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L’Anima e la sua faccia

di Luciano Peccarisi - Marzo 2009
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“…non dobbiamo sorprenderci se un giorno, mentre passava davanti a uno specchio, Fernando vi abbia intravisto, per un attimo, un’altra persona (…) c’era un uomo che guardava da dentro lo specchio, e quell’uomo non era Ferdinando Pessoa.”
(Dalla prefazione di Josè Saramago al libro “Poesie” di Ferdinando Pessoa, Bur, Rizzoli, 2009)

 

 

Un improvviso incidente mi distrugge la faccia; basta trapiantarla, dicono i medici, e oggi si può fare. Così quel giorno, quando mi sono guardato per la prima volta nello specchio, ho fatto la terribile scoperta: non mi sono riconosciuto! E’ stata una scoperta devastante, perché la faccia non è solo l’apice del tronco da cui guardo il mondo, “non è un’immagine di me, ma sono io stesso(1). Con una faccia diversa, mi sento diverso; non quello di prima intendo dire. Dovrei farmene una ragione lo so, impegnarmi a vivere in modo completamente nuovo, tuttavia non è facile avere un ‘interno’ di una volta e l’esterno trasformato. Devo rassegnarmi, mostrare disinvoltamente la parte più importante della mia carrozzeria, il frontale, agli altri; lo faccio, ma con disagio. Pensieri e avvenimenti, delusioni e disavventure, successi e ambizioni, tutti vissuti con la vecchia faccia, realizzati e fissati nel cervello, sono sempre lì, a mia disposizione, li riconosco. Sperimentati con una faccia diversa da quella di adesso non si potranno ripetere nello stesso modo. Saranno soggetti all’oblio e sostituiti da nuove esperienze; quelle che farò con la faccia acquisita. La mattina quando a volte mi svegliavo e per una notte insonne rimanevo senza ritrovarmi, smarrito e perplesso (sarà capitato anche a voi), recuperavo tempo, luogo e identità guardandomi allo specchio. Dicevo: ecco quello sono io! Temo che nella stessa condizione, oggi rimarrei ora ancora più confuso.
Osservo gli amici, ma il loro sguardo che non mi convince. Mi guardano come io guardo la mia faccia, la vedono diversa; per forza, anch’io la vedo diversa. Tutti vedono una faccia estranea. Se qualcuno mi da un pugno, il dubbio se l’abbia sferrato a me o alla mia faccia m'assale. Dolore, calore, tensione, sono io che le provo, non c’è dubbio, ma l’ematoma si trova su una faccia che non conosco, da cui mi sento, come dire, distaccato. E' ancora peggio, quando la faccia non mi restituisce nessuna sensazione. Perché se mi provoca prurito la sento presente, anche se non la vedo. Tuttavia m’inquieta, poiché l’immagino come la faccia di un altro che mi prude. Ho nella mente insomma due facce, in memoria e nel pensiero. Quale mi fa provare il prurito, non mi viene automatico dirlo. Non ho presente, senza pensarci, cosa sta davanti al massiccio osseo del cranio anteriore. Forse quando la memoria di com’ero prima svanirà non mi sentirò più sdoppiato e tornerò ad essere un’unità. Quando mi guardo allo specchio vorrei la mia faccia nota, non perché fosse più bella, tuttavia le ero ormai affezionato. Del resto, che volete, me ne sono occupato, e con interesse, per tutta una vita. Ero convinto che io e la faccia fossero un intero, tutto compreso, invece ora mi colloco dietro le facce (reale e ricordata); posso pensarmi, infatti, con l’una o l’altra. Quella che si trova in memoria rimarrà uguale nel tempo, fissata, con tendenza a sfocare; anche l’altra invecchierà fisicamente. La mia mente seguirà questa o rimarrà pervicacemente attaccata all’originale?

 

A che serve la faccia
La simpatia che ispiro con questa faccia, di cui non sono il legittimo proprietario e con cui mi sento goffo, è certamente poca. Si dice che “la gente osserva maggiormente le persone per le quali ha simpatia” (2), perciò forse serve a creare legami, cooperazione tra le persone, allora sarei svantaggiato. Per gli animali non è questione di simpatia; vogliono semplicemente sapere dov’è la faccia. Un leone s’avvicina alla preda sempre di spalle, di fronte potrebbe essere visto e perdere l’effetto sorpresa. I predati inseguiti e raggiunti si girano e affrontano di faccia l’aggressore, hanno più probabilità di creare soggezione. La faccia offre utili informazioni circa lo stato d’animo. Vale poco per pesci, rettili o uccelli, ma per le scimmie è molto importante. Le labbra che scoprono i denti, l’aggrottamento delle ciglia, il fissare negli occhi, sono segni di aggressività. L’essere umano è sempre faccia a faccia con i suoi simili; è la sola parte nuda che presenta, essendo per il resto ricoperto da vestiti. La muscolatura del volto è molto più sviluppata nell’uomo che in tutti gli altri (3) e ciò per dar vita ad un altissimo repertorio di espressioni. Dalle quali si desume la possibilità d’approccio, il tono dell’umore, la stanchezza, l’interesse; altre espressioni poi sono senza equivalenti come il pianto, la smorfia, il riso. Qualcuno le considera caratteristiche tipiche della nostra umanità ma se non ci fosse stato il linguaggio forse saremmo stati tutti seri, come lo sono gli animali che non ridono, e nemmeno recitano, cantano, suonano, ballano o dipingono. Guardo fuori della finestra e vedo la campagna, l’erba, i prati, le case, le montagne, mi guardo e vedo le gambe, i piedi e le mani, tutto fa parte del paesaggio. Sto bene fin quando non vedo la faccia. Gli altri, amici e parenti li raffiguro con le loro facce, è lei che li rappresenta. A mio padre con la faccia del salumiere di fronte casa, dubito che mi abituerei. Questa stesso fatto, il cambio di faccia, se fosse accaduto al mio cane credo sarebbe diverso. Non mi pare interessato alla faccia; non si pettina e non si ammira nello specchio. Solo quando è in pausa, si gratta, si esamina e rivolge l’attenzione a sé, per il resto è sempre attratto esclusivamente dal mondo esterno. Sono sicuro che il mio cane pensa a varie cose, cuccia, scodella, padrone, giardino, giocattolo, fare una passeggiata, ecc. ma non credo che possieda la nozione di ‘faccia’. Tanto meno che ci tenga alla sua o che ne abbia un’idea tipo: ‘guarda che bella faccia ha quella cagna’. Non ci tengono a quella del padrone o al colore del proprio pelo, a quant’è lunga la coda o come sono sporche le unghie. Io invece ci tengo molto come appaio, mi mostro, l’impressione che do, il ruolo che svolgo e la considerazione degli altri. Noi abbiamo smisuratamente alta quella che era all’inizio una minima parte d’attenzione sul proprio corpo. I cani o i gatti non provano vergogna a girare nudi e sembra stiano sempre fuori di loro, in contatto e addirittura in comunione col resto del mondo. Quando ero bambino potevo passeggiare in mutande ridendo ma ora ne proverei vergogna per tutta la vita. A quell’età si pensa solo alle cose concrete, poco ai concetti e al futuro; alla morte ad esempio non si pensa per nulla. E’stato triste quando la cosa si è fatta chiara: se gli altri muoiono, anch’io dovrò morire. Forse in quel momento ci siamo rabbuiati e concentrati su di noi, ritirati all’interno del nostro vestito di pelle che puliamo, profumiamo, accarezziamo, innamoriamo perfino. Tutto in funzione della nostra immagine e della sua idealizzazione, fino alla creazione di un'anima. Forse è per questo che con questo trapianto sento mutata pure la mia anima.

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NOTE
1) Galimberti U. Il corpo, Saggi, U.E. Feltrinelli, ed. 2003, p. 16
2) Argyle M. tr. it. Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli, Bologna, 1984, p. 175
3) Bennett M., Hacker P.M. Emotional and cortical-subcortical function: conceptual developments. Prog. in neurob., 2005, 75, pp. 29-52

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