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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Eutanasia della critica.

Conversazione con Mario Lavagetto
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - gennaio 2006
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“È raro imbattersi nelle pagine di un saggista che sappia legare l’attitudine analitica (la capacità di rinvenire da un parziale un totale, un’intera fisionomia da un dettaglio) alla facoltà di astrazione e formulazione teorica, vale a dire l’impresa che, isolando un testo o una sua frazione, lo interroghi leggendovi un pensiero al lavoro, anzi una specifica posizione dell’esperienza. Per un critico è la massima posta…”: così ha scritto Massimo Raffaeli (sul quotidiano il manifesto) di Mario Lavagetto, il quale, nato a Parma nel 1939, ha insegnato Teoria della letteratura all’Università di Bologna. Tra i suoi libri: La Gallina di Saba (1974), L’impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo (1976), Quei più modesti romanzi (1979), Freud la letteratura e altro (1985), Stanza 43 (1991), La macchina dell’errore (1996).

Professor Lavagetto, com’è nata l’esigenza di pubblicare (per Einaudi) questo pamphlet, “Eutanasia della critica”?
Le ragioni sono molteplici. Certamente, nella mia decisione di scrivere, ha contato molto il desiderio di reagire, di dire “no” e, nello stesso tempo, anche la speranza – mi auguro non del tutto infondata – che quel “no” possa avere anche una minima utilità. C’è inoltre – da parte mia – una apertura di credito nei confronti di una nuova generazione di critici che, nell’insieme, mi sembra molto promettente.



Si può dire ormai del tutto scomparsa la figura del critico-scrittore (alla Debenedetti, Cecchi, Praz, Macchia ecc.)?

Credo proprio di no anche se, naturalmente, bisognerebbe precisare che cosa si intende per critico-scrittore: le differenze individuali (molto marcate tra i singoli che lei ricorda) obbligherebbero a una serie di precisazioni. Credo ci si possa limitare a due: da un lato è un errore pensare alla scrittura critica come a un fine indipendente e ritenere che lo stile non influisca in modo determinante sul significato e sul peso delle singole argomentazioni; dall’altro credo che la qualità della scrittura sia un sintomo inequivocabile della qualità e dell’attendibilità del giudizio e che costituisca, tra l’altro, un prezioso, un insostituibile strumento per capire (senza sciocchi mimetismi) il funzionamento dei testi, il modo in cui sono organizzati e progettati. In ogni caso la scrittura critica non è in alcun modo un surrogato o una imitazione o, ancora meno, un risarcimento per una mancata scrittura creativa.

Come difendersi dalla franca stupidità dell'eccesso di informazione e dalla sua gratuità, dai suoi stereotipi, dalla sua approssimazione, dal suo cinismo dei sentimenti, dalla sua occasionalità e dalla sua inclinazione a seguire solo la moda (e ciò vale e per la televisione e per la stampa)? Informandosi per quanto è possibile selettivamente, espellendo dal raggio dell'attenzione per quanto è possibile le superfluità e i luoghi comuni, ricercando ed esigendo per quanto è possibile risposte precise a questioni precise, rifiutando senz'altro di essere coinvolti in sentimenti di pura speculazione, e mettendo in ombra ciò che è soltanto del momento e che va incontro solo alle sollecitazioni più corrive?
Nella sua domanda, mi sembra, è implicita una risposta che credo di poter condividere: non è possibile (e non è nemmeno auspicabile) immunizzarsi in modo radicale. Si vive, si pensa, si lavora, qui e adesso: ogni tentativo di trovare soluzioni è necessariamente congiunturale. Molto spesso si ha (si può avere) la sensazione di trovarsi in stato di assedio, di essere circondati. Ma deporre le armi non è mai opportuno e cercare di difendersi con una serie di esorcismi tattici è, purtroppo, fallimentare. Una cosa da cui in ogni caso bisognerebbe guardarsi è l’approssimazione, il parlare di cose che si conoscono solo in modo lacunoso e imperfetto tenendo presente che ogni singolo problema (e ogni singolo testo) si trova al centro di una costellazione che sfugge sempre, almeno in parte, al nostro controllo. Si tratta, se vuole, di un’etica elementare, ma irrinunciabile.

Ritiene che occorra sempre confrontare i saperi e - se possibile - incrociarli, mostrandone i contatti ma anche le divaricazioni?
Credo che sia molto difficile riuscire a farlo, se non in misura parziale. Tuttavia penso che avere la consapevolezza costante di saperi differenziati impedisca, nel corso del proprio lavoro, di abolire quella inquietudine che accompagna (dovrebbe accompagnare) ogni tentativo di conoscenza, e che costituisce, mi sembra, una garanzia sul piano intellettuale perché induce a tenere sullo sfondo delle conclusioni a cui si è pervenuti una serie di punti interrogativi.

A che punto sta il romanzo? Pensa sia ancora possibile riuscire a parlare direttamente dell’oggi? Fare il ritratto della società in mezzo alla quale viviamo, qui e adesso (alla Balzac, per intenderci)?
Fare il ritratto della società alla
Balzac, trasformarsi nello scrupoloso notaio e segretario e verbalizzatore di un’intera epoca mi sembra, ovviamente, impossibile. E tuttavia sono convinto che sia possibile parlare “direttamente dell’oggi”: lo conferma quello che, a mio modo di vedere, è il più bel romanzo degli ultimi vent’anni, Underworld di Don DeLillo. Una volta, nel corso di una tavola rotonda, a cui mi era eccezionalmente accaduto di partecipare, mi ero posto una domanda: “Perché non è morto il romanzo?”. La domanda era legittima perché l’atto di morte è stato stilato più volte e da firme assolutamente autorevoli. Le risposte provvisorie che mi era parso di potere indicare erano quattro:
a) Le caratteristiche del genere che nasce ibrido, elastico e onnivoro e che rivela formidabili doti di adattabilità.
b) L’impatto di romanzi che provenivano da aree culturali diverse da quella europea e che avvertivano meno il peso di una tradizione in apparenza opprimente;
c) Una sorta di grande processo di rimozione dei traumi della modernità che hanno caratterizzato l’epoca che va sotto il nome di post-moderno.
d) Un bisogno originario, ancestrale e incoercibile di storie a cui il cinema ha fornito una risposta, ma su un piano diverso e non esaustivo.

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