inanimati, visibili o invisibili può essere studiata come caso esemplare di attività capace di emanciparsi dalle proprie origini.

Di pittura, scultura, raffigurazione si deve parlare, però, nel senso molto più ampio del termine comprendendovi non solo le pitture raffigurative di animali, di armi, di cacciatori, di oggetti, ma anche quelle più o meno stilizzate, i simboli riconoscibili o volutamente criptici, i totem, le raffigurazioni permanenti dipinte, incise o scolpite sulle pareti, sugli altari, sul legno, quelle volutamente simboliche e magiche, quelle temporanee tracciate sulla terra o nell’aria, quelle trasportabili su armi, su emblemi e sul proprio corpo, le figure del ballo, quelle delle cerimonie religiose espiatorie, propiziatorie, ecc.

Una varietà pressoché inesauribile con caratteristiche multisignificanti in cui intervengono motivazioni animistiche, religiose, magiche, politiche. Le figure, i simboli assumono di volta in volta funzioni di evocazione, di possesso, di potere magico-religioso, capaci anche di rendere accessibili gli oggetti di cui sono immagini (animali da cacciare, da temere, ecc.).

Assodato come la cultura attribuisse alle immagini (ma anche ai nomi) delle cose una sorta di dominio di origine magico-animistica sulle cose stesse, il disegnatore venne a trovarsi in ambigua simbiosi con il sacerdote circa l’evocazione di quei poteri capaci di facilitare le pratiche di sopravvivenza come la caccia o l’allontanamento dei pericoli. Una posizione di potere in concorrenza al potere del sacerdote e non certo a lui gradita.

E’ naturale che costui cercasse di disaccoppiare i poteri del sacerdote da quelli del pittore disaccoppiando le funzioni pittoriche da quelle sacrali. E’ naturale che venisse affermato che l’immagine di per sé non aveva alcuno di quei poteri che solo la sacralità del sacerdote poteva attivare con le sue funzioni e i suoi poteri. E’ altrettanto naturale che questo disaccoppiamento con desacralizzazione dell’immagine e della capacità di produrla potesse avvenire solo con successive stilizzazioni delle immagini stesse fino a ridurle a semplice schema simbolico che non richiedeva alcuna capacità rappresentativa e che era quindi facilmente tracciabile dallo stesso sacerdote. Un simbolo schematico che non aveva, come l’immagine, alcun potere, se non quello attivabile dalla sacralità del sacerdote.

Emergono quindi funzioni, capacità, differenziazioni e disaccoppiamenti. La capacità di un disegno di rappresentare un oggetto, un animale, una caccia viene privata di ogni potere magico o religioso di evocare o di dominare l’oggetto. Sono i poteri e le formule dei sacerdoti a rendere efficaci le immagini. Sono i sacerdoti ad avere la capacità, le formule e i riti giusti. Le immagini non hanno potere di per sé, ma lo acquistano se sacralizzate da apposite cerimonie del sacerdote. I prodotti del disegnatore perdono, così, valore sacrale e diventano inerti. La funzione del disegnatore, e con essa la sua capacità, si disaccoppia dal sacro e diventa laica.

Ma se da una parte le raffigurazioni perdono una serie di capacità, dall’altra diventano oggetti godibili da chiunque. Il disegnatore, persa ogni aura politico-religiosa, diventa produttore di oggetti godibili e commerciabili in quanto tali; tanto più godibili quanto più esteticamente ‘belli’, impressionanti, meravigliosi, evocativi, celebrativi. Tanto più apprezzati e preziosi se utilizzabili dal potere come attestazioni del potere stesso.

Senza voler ripercorrere un possibile modello di sviluppo, è però chiaramente intuibile come le continue e continuate interazioni all’interno della tribù modifichino gradualmente i significati e le funzioni. La rappresentazione grafico-pittorica, prima attiva in un crogiuolo onnicomprensivo di significati, si emancipa da questo crogiuolo mitico, politico, religioso, emancipando contemporaneamente la funzione pittorica, la figura del pittore, la capacità pittorica. La pittura si è emancipata dal crogiolo delle sue cause.

L’emancipazione è innanzitutto un superamento che assume un significato culturale. Ma superare non significa perdere i legami con le proprie origini. Le origini sono comunque presenti. Bisogna pensare all’emancipazione come la creazione di un mondo a sé, autosignificante nel senso di Cassirer, ma anche a un sistema ‘chiuso’ in senso cibernetico dove chiusura non significa assenza di contatti. Così i confini non furono definitivamente superati ma mantennero legami in tensione verso l’evasione e il superamento. I pittori e le opere mantennero una tensione bipolare; da una parte verso il mondo e la società in cui operavano (che era verso di loro più o meno esigente, più o meno severa e prescrittiva) dall’altra in direzione della propria autonomia.

Non una dipendenza strutturale, ma neppure il permanente raggiungimento di una completa emancipazione. L’emancipazione è non solo un progredire del superamento ma un percorso sempre in fieri, discontinuo e con possibili ritorni rivitalizzanti verso un qualcosa che deve essere ripristinato ripristinando le fonti (si pensi alle maschere lignee di Picasso).

Questo qualcosa, questo alimento vitale è naturalmente il senso. L’emancipazione di senso è un passaggio dalla fonte di senso primitiva a un’altra fonte che si alimenta solo di se stessa: un superamento e un nuovo equilibrio verso quell’autonomia di senso in cui il sistema trova in se stesso le risorse di senso di cui alimentarsi. Non più, quindi, arte per qualcosa, che arte non è, e in cui trovare canoni regole, oggetti, criteri di giudizio, valutazione ma arte autonoma, capace di trovare in sè, nella sua storia, canoni, criteri e giudizi per il proprio senso.

 

L’evoluzione e la riserva

Anche se pressione selettiva ed evoluzione agiscono in maniera molto complessa, esse vengono spesso sbrigativamente ridotte a uno schema secondo cui:

 

1) variazioni individuali del codice genetico sopravvengono in maniera casuale,

2) su queste mutazioni l’ambiente seleziona le variazioni capaci di sopravvivere e trasmettere le mutazioni.

 

Pur consci della semplificazione non ci scosteremo da questa versione elementare perché sufficiente allo scopo. Una teoria più complessa, più scientifica complicherebbe solo la discussione senza mutare i risultati a cui si intende pervenire, che riguardano esclusivamente un concetto che identificheremo fin d’ora come Riserva di significati.

E’ evidente che variazioni favorevoli alla sopravvivenza, sopravvennero e continuano a sopravvenire, a strutturarsi, a coordinarsi con organi e funzioni, in maniera tale da risultare, nello stesso tempo, altamente funzionali alla sopravvivenza nella sua funzione fondamentale ma del tutto estranee ad essa per altre funzionità rese possibili dall’avvenuto strutturarsi delle funzioni vitali.

Per meglio comprendere si può pensare, ad esempio, al complesso delle dita, delle mani e delle braccia con relativi snodi e articolazioni delle dita, del polso, del gomito e della spalla, che certamente furono premiate dall’evoluzione del primate uomo, perché lo dotarono di capacità vitali quali arrampicarsi, cacciare, raccogliere frutti, difendersi, ecc.

La pressione evolutiva premiò queste capacità. Nondimeno quelle stesse mani, quelle stesse articolazioni delle mani, del polso, del gomito, della spalla, capaci di coordinarsi così bene fra loro, sono quelle stesse che gli permettono di suonare la chitarra, il violino, la fisarmonica ed altri strumenti musicali. Sono quelle stesse che gli permettono di scrivere, che gli permisero nel passato di produrre suoni sfregando corde, battendo tamburi traendone e apportando piacere al gruppo, alla tribù, al singolo.

Naturalmente noi non possiamo sensatamente affermare che l’evoluzione premiò le estremità prensili perché permettevano di produrre una molteplicità di suoni, sfregando o pizzicando delle corde tese e neppure che le premiò perché permisero di costruire strumenti musicali.

Pensiamo alle memorie e al software necessari per far girare un programma sofisticato come Word e a quanti altri programmi si possono far funzionare con quello stesso hardware e con quello stesso software. Se immaginiamo che Word sia A, gli altri programmi possibili B, C, D, eccetera, allora possiamo immaginare che ad un certo punto dell’evoluzione la capacità A si sia dimostrata vincente e selettiva, trascinando con sé anche le potenziali capacità B, C, D, ecc., anche se del tutto indifferenti per la sopravvivenza.

La pressione selettiva premiò senz’altro la capacità di programmare, di escogitare soluzioni, di superare difficoltà e pericoli, di risolvere problemi sempre più complessi e difficili. Tutte queste capacità sopravvennero e furono premiate sia in campo mentale, dove la capacità di sostenere programmi di calcolo, riconoscimento, decisione, ecc., presuppone l’esistenza di strutture celebrali adeguate, con memorie, connessioni e dimensioni adeguate ai programmi, sia in campo più specificamente materiale (abilità manuali, ecc.) creando così possibilità di abilità manuali e programmi capaci di utilizzare queste abilità sia in funzione di sopravvivenza che con significati del tutto diversi.

Possiamo allora, almeno provvisoriamente, concludere che in noi si sono stratificate surplus, riserve, capacità, che potremmo indicare come riserve di significato, delle quali la pressione selettiva dell’evoluzione non è stata il diretto attore.

L’evoluzione, la storia biologica e culturale, il senso di azioni, di passioni, di comportamenti, tutta la complessa articolazione dei desideri con tutte le relative connessioni non sono riconducibili unicamente al senso primario di sopravvivenza.

In quanto altro dal sopravvivere la riserva ha un senso connesso al vivere, non all’ottusamente ciecamente sopravvivere, ma al vivere in comunità come individuo singolo e mortale. In quanto tale, la riserva di senso è connessa al finito, al limitato, al senso storico che si storicizza nelle storie dei mortali.

 

Si è parlato delle articolazioni delle mani e delle braccia che ci rendono in grado di suonare strumenti a corda, di scrivere, di battere a macchina, di costruire quegli stessi strumenti, ma il fenomeno, lungi dall’essere limitato a qualche funzione, è tanto vasto da investire tutto il nostro vivere quotidiano.

Con le mani costruiamo utensili funzionali alla sopravvivenza ma anche zufoli, trombe, flauti che poi suoniamo non solo con le mani ma anche con la modulazione del fiato. L’uso combinato dei due mezzi ci permette di alzare e abbassare il volume, di modulare le note e gli accordi, consentendoci di emettere note e suoni isolati, note e suoni coordinati in un sistema di contemporaneità e di successione: canti, sinfonie, concerti, ritmi, musica da ballo, ecc. Sia il ballo che il canto avvengono articolando l’uno la voce e l’altro le mani, le gambe, il corpo e le braccia. Benché, braccia, corde vocali polmoni siano tutti organi vitali, altrettanto non si può dire di loro prodotti come il ballo, il canto, il suono degli strumenti a fiato, i concerti, le sinfonie. Analoghe considerazioni si potrebbero fare in relazione alla pittura, alla scultura, alla composizione di poemi, liriche, romanzi, ecc.

 

Abbiamo dunque tutto un insieme di abilità, possibilità, attività connesse alla sopravvivenza e un’altra serie di abilità, attività, potenzialità che ci derivano da quella riserva indicata come riserva di potenzialità, che non è oggi, come non è stata in passato, legata alla sopravvivenza e che non trae oggi come nel passato il proprio senso da questa.

Suonare, comporre, cantare, scrivere poesie o romanzi, disegnare e commentare vignette, fare teatro non sono funzioni necessarie a sopravvivere o, per lo meno non lo sono e non lo sono state in un senso così universale e totale come il respirare, il cibarsi, il coprirsi, ecc. Lo sono state, certamente, in un senso secondario poiché il moto, la distrazione, il riposo, l’evasione si sono, a loro volta, dimostrate salvifiche e la selezione ha premiato il riposo e l’evasione, ma non hanno mai trovato, nel loro sviluppo, un legame diretto né sono state progetto vitale nello steso senso con cui venivano costruite le armi o studiate le strategie di caccia. Il loro senso non è inserito nella mappa delle funzioni di sopravvivenza se non in maniera sussidiaria.

Dunque le mani, il sistema vocale, il sistema motorio, il nostro sistema di riconoscimento e decisione, il nostro vedere, pensare, interfacciarsi, così fondamentali per la nostra sopravvivenza, consentirono contemporaneamente operazioni straordinarie come il canto, la narrazione, la raffigurazione, la danza. Consentirono in altre parole anche il procedere di quell’operare denominato artistico, che ha come prodotto duraturo le opere d’arte.

 

E certamente dovette apparire come fantastico e meraviglioso, magico per i singoli esseri mortali questo vivere diversamente, questo vivere rilassati o eccitati diversamente rispetto al quotidiano impegno di sopravvivenza, questa diversificazione dall’Essere costruito dalla selezione, quell’agire non necessario, non per la sopravvivenza ma per se stessi e per altro. Un magico distrarsi e uscire dal mondo che si raccordava a un senso gioioso del vivere e del sentire che non era quello dell’essere vissuto dal soffocante, ansioso, implacabile abbraccio dell’essere per sopravvivere.

L’uomo si diverte e gioca in età matura al di là del significato salvifico che hanno il gioco, la corsa, la lotta. Conosce il piacere di raccontare e di ascoltare racconti che non sono racconti di notizie, d’informazioni, che vanno al di là del racconto informativo, che non ricoprono ruoli salvifici, che non hanno fini esemplari e parlano di uomini e donne del tutto inventati. E ancora suoni e sequenze, suoni e canti che non sono solo religiosamente salvifici, che non sono solo segnali o cori di caccia o di guerra, ma canti da godere per altro, da cantare per altro: per festeggiare, per gioire, per nessun altro motivo che non sia il cantare stesso, l’ascoltare e il godere gli effetti ritmici, armonici e melodici; piaceri che stimolano a loro volta l’inventiva e la creatività, dando autorità e prestigio a chi inventa e a chi interpreta. Non a caso nascono gli dei della musica, nascono miti come quelli di Orfeo, cantore capace di commuovere le pietre col suo canto.

Gli dei della musica, i nuovi miti come Orfeo celebrano il godimento poetico, artistico, musicale nella sua bellezza in sé. Non solo canti religiosi per Marte o Giove per invocarne l’aiuto, placarne l’ira e neppure canti alla Dea delle Messi, in cui si canta con significati e fini “altri” che non siano il godere di quei canti, di quei balli, di quei componimenti.

Di fatto, con l’ampliarsi, il fenomeno convergeva e favoriva l’addivenire della emancipazione dei mondi artistici di cui abbiamo parlato. I due fenomeni convergendo tecnicamente lungo un comune cammino si influenzavano reciprocamente, velocizzandosi a vicenda, interagendo e contribuendo a creare il mondo autonomo dell’operare e del godere artistico.

L’autonomia di senso presuppone un mondo chiuso di senso, in misura tale che, se viene cercato il senso di una situazione o di un cambiamento, questo possa essere trovato tanto nella storia di quel mondo che nella sua provvisoria configurazione di stabilità. Questo breve excursus ci dà ragione sia di quell’indipendenza e autonomia dell’arte sia di quella autonomia di significato di cui molti parlano ma senza darne alcuna ragione e motivazione.

 

   Ezio Saia

 

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