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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Ascesi, purificazione, coerenza morale. Su John Coltrane.

Conversazione con Vittorio Giacopini
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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Roma. Con il titolo Al posto della libertà. Breve storia di John Coltrane  (pubblicato in questi giorni dalle Edizioni e/o), Vittorio Giacopini, redattore della rivista “Lo straniero”, ci ha consegnato un ritratto difficile da dimenticare di uno dei maggiori musicisti del Novecento: Coltrane, appunto, il quale nato nel 1926 nel Sud (a Hamlet, nel North Carolina) arrivò al jazz prima dei “grandi” del free. Il soprannome “Trane” comparve per la prima volta nel 1957 (quando il sassofonista era uno sconosciuto) e venne utilizzato in un’incisione realizzata con il bassista Earl Masy e il batterista Art Taylor con il titolo Trane’s Slow Blues. “La sua morte” – scrisse Gian Carlo Roncaglia ne Il jazz e il suo mondo – “avvenuta il 17 luglio 1967 come conseguenza di una grave malattia epatica, avrebbe comunque lasciato nella musica neroamericana un vuoto incolmabile: né le pubblicazioni postume di alcune registrazioni inedite (Interstellar Space fu una delle più qualificanti) riuscirono a colmare tale vuoto”.
Vittorio Giacopini, incontrato per questa occasione editoriale, ha scritto inoltre: Scrittori contro la politica (Bollati Boringhieri 1999), Una guerra di carta. Il Kosovo e gli intellettuali (Eleuthera 2000), Viaggiatori senza biglietto (L’ancora del mediterraneo 2001), Fuori dal sistema. Il linguaggio della protesta (minimumfax 2004). Per le Edizioni e/o ha curato Masscult e Midcult di Dwight Macdonald.


Giacopini, qual è la cifra stilistica di John Coltrane? E quale, il suo cavallo di battaglia?
Era uno che non si accontentava mai. Coltrane, andava sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Lo diceva anche esplicitamente: “nuovi suoni, nuove sensazioni”. Ci sono sempre cose nuove da imparare, da sperimentare. Non so cosa si intenda di preciso con cifra stilistica. Il lato formale della cosa mi interessa poco. Di Coltrane quello che – credo – dovrebbe colpire è l’intensità con cui lavorava, questa sua idea della musica come ricerca costante, esplorazione, ripensamento. Ascesi, purificazione, ricerca di un equilibro: se uno legge le sue interviste – scarne, laconiche, reticenti – alla fine parlava quasi solo di questo tentativo di raggiungersi attraverso la musica e di usare la sua arte per diventare una persona diversa, una persona migliore. In questo libro mi limito a raccontare la sua storia perché Trane è uno di quei rari artisti che fanno della coerenza morale della propria espressione l’elemento chiave di tutto il loro sviluppo creativo. Non gli interessava altro, davvero. Avere successo, riuscire,
piacere, no, non era il tipo. E se parliamo di “cavalli di battaglia”, beh, basta pensare a My Favorite Things. Forse è questo il suo cavallo di battaglia ma bisogna fare attenzione: Trane – nel libro ci insisto proprio perché mi sembra una scelta sintomatica, molto tipica – quando ha un successo incredibile con questa melodia veramente banale, piuttosto bruttina, quasi si spaventa e comincia a lavorarci su in un altro modo. Non la chiude in un cassetto ma inizia a smontarla, la rimonta e la scompone e alla fine la fa proprio a pezzi. Bisogna sentire My Favorite Things nei concerti di “Live in Japan”, nell’ “Olatunji Concert” e misurare tutta la distanza tra le prime incisioni: c’è la storia di un’intelligenza e di un’anima in mezzo. Non è autolesionismo ma una forma di coerenza oltranzista, di onestà morale.

Quali altri jazzisti si possono considerare della sua stessa caratura?
Non sono particolarmente appassionato di cose come classifiche, definizione di un ‘canone’, robe del genere. Quello che mi interessa in un musicista – o in uno scrittore - è un certo tipo di voce, l’autenticità, l’intransigenza, la capacità di fare i conti con la società, gli altri, l’industria culturale, le trappole della comunicazione, queste cose qua. Trane da questo punto di vista è un grandissimo, ma ce ne sono moltissimi altri altrettanto importanti, intelligenti. Alla fine uno deve fare le sue scelte molto di impulso, per motivi di pelle, come dire. Ovviamente anche io ho il mio pantheon più o meno idiosincratico. A me piacciono da morire gente come Mingus, Parker, ovviamente, Monk, Eric Dolphy, Lennie Tristano, Ornette Coleman. Poi forse bisognerebbe fare un discorso più in generale sul Jazz, su come è cambiato come ‘forma’ e rispetto ad altri tipi di musica, al mercato, eccetera. Franco Maresco, che oltre ad essere un regista bravissimo, un grandissimo artista, è un grande esperto di Jazz, ha detto una volta che dopo Trane e Coleman il jazz è morto. Io continuo a sentire tante cose anche contemporanee ma sostanzialmente sono d’accordo. Non è nemmeno colpa della musica. Ma di fatto, come tutte le cose vere, come tutte le cose autentiche e belle, il jazz ha finito per essere ucciso dal suo successo. La tragedia è quando un’esperienza, una forma di espressione radicale, diventa di moda, scivola nel midcult, fa tendenza.

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