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Sant'Agostino d'Ippona

Vita e attività di Sant'Agostino (354-430)

Dalla nascita al battesimo
Nacque nella provincia d'Africa, nella città di Tagaste nel 354, da genitori dell'ordine dei curiali, di onesta condizione e cristiani. Fu da loro allevato ed educato con ogni cura e anche con notevole spesa, e fu inizialmente istruito nelle lettere profane, cioè in tutte quelle discipline, che chiamano liberali.
Così insegnò prima grammatica nella sua città e poi retorica a Cartagine, capitale dell'Africa. Successivamente insegnò anche al di là del mare, a Roma e a Milano, dove allora risiedeva la corte dell'imperatore Valentiniano II.
In questa città era allora vescovo Ambrogio, uomo eccellente fra i migliori e sommamente gradito a Dio. Questi predicava molto frequentemente la parola di Dio nella chiesa, e Agostino seduto in mezzo alla gente lo stava a sentire con la massima attenzione.
In effetti, tempo prima quando era ancora giovane a Cartagine, Agostino era stato sviato dall'errore dei Manichei: perciò assisteva alle prediche di Ambrogio con più attenzione degli altri, per vedere se fosse detta qualcosa a favore o contro quell'eresia.
E per clemenza di Dio liberatore, che ispirò il cuore del suo sacerdote, avvenne che certe questioni riguardanti la legge fossero risolte in senso avverso all'errore dei Manichei; così Agostino gradualmente fu istruito, e a poco a poco per benevolenza divina quella eresia fu cacciata dal suo animo. In poco tempo fu confermato nella fede cattolica e in lui nacque l'ardente desiderio di progredire nella religione per ricevere l'acqua della salvezza nei giorni della Pasqua che erano prossimi.
Così, grazie all'aiuto divino, per opera di un vescovo di tale levatura quale era Ambrogio, Sant'Agostino ricevette la dottrina della chiesa cattolica, apportatrice di salvezza, e i sacramenti divini.

Rinuncia al mondo per donarsi a Dio
Subito nel più intimo del cuore abbandonò ogni speranza che aveva riposto nel mondo, senza più ricercare moglie né figli della carne né ricchezza, né onori mondani, ma deliberò di servire Dio insieme con i suoi, studiandosi di essere di quel gregge, cui il Signore si rivolge con queste parole: Non temete, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha voluto dare a voi il regno. Vendete ciò che possedete e fate elemosina: fatevi borse che non invecchiano, un tesoro che non viene meno nei cieli, ecc. (Lc. 12, 32 s.).
Quel santo uomo desiderava fare anche quanto dice ancora il Signore: Se vuoi essere perfetto, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni, seguimi (Mt. 19, 21). Desiderava edificare sul fondamento della fede: non legna fieno e paglia, ma oro argento e pietre preziose (1 Cor. 3, 12).
Aveva allora più di 30 anni e gli restava solo la madre: essa stava sempre con lui e gioiva del proposito che egli aveva intrapreso di servire Dio più che se avesse avuto nipoti carnali. Suo padre infatti era morto.
Comunicò perciò agli scolari, cui faceva lezione di retorica, che si provvedessero un altro maestro, poiché egli aveva stabilito di servire a Dio.

Vita monastica e prime fiamme di zelo apostolico
Ricevuta la grazia, insieme con altri concittadini e amici che ugualmente servivano a Dio, volle tornare in Africa, alla sua casa e ai suoi campi. Tornato, vi rimase circa tre anni; e dopo aver ceduto quei beni, insieme con quelli che gli erano vicini viveva per Dio, con digiuni preghiere buone opere, meditando notte e giorno la legge del Signore.
E tutto ciò che Dio faceva comprendere a lui che meditava e pregava, egli faceva conoscere a presenti e assenti con discorsi e libri.
In quel tempo uno di coloro che sono chiamati agenti d'affari, che risiedeva ad Ippona, un buon cristiano timorato di Dio, ebbe conoscenza della buona fama di cui Sant'Agostino godeva e della sua dottrina, e desiderò ardentemente di poterlo vedere, avanzando la promessa che, se avesse meritato di ascoltare la parola di Dio dalla bocca di quello, avrebbe potuto disprezzare tutte le cupidigie e le lusinghe di questo mondo.
Poiché questo fu fedelmente riferito ad Agostino, egli desiderando che un'anima fosse liberata dalle insidie di questo mondo e dalla
morte eterna, senza indugiare andò subito in quella città, vide quell'uomo e gli parlò molte volte e lo esortò, per quanto Dio gli concedeva, a mettere in pratica il voto che aveva fatto a Dio.
Quello prometteva di farlo di giorno in giorno, ma non lo mise in pratica allora, quando Agostino stava lì. Ma certamente non potette rimanere inutile e senza effetto ciò che la divina provvidenza operava in ogni luogo per mezzo di un tale strumento puro e onorevole, utile al Signore e adatto per ogni opera buona (Rom. 9, 2 1; 2 Tim. 3, 17).

Sacerdote per forza
In quel tempo esercitava l'ufficio di vescovo nella comunità cattolica di Ippona il santo Valerio. Mentre egli un giorno parlava al popolo di Dio circa la scelta e l'ordinazione di un prete e l'esortava in proposito, perché così richiedeva la necessità della chiesa, frammisto in mezzo al popolo assisteva Agostino, sicuro e ignaro di ciò che stava per succedere: infatti egli era solito - come ci diceva - non frequentare soltanto le chiese che sapeva prive di vescovo
Allora alcune persone, che conoscevano la dottrina di Sant'Agostino e i suoi propositi, gettategli le mani addosso, lo tennero fermo e, come suole accadere in casi del genere, lo presentarono al vescovo perché fosse ordinato, mentre tutti unanimi in quel proposito chiedevano che così si facesse. Mentre insistevano con grande entusiasmo e clamore, egli piangeva a calde lacrime: alcuni - come egli stesso ci riferì -interpretarono tali lacrime come manifestazione di superbia e cercavano di consolarlo dicendo che certo egli era degno di maggiore onore, ma che comunque l'esser prete lo avvicinava alla dignità episcopale.
Invece l'uomo di Dio - come ci disse - osservava la cosa più a fondo e gemeva prevedendo i molti e grandi pericoli che sarebbero derivati alla sua vita dal governo e dall'amministrazione della chiesa: per tal motivo piangeva. Ma infine la cosa si compì secondo quanto voleva il desiderio del popolo.

Predicatore
Fatto prete, subito istituì un monastero accanto alla chiesa e cominciò a vivere con i servi di Dio secondo il modo e la norma stabiliti al tempo degli apostoli. Soprattutto, in quella società nessuno doveva avere alcunché di proprio ma tutto per loro doveva essere in comune, e ad ognuno doveva esser dato secondo le proprie necessità: proprio questo egli aveva già fatto precedentemente, allorché era tornato d'oltre mare a casa sua.
Il santo Valerio, che lo aveva ordinato, com'era uomo pio e timorato di Dio, esultava e rendeva grazie a Dio di aver esaudito le sue preghiere. Diceva che molto spesso aveva pregato che per volontà divina gli fosse concesso un uomo che fosse in grado di edificare la chiesa di Dio con la parola di Dio e con retta dottrina: infatti egli si riconosceva poco adatto a questa incombenza, in quanto era greco ed era poco versato nella lingua e nelle lettere latine.
Egli affidò al suo prete l'incarico di spiegare in chiesa il Vangelo alla sua presenza e di predicare frequentemente, contro quella che è la consuetudine delle chiese d'Africa: per tal motivo alcuni vescovi lo criticavano.
Ma quell'uomo venerabile e previdente, ben sapendo che nelle chiese d'Oriente così si faceva comunemente e provvedendo all'utilità della chiesa, non si curava delle critiche dei detrattori, purché fosse compiuto dal prete ciò ch'egli sapeva non poter esser fatto da lui vescovo.
In tal modo la lampada accesa e ardente, posta sul candelabro, dava luce a tutti coloro che stavano nella casa (Gv. 5, 35; Mt. 5, 15). La fama di questo fatto si diffuse rapidamente, e alcuni preti, seguendo il buon esempio e ottenutane facoltà dai loro vescovi, cominciarono a predicare al popolo in presenza del vescovo.

Disputa col manicheo Fortunato
In quel tempo ad Ippona la peste dei
manichei aveva infettato e contagiato molti sia cittadini sia stranieri, sviati e tratti in errore da un prete della setta, di nome Fortunato, che lì risiedeva ed operava.
Allora alcuni cristiani, cittadini di Ippona e stranieri, sia cattolici sia anche donatisti, vanno dal prete Agostino e gli chiedono d'incontrare quel prete manicheo, ch'essi credevano dotto, e di discutere con lui intorno alla legge.
Quello, che - com'è scritto - era pronto a rispondere ad ognuno che gli chiedesse spiegazioni intorno alla fede e alla speranza ch'è rivolta a Dio e ch'era in grado di esortare con sana dottrina e di confutare chi contraddiceva (1 Pt. 3, 15; Tit. 1, 9), non si sottrasse; chiese però se anche quello fosse d'accordo.
Allora quelle persone riferirono subito ciò a Fortunato, chiedendo ed insistendo che neppure egli rifiutasse. Infatti Fortunato aveva già conosciuto a Cartagine il santo Agostino, quando questo era ancora implicato nel suo stesso errore, e temeva di entrare in discussione con lui.
Tuttavia costretto soprattutto dalle insistenze dei suoi e spinto da un senso di vergogna, promise d'incontrare Agostino e di venire a discussione con lui.
S'incontrarono nel giorno e nel luogo stabilito, dove si erano radunati molti che erano interessati alla questione e gran folla di curiosi: gli stenografi aprirono le tavolette e cominciò la discussione nel primo giorno per concludersi nel successivo.
In essa il dottore manicheo -come riferiscono gli atti - non fu in grado di confutare la posizione cattolica e non riuscì a confortare con argomenti validi la dottrina manichea. Alle ultime battute si ritirò, dichiarando che avrebbe discusso insieme con i suoi superiori gli argomenti che non era riuscito a confutare: se neppure essi ci fossero riusciti, egli avrebbe provveduto alla sua
anima. In tal modo tutti coloro che lo ritenevano capace e dotto, giudicarono che egli non aveva avuto alcuna efficacia nel difendere la sua setta.
Fortunato, pieno di vergogna, successivamente partì da Ippona e non vi fece più ritorno. Così, grazie a questo uomo di Dio, quell'errore fu cacciato via dagli animi di tutti coloro che o erano stati presenti o assenti erano venuti a conoscenza di quel che si era svolto, mentre veniva confermata e rafforzata la veritiera dottrina cattolica.

Con la parola e gli scritti risolleva le sorti della Chiesa
Agostino insegnava e predicava, in privato e in pubblico, in casa e in chiesa, la parola di salvezza (Atti, 13, 26) con piena fiducia contro le eresie che erano fiorenti in Africa, specialmente contro i donatisti, i manichei e i pagani. Faceva ciò sia scrivendo libri sia improvvisando discorsi, circondato da indicibile ammirazione e lode dei cristiani, che tutto ciò non tacevano, ma appena potevano lo divulgavano.
Così per dono divino la chiesa cattolica cominciò in Africa a risollevare il capo che per lungo tempo aveva avuto oppresso a terra, sviata e pressata dal vigoreggiare degli eretici, soprattutto perché i partigiani di Donato ribattezzavano grandi folle di Africani.
Questi suoi libri e discorsi, che scaturivano e derivavano da mirabile grazia divina ed erano sorretti sia da abbondanza di argomenti razionali sia dall'autorità delle sacre scritture, gli stessi eretici correvano ad ascoltarli insieme con i cattolici, spinti da intenso ardore: chiunque voleva e ne aveva possibilità, si valeva di stenografi che trascrivevano ciò che veniva detto.
E ormai di qui si diffondevano e si mettevano in evidenza per tutta l'Africa l'insigne dottrina e il soavissimo odore di Cristo (2 Cor. 2, 15; Ef. 5, 2); venuta a sapere tutto questo, ne godeva anche la chiesa di Dio al di là del mare: infatti, come quando patisce un solo membro, insieme patiscono tutte le membra, così quando un membro viene glorificato, gioiscono insieme tutte le membra (1 Cor. 12, 26).

È ordinato vescovo coadiutore d'Ippona
Ma il beato Valerio, ormai vecchio, che più degli altri esultava e rendeva grazie a Dio per avergli concesso quello speciale beneficio, considerando quale sia l'animo umano, cominciò a temere che Agostino fosse richiesto come vescovo da qualche altra chiesa rimasta priva di pastore, e così gli fosse tolto. E ciò sarebbe già accaduto, se il vescovo, che era venuto a sapere la cosa, non lo avesse fatto trasferire in un luogo nascosto, sì che quelli che lo cercavano non riuscirono a trovarlo.
Il santo vecchio, vieppiù timoroso e ben consapevole di essere ormai molto indebolito per le condizioni del corpo e per l'età, scrisse in modo riservato al primate di Africa, il vescovo di Cartagine: faceva presente la debolezza del corpo e il peso degli anni e chiedeva che Agostino fosse ordinato vescovo della chiesa d'Ippona, sì da essere non tanto suo successore sulla cattedra bensì vescovo insieme con lui. Di risposta ottenne ciò che desiderava e chiedeva insistentemente.
Qualche tempo dopo, essendo venuto Megalio, vescovo di Calama e allora primate della Numidia, per visitare dietro sua richiesta la chiesa d'Ippona, Valerio, senza che alcuno se l'aspettasse, presenta la sua intenzione ai vescovi che allora si trovavano lì per caso, a tutto il clero d'Ippona ed a tutto il popolo. Tutti si rallegrarono per quanto avevano udito e a gran voce e col massimo entusiasmo chiesero che la cosa fosse messa subito in atto: invece il prete Agostino rifiutava di ricevere l'episcopato contro il costume della chiesa, mentre era ancora vivo il suo vescovo.
Allora tutti si dettero a persuaderlo, dicendo che quel modo di procedere era d'uso comune e richiamando esempi di chiese africane e d'oltremare a lui che di tutto ciò era all'oscuro: infine, pressato e costretto, Agostino acconsentì e ricevette l'ordinazione alla dignità maggiore.
Successivamente egli affermò a voce e scrisse che non avrebbe dovuto essere ordinato mentre era vivo il suo vescovo, perché questo era vietato dalla deliberazione di un concilio ecumenico, che egli aveva appreso soltanto dopo essere stato ordinato: perciò non volle che fosse fatto ad altri ciò che si doleva essere stato fatto a lui.
Di conseguenza si adoperò perché da concili episcopali fosse deliberato che coloro che ordinavano dovevano far conoscere a coloro che dovevano essere ordinati o anche erano stati ordinati tutte le deliberazioni episcopali: e così fu fatto.

Attività antidonatista
Diventato vescovo, Agostino predicava la parola di salvezza eterna (Atti, 13, 26) con più insistenza ed entusiasmo e con autorità maggiore, non più soltanto in una regione ma dovunque gli chiedevano di venire, con alacrità e diligenza, mentre la chiesa del Signore si sviluppava e fioriva sempre di più. Egli era sempre pronto a dare spiegazione a chi lo richiedesse sulla fede e sulla speranza in Dio; e le sue parole e gli appunti presi soprattutto i donatisti d'Ippona e dei paesi vicini li riferivano ai loro vescovi.
Costoro ascoltavano e talvolta cercavano di replicare qualcosa: ma o venivano confutati proprio dai loro seguaci ovvero le risposte erano riportate ad Agostino. Questi, quando le apprendeva, con pazienza e dolcezza e - com'è scritto (Fil. 2, 12) - con timore e tremore provvedeva alla salvezza di quegli uomini, dimostrando che quei vescovi non erano riusciti a confutare proprio niente e che invece era veritiero e manifesto ciò che crede e insegna la fede della chiesa di Dio. In tal modo egli si adoperava costantemente, giorno e notte.
Scrisse anche lettere private ad alcuni vescovi eminenti di quella setta ed a laici, dando spiegazioni e esortando ed ammonendo che o si emendassero da quell'errore ovvero venissero a discussione.
Ma quelli, che non avevano fiducia nella loro causa, non vollero neppure rispondere ma presi dall'ira e dal furore dicevano che Agostino era seduttore e ingannatore di anime. Gridavano così in pubblico e in privato e affermavano anche nelle loro prediche che quello doveva essere ucciso come un lupo per la difesa del gregge, e che senza dubbio bisognava credere che Dio avrebbe rimesso tutti i peccati a quelli che fossero riusciti in tale impresa, senza timore di offendere Dio e di doversi vergognare davanti agli uomini. Allora Agostino si dette da fare perché tutti venissero a conoscere che quelli diffidavano della loro stessa causa e che, invitati ad un pubblico dibattito, non avevano avuto il coraggio di presentarsi.

Conquiste e persecuzioni
In quasi tutte le loro chiese i donatisti avevano un genere di uomini incredibilmente perversi e violenti, che solevano andare in giro facendo professione di continenza. Si chiamavano circumcellioni e si trovavano in numero molto ingente in quasi tutte le regioni d'Africa.
Essi, istruiti da malvagi dottori, con sfrontata audacia e illecita temerarietà non avevano riguardo né per i loro compagni di setta né per gli estranei: contro ogni diritto impedivano alla gente di procedere nelle cause giudiziarie, e se qualcuno non obbediva, gli arrecavano danni gravissimi e violenza. Armati con armi di diverso genere, imperversavano per le campagne e i villaggi e non temevano di arrivare fino allo spargimento di sangue.
Così, mentre la parola di Dio era predicata con zelo e si trattava di pace con coloro che avevano odiato la pace, costoro senza ragione facevano violenza a quanti parlavano di queste cose.
E poiché la verità si faceva sempre più forte contro la loro dottrina, quanti dei donatisti avevano volontà e possibilità si staccavano in maniera più o meno manifesta dalla loro setta e aderivano alla pace e all'unità della chiesa con quanti dei loro potevano convincere.
Perciò i circumcellioni, vedendo diminuire gli aderenti al loro errore e invidiando l'incremento della chiesa, accesi ed esaltati da ira grandissima, cominciarono a fare intollerabili persecuzioni contro quelli che aderivano all'unità della chiesa: aggredivano di notte e di giorno gli stessi vescovi cattolici e i ministri della chiesa e distruggevano ogni cosa.
Così ridussero a mal partito molti servi di Dio con le percosse, ad alcuni gettarono negli occhi calce con aceto, altri uccisero. Per tal motivo questi donatisti che erano soliti anche ribattezzare vennero in odio perfino ai loro.

Il monastero d'Ippona fucina di apostoli. Scritti di Sant'Agostino
Progredendo intanto l'insegnamento divino, coloro che nel monastero servivano a Dio sotto la guida del santo Agostino e insieme con lui, cominciarono ad essere ordinati preti della chiesa di Ippona.
Così di giorno in giorno s'imponeva e diventava più evidente la verità della predicazione della chiesa cattolica, e così anche il modo di vita dei santi servi di Dio, la loro continenza e assoluta povertà: perciò dal monastero che quel grande uomo aveva fondato e fatto prosperare con gran desiderio (varie comunità) cominciarono a chiedere e ricevere vescovi e chierici, sì che allora prima ebbe inizio e poi si affermò la pace e l'unità della chiesa.
In fatti circa dieci uomini santi e venerabili, continenti e dotti, che io stesso ho conosciuto, il beato Agostino, richiesto, dette a diverse chiese, alcune anche molto importanti.
D'altra parte costoro, che dal loro santo modo di vita venivano a chiese di Dio diffuse in vari luoghi, si dettero ad istituire monasteri, e poiché cresceva lo zelo per l'edificazione della parola di Dio, preparavano a ricevere il sacerdozio fratelli, che furono messi a capo di altre chiese.
Pertanto progrediva per mezzo di molti e in molti la dottrina di fede salutare, di speranza e di carità insegnata nella chiesa, non solo in tutte le parti d'Africa ma anche nelle regioni d'oltremare: infatti con la pubblicazione di libri, tradotti anche in greco, grazie a quel solo uomo, con l'aiuto di Dio, tutto il complesso della dottrina cristiana venne a conoscenza di molti.
Allora - com'è scritto - il peccatore a veder questo s'adirava, digrignava i denti e si struggeva (Sal. 111, 10); invece i tuoi servi - secondo quanto sta scritto - erano in pace con quelli che odiavano la pace e quando parlavano erano combattuti da quelli senza motivo (Sal. 119, 7).

Attentati contro Sant'Agostino e contro Possidio
Alcune volte circumcellioni armati tesero insidie lungo le strade al servo di Dio Agostino, quando egli richiesto andava a visitare, istruire, esortare le comunità cattoliche, il che egli faceva molto di frequente.
Una volta avvenne che quei sicari persero l'occasione in questo modo: successe, certo per provvidenza divina e comunque per errore dell'uomo che faceva da guida, che il vescovo insieme con i suoi compagni arrivarono per altra strada al luogo ove erano diretti, e grazie a questo che dopo seppe essere stato un errore sfuggì alle mani degli empi e insieme con tutti gli altri rese grazie a Dio liberatore. E quelli secondo il loro modo di fare non risparmiavano né laici né chierici, come testimoniano i documenti ufficiali.
A tal proposito non si deve passare ora sotto silenzio ciò che a gloria di Dio fu fatto contro questi donatisti ribattezzatori grazie all'attività di sì illustre uomo nella chiesa e al suo zelo per la casa di Dio.
Uno di coloro che egli dal suo monastero e dal suo clero aveva dato a varie chiese come vescovi, visitava la diocesi della chiesa di Calama affidata alle sue cure e predicava ciò che aveva appreso contro l'eresia donatista in favore della pace della chiesa. In tale occasione, egli durante il cammino cadde nell'insidia dei circumcellioni che lo assalirono insieme con i suoi compagni e, derubatili degli animali e delle loro cose, lo coprirono di ingiurie e di gravissime percosse.
Perché il progresso della pace nella chiesa non fosse ostacolato da avvenimenti di tal fatta, il difensore della chiesa, che aveva la legge dalla sua, non passò il fatto sotto silenzio. Allora Crispino, ch'era il vescovo donatista nella città e nella regione di Calama, uomo conosciuto e dotto e di età avanzata, fu condannato a pagare una multa stabilita dalle leggi contro gli eretici.
Ma quello presentò opposizione e al cospetto del proconsole disse di non essere eretico: allora, poiché il difensore della chiesa si era ritirato , si presentò la necessità per il vescovo cattolico di fare opposizione e dimostrare che quello era proprio ciò che aveva negato di essere. Se infatti quello fosse riuscito a nasconderlo, addirittura avrebbero potuto credere eretico il vescovo cattolico, poiché quello negava di essere ciò che era, e così da questa trascuratezza sarebbe potuto derivare ai deboli motivo di scandalo.
Allora, grazie alle insistenze pressanti del vescovo Agostino di beata memoria, i due vescovi di Calama ebbero una pubblica discussione e per tre volte parlarono l'un contro l'altro sulle divergenze della loro fede, mentre grande era l'attesa dell'esito da parte di tutte le comunità cristiane a Cartagine e nell'intera Africa: per sentenza scritta del proconsole Crispino fu dichiarato eretico.
Il vescovo cattolico intercesse per lui perché non pagasse la multa, e la sua richiesta fu esaudita. Ma poiché quell'ingrato si era appellato all'imperatore, questi dette alla richiesta la dovuta risposta: di conseguenza fu ordinato che in nessun luogo dovevano esserci eretici donatisti e contro di essi dovevano aver vigore tutte le leggi che erano state emanate contro gli eretici.
Perciò il giudice, il tribunale e Crispino stesso furono condannati a pagare al fisco dieci libbre d'oro ciascuno, poiché non si era preteso il pagamento della multa. Ma subito allora i vescovi cattolici, e soprattutto Agostino di beata memoria, si dettero da fare perché quella condanna fosse rimessa dalla generosità del principe, e con l'aiuto del Signore ci riuscirono. Di questa sollecitudine e di questo santo zelo la chiesa si giovò molto.

Frutti di unità e di pace
Per tutto ciò che Agostino operò in difesa della pace della chiesa il Signore qui gli concesse la palma e presso di sé gli riservò la corona di giustizia (2 Tim. 4, 8). Così, con l'aiuto di Cristo, di giorno in giorno sempre di più aumentava e si diffondeva l'unità della pace e la fratellanza della chiesa di Dio.
Questo si verificò soprattutto dopo la conferenza che tutti i vescovi cattolici tennero a Cartagine insieme con i vescovi donatisti, per ordine del gloriosissimo e religiosissimo imperatore Onorio, che per tale incombenza aveva mandato come giudice in Africa dalla sua corte il tribuno e notaio Marcellino.
In questo dibattito i donatisti, completamente confutati e convinti di errore dai cattolici, furono condannati dalla sentenza del giudice; e dopo il loro appello la risposta del piissimo imperatore condannò quegli iniqui come eretici.
Per questo motivo vescovi donatisti col loro clero e col loro popolo entrarono più del solito in comunione con i cattolici, e aderendo alla pace cattolica sopportarono molte persecuzioni da parte dei loro, fino all'amputazione delle membra e all'uccisione.
E tutto quel bene, come ho già detto, ebbe inizio e si realizzò per opera di quel santo uomo, con cui erano d'accordo e cooperavano gli altri nostri vescovi.

Recriminazioni dei donatisti e vittoria sul loro vescovo Emerito
D'altra parte, anche dopo la conferenza che fu tenuta con i donatisti, non mancarono alcuni di costoro i quali affermarono che ai loro vescovi non era stato permesso di esprimersi con completezza in difesa della loro parte presso l'autorità che aveva presieduto la causa, perché il giudice in quanto cattolico favoriva la sua parte.
Ma essi, dopo la sconfitta, avanzavano questo argomento come un pretesto, poiché gli eretici anche prima della controversia sapevano che il giudice era cattolico, e quando erano stati invitati da lui con atto pubblico a presentarsi alla discussione, invece di accettare, avrebbero potuto rifiutare l'incontro, poiché ritenevano quello non imparziale.
Tuttavia la provvidenza di Dio onnipotente fece sì che tempo dopo Agostino di beata memoria si trovasse a Cesarea, città della Mauretania, dove lo aveva fatto andare, insieme con altri vescovi, una lettera della sede apostolica, per provvedere ad alcune necessità della chiesa.
In tale circostanza Agostino ebbe occasione di vedere Emerito, il vescovo donatista di quel luogo che nella conferenza era stato importante difensore della sua setta, e con lui discusse pubblicamente sempre sullo stesso argomento, in chiesa alla presenza di appartenenti alle due comunità. Poiché (i donatisti) sostenevano che Emerito nella conferenza non aveva potuto dire tutto, Agostino richiamandosi agli atti ufficiali, lo invitò a non aver esitazione a parlare in quella occasione, in cui non c'era divieto da parte della pubblica autorità, e a non rifiutare di difendere con coraggio la sua parte proprio nella sua città, alla presenza di tutti i suoi concittadini.
Ma né questa esortazione né la pressante insistenza dei parenti e dei concittadini lo convinsero ad accettare: eppure quelli gli promettevano di ritornare nella sua comunione, anche a rischio dei loro beni e della loro salute temporale, purché egli riuscisse ad aver la meglio sulla posizione cattolica.
Ma quello non volle né fu capace di dir di più di quanto è contenuto in quegli atti, se non solo questo: « Ormai gli atti contengono ciò che i vescovi hanno fatto a Cartagine, se abbiamo vinto ovvero siamo stati vinti ».
E un'altra volta, poiché il notaio lo spingeva a rispondere, disse: « Fa' tu »; e poiché taceva e così fu a tutti evidente la sua sfiducia, da tutto ciò la chiesa di Dio risultò aumentata e rafforzata.
Chi poi vorrà conoscere più a fondo la sollecitudine e l'operosità di Agostino di beata memoria in difesa della condizione della chiesa di Dio, potrà esaminare il resoconto di quei fatti: troverà qui quali argomenti Agostino abbia proposto, e con quali abbia invitato e spinto il suo avversario, dotto eloquente e rinomato, a dire ciò che volesse in difesa della sua parte, e riconoscerà come quello sia stato vinto.

Attività antimanichea. Perde il filo del discorso e guadagna un'anima
Ricordo ancora, non solo io ma anche altri fratelli che allora vivevano con noi nella chiesa d'Ippona insieme con quel santo uomo, che una volta mentre eravamo insieme a tavola, egli disse:
« Vi siete accorti come oggi in chiesa la mia predica, dall'inizio alla fine, si sia svolta contro quella ch'è la mia abitudine, perché non ho spiegato completamente il tema che avevo proposto, ma l'ho lasciato in sospeso? ».
Gli rispondemmo: « Infatti ricordiamo di esserci meravigliati in quel momento ». E lui: « Credo - disse - che proprio per mezzo della mia dimenticanza e del mio errore il Signore abbia voluto ammaestrare e risanare qualcuno del popolo che è nell'errore, poiché nelle sue mani siamo noi e le nostre parole.
Infatti, mentre trattavo alcuni punti della questione che avevo proposta, con una digressione mi sono inoltrato in un altro argomento, e così, senza spiegare fino in fondo quella questione, preferii terminare la predica polemizzando contro l'errore dei manichei, piuttosto che continuando a trattare l'argomento che avevo iniziato ».
Uno o due giorni - se non sbaglio - dopo questi fatti si presenta un commerciante di nome Fermo e alla nostra presenza si getta gemendo ai piedi di Agostino che stava nel monastero: fra le lacrime scongiurò il vescovo di pregare insieme con i santi il Signore per i suoi peccati, confessando di aver seguito la setta dei manichei e di essere vissuto in quella per molti anni. Per di più aveva versato inutilmente forti somme di danaro ai manichei, soprattutto a quelli che essi definiscono gli eletti. Ma trovandosi poco prima in chiesa, per misericordia divina, era stato richiamato sulla retta via dalla predica di Agostino ed era diventato cattolico.
Allora il venerabile Agostino in persona e noi che eravamo lì presenti gli chiedemmo di indicarci con precisione quale punto soprattutto di quella predica avesse fatto effetto su di lui; e mentre egli riferiva e tutti noi richiamavamo alla mente la trama del discorso, ammirammo con stupore il misterioso disegno di Dio per la salvezza delle anime, glorificammo il suo santo nome e benedicemmo colui che opera la salvezza delle anime quando vuole, donde vuole e come vuole, per mezzo di strumenti consapevoli e inconsapevoli.
Da quel momento quell'uomo abbracciò la norma di vita dei servi di Dio e lasciò il commercio. Poiché si segnalava per i suoi progressi fra i membri della chiesa, mentre era in un'altra regione, per volere di Dio richiesto e pressato diventò prete, conservando e custodendo la sua santa norma di vita. E forse egli, che si è stabilito in un paese oltre mare, è ancora vivo.

Smaschera i Manichei e li converte
A Cartagine poi alcuni manichei, di quelli che chiamano eletti ed elette, furono sorpresi da Orso, procuratore della casa imperiale, ch'era di fede cattolica, e tradotti in chiesa da lui stesso, furono interrogati dai vescovi alla presenza degli stenografi.
Fra i vescovi c'era anche Agostino di beata memoria, che più degli altri conosceva quella nefanda setta: perciò gli riuscì di mettere in luce i loro riprovevoli errori con citazioni tratte dai libri che i manichei hanno in uso, e così li indusse a confessare le loro bestemmie. Quegli atti ufficiali misero altresì in luce, per confessione di quelle donne, cosiddette elette, le pratiche indegne e turpi che essi secondo il loro perverso costume erano soliti commettere.
Così lo zelo dei pastori procurò incremento al gregge del Signore e lo difese in maniera adeguata contro i ladri e i predoni.
Agostino ebbe anche una pubblica disputa nella chiesa d'Ippona con un certo Felice, del numero di quelli che i manichei chiamano eletti, alla presenza del popolo e degli stenografi che trascrivevano ciò che veniva detto. Dopo il secondo o il terzo dibattito quel manicheo, vedendo confutati la vanità e l'errore della sua setta, si convertì alla nostra fede e passò alla nostra chiesa, come risulta anche dalla lettura degli atti.

Contraddittorio col vescovo ariano Massimino
Provocato da un certo Pascenzio e poiché lo richiedevano persone di alta condizione, Agostino ebbe a Cartagine una pubblica discussione con costui. Era questi un conte della casa imperiale, di fede ariana, esattore molto severo del fisco, che si valeva del suo potere per contrastare duramente e sistematicamente la fede cattolica, e con le sue spiritosaggini e la sua autorità tormentava e maltrattava molti sacerdoti di Dio un po' sempliciotti nella loro fede.
Ma l'eretico rifiutò in modo assoluto che si portassero le tavolette e lo stilo, che il nostro maestro richiese con grande insistenza prima e durante il dibattito. Quello negava, sostenendo che per timore delle leggi dello stato non voleva mettersi a rischio con questa trascrizione: tuttavia Agostino vedendo insieme con altri vescovi che erano presenti che quel modo di fare era accetto a coloro che assistevano, cioè che si disputasse in modo privato senza che alcunché fosse messo per iscritto, accettò il dibattito. Predisse comunque ciò che poi si verificò: che, terminata la riunione, ciascuno, in assenza di documentazione scritta, sarebbe stato libero di sostenere di aver detto ciò che non aveva detto e di non aver detto ciò che aveva detto.
Discusse con Pascenzio: sostenne la sua dottrina, ascoltò ciò che sosteneva l'avversario, con valido ragionamento e con l'autorità delle scritture insegnò e dimostrò i fondamenti della nostra fede, dimostrò poi che le proposizioni di Pascenzio non erano suffragate da alcuna evidenza né dall'autorità della sacra scrittura e le confutò.
Ma quando le due parti si divisero, quello ancor più adirato e furente andava diffondendo molte menzogne per sostenere la sua fede erronea, vantandosi che Agostino, da tanti esaltato, era stato sconfitto da lui.
Poiché queste vanterie erano ormai divulgate, Agostino fu costretto a scrivere a Pascenzio, pur senza fare i nomi di quelli che avevano disputato per riguardo al timore che aveva Pascenzio, e nelle lettere espose fedelmente ciò che le due parti avevano detto e fatto: se quello avesse negato, egli a comprovare i fatti aveva molti testimoni, cioè quelle persone di alta condizione che erano state lì presenti.
Alle due lettere che gli erano state indirizzate, a stento quello ne inviò una sola di risposta, nella quale era solo capace di insultare piuttosto che dare dimostrazione della sua dottrina. Tutto ciò può esser provato a chi vuole e sa leggere.
Ancora con un vescovo ariano, di nome Massimino, che era venuto in Africa con i Goti, Agostino ebbe una pubblica discussione ad Ippona, per desiderio e richiesta di molti, alla presenza di persone importanti: ciò che le due parti esposero, sta scritto.
Se gl'interessati vorranno leggere con attenzione, senza dubbio esamineranno sia ciò che afferma l'astuta e irragionevole eresia per sviare ed ingannare, sia ciò che professa e insegna la chiesa cattolica sulla divina Trinità.
Ma quell'eretico, tornato da Ippona a Cartagine, in forza della grande loquacità di cui aveva dato prova nel dibattito, si vantava falsamente di essere uscito di qui vincitore. E poiché tutto ciò non poteva essere esaminato e valutato facilmente da persone non versate nelle sacre scritture, più tardi Agostino ricapitolò per iscritto tutto quel dibattito, presentando una per una le obiezioni e le risposte. Fu così messo in chiaro che quello non aveva saputo rispondere alle obiezioni di Agostino, e furono fatte pure alcune aggiunte, poiché nel ristretto tempo del dibattito Agostino non aveva potuto dire e far trascrivere tutto. infatti quell'uomo perfido aveva fatto in modo che il suo ultimo intervento, protratto molto in lungo, occupasse tutto lo spazio di tempo che rimaneva.

Attività antipelagiana. Frutti delle sue fatiche. Gli scritti
Anche contro i pelagiani, nuovi eretici del nostro tempo, abili polemisti che con arte sottile e nociva scrivevano e parlavano ovunque potevano, in pubblico e nelle case private, Agostino ebbe a che fare per circa 10 anni: a tal riguardo scrisse e pubblicò molti libri e molto spesso predicò in chiesa al popolo su questo errore.
Poiché questi perversi con grande attività cercavano di attirare alla loro perfidia anche la sede apostolica, in maniera pressante anche concili di vescovi africani si adoperarono perché i papi della città santa, prima il venerabile Innocenzo e dopo il beato Zosimo suo successore, si convincessero quanto quella dottrina dovesse essere respinta e condannata dalla fede cattolica.
Quei vescovi di sede tanto importante in tempi diversi condannarono i pelagiani e li separarono dalle membra della chiesa, e con lettere inviate alle chiese d'Africa, d'Oriente e d'Occidente, stabilirono che quelli dovevano essere condannati ed evitati da tutti i cattolici.
Anche il piissimo imperatore Onorio, informato di questo giudizio emanato contro i pelagiani dalla chiesa cattolica di Dio, si uniformò ad esso e con alcune sue leggi li condannò e decretò che quelli dovevano essere considerati eretici.
Per cui alcuni di loro, che si erano allontanati dal grembo di santa madre chiesa, vi sono ritornati e altri ancora vi ritornano, mentre si fa strada e prevale sempre di più contro quel detestabile errore la verità della retta fede.
Quell'uomo memorabile era un importante membro del corpo del Signore, sempre sollecito e vigile per tutto ciò che riuscisse utile alla chiesa universale.
Per volontà divina gli fu concesso di godere già in questa vita il frutto delle sue fatiche, innanzitutto nella regione della chiesa d'Ippona, cui specificamente egli era a capo, e anche nelle altre parti d'Africa: infatti vedeva che sia per opera sua sia di quelli che egli stesso aveva dato come vescovi la chiesa del Signore si era amplificata e incrementata, e godeva che manichei donatisti pelagiani e pagani in gran parte erano venuti meno e si erano uniti alla chiesa di Dio.
Favoriva gli studi e i progressi di tutti i buoni e se ne rallegrava, e piamente e santamente tollerava certe mancanze di disciplina dei fratelli, mentre s'addolorava della malvagità dei cattivi, sia di quelli nella chiesa sia fuori della chiesa; gioiva sempre, come ho detto, di ciò che recava giovamento alle cose del Signore e s'addolorava per ciò che recava loro danno.
Molti libri furono da lui composti e pubblicati, molte prediche furono tenute in chiesa, trascritte e corrette, sia per confutare i diversi eretici sia per interpretare le sacre scritture ad edificazione dei santi figli della chiesa. Queste opere furono tante che a stento uno studioso ha la possibilità di leggerle e imparare a conoscerle.
D'altra parte, per non defraudare di nulla chi ha brama di parole di verità, ho stabilito con l'aiuto di Dio di allegare alla fine di questo libro anche l'indice di quei libri, prediche e lettere. Una volta che lo avrà letto, chi ama più la verità di Dio che le ricchezze temporali potrà scegliersi l'opera che vorrà da leggere e conoscere e potrà chiederne copia anche alla biblioteca d'Ippona, dove troverà esemplari più corretti, ovvero cercherà dove potrà. Così trascriverà e conserverà le opere che avrà trovato e senza gelosia le darà da trascrivere anche a chi glielo chiederà.

Sant'Agostino nella vita di ogni giorno

Sant'Agostino giudice
Agostino seguiva anche il consiglio dell'Apostolo che dice: Chi di voi ha una lite con un altro, oserà appellarsi al giudizio degl'infedeli e non dei santi? Ignorate forse che i santi giudicheranno il mondo? E se voi giudicherete il mondo, non siete capaci di giudicare cose dappoco? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Ma allora non giudicheremo tanto più le cose del mondo? Perciò, se giudicherete fra di voi cose del mondo, mettete a presiedere coloro che nella chiesa contano di meno. Vi parlo così per vostra vergogna. Non c'è fra di voi qualche persona saggia, che possa giudicare fra i suoi fratelli? E invece il fratello viene a giudizio col fratello, e questo davanti agli infedeli? (1 Cor. 6, 1 ss.).
Richiesto perciò da cristiani e da persone di ogni religione, ascoltava le cause con religiosa attenzione: aveva sempre presente l'affermazione di uno che diceva che preferiva giudicare fra persone sconosciute piuttosto che fra amici: infatti mediante un equo giudizio di uno sconosciuto si poteva fare un amico, mentre invece avrebbe perso l'amico, cui avesse dovuto dar torto nel giudizio.
Con continuità ascoltava le cause e giudicava, talvolta fino all'ora di colazione, altre volte per l'intera giornata rimanendo a digiuno; e in quest'attività considerava il valore delle anime cristiane, quanto ciascuno progredisse nella fede e nei buoni costumi, ovvero regredisse.
Sapeva cogliere il momento opportuno per spiegare alle parti la verità della legge divina e l'inculcava in loro, insegnando e rammentando il modo di conseguire la vita eterna. Da coloro per i quali attendeva a quest'attività non richiedeva altro se non l'obbedienza e la devozione cristiana, che è dovuta a Dio e agli uomini, e riprendeva i peccatori alla presenza di tutti, perché gli altri ne avessero timore.
Svolgeva tale attività quasi come sentinella stabilita dal Signore alla casa d'Israele (Ez. 3, 17; 33, 7), predicando la parola e insistendo a tempo debito e non debito, riprendendo esortando rimproverando con ogni pazienza e dottrina (2 Tim. 4, 2), dedicandosi soprattutto ad istruire quelli che erano adatti ad insegnare anche agli altri.
Richiesto anche da alcuni di occuparsi di loro questioni temporali, mandava lettere a varie persone. Ma riteneva un peso questa occupazione che lo distoglieva da attività più importanti: infatti gli era gradito discutere sempre delle cose di Dio, sia in pubblico sia in discussione fraterna e familiare.

Sollecitudine e discrezione nei rapporti con le autorità
Sappiamo anche che egli, pur richiesto da persone a lui molto care, non scrisse lettere di raccomandazione alle autorità civili: a tal proposito soleva dire che si doveva osservare la massima di un sapiente, del quale è scritto che, in considerazione del suo buon nome, non aveva concesso molto agli amici; e di suo poi aggiungeva che per lo più il potente che concede qualcosa preme per il contraccambio.
Quando poi, pregato, vedeva che era necessario intercedere, lo faceva così dignitosamente e discretamente che non soltanto non risultava fastidioso o molesto, ma addirittura era oggetto d'ammirazione. Così una volta, presentatasi la necessità, egli scrisse a suo modo ad un vicario d'Africa, di nome Macedonio, per raccomandare un postulante; e il vicario, dopo aver esaudito la richiesta, gli rispose così:
«Ammiro moltissimo la tua sapienza sia nei libri che hai pubblicato sia in questa lettera che non hai ritenuto gravoso inviarmi per intercedere a favore di chi si trovava in strettezze.
Infatti quelli contengono tanto acume, scienza e santità che nulla vi è di superiore ad essi; la lettera poi è scritta con tanta discrezione che, se non accordassi ciò che chiedi, dovrei ritenere che la colpa è mia e non dipende dalla difficoltà della questione, signore meritatamente venerabile e padre degnissimo.
Infatti tu non insisti, come fanno quasi tutti quelli di qui, per ottenere ad ogni costo ciò che chiede l'interessato; ma ciò che ti sembra opportuno chiedere ad un giudice stretto da tante preoccupazioni, questo tu chiedi con quella delicatezza che fra i buoni è la più efficace per ottenere cose difficili. Perciò ho accordato ciò che chiedevano le persone che hai raccomandato: del resto già prima avevo dato loro motivo di sperare ».

Concili e ordinazioni
Quando poteva, prendeva parte ai concili episcopali celebrati nelle diverse province`, ricercando in essi non il suo interesse ma quello di Gesù Cristo (Fil. 2, 21), perché la fede della santa chiesa non riportasse danno e perché alcuni vescovi e chierici, scomunicati a ragione o a torto, fossero assolti oppure rimossi.
Nelle ordinazioni dei vescovi e dei chierici riteneva che si dovessero seguire il consenso della maggior parte dei fedeli e la consuetudine della chiesa.

Semplicità di vita e libertà di spirito. Carità sopra tutto
Le sue vesti, i calzari, la biancheria da letto erano di qualità media e conveniente, né troppo di lusso né di tipo troppo scadente: infatti a tal proposito gli uomini son soliti o far troppa esibizione oppure vestirsi troppo poveramente, ricercando in ambedue i casi il proprio vanto, non l'utile di Gesù Cristo (Fil. 2, 21).
Invece Agostino, come ho detto, teneva una via di mezzo, non eccedendo né da una parte né dall'altra (Num. 20, 17). Usava di una mensa frugale e parca, che però fra la verdura e i legumi aveva qualche volta anche la carne, per riguardo agli ospiti o a qualcuno che non stava bene, e aveva sempre il vino: infatti Agostino conosceva e ripeteva le parole dell'Apostolo: Ogni creatura di Dio è buona e niente bisogna rifiutare di quel che si accetta con rendimento di grazie: infatti questo viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera (1 Tim. 4, 4 s.).
E lo stesso beato Agostino dice nelle Confessioni: « Non temo l'immondezza del cibo, ma l'immondezza della cupidigia. So che a Noè fu permesso di mangiare ogni genere di carne che potesse servire da cibo (Gen. 9, 2 ss.), che Elia fu rifocillato con la carne (1 Re, 17, 6), che Giovanni, la cui astinenza era oggetto di meraviglia, non fu contaminato dagli animali che gli servivano da cibo, cioè le cavallette (Mt. 3, 4). So invece che Esaù fu sedotto dal desiderio di lenticchie (Gen. 25, 29 ss.), che Davide si rimproverò per il desiderio dell'acqua (2 Sam. 23, 15 ss.), e che il nostro re fu tentato non con la carne ma col pane (Mt. 4, 3). E anche il popolo nel deserto meritò di essere rimproverato non perché aveva desiderato carne ma perché per desiderio di carne aveva mormorato contro il Signore (Num. 11, 1 ss.) » (Conf., X, 46).
Quanto al bere vino, l'Apostolo scrive così a Timoteo: Non bere soltanto acqua, ma fa' uso anche di un po' di vino per il tuo stomaco e le tue frequenti malattie (1 Tim. 5, 24).
Usava d'argento soltanto i cucchiai, ma il vasellame per portare i cibi a tavola erano o di terracotta o di legno o di marmo, e ciò non per povertà ma di proposito.
Fu sempre molto ospitale. E durante il pranzo aveva più cara la lettura o la discussione che non il mangiare e il bere. Contro quella pessima abitudine degli uomini teneva qui questa iscrizione:

Chi ama calunniare gli assenti,
sappia di non esser degno di questa mensa.

Ammoniva così ogni invitato ad astenersi da chiacchiere superflue e dannose.
Una volta che alcuni vescovi che gli erano molto amici si erano dimenticati della scritta e parlavano in maniera contraria ad essa, Agostino indignato li riprese aspramente, dicendo che o quei versi dovevano essere cancellati dalla mensa o che egli si sarebbe alzato in mezzo al pranzo e se ne sarebbe andato in camera sua. Possiamo testimoniare questo episodio io ed altri che prendevamo parte a quel pranzo.

Carità e disinteresse
Si ricordava sempre dei compagni di povertà e dava loro attingendo a quel che serviva per sé e per coloro che abitavano insieme con lui, cioè dalle rendite dei beni della chiesa e anche dalle offerte dei fedeli.
Per evitare che questi beni - come di solito avviene - fossero fonte di odiosità nei confronti dei chierici, egli soleva dire al popolo di Dio che avrebbe preferito vivere delle loro offerte piuttosto che sobbarcarsi la cura e l'amministrazione di quei beni: perciò egli era pronto a cederli ai fedeli, sì che tutti i servi e i ministri di Dio vivessero così come nel Vecchio Testamento si legge che chi serviva all'altare, aveva parte del medesimo (Deut. 18, 1 ss.; 1 Cor. 9, 13). Ma i laici non vollero mai accettare quella proposta.

Amministrazione dei beni della Chiesa
Delegava e affidava a turno ai chierici più abili l'amministrazione e tutti i beni della casa annessa alla chiesa, senza tenere per sé né chiave né anello, e quelli che erano stati preposti alla casa segnavano tutte le entrate e le uscite. Il rendiconto gli veniva letto alla fine di ogni anno, perché egli sapesse quanto si era ricevuto e quanto si era distribuito o rimanesse da distribuire. Ma in molti affari dava fiducia all'amministratore piuttosto che verificare i conti precisi e documentati.
Non volle mai comprare casa, campo o villa, ma se qualcuno spontaneamente donava qualcosa di tale alla chiesa o lo affidava a titolo di deposito, non rifiutava ma diceva di accettare.
Sappiamo però che rifiutò alcune eredità, non perché sarebbero state inutili ai poveri ma perché riteneva giusto ed equo che esse venissero in possesso dei figli o dei parenti o dei genitori dei defunti, ai quali quelli morendo non le avevano voluto lasciare.
Un tale fra i cittadini d'Ippona di alta condizione, che viveva a Cartagine, volle donare una proprietà alla chiesa d'Ippona, e fatto il documento, mentre tratteneva per sé l'usufrutto, lo mandò senz'altro ad Agostino di beata memoria. Egli accettò volentieri l'offerta, rallegrandosi con quello perché provvedeva alla sua salvezza eterna.
Ma dopo alcuni anni, mentre io mi trovavo Per caso presso di lui, ecco che il donatore manda per mezzo di suo figlio una lettera con la quale pregava di restituire a suo figlio il documento di donazione, mentre diceva di distribuire ai poveri 100 soldi.
Quando il santo venne a conoscenza della lettera, si addolorò che l'uomo o aveva simulato la donazione ovvero si era pentito della buona opera, e tutto quanto poté e Dio suggerì al suo cuore, addolorato per questa resipiscenza, disse a rimprovero e correzione di quello.
Subito restituì il documento che quello aveva mandato spontaneamente e che non era stato né desiderato né richiesto, rifiutò la somma di danaro e con la lettera di risposta riprese e rimproverò come si doveva quell'uomo, ammonendolo a dare umilmente soddisfazione a Dio per quella ch'era simulazione o iniquità, per non uscir di vita con un peccato così grave.
Spesso diceva anche ch'è più sicuro per la chiesa ricevere legati di defunti piuttosto che eredità che potevano riuscire fonti di preoccupazioni e danni, e che i legati dovevano essere piuttosto offerti che non richiesti.
Egli non accettava alcun deposito, ma non lo proibiva ai chierici che volessero accettarli.
Non si applicava con zelo e passione ai beni che la chiesa aveva in proprietà o in possesso, ma era maggiormente interessato e dedito alle realtà più importanti dello spirito, anche se talvolta si distoglieva dalla
meditazione delle cose eterne per dedicarsi a quelle temporali.
Ma dopo averle disposte ed ordinate, lasciatele da parte come cose noiose e moleste, riportava l'animo alle realtà interiori e superiori, sia che meditasse nell'indagine delle realtà divine sia che dettasse qualcosa che avesse già trovato in argomento sia che correggesse ciò ch'era stato già dettato e trascritto. Per far questo, lavorava di giorno e vegliava di notte.
Egli era come quella piissima Maria, ch'è
simbolo della chiesa celeste: di lei è scritto che sedeva ai piedi del Signore intenta ad ascoltare la sua parola; e poiché la sorella si lamentò di lei perché non l'aiutava mentre essa era occupata in gran da fare, si sentì dire: Marta, Marta, Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc. 10, 39 s.).
Non ebbe mai interesse a nuove costruzioni, evitando di applicare in questioni del genere l'animo che voleva aver sempre libero da ogni molestia temporale. Non impediva però coloro che volessero costruire, purché non in maniera troppo lussuosa.
Talvolta, quando mancava danaro alla chiesa, comunicava al popolo dei fedeli che egli non aveva di che distribuire ai poveri.
Per aiutare prigionieri e gran quantità di poveri, fece spezzare e fondere alcuni vasi sacri e distribuì il ricavato a chi ne aveva bisogno.
Non avrei ricordato questo episodio, se non sapessi che esso contrasta l'opinione di alcuni uomini che pensano secondo la carne. Del resto anche Ambrogio di venerabile memoria ha detto e scritto che in tali strettezze senz'altro si deve fare così.
Talvolta Agostino, parlando in chiesa, ricordava che i fedeli trascuravano la cassa dei poveri e quella della sacrestia, dalla quale si provvede ciò ch'è necessario per l'altare: a tal proposito una volta mi riferì che, mentre egli era presente, anche il beato Ambrogio aveva trattato in chiesa lo stesso argomento.

Autorità paterna. La legge del perdono
I chierici stavano sempre con lui nella stessa casa e venivano nutriti e vestiti con una sola mensa e con spese comuni.
Perché nessuno, troppo proclive a giurare, incorresse anche nello spergiuro, predicava su questo argomento in chiesa al popolo e ai suoi intimi aveva proibito di giurare, anche a tavola. Se uno avesse mancato, perdeva una bevanda di quelle stabilite: infatti era prefissato il numero dei bicchieri di vino per quelli che vivevano e pranzavano con lui.
Mancanze di disciplina e trasgressioni dei suoi dalla regola retta e onesta tollerava e rimproverava quanto conveniva ed era necessario: a tal proposito insegnava specialmente che nessuno doveva piegare il suo cuore a parole cattive per cercare scuse ai suoi peccati (Sal. 140, 4).
Ammoniva pure che se uno offriva il suo dono all'altare e lì si fosse ricordato che un suo fratello aveva qualcosa contro di lui, avrebbe dovuto lasciare il dono all'altare e andare a riconciliarsi col fratello e solo allora sarebbe dovuto tornare all'altare e offrire il dono (Mt. 5, 23 s.).
Se poi uno aveva qualcosa contro un suo fratello, lo doveva trarre da parte: se quello gli avesse dato ascolto, avrebbe guadagnato quel suo fratello; in caso contrario, avrebbe fatto ricorso ad una o due persone. Se poi quello non avesse tenuto in alcun conto neppure costoro, si sarebbe fatto ricorso alla chiesa: se quello non avesse obbedito neppure a questa, sarebbe stato per lui come un pagano e un pubblicano (Mt. 18, 15 s.).
Aggiungeva anche che al fratello che peccava e chiedeva perdono bisognava rimettere il peccato non sette volte ma settanta volte sette, come ciascuno chiede ogni giorno al Signore di perdonarlo (Mt. 18, 21 s.; 6, 12).

Presìdi della castità
Nessuna donna frequentò mai la sua casa né vi rimase per qualche tempo, neppure la sua sorella germana, che vedova consacrata a Dio per molto tempo fino al giorno della sua morte fu preposta alle serve del Signore, e neppure le figlie di suo fratello ch'erano parimenti consacrate a Dio: eppure i concili episcopali avevano fatto eccezione per queste persone.
Affermava a tal proposito che certo non poteva sorgere alcun sospetto a causa della sorella e delle nipoti che fossero vissute insieme con lui; però, poiché quelle non avrebbero potuto vivere insieme con lui senza la compagnia di altre donne loro amiche e sarebbero venute a visitarle anche altre donne di fuori, a causa di queste poteva nascere motivo di scandalo per i più deboli (1 Cor. 8, 9; Rom. 14, 13). Infatti qualcuno di quelli che stavano insieme col vescovo o con qualche chierico potevano cedere a tentazioni umane a causa di tutte quelle donne che abitavano insieme o usavano recarsi lì, ovvero inevitabilmente sarebbe stato diffamato dai malvagi sospetti degli uomini.
Perciò affermava che mai donne debbono vivere nella stessa casa con i servi di Dio, anche castissimi, per evitare - come ho detto - che tale esempio costituisse motivo di scandalo o di offesa per i deboli. Egli poi, se veniva invitato da qualche donna a visitarla e salutarla, non si recava mai da quella senza la compagnia di chierici, e mai parlò con esse da solo a sole, neppure se si doveva trattare qualche questione riservata.

Carità e prudenza. Umiltà e confidenza in Dio
Nel visitare seguiva la norma stabilita dall'Apostolo (Giac. 1, 27), di non visitare se non gli orfani e le vedove che si trovavano in strettezze.
Se poi veniva richiesto dai malati di pregare per loro il Signore in loro presenza e di imporre loro le mani, si recava senza indugio.
Non visitava monasteri femminili se non in caso di urgente necessità.
Diceva che nella vita e nei costumi dell'uomo di Dio si dovevano seguire i consigli che egli aveva appreso da Ambrogio di santa memoria: non cercare moglie per nessuno, non raccomandare chi vuole fare la carriera militare, stando al proprio paese non accettare inviti a pranzo.
Spiegava così i motivi di ognuno di questi consigli: per evitare che i coniugi, venuti a lite, maledicessero colui per la cui opera si erano uniti (perciò il sacerdote doveva limitarsi ad intervenire richiesto dai due che erano già d'accordo, per confermare e benedire il loro accordo); per evitare che, comportandosi male colui che era stato raccomandato al servizio militare, la colpa ricadesse su chi l'aveva raccomandato; per evitare infine che uno, frequentando troppo i banchetti nel suo paese, smarrisse la misura della temperanza.
Ci disse anche di aver udito una risposta quanto mai sapiente e pia di quell'uomo di beata memoria che si trovava alla fine della vita, e molto la lodava e magnificava.
Quell'uomo venerabile giaceva nella sua ultima malattia e alcuni fedeli di alta condizione, che stavano intorno al suo letto e lo vedevano sul punto di passare dal mondo al Signore, si lamentavano che la chiesa restasse priva dell'opera di un tale vescovo sia nella predicazione sia nell'amministrazione dei sacramenti e lo pregavano fra le lacrime che chiedesse al Signore un prolungamento della vita. Ma quello rispose loro: « Non ho vissuto in maniera tale da dovermi vergognare di vivere fra voi: ma neppure temo di morire, perché abbiamo un buon Signore ».
In tale risposta il nostro Agostino ormai vecchio ammirava ed approvava la ponderatezza e l'equilibrio delle parole. Infatti le parole di Ambrogio « ma neppure temo di morire, perché abbiamo un buon Signore » dovevano essere intese nel senso che non si doveva credere che egli, perché fiducioso nella sua purezza di costumi, prima aveva detto: « Non ho vissuto in maniera tale da dovermi vergognare di vivere fra voi ». Aveva detto così in riferimento a ciò che gli uomini possono conoscere di un uomo; ma in riferimento all'esame della giustizia divina confidava soprattutto nel buon Signore, al quale anche nella orazione quotidiana da lui insegnata diceva: Rimettici i nostri debiti (Mt. 6, 12).
Riferiva anche di frequente una risposta su questo argomento, data da un suo collega di episcopato a lui molto amico: mentre quello era sul punto di morire, Agostino era andato a visitarlo; quello con la mano aveva fatto un gesto per indicare che stava per uscire dal mondo ed Agostino gli aveva risposto che per la chiesa era necessario che egli potesse ancora vivere: allora quello, perché non si credesse che era trattenuto dal desiderio di questa vita, aveva replicato: « Se mai, bene. Ma se una volta, perché non ora? ».
E Agostino ammirava e lodava questa risposta, che era stata data da un uomo certo timorato di Dio ma nato e cresciuto in campagna e che non aveva fatto molte letture.
Certo costui era in contrasto con i sentimenti di quel vescovo, di cui riferisce così il santo martire Cipriano nella lettera che scrisse sulla pestilenza: « Poiché uno dei nostri colleghi di episcopato, prostrato dalla malattia e turbato dall'avvicinarsi della
morte, chiedeva per sé un prolungamento della vita, mentre pregava così ed era quasi morto gli si presentò un giovane venerabile per dignità e maestà, di alta statura e di aspetto splendente. Era tale che vista umana a stento poteva osservarlo con gli occhi carnali mentre stava vicino a colui che stava per uscire dal mondo; ma invece proprio costui lo poteva scorgere. E quel giovane con voce che fremeva per l'indignazione dell'animo disse: "Avete paura di soffrire, non ve ne volete andare: che cosa farò per voi?" » (Cipr., Mort., 19).

Ultime vicende e morte

Revisione dei libri. Orrori dell'invasione vandalica e assedio d'Ippona
Poco tempo prima della morte fece una revisione dei libri che aveva composto e pubblicato, sia quelli che aveva scritto ancora da laico appena si era convertito, sia quelli che aveva composto quando era prete e vescovo: tutto quello che in essi notò che era stato scritto in difformità della regola di fede, quando egli non era ancora bene al corrente delle norme della chiesa, tutto ciò fu da lui rivisto e corretto. Perciò egli scrisse anche due libri, che si intitolano Revisione dei libri.
Si lamentava anche che alcuni libri gli erano stati portati via da certi fratelli prima che egli li avesse accuratamente corretti, anche se poi li aveva corretti in un secondo tempo. Sorpreso dalla morte, lasciò incomplete alcune opere.
Poiché voleva essere utile a tutti, a quelli che possono leggere molti libri e a quelli che non possono, dal Vecchio e dal Nuovo Testamento estrasse passi contenenti precetti e divieti e, premessa una prefazione, li raccolse in un volume: così chi volesse leggerlo, vi avrebbe riconosciuto quanto fosse obbediente a Dio o disobbediente. Volle intitolare questa opera Specchio.
Poco tempo dopo, per volontà e disposizione divina avvenne che un grande esercito, armato con armi svariate ed esercitato alla guerra, composto dai crudeli nemici Vandali e Alani, cui s'erano uniti Goti e gente di altra stirpe, con le navi fece irruzione dalle parti trasmarine della Spagna in Africa.
Gli invasori attraverso tutta la Mauretania passarono anche nelle altre nostre province e regioni, e imperversando con ogni atrocità e crudeltà saccheggiarono tutto ciò che potettero fra spogliazioni, stragi, svariati tormenti, incendi e altri innumerevoli e nefandi disastri. Non risparmiarono né sesso né età, neppure i sacerdoti e i ministri di Dio, neppure gli ornamenti, le suppellettili e gli edifici delle chiese.
Tali crudelissime violenze e devastazioni quell'uomo di Dio vedeva e pensava che esse fossero avvenute ed avvenissero non come pensavano gli altri uomini: ma poiché le considerava in modo più profondo e vi ravvisava soprattutto il pericolo e la morte delle anime (infatti sta scritto: Chi aggiunge scienza aggiunge dolore, e un cuore intelligente è un tarlo per le ossa [Eccli. 1, 18; Prov. 14, 30; 25, 20]), ancor più del solito le lacrime furono il suo pane giorno e notte ed egli ormai nella estrema vecchiaia conduceva e sopportava una vita amara e luttuosa più degli altri.
Infatti l'uomo di Dio vedeva le città distrutte, e nelle campagne insieme con gli edifici gli abitanti o uccisi dal ferro nemico o fuggiti e dispersi, le chiese prive di sacerdoti e ministri, le vergini consacrate e i continenti dispersi da ogni parte: di costoro alcuni eran venuti meno fra le torture; altri erano stati uccisi con la spada; altri ridotti in schiavitù, persa ormai l'integrità e la fede dell'anima e del corpo, servivano i nemici con trattamento duro e cattivo.
Nelle chiese non si cantavano più inni e lodi a Dio; in molti luoghi le chiese erano state bruciate; erano venuti meno nei luoghi a ciò consacrati i sacrifici solenni dovuti a Dio; i sacramenti divini o non venivano richiesti oppure non potevano essere amministrati a chi li richiedeva, perché non si trovava facilmente il ministro.
Coloro che si erano rifugiati nelle selve montane e in grotte e caverne o in altro riparo erano stati alcuni sopraffatti e catturati, altri erano privi di mezzi di sostentamento a punto tale da morire di fame. 1 vescovi e i chierici che per grazia di Dio o non avevano incontrato gl'invasori o erano riusciti a sfuggir loro, spogliati di ogni cosa mendicavano nella miseria più nera, né era possibile aiutarli tutti in tutto ciò di cui abbisognavano.
Di innumerevoli chiese a mala pena solo tre per grazia di Dio non sono state distrutte, quelle di Cartagine, Cirta e Ippona, e restano in piedi le loro città, protette dal presidio divino e umano (ma dopo la morte di Agostino anche Ippona, abbandonata dagli abitanti, fu incendiata dai nemici).
E Agostino, in mezzo a tali sciagure, si consolava con la sentenza di un sapiente che dice: « Non sarà grande colui che ritiene gran cosa il fatto che cadono alberi e pietre e muoiono i mortali ».
Era molto saggio, e perciò piangeva ogni giorno a calde lacrime tutte queste sciagure. Si aggiunse ai suoi dolori e ai suoi lamenti il fatto che i nemici vennero ad assediare Ippona, che fino allora era rimasta indenne, poiché si era occupato della sua difesa l'allora conte Bonifacio con un esercito di Goti alleati. I nemici l'assediarono strettamente per quasi 14 mesi e le chiusero anche la via del mare.
Qui mi ero rifugiato anch'io insieme con altri colleghi d'episcopato e fummo insieme con lui per tutto il tempo dell'assedio. Molto spesso parlavamo fra noi e consideravamo che davanti ai nostri occhi Dio poneva i suoi tremendi giudizi, e dicevamo: Sei giusto, Signore, e retto è il tuo giudizio (Sal. 118, 137). Tutti insieme addolorati, gemendo e piangendo, pregavamo il Padre della misericordia e Dio di ogni consolazione (2 Cor. 1, 3) perché si degnasse confortarci in quella tribolazione.

Ultima malattia e ultime opere buone
Un giorno, mentre pranzavamo con lui e parlavamo di questi argomenti, egli ci disse: « Sappiate che in questi giorni della nostra disgrazia ho chiesto a Dio questo: o che si degni di liberare la nostra città dall'assedio dei nemici; o, se la sua volontà è diversa, che renda forti i suoi servi per poter sopportare questa volontà; ovvero che mi accolga presso di sé, uscito dal mondo».
Così diceva e ci istruiva, e quindi, insieme con lui, noi tutti e tutti quelli che stavano in città pregavamo allo stesso modo il sommo Dio.
Ed ecco, durante il terzo mese dell'assedio si mise a letto con la febbre e questa fu l'ultima malattia che l'afflisse. Né il Signore negò al suo servo il frutto della sua preghiera: infatti egli ottenne a suo tempo ciò che con preghiere miste a lacrime aveva chiesto per sé e per la città.
Venni anche a sapere che, quando era prete e vescovo, egli era stato richiesto di pregare per alcuni energumeni che soffrivano, ed egli fra le lacrime aveva pregato Dio, e i demoni si erano allontanati da quegli uomini.
Parimenti, mentre era malato e stava a letto, venne da lui un tale con un suo parente malato e lo pregò di imporre a quello la mano perché potesse guarire. Agostino gli rispose che, se avesse avuto qualche potere per tali cose, in primo luogo ne avrebbe fatto uso per sé. Ma quello replicò che in sonno aveva avuto un'apparizione e gli era stato detto: « Va' dal vescovo Agostino perché imponga a costui la sua mano, e sarà salvo ». Appreso ciò egli non indugiò a fare quel che si chiedeva, e il Signore subito fece andar via guarito quel malato dal suo letto.

Consigli al vescovo Onorato sulla condotta del clero di fronte agli invasori
A tal proposito non debbo passare sotto silenzio che, mentre sovrastava la minaccia dei nemici, Onorato, santo uomo nostro collega di episcopato nella chiesa di Tiabe, per lettera chiese ad Agostino se, quando i Vandali si avvicinavano, i vescovi e i chierici dovessero allontanarsi dalle loro chiese oppure no. E con la sua risposta Agostino mise in evidenza ciò che si dovesse soprattutto temere da quei distruttori del mondo romano.
Ho voluto inserire questa lettera nel mio scritto: infatti è molto utile e necessaria perché i sacerdoti e i ministri di Dio sappiano come comportarsi.
«Al santo fratello e collega nell'episcopato Onorato, Agostino augura salute nel Signore. Avendo mandato alla tua carità una copia della lettera che avevo scritto al fratello Quodvultdeus, nostro collega nell'episcopato, credevo di aver soddisfatto alla richiesta che mi avevi fatto col chiedermi consiglio su che cosa dobbiate fare in questi pericoli che sono sopraggiunti ai nostri giorni.
Infatti, anche se quella lettera che scrissi era breve, ritengo di non aver omesso alcunché, che possa essere sufficiente scrivere da parte di chi risponde e leggere da parte di chi chiede. Dissi infatti che non si doveva imporre divieto a coloro che, se possono, desiderano trasferirsi in luoghi fortificati, ma che non si dovevano spezzare i legami del nostro ministero, con i quali ci ha legati l'amore di Cristo, sì che non dovevamo abbandonare le chiese, alle quali dobbiamo prestare servizio.
Ecco come scrissi in quella lettera: " Poiché il nostro ministero è così necessario al popolo di Dio che esso non deve rimanerne privo, nel caso che una parte anche piccola di esso rimanga dove siamo noi, a noi non resta che dire al Signore: Sia Dio il nostro protettore e la nostra difesa (Sal. 30, 3) ".
Ma questo consiglio non ti soddisfa, se - come scrivi - tu temi di operare in contrasto col comando del Signore che ci dice che bisogna fuggire di città in città; ricordiamo infatti le sue parole: Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra (Mt. 10, 23).
Ma chi può credere che con questo consiglio il Signore abbia inteso che restasse privo del necessario servizio, senza il quale non può vivere, il gregge che egli si è acquistato col suo sangue?
Non ha fatto così egli stesso quando ancor fanciullo, portato dai genitori, fuggì in Egitto? Ma egli non aveva ancora radunato chiese che noi possiamo dire essere state da lui abbandonate.
Che forse l'apostolo Paolo non fu calato attraverso una finestra in una cesta, per non essere preso dal nemico, e così riuscì a sfuggirgli? Ma rimase forse priva del necessario servizio la chiesa che stava lì e non fu fatto quanto era necessario dai fratelli che lì rimanevano? Infatti l'Apostolo agì così proprio perché lo volevano i fratelli, per conservare alla chiesa se stesso, che il persecutore cercava specificamente.
Perciò i servi di Cristo, ministri della sua parola e del suo sacramento, agiscano come egli ha comandato o permesso. Fuggano senz'altro di città in città, quando qualcuno di loro è cercato nominativamente dai persecutori, in maniera tale che la chiesa non sia abbandonata dagli altri che non sono ricercati allo stesso modo, ma questi somministrino nutrimento ai loro conservi, che essi sanno non poter vivere altrimenti.
Ma quando il pericolo è comune per tutti, vescovi chierici e laici, coloro che hanno bisogno degli altri non siano abbandonati da quelli di cui essi hanno bisogno. Perciò o si trasferiscano tutti insieme in luoghi fortificati, ovvero coloro che debbono necessariamente rimanere non siano abbandonati da coloro che debbono loro fornire quanto è necessario alla vita religiosa: sopravvivano allo stesso modo o patiscano allo stesso modo ciò che il Padre di famiglia avrà voluto ch'essi patiscano.
Se poi alcuni soffrono di più e altri meno, ovvero tutti allo stesso modo, sempre si potrà vedere chi sono coloro che soffrono per gli altri, quelli cioè che, pur potendosi sottrarre con la fuga a questi mali, hanno preferito restare per non abbandonare gli altri nelle necessità. In tal modo si dà soprattutto prova di quell'amore che l'apostolo Giovanni raccomanda con queste parole: Come Cristo ha dato per noi la sua vita, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (1 Gv. 3, 16).
Infatti coloro che fuggono ovvero non possono fuggire perché impediti da qualche loro necessità, se sono presi e soffrono, soffrono per sé stessi, non per i loro fratelli. Invece coloro che soffrono perché non hanno voluto abbandonare i fratelli che avevano bisogno di loro per la salvezza in Cristo, questi senza dubbio danno la loro vita per i fratelli.
Quanto poi alle parole che abbiamo udito da un vescovo: "Se il Signore ci ha comandato di fuggire in quelle persecuzioni in cui si può ottenere il frutto del martirio, non dobbiamo tanto più fuggire i patimenti che non danno frutto, quando c'è un'incursione di barbari ostili": consiglio vero e accettabile, ma solo da parte di chi non è vincolato da un ufficio della chiesa.
Infatti se uno, pur potendo fuggire, non fugge dinanzi alle stragi dei nemici per non abbandonare il ministero di Cristo senza il quale gli uomini non possono né diventare cristiani né vivere come tali, questo mette in pratica l'amore, più di colui che fugge pensando a sé e non ai fratelli e che pur poi preso non nega Cristo e ottiene il martirio.
Che cosa è poi quel che hai scritto nella tua prima lettera? Dici infatti: "Se poi dobbiamo rimanere nelle chiese, non vedo in che cosa gioveremo a noi o al popolo nel vedere gli uomini cadere davanti ai nostri occhi, le donne violentate, le chiese incendiate, noi stessi venir meno sotto i tormenti, quando cercano da noi ciò che non abbiamo".
Dio può prestare ascolto alle preghiere della sua famiglia e tener lontani i mali che noi temiamo: ma a causa di questi mali, che sono incerti, non deve esser certo l'abbandono del nostro ministero, senza il quale è certa la rovina del popolo nelle cose non di questa vita ma di quell'altra, di cui ci dobbiamo prender cura in maniera incomparabilmente più attenta e sollecita.
Infatti se fosse cosa certa che questi mali che temiamo sopravvengono nei luoghi nei quali ci troviamo, di qui fuggirebbero prima tutti coloro a causa dei quali noi dobbiamo rimanere e così ci libererebbero dalla necessità di rimanere. Nessuno infatti sostiene che i ministri di Dio debbono rimanere là dove non c'è nessuno cui prestare la propria opera.
In tal senso alcuni vescovi sono fuggiti dalla Spagna, poiché il popolo in parte si era disperso nella fuga, in parte era stato ucciso, in parte era morto durante l'assedio, in parte era stato disperso in servitù. Ma molti di più sono stati i vescovi che, poiché rimanevano nelle loro sedi coloro a causa dei quali essi pure dovevano rimanere, sono restati anch'essi esposti agli stessi innumerevoli pericoli. E se alcuni hanno abbandonato i loro fedeli, proprio questo noi diciamo che non si deve fare. infatti costoro non sono stati ispirati dall'autorità divina ma sono stati o tratti in inganno da errore umano o sopraffatti da umano timore.
Come mai infatti essi ritengono che si debba ubbidire fedelmente al comando divino, quando leggono che si deve fuggire da una città nell'altra, ma invece non hanno in orrore il mercenario che vede venire il lupo e fugge, perché non si preoccupa delle pecore (Gv. 10, 12) ? Perché mai queste due sentenze, che sono proprio del Signore, quella che permette e comanda la fuga, e quella che la rimprovera e la condanna, essi non cercano di interpretarle in modo che non risultino fra loro in contraddizione, come effettivamente non lo sono?
E in che modo questo può farsi se non facendo attenzione a ciò che ho già detto sopra? Cioè che, se la persecuzione minaccia i luoghi nei quali siamo, i ministri di Dio debbono fuggire, quando o lì non ci siano più fedeli, cui prestar servizio, ovvero il necessario servizio può essere espletato da altri che non hanno lo stesso motivo per fuggire.
Così fuggì l'Apostolo, come sopra ho ricordato, calato in una cesta, perché proprio lui era ricercato dal persecutore, mentre non si trovavano in tale necessità gli altri, che perciò si guardarono bene dall'abbandonare il servizio della chiesa. Così fuggì il santo Atanasio, vescovo di Alessandria, poiché l'imperatore Costanzo desiderava catturare proprio lui e la comunità cattolica che rimaneva ad Alessandria non veniva abbandonata dagli altri ministri.
Ma quando il popolo resta e invece fuggono i ministri e finisce il servizio, che cosa sarà quest'azione se non la riprovevole fuga dei mercenari, che non si danno cura delle pecore? Infatti verrà il lupo, non un uomo ma il diavolo, che spesso ha persuaso ad apostatare i fedeli cui mancava la quotidiana amministrazione del corpo del Signore. Così, a causa non della tua scienza ma della tua ignoranza, fratello, perirà il debole per il quale è morto Cristo.
Per quanto poi riguarda coloro che in tale distretta non sono tratti in fallo dall'errore ma sono vinti dalla paura, perché piuttosto essi, con l'aiuto del Signore misericordioso, non combattono coraggiosamente contro il loro timore? Così eviteranno che tocchino loro mali incomparabilmente più gravi, che perciò sono molto più da temere.
Ciò avviene dove arde l'amore di Dio e la cupidigia del mondo non esala il suo fumo. Dice infatti l'amore: Chi è debole ed io non son debole? Chi viene scandalizzato ed io non brucio? (2 Cor. 11, 29). Ma l'amore viene da Dio: preghiamo che ci sia concesso da colui da cui viene comandato. Perciò temiamo che le pecore di Cristo siano colpite nell'animo dalla spada dello spirito del
male più che siano uccise dal ferro nel corpo, che - quando che sia e come che sia - dovrà morire.
Temiamo che, corrotto il senso interiore, venga meno la purezza della fede, più che le donne vengano violentate nella carne: infatti la pudicizia non viene violentata dalla violenza, se si conserva nell'anima, perché neppure la carne è violentata se la volontà di chi subisce non gode turpemente della sua carne, ma senza acconsentire sopporta ciò che fa un altro.
Temiamo che, a causa del nostro abbandono, si estinguano le pietre vive, più che alla nostra presenza vengano incendiate le pietre e la legna degli edifici materiali. Temiamo che, prive dell'alimento spirituale, siano uccise le membra del corpo di Cristo, più che le membra del nostro corpo siano oppresse e tormentate dall'aggressione del nemico.
Non perché questi malanni non debbano essere evitati, quando è possibile: ma perché debbono piuttosto essere sopportati, quando non possono essere evitati senza empietà. A meno che uno non voglia sostenere che non è empio il ministro, che sottrae il servizio necessario. alla pietà proprio allora quando è più necessario.
O forse, quando si arriva a questo estremo pericolo e non c'è possibilità alcuna di fuggire, non pensiamo quanta gente di ogni sesso e di ogni età si rifugia in chiesa: alcuni che chiedono il battesimo, altri la riconciliazione, altri anche l'azione penitenziale, e tutti conforto e celebrazione e distribuzione dei sacramenti?
E se qui mancano i ministri, quanta rovina colpisce coloro che escono da questa vita o non rigenerati o non assolti? Quanto sarà il dolore dei fedeli per i loro cari che non potranno insieme con loro godere il riposo della vita eterna? Quanto infine il pianto di tutti, e quante bestemmie da parte di alcuni, per l'assenza del servizio e dei ministri?
Osserva quali effetti produca la paura dei mali temporali e quanto facilmente essa sia causa di mali eterni. Se invece ci sono i ministri, si viene incontro alle necessità di tutti secondo le capacità che Dio concede: alcuni sono battezzati, altri riconciliati, nessuno è privato della comunione col corpo del Signore, tutti sono consolati edificati esortati a pregare Dio, il quale può tener lontani tutti i mali che uno teme: tutti pronti ad ambedue le sorti, sì che, se non può passare da loro questo calice, si compia la volontà di colui che non può volere alcunché di male (Mt. 26, 42).
Certamente ormai tu vedi ciò che scrivesti di non vedere, cioè quanto bene venga al popolo cristiano, se nei mali che ci affliggono non gli manca la presenza dei ministri di Dio; e vedi anche quanto nuoccia la loro assenza, quando essi cercano il loro vantaggio, non quello di Gesù Cristo (Fil. 2, 21), e non hanno quell'amore del quale è stato detto: Non cerca ciò ch'è suo (1 Cor. 13, 5), e non imitano colui che ha detto: Non cercando ciò ch'è utile a me ma ciò ch'è utile a molti, perché siano salvi (1 Cor. 10, 33).
Questo non si sarebbe sottratto alle insidie del principe persecutore, se non avesse voluto conservarsi in vita per gli altri, ai quali egli era necessario. Per questo dice: Sono stretto da due parti, desiderando andarmene ed essere con Cristo: sarebbe infatti molto meglio; ma è necessario rimanere nella carne a causa di voi (Fil. 1, 23).
A questo punto uno potrebbe osservare che, all'approssimarsi di tali sciagure, i ministri di Dio debbono fuggire per conservarsi all'utilità della chiesa nell'attesa di tempi più tranquilli. Giustamente alcuni fanno così, quando non mancano altri che possano attendere al servizio ecclesiastico in vece loro, sì che il servizio non venga abbandonato da tutti: abbiamo detto sopra che così agì Atanasio. Quanto infatti egli sia stato necessario per la chiesa e quanto a questa abbia giovato il fatto che quello sia restato in vita, lo sa bene la fede cattolica, che dalla parola e dall'abnegazione di quell'uomo fu difesa contro gli eretici ariani.
Ma quando il pericolo è di tutti, e c'è più da temere che, se uno fa così, ciò venga attribuito non all'intenzione di provvedere alla chiesa ma alla paura di morire, e col cattivo esempio della fuga uno nuoce di più di quanto potrebbe giovare col sopravvivere per il servizio, allora assolutamente non ci si deve comportare così.
Infatti, per evitare che fosse estinta, come sta scritto, la luce d'Israele, il santo Davide non si espose ai pericoli della battaglia (2 Sam. 21, 17), ma agì così perché fu pregato dai suoi, non di propria iniziativa. Altrimenti avrebbe spinto ad imitarlo nella viltà molti, i quali avrebbero pensato che egli agiva così non in considerazione dell'utilità degli altri, ma solo perché turbato per il suo pericolo.
Qui ci si presenta un'altra questione, che non va tralasciata. Abbiamo visto che non è da trascurare l'opportunità che alcuni ministri di Dio fuggano all'approssimarsi di qualche devastazione, al fine che siano salvi quelli che possano prestare il servizio a quanti dopo il flagello potranno trovare superstiti: ma allora come ci si deve comportare nel caso che si preveda la morte di tutti, se qualcuno non fugge?
Che cosa diremo se quel flagello imperversa soltanto col fine di perseguitare i ministri della chiesa? Dovrà forse essere abbandonata dai ministri che fuggono quella chiesa che pur sarebbe lasciata in abbandono da quelli miseramente periti? Ma se i laici non sono ricercati a morte, essi in qualche modo possono nascondere i loro vescovi e i loro chierici, secondo che li aiuterà colui in cui potere è ogni cosa, che può con la sua mirabile potenza salvare anche quelli che non fuggono.
Ma noi ricerchiamo che cosa dobbiamo fare, proprio perché non si creda che attendendo miracoli divini in ogni cosa tentiamo il Signore. Certo questa tempesta, in cui è comune il pericolo di laici e chierici, non è come quella che minaccia comune pericolo ai marinai e ai commercianti che stanno su una nave. Non voglio pensare che questa nostra nave sia considerata così dappoco che la debbano abbandonare tutti i marinai, e perfino il nocchiero, se si possono salvare passando su una scialuppa o anche a nuoto.
Per coloro infatti che temiamo periscano per il nostro abbandono, noi temiamo non la morte temporale, che quando che sia sopravverrà, ma la
morte eterna, che può venire, se uno non sta attento, ma può anche non venire, se uno sta attento.
Nel comune pericolo di questa vita perché dobbiamo credere che, dovunque ci sarà un'incursione di nemici, lì moriranno tutti i chierici e non anche tutti i laici, sì che finiscano di vivere insieme anche coloro cui i chierici son necessari? Ovvero, perché non dobbiamo sperare che alla pari di alcuni laici resteranno in vita anche alcuni chierici, che potranno amministrare a quelli il necessario servizio?
Eppure, volesse il cielo che fra i ministri di Dio ci fosse gara per chi di loro debbano rimanere e chi di loro debbano fuggire, perché la chiesa non resti deserta o per la fuga di tutti o per la morte di tutti! Certo tale gara ci sarà fra loro se tutti ardono di amore e tutti sono graditi all'Amore.
Che se questa contesa non potrà esser risolta in altro modo, io credo che coloro che debbono restare e coloro che possono fuggire vadano estratti a sorte. Infatti coloro i quali diranno che essi preferiscono fuggire o sembreranno pavidi, perché non hanno voluto sopportare la sciagura incombente, o presuntuosi, perché hanno giudicato sé stessi più necessari, sì da dover esser salvati.
D'altra parte, forse proprio i migliori sceglierebbero di dare la vita per i fratelli, e così con la fuga si salverebbero quelli la cui vita è meno utile, perché minore è la loro abilità nel consigliare e nel dirigere. Proprio questi ultimi, se sapessero ragionare piamente, si dovrebbero opporre a coloro che sarebbe opportuno restassero in vita e che invece preferiscono morire piuttosto che fuggire.
Perciò, com'è scritto, il sorteggio mette fine alle contestazioni e decide fra i potenti (Prov. 18, 18). È meglio infatti che in tali incertezze decida Dio piuttosto che gli uomini, sia che voglia chiamare al frutto del martirio i migliori e risparmiare i deboli, sia che voglia rendere costoro più forti per sopportare i mali e sottrarli a questa vita, perché la loro vita non può essere utile alla chiesa quanto la vita di quelli. Certo si metterà in opera un mezzo poco usato, se si farà questo sorteggio: ma se si farà così, chi oserà biasimarlo? Chi non lo loderà adeguatamente, a meno che non sia inetto o invidioso?
Se poi non si vuol fare una cosa di cui non c'è esempio, nessuno con la sua fuga deve privare la chiesa del servizio necessario e dovuto soprattutto in così grandi pericoli. Nessuno consideri tanto se stesso quasi che eccella per qualche grazia, e dica di esser più degno della vita e perciò della fuga. Chi infatti la pensa così ama troppo se stesso; e chi lo dice pure, risulta odioso a tutti.
Alcuni poi ritengono che vescovi e chierici, non fuggendo in tali pericoli ma rimanendo dove sono, inducano in inganno i fedeli: questi infatti non fuggono perché vedono che restano i loro capi.
Ma è facile evitare tale rimprovero e l'odiosità che ne potrebbe risultare, parlando ai fedeli in questo modo: « Non vi tragga in inganno il fatto che noi non fuggiamo di qui. Infatti rimaniamo qui non per noi ma proprio per voi, per non mancare di amministrarvi ciò che sappiamo essere necessario alla vostra salvezza, ch'è in Cristo. Anzi, se vorrete fuggire, liberate anche noi da questi vincoli che ci legano qui ».
Ritengo che così si debba parlare, quando sembra veramente utile trasferirsi in luoghi più sicuri. Può accadere che, udite queste parole, qualcuno dica: "Siamo nelle mani di colui, la cui ira nessuno sfugge, dovunque vada, e la cui misericordia può trovare, dovunque sia", e non vuole andare, sia perché impedito da certe necessità sia perché non vuole affaticarsi a cercare un incerto rifugio non per metter fine ai pericoli ma solo per cambiarli: certamente costoro non debbono esser lasciati privi del servizio della religione cristiana. Se invece, all'udir quelle parole, preferiranno andar via, allora non debbono restare neppure quelli che restavano a causa loro, perché ormai lì non ci son più persone per le quali essi dovrebbero restare.
Insomma: chiunque fugge in condizioni tali che la sua fuga non lasci la chiesa priva del necessario servizio, questi fa ciò che il Signore ha comandato o permesso. Ma chi fugge e così sottrae al gregge di Cristo gli alimenti che lo nutrono spiritualmente, questi è il mercenario che vede venire il lupo e fugge, perché non gl'interessa delle pecore (Gv. 10, 12).
Ecco ciò che ho risposto, fratello carissimo, alle tue richieste, secondo quanto ho ritenuto vero e ispirato da sicuro amore: ma se tu troverai di meglio, non faccio obiezione al tuo pensiero. D'altra parte, non possiamo trovare meglio da fare in tali pericoli, se non pregare il Signore Dio nostro, perché abbia pietà di noi. Proprio questo, per dono di Dio alcuni uomini prudenti e santi hanno meritato di volere e di fare, cioè di non abbandonare le chiese, e non vennero meno al loro proposito a causa della lingua dei calunniatori.

Ultimi giorni e morte. Eredià di sante opere ed esempi. Congedo. L'eredità di Sant'Agostino. Riepilogo. Conclusione
Quel sant'uomo, nella lunga vita che Dio gli aveva concesso per l'utilità e il bene della santa chiesa (infatti visse 76 anni, e circa 40 anni da prete e vescovo), parlando con noi familiarmente era solito dire che, ricevuto il battesimo, neppure i cristiani e i sacerdoti più apprezzati debbono separarsi dal corpo senza degna e adatta penitenza.
In tal modo egli si comportò nella sua ultima malattia: fece trascrivere i salmi davidici che trattano della penitenza -sono molto pochi - e fece affiggere i fogli contro la parete, così che stando a letto durante la sua infermità li poteva vedere e leggere, e piangeva ininterrottamente a calde lacrime.
Perché nessuno disturbasse il suo raccoglimento, circa dieci giorni prima di morire, disse a noi, che lo assistevamo, di non far entrare nessuno, se non soltanto nelle ore in cui i medici entravano a visitarlo o gli si portava da mangiare. La sua disposizione fu osservata, ed egli in tutto quel tempo stette in preghiera.
Fino alla sua ultima malattia predicò in chiesa la parola di Dio ininterrottamente, con zelo e con forza, con lucidità e
intelligenza.
Conservando intatte tutte le membra del corpo, sani la vista e l'udito, mentre noi eravamo presenti osservavamo e pregavamo, egli - come fu scritto - si addormentò coi suoi padri, in prospera vecchiaia (1 Re, 2, 10). Per accompagnare la deposizione del suo corpo, fu offerto a Dio il sacrificio in nostra presenza, e poi fu sepolto.
Non fece testamento, perché povero di Dio non aveva motivo di farlo. Raccomandava sempre di conservare diligentemente per i posteri la biblioteca della chiesa con tutti i codici. Quel che la chiesa aveva di suppellettili e ornamenti, affidò al prete che alle sue dipendenze curava l'amministrazione della casa annessa alla chiesa.
Né durante la vita né al momento di morire trattò i suoi parenti, sia quelli dediti alla vita monastica sia quelli di fuori, nel modo consueto nel mondo. Quando viveva, dava a costoro, se era necessario, quel che usava dare agli altri, non perché avessero ricchezze ma perché non fossero poveri e non lo fossero troppo.
Lasciò alla chiesa clero abbondante e monasteri di uomini e donne praticanti la continenza con i loro superiori; inoltre, biblioteche contenenti libri e prediche sia suoi sia di altri santi, dai quali si può conoscere quanta sia stata, per dono di Dio, la sua grandezza nella chiesa e nei quali i fedeli lo trovano sempre vivo. In tal senso un poeta pagano, disponendo che i suoi gli facessero la tomba in luogo pubblico ed elevato, dettò questa epigrafe:

Vuoi sapere, o viandante, che il poeta vive dopo la morte?
Ecco, io dico ciò che tu leggi: la tua voce è la mia.

Dai suoi scritti risulta manifesto, per quanto è dato di vedere alla luce della verità, che quel vescovo caro e gradito a Dio visse in modo retto e integro nella fede speranza e carità della chiesa cattolica; e ciò possono apprendere quelli che traggono giovamento dalla lettura di ciò ch'egli scrisse intorno alla divinità. Ma io credo che abbiano potuto trarre più profitto dal suo contatto quelli che lo poterono vedere e ascoltare quando di persona parlava in chiesa, e soprattutto quelli che ebbero pratica della sua vita quotidiana fra la gente.
Infatti fu non solo scriba dotto in ciò che riguarda il regno dei cieli, che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e vecchie (Mt. 13, 52), e commerciante che, trovata una perla preziosa, vendette ciò che aveva e la comprò (Mt. 13, 15 s.): ma fu anche uno di quelli di cui è stato scritto: Così parlate e così fate (Giac. 2, 12), e di cui dice il Salvatore: Chi avrà fatto e insegnato così agli uomini, questo sarà detto grande nel regno dei cieli (Mt. 5, 19).
Prego ardentemente la vostra carità, voi che leggete questo scritto, che insieme con me rendiate grazie a Dio onnipotente e benediciate il Signore, che mi ha concesso l'intelligenza (Sal. 15, 7) per volere e avere la capacità di trasmettere queste notizie alla conoscenza di uomini vicini e lontani del nostro tempo e di quello a venire. E pregate insieme con me e per me affinché, dopo esser vissuto, per dono di Dio, in dolce familiarità con quell'uomo per quasi 40 anni senza alcun contrasto, possa emularlo e imitarlo in questa vita, e in quella futura godere insieme con lui delle promesse di Dio onnipotente.
fonte: www.sant-agostino.it

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