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Male

 

Male, concetto presente in tutte le mitologie primitive e arcaiche, le quali, secondo una concezione dualistica, fanno dipendere il bene e il male rispettivamente da una divinità buona e da una cattiva; come esempio elaborato, si pensi alla dottrina di Zoroastro. Residui di tale concezione si trovano anche nel pensiero greco classico. Per esempio, nelle Leggi, Platone suggerisce che esistono due “anime del mondo”, una che produce il bene e l'altra che produce il male. Ma Platone rifiuta risolutamente che il male derivi da Dio; e per quanto riguarda i vizi umani, la responsabilità è solo degli uomini. Quest'ultima soluzione viene sviluppata dal pensiero cristiano, da Agostino in poi (le difficoltà che poi insorgono per accordare la libertà del volere umano con la prescienza di Dio, e con i dogmi della grazia e della predestinazione, vengono variamente risolte dalle diverse correnti teologiche). Per i cristiani, il peccato è il male morale, colpa volontaria; e il male cosiddetto “fisico”, costituito dalle sofferenze degli uomini, è la pena giustamente subita per la colpa (cominciando dal peccato originale) ed è la prova a cui Dio vuol sottomessa la volontà umana perché si eserciti nella virtù. In tutto il pensiero cristiano, tuttavia, si trova anche una teoria del male, tesa a negarne la realtà positiva: adottata alle origini da Agostino per far fronte al dualismo sostenuto dalla setta dei manichei, derivava anch'essa dal pensiero antico. Nella filosofia ellenistica, anche sul problema del male s'erano contrapposti stoici ed epicurei. Per Epicuro, la presenza del male nel mondo è la prova che gli dei se ne disinteressano: altrimenti, se gli dei volessero togliere il male dal mondo, ma non potessero farlo, sarebbero impotenti, o, se lo potessero ma non lo volessero, sarebbero maligni. Gli stoici invece (secondo i quali il mondo è retto dalla provvidenza divina) ritengono che ciò che da un punto di vista l'articolare appare come un male, contribuisca in realtà alla perfezione complessiva del tutto. Questa argomentazione verrà ripresa da Agostino: in una musica, un frammento preso a sé può ben sembrare una dissonanza, ma concorre all'armonia dell'insieme. A questa Agostino aggiungeva una tesi che derivava dal neoplatonismo: il male non è alcunché di positivamente reale, bensì è meramente negativo, è un non-essere. Sennonché, mentre per i neoplatonici il non­essere era rappresentato dalla materia (e a questa andava quindi riportato il male), per i cristiani anche la materia è creata da Dio e quindi non è affatto male né origine del male; piuttosto, il male è una deficienza d'essere, che può toccare alle creature in quanto esse sono imperfette per essenza (in seguito si sarebbe denominata “male metafisico” questa imperfezione intrinseca delle creature).
Questo complesso di dottrine rimase costante fino al secolo XVII, salvo il riaffiorare talora di concezioni dualistiche. Un'interiorizzazione dei due principi, del bene e del male, nell'unico Dio, fu sostenuta per esempio da J. Bohme; e verrà ripresa ancora persino da Schelling, nelle Ricerche filosofiche sull'essenza della liberta umana (1809). Ma il fatto nuovo, nel Seicento, fu la rinascita dell'epicureismo e in genere il diffondersi di correnti anticristiane. Alla fine del secolo Bayle concentrò sul problema del male l'attacco al cristianesimo con gli articoli del Dizionario storico-critico in difesa dei “manichei” e con le polemiche successive. A Bayle intese rispondere Leibniz, con i Saggi di teodicea, in cui venivano riaffermate le tradizionali tesi cristiane. Invece, una posizione originale era stata assunta da Malebranche, il quale, per reagire alle provocazioni degli “empi”, elaborò un sistema complesso, inteso a giustificare la presenza del male nel mondo in rapporto alla perfezione di Dio. Con Malebranche, per la prima volta in ambito cristiano, il male non era più ridotto a mera negazione di essere né ad apparenza provocata dalla limitatezza del punto di vista umano, ma acquisiva piena realtà, anche nei confronti di Dio stesso, tenuto a tollerarne la presenza nella propria opera. Contro questa conseguenza si levò A. Arnauld, in una violenta polemica in difesa della a concezione tradizionale. Nel secolo XVIII, con l'illuminismo, prevalse la critica della posizione tradizionale (com'era stata rinnovata da Leibniz) con un'amplissima diffusione degli argomenti critici di Bayle; esemplare in questo senso il Candido di Voltaire. Successivamente, con l'interrompersi d'uno stretto rapporto tra la filosofia e la teologia, il problema del male è rimasto ai margini del dibattito filosofico. In forma immanentizzata e laicizzata, la soluzione agostiniana si trova ripresa da Hegel; mentre Schopenhauer, col suo pessimismo, fa rivivere in pieno  secolo XIX l'ispirazione del buddhismo.
S. La.

fonte: Enciclopedia Garzanti di Filosofia - 1990

 

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