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Buddhismo o Buddismo

Buddhismo, dottrina religiosa e filosofica derivata dall'insegnamento del Buddha.

 

Le fonti. La dottrina del buddhismo è pervenuta attraverso una tradizione che si ispira, fondamentalmente, agli scritti canonici. Questi, che risalgono a una tradizione orale formatasi poco dopo la morte del Buddha allo scopo di fissare i tratti esenziali del suo insegnamento e le norme disciplinari per la comunità monastica, vennero poi accrescendosi di numerose aggiunte, tra le quali una sezione dedicata alla riflessione filosofica, detta abhi-dharma. Delle numerose scritture canoniche, appartenenti a diversi gruppi o scuole, possediamo interamente solo il canone pãli o Tipitaka (“tre canestri”) composto in lingua pali e fissato, secondo le cronache singalesi, nell'isola di Ceylon (Sri Lanka) durante il sec. I a.C. Degli altri canoni restano frammenti in sanscrito e traduzioni in tibetano e in cinese. Nel sec. IV a.C. nella città di Pãtaliputra si tenne un grande concilio buddhista nel quale cominciarono a profilarsi tendenze scismatiche, che prelusero alla posteriore divisione del buddhismo in mahãyãna (il “grande veicolo”) e hĩnayãna (il “piccolo veicolo”). Quest'ultimo, che così è stato chiamato, non senza disprezzo, dai seguaci del primo, è comunemente conosciuto come theravãda.

 

La dottrina. Comuni a entrambi i gruppi sono molti elementi dottrinali, che si riassumono nella enunciazione delle "quattro nobili verità":

 

1) tutto è dolore;

2) il dolore ha una causa;

3) il dolore ha un termine: il nirvãna;

4) vi è un cammino che conduce al nirvãna; esso si articola nell’“ottuplice sentiero”:

 

retta comprensione (della dottrina),

retto pensare (e decidere),

retto parlare,

retto agire,

retto modo di sostentarsi,

retto sforzo,

retta concentrazione,

retta meditazione.

 

È questa la via intermedia tra i due estremi della vita di piacere e dell'eccessivo ascetismo di cui il Buddha stesso ha dato esempio con la sua vita. I tre precetti del retto parlare, retto agire e retto modo dì sostentarsi vengono ulteriormente esplicitati dai cinque grandi comandamenti (non mentire, non rubare, non commettere adulterio, non uccidere alcun essere vivente, non fare uso di sostanze inebrianti), che, per i monaci, si traducono nei cinque voti corrispondenti: perfetta sincerità, povertà, castità, non violenza, astinenza da bevande fermentate. La vita del monaco è sostegno ed esempio a quella dei laici, i quali, pur senza lasciare le faccende della vita quotidiana, devono cercare “rifugio” nei “tre gioielli” del buddhismo, il Buddha, il dharma(la legge) e il samgha (la comunità), e devono sostenere economicamente la comunità monastica con le loro offerte, acquistandosi meriti per future reincarnazioni. I monaci hanno, nei confronti dei laici, il compito di predicare il dharma, che conduce alla salvezza. Comune a tutte le scuole del buddhismo è, altresì, l'enunciazione delle leggi che determinano l'origine del dolore. Nella sua formulazione più antica, la causa del dolore fu identificata con la “sete”, ossia con la brama che produce attaccamento all'esistenza e dà origine a nuove nascite cui seguono l'invecchiamento e la morte. Fondamentale per tutto il buddhismo è inoltre la legge del karman (o Karma), o legge della retribuzione delle opere, che, secondo alcune scuole buddhiste, è causa dell' origine stessa del mondo.
Non poche sono invece le divergenze di scuola relativamente al nirvãna, che, pur essendo da tutti riconosciuto come l'estinzione del dolore, viene variamente qualificato nella sua essenza. Da alcuni è considerato come un assoluto, entità incondizionata avente funzione liberatrice (scuola dei sarvãstivãdin); secondo altri, esso invece non ha sostanzialità metafisica, ma è un semplice “evento” (scuola sautrãntika). Secondo le scuole del Grande Veicolo che cominciarono ad affermarsi nei primi secoli dell'era cristiana, dopo che il buddhismo si era dovuto confrontare storicamente con l'induismo, il nirvãna è concepito come la vera essenza dell'uomo e della realtà intera, e pertanto viene immanentizzato. Neppure la scuola del mãdhyamika (“sentiero intermedio”), cosi spesso accusata di nichilismo, asserì che il nirvãna fosse un nulla, anche se affermò che tutto è “vuoto”, cioè che la realtà, sia contingente sia assoluta, è concettualmente indefinibile. Il mãdhyamika restò fedele al silenzio del Buddha, il quale, interrogato sulle principali questioni metafisiche, non aveva voluto rispondere. Tuttavia, la dottrina che egli predicò fu un messaggio non solo di altissimo valore morale, ma altresì di profondo valore mistico. Il Grande Veicolo esplicitò in sommo grado l'istanza mistica del buddhismo originario, presentandolo come l'autentica dottrina del Maestro trasmessa esotericamente ad alcuni dei discepoli, e universalizzò tale messaggio sottolineando la possibilità e la realtà della salvezza per tutti.

 

La salvezza e i mezzi per raggiungerla. Per il Piccolo Veicolo l'uomo deve salvarsi da solo tramite la pratica delle virtù e divenire un arhat (“colui che è degno” di entrare nel nirvãna); ma l'adepto del Grande Veicolo può divenire un Buddha e ricevere l'ausilio dei bodhisattva, cioè di coloro che ritardano la loro entrata nel nirvãna per aiutare le altre creature a salvarsi. Il Grande Veicolo ha sviluppato notevolmente anche le tecniche meditative destinate a purificare il pensiero. Fu la scuola detta yogãcãra a elaborare quei metodi di concentrazione yogica e di pratica contemplativa che dettero adito, successivamente, anche a un nuovo tipo di gnoseologia idealistica, culminante nella teoria dello ãlaya­vijñãna, o coscienza-ricettacolo di tutte le conoscenze. Il cammino di purificazione spirituale termina nella saggezza, prajñã, che consiste nel vedere le cose come veramente sono: ossia transeunti, periture, prive di sostanzialità. Anche questa dottrina, che fu in seguito rielaborata nei Prajñãpãramitã-Sãstra (“Trattati della perfetta saggezza”), venne radicalizzata fino a sfociare nel paradosso della insostanzialità di tutto il mondo sensibile. Ciò condusse a concepire l'essenza della realtà in una sfera situata al di là dell'esperienza, raggiungibile solamente per via mistica.

 

Il veicolo di diamante o buddhismo tantrico. Il buddhismo del vajra-yãna (“veicolo di diamante”), detto anche mantra-yãna (“veicolo delle formule rituali”) o tantra-yãna (“veicolo del libro”) e sviluppatosi in epoca posteriore al sec. VII d.C., ebbe il suo primo centro di diffusione nella regione medio-gangetica e nel Bengala, ma si estese ancor più al di fuori dell'India: in Cina, nel Tibet, a Sumatra, in Birmania e in Giappone. Contrariamente al buddhismo primitivo e a quello del Grande Veicolo, aperto a tutti, il tantrismo buddhista fu esoterico, ossia ristretto a poche cerchie di iniziati, guidati da maestri spirituali. Essi praticarono il culto del Buddha, concepito metafisicamente come Colui che si manifesta nei vari Buddha, nei bodhisattva, nelle divinità e nelle forze del cosmo; ma venerarono altresì figure femminili, quali la Prajñãpãramitã (personificazione della perfetta saggezza) e altre consimili divinità, attraverso le quali si introdusse anche nel buddhismo la mistica erotica come mezzo per raggiungere la perfezione. Il tantrismo buddhista ebbe una notevole fioritura letteraria e artistica, soprattutto nell'elaborazione dei mandala e dei monumenti architettonici che ne ripètono i motivi. (si veda: Kamasutra)

 

Diffusione del buddhismo. Dopo un periodo di difficoltà in cui dovette affrontare in India la controproganda teista dell'induismo e la concorrenza del giainismo, il buddhismo conobbe una fase di ripresa durante la dinastia dei Kusana (secc. II-III d.C.), allorché il nuovo impero divenne il più importante centro politico dell'Asia. Attraverso traffici intercontinentali per via di terra e di mare, esso stabilì rapporti con l'impero romano, con i paesi dell'Asia centrale e soprattutto con la Cina, e ciò favorì la diffusione missionaria del buddhismo e il suo assurgere a “religione” universale (il termine religione molti lo giudicano improprio se riferito al Buddismo - si veda: Religione). Molti furono i pellegrini che dall'Asia centrale si recavano in India per visitare i luoghi santi del buddhismo, e molti i letterati che intrapresero la traduzione dei testi buddhisti in cinese e in tibetano, lavoro che proseguì per secoli. In Cina la diffusione del buddhismo continuò fino al sec. IX d.C. e determinò un tipo di filosofia religiosa cui si unirono elementi tratti dal taoismo. Particolare importanza assunse in Cina la scuola di meditazione (dhyãna), chiamata, secondo la pronuncia cinese, ch'an, in seguito (sec. XIII) introdotta in Giappone, dove ancora oggi sussiste nella corrente del buddhismo zen (pronuncia giapponese del medesimo termine). Il buddhismo che, attraverso la Corea e la Cina, penetrò in Giappone fu dapprima una religione filosofica e di élite, e in seguito una religione popolare, l'amidismo, così detta perché fondata sul culto del Buddha Amithãba (“Amida” in giapponese): essa pone l'accento sulla salvezza mediante la fede in Amida, dio compassionevole e datore di grazia. Intensa e feconda fu anche la penetrazione del buddhismo nel sud-est asiatico, dalla Birmania, al Vietnam, fino all'Indonesia. Esso venne invece gradualmente scomparendo dalla sua terra di origine, l'India, sia perché in gran parte assimilato dall'induismo filosofico e popolare, sia perché perseguitato dall'Islam, sì che dal sec. XIII non ha più avuto in India nessun peso socio-culturale. A Ceylon il buddhismo ebbe del pari un periodo di regresso, anche a causa del colonialismo e della propaganda missionaria cristiana, e non rifiorì se non verso la fine del secolo scorso, per opera dell'americano H. Steel Olcott (1832­1902) e del suo discepolo Anãgarika Dharmapãla, fondatore della Mahãbodhi Society. Questa divenne un centro di irradiazione del cosiddetto neobuddhismo, diffuso anche in Birmania, in Giappone e nel mondo occidentale, e caratterizzato da uno sforzo di purificazione dalle scorie «irrazionali», da interesse per la scienza, da forte impegno etico-sociale anche nella disciplina monastica, dall'assunzione di strutture organizzative efficienti. La World Fellowship of Buddhists è, dal 1950, l'organo di collegamento di tutti i buddhisti del mondo.
fonte: Enciclopedia Garzanti di Filosofia - 1990

 

Vedi anche:
Buddhismo storico

e in questo stesso sito: Riflessioni sul Sutra del Loto di Rev. Nisshin

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