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Morte

 

"Molti commettono l’errore di considerare la morte come l’opposto della vita,
dimenticando che l’opposto della morte è la nascita, non la vita.
La vita è un fiume: la nascita è la sua sorgente, la morte è la sua foce.
Entrambe, nascita e morte, non sono che soglie".

 

Sebastiano B. Brocchi
Tratto da "Riflessioni sul Senso della Vita"

 

 

Gli storici delle religioni e gli etnologi hanno quasi sempre ritenuto che la morte di un individuo sia, soprattutto nelle culture arcaiche e primitive, un “fatto sociale”, un avvenimento che determina una crisi, non soltanto nel gruppo familiare, ma anche in quello più ampio della stirpe, della discendenza, del clan, della tribù; e che per questo le strutture sociali reagiscono alla morte attraverso una serie di mezzi mitici e rituali che inducono gli individui a vivere la morte secondo i paradigmi offerti dalla società.

  • Morte, vendetta, aldilà

  • Origine e figurazioni della morte

  • Significati della morte

Morte, vendetta, aldilà.
La morte viene interpretata dagli etnologi e antropologi come una crisi del gruppo che, per il sovrapporsi delle motivazioni mitiche e rituali che l'accompagnano, determina reazioni contrastanti ma, in fondo, logiche: il dolore, la perdita - attribuiti a un nemico ad un avvenimento eccezionale che ha turbato l'ordine - inducono di conseguenza a tentare azioni concrete di vendetta per stabilire la normalità. Intendendo la morte come evento innaturale, il gruppo tende a individuarne le cause con i metodi divinatori propri delle singole culture. Conoscere il motivo della morte serve a riprendere in qualche modo il controllo della situazione e a stabilire quali siano le azioni da compiere, dato che le responsabilità dell'evento luttuoso possono ricadere sul defunto stesso (per la violazione di un tabù, per un peccato o una mancanza nei confronti di un rito), oppure su altri membri del gruppo (familiari, nemici o avversari del morto) che abbiano agito direttamente o attraverso operazioni di magia nera o di stregoneria. La diagnosi propone alla famiglia o al gruppo un dovere di vendetta, da realizzarsi materialmente o magicamente contro il responsabile. Le testimonianze etnologiche sui processi divinatori sono molto numerose. Gli aborigeni australiani, per esempio, fanno un'inchiesta quasi in ogni caso di morte (A.P. Elkin, Gli aborigeni australiani, 1938), e sempre quando il defunto sia un giovane adulto di sesso maschile (il che si spiega facilmente perché in realtà il gruppo è formalmente costituito dagli adulti maschi, iniziati, e la morte di uno dei membri colpisce quindi il gruppo come se fosse stato mutilato o messo in pericolo nel suo insieme). In molti casi la persona che viene sospettata per prima è la moglie del defunto, sia perché appartiene, laddove vige la norma esogamica, a un gruppo estraneo, e quindi in qualche modo potenzialmente ostile, sia perché si ritiene che abbia l'occasione - anche soltanto con la non osservanza del tabù mestruale - di provocare la morte del marito (Marilyn Strathern, Donne al bivio, 1972). Una volta accertato con vari metodi chi è l'assassino, la vendetta viene praticata direttamente sul responsabile o sul gruppo cui appartiene; mentre se la responsabilità risale al defunto stesso in quanto ha violato qualche norma rituale, allora si ha il caso della «malamorte», decesso improvviso e terribile che colpisce il violatore (numerosi sono gli esempi di questo genere riportati da H. Webster, Il tabù, 1942).
La morte non è vista, tuttavia, come fine dell'esistenza dell'individuo, il quale va a far parte di un mondo di-là, che è sentito come “potente”, che crea timore, e che quindi conferisce al morto una virtuale aggressività o, al contrario, una forza benefica. Trasformato in “doppio”, in “fantasma”, in “ombra”, in “spettro”, il morto diventa temibile perché è stato strappato da una pienezza vitale, alla quale resta attaccato. Si costituisce, cosi, un particolare rapporto fra il morto e i sopravvissuti, i quali sono tenuti a sostenere, ad alimentare con offerte, a placare la sete di vita che ancora è presente nel “doppio” o “fantasma”, col rischio di esporsi alle sue violenze malefiche o distruttrici se non vengono adempiuti gli obblighi prescritti. Nella maggior parte dei casi il mito e il rito mirano a indebolire la personalità del defunto, che si manifesterebbe soprattutto nel periodo immediatamente successivo al decesso. Nasce da qui anche l'usanza dei vari e successivi tipi di sepoltura. In molti casi il defunto diventerà l'antenato, destinato a proteggere il suo gruppo e la sua dinastia; oppure verrà cancellato dalla memoria, come avviene, per esempio, con l'abbandono del cadavere, o addirittura talvolta con l'abbandono e la messa a fuoco di tutto il villaggio. Per quanto riguarda le donne, è quasi certo che raramente si trasformano pienamente in antenate (anche se l'uso comune del plurale maschile da parte degli etnologi rende difficile stabilire i casi particolari); ma nella società dei vedda (isola di Ceylon) esiste un termine particolare femminile per indicare l'antenata potente yakini, accanto al termine yaka per quello maschile: presso queste popolazioni gli spiriti femminili appaiono spesso come malefici, disposti a rapire bambini e a ucciderli, mandando loro malattie, mentre quelli maschili sono sempre benefici (C.G. Seligman, I vedda, 1911).

 

Origine e figurazioni della morte.
Essendo la morte ritenuta un fenomeno estraneo all'originaria natura dell'uomo, sono numerosissimi i miti che spiegano in qual modo sia entrata la morte nel mondo mutando una condizione primordiale di pienezza vitale. Tale mutamento dipende dal peccato (come nell'ebraismo e nel cristianesimo) o dalla violazione di un tabù posto all'origine, o infine da alcuni avvenimenti mitici che introducono la morte nel mondo indipendentemente dalla volontà, o dalla responsabIlità, degli uomini. Nel mito si tende ad accertare non tanto il perché dell'origine della morte in rapporto alla colpa umana, quanto il come e il quando la morte fu introdotta. Molto spesso lo strumento attraverso il quale la morte è entrata nel mondo è la donna, oppure la morte stessa è vista come un'immagine femminile. Questa concezione, estesissima in diverse aree culturali, è connessa alla particolare fisiologia femminile, che viene interpretata come segno che la donna è al limite, al confine fra la “natura” e l'aldilà, un aldilà che esiste sempre come mondo dei morti, come mondo prima della vita e dopo la morte. Presso i cagaba, per esempio, popolazione amerinda della Sierra Nevada de Santa Marta, è la dea Gautèovan, la Madre originale, che crea con il suo sangue mestruale prima il sole, poi tutte le altre cose, compresi gli spiriti della malattia e della morte (J. Curtin, Miti di creazione dell'America primitiva, 1899). In tutta l'area indoeuropea la Dea Madre è connessa con la morte e con il mondo dei morti. Presso i greci, Ecate, divinità degli Inferi, regina degli spettri e delle ombre, appare come una particolare epifania lunare di Artemide, divinità nefasta e vendicatrice. Artemide colpisce a morte con le sue frecce, ed è la padrona della morte improvvisa. Anche Persefone, la fanciulla del mito di rapimento che è alla base dei culti di Eleusi, è una figura di morte, strumento di comunicazione e di passaggio col mondo degli Inferi. Sempre in Grecia, le Erinni, divinità infernali, sono raffigurate in forma di serpenti, poiché il serpente simboleggia gli spiriti della morte (G. Thomson, Eschilo e Atene, 1940). La trinità delle Moire, che appare per la prima volta in Esiodo (Teogonia), sovrintende al destino dell'uomo stabilendo il momento della morte. Il concetto di Moira, come divinità che tesse il filo della vita e vi pone fine troncandolo, è comune anche ai romani e ai germani (presso i quali le Moire compaiono sotto il nome di Parche e di Norne). Nell'ambito dell'ebraismo é attraverso Eva che l'uomo é stato condannato alla morte: così pure in moltissimi miti indoamericani spesso la morte si introduce nel mondo per il gesto sconsiderato di una donna. La connessione fra la morte e la donna risulta anche dall'aspetto femminile dell'immagine della morte, che è presente in molte aree culturali. Presso i bambara dell'Alto Niger, la morte è una “donna”, oggetto di unione sessuale, perché è nel coito che risiede l'enigma del dolore (D. Zahan, Società di iniziazione bambara, 1960). La femminilità della morte è presente anche nella frequente connessione della donna con la Luna e nella bipolarità luce-tenebre; e, come ha notato V. Propp (Le radici storiche dei racconti di fate, 1946), anche la strega delle fiabe è un personaggio che viene dal mondo delle ombre e dei morti.

 

Significati della morte.
Nel modello mitico più frequente la morte assume il valore di un “passaggio”, a volte di una “prova” (A. Van Gennep), attraverso la quale si accede a una condizione diversa, ma che, comunque, assicura una continuità di esistenza in un'altra vita. Questa condizione può essere il ricostituirsi dell'integrità e della perfezione originaria, nella quale l'uomo godeva dell'immortalità come del suo stato naturale; oppure può consistere nel passaggio ad una nuova esistenza, più o meno corrispondente a quella terrena, di cui diventa la prosecuzione all'infinito (e l'uomo può vivere questa nuova vita, sia nella sua pienezza sia nella forma di ombra). A volte la morte può rappresentare la liberazione dai limiti dell'individualità: di conseguenza l'uomo (non più individualizzato) o il suo spirito (liberato dai caratteri personali) viene assorbito nel tutto. Un'altra rappresentazione escatologica intende la morte come momento in cui si acquisisce una dimensione assolutamente differente da quella terrena, una dimensione libera dalla corruttibilità e dalla peccaminosità che è insita nella carne, con l'assunzione di un nuovo corpo glorioso o “pneumatico”. Infine vi può essere l'identificazione del defunto (o della sua anima o del suo doppio) con il dio, modello esemplare dell'immortalità, del senza tempo, del senza corruzione. Spesso, nei casi in cui la morte è concepita come passaggio ad altro stato, è necessario uno specifico comportamento dell'uomo (osservanze rituali, purificazione dal peccato, innocenza ecc.), o anche una “rivelazione” di tipo iniziatico, che consenta all'uomo di conoscere la realtà centrale insita nella morte, la sua funzione determinante del nuovo ciclo di vite. Si hanno così varie concezioni che risolvono l'angoscia e la crisi connessa con la morte in una prospettiva escatologica, individuale o collettiva, la quale può realizzarsi una tantum, per i singoli morti o per i morti nella loro totalità (giudizio individuale e giudizio finale), proiettando questa prospettiva in un tempo remoto, indefinito; oppure concezioni religiose che si basano sulla credenza nella reincarnazione e nella trasmigrazione. e che fanno quindi della morte il passaggio a una nuova forma di vita. Questa non costituisce ancora la liberazione dalla mortalità, e si esaurisce soltanto nel decorrere di un certo ciclo e nella consumazione di una certa carica di male e di negatività, anche morale (come per esempio nei misteri orfici). Negli ultimi anni gli storici, soprattutto francesi, influenzati dall'antropologia, si sono rivolti allo studio della morte nella cultura occidentale, mettendone in luce aspetti di rimozione, di allontanamento, o, di contro, motivi di speranza in una rianimazione futura conseguibile attraverso le conquiste della scienza.

 

fonte: Enciclopedia Garzanti di Filosofia - 1990

 

Segnaliamo gli articoli:

 

- Antropologia della morte di Federico E. Perozziello

- La morte non è niente

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