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La Caduta del Dio Unico
lettera inviata da Piero

 

Con la nascita dell’uomo o forse con la comparsa sulla terra della prima cellula vivente, si è aperto un problema che oggi si evidenzia in tutta la sua recrudescenza e precisamente la divisione tra individuo e società. Un conflitto mai risolto tra il nostro interesse personale in contrasto con l’interesse di una comunità o di una società dove le singole individualità devono trovare una mediazione con gli altri membri.

Che ci piaccia oppure no, le religioni si sono fatte carico nel corso dei tempi di questa mediazione e lo hanno fatto formulando e sostenendo delle norme morali ed etiche atte ad ammortizzare l’attrito tra le richieste del singolo e le esigenze delle, sempre più complesse strutture sociali.
Le religioni traevano la forza per reggere il peso di tale compito immane dalla divinità, entità con la quale avevano un legame di mutuo supporto. Cioè se da una parte traevano autorità dal fatto di rappresentare la divinità dall’altra si peritavano di rafforzare il ruolo e la credibilità della divinità stessa. Nonostante la nobiltà degli intenti purtroppo le varie dottrine religiose hanno finito per sortire un effetto contrario a quello che perseguivano acuendo, di fatto, la divisione che esiste all’interno delle singole coscienze.
Il messaggio di amore delle religioni non fu sbagliato in se. Furono sbagliate in maniera terribile modo e proposta. Fu sbagliata la demolizione sistematica dell’individuo fatta attraverso i concetti di giudizio, di peccato, di colpa, di castigo, di punizione, che le religioni hanno perpetrato in favore del corpo sociale. Fu sbagliata la poco credibile ed ancora meno dimostrabile colpevolizzazione del piacere. L’assunzione che amore, altruismo, bontà, potessero nascere da un atto volitivo. La richiesta di un’abdicazione della propria originalità in favore di un modello. Tutti ingrediente che paradossalmente hanno enfatizzato l’ingigantirsi dell’individualità. Così nel vuoto di valori che si è venuto a creare con lo sgretolarsi della proposta religiosa l’uomo ha finito per radicarsi a quel benessere materiale che era proprio l’esatto contrario della proposta religiosa.
Svilito delle sue qualità e dei suoi valori intriseci l’individuo ha dovuto per forza di cose trovare nell’esteriorità materiale una ragione di ben vivere. E questo materialismo è cresciuto di pari passo al dilagare del benessere legato alla società industriale. E’ pur vero che nessuno di noi può e deve, oggi, sputare sul benessere e sulle comodità o i comfort e le conquiste che, anche con fatica, abbiamo acquisito. La scienza ha molti meriti e la libertà dei mercati ha accelerato molto la crescita del benessere in diverse fasce delle popolazione. Ma non si doveva per questo abdicare ai valori di base della società e della cultura umana perché la convivenza è un "must" dal quale nessuno può esimersi. Inoltre il materialismo non può essere, per definizione, la risposta alle domande del singolo individuo e quindi delle strutture sociali composte sempre e comunque da individui. Non può esserlo perché il materialismo è, per definizione, privo dell’essenza vitale e come tale difficilmente metabolizzabile dall’uomo che invece è un prodotto biologico. Sarebbe come dire che pressato dalla fame l’uomo si mettesse a mangiare la sabbia e la terra. La biologia umana ha bisogno di altro e questo è vero anche per la psicologia umana. L’uomo deve nutrirsi di cose vive anche per quello che riguarda la sua sfera emozionale. Comodità e benessere sfortunatamente non nutrono la psiche che a lungo andare presenta malformazioni degenerative.

Teso tra una irrealizzabile domanda di perfezione e lacerato dalle pressioni della vita l’uomo è ricaduto nel posto più basso della catena evolutiva, quello cioè dove la materia diventa il centro della propria esistenza. Una caduta gigantesca che alle soglie del terzo millennio si manifesta con effetti collaterali preoccupanti aprendo forse la via a scenari inquietanti. Nessuno può fingere oggi di non sentire parole come: "terrorismo, guerra, atomica, genocidio, antrace" e quant’altro ci viene sibilato quotidianamente dagli schermi televisivi. Nessuno può esimersi dal riconoscere come i protagonisti di questa contrapposizione sono da una parte la cultura occidentale prevalentemente cristiana dall’altra la cultura araba prevalentemente islamica. Se aggiungiamo l’ebraismo, terza religione monoteista, a fare da innesco a questo incredibile paradosso diventa evidente il crollo della proposta delle religioni monoteiste proprio nella loro apoteosi. Non la caduta degli dei ma la caduta della dottrina degli dei.

Il problema è incalzante e non c’è più tempo per nulla. Tantomeno per pensatori obsoleti e paurosi ad affrontare il nuovo. In un escalation militare potremmo giocarci l’intero pianeta nel giro di pochi anni se non di pochi mesi e se non c’è un’escalation del terrore quello che si prospetta davanti a noi è comunque un mondo sempre più complesso infido e difficile. Oggi vediamo che anche le società più civili esprimono configurazioni di governi e di governanti che non sono altro che la riproposizione della difesa del privilegio nel grande corpo sociale; cioè la difesa dell’interesse personale contro tutto e tutti. Logica voleva, fino a poco tempo fa, che i governi delle democrazie fossero una risposta, (almeno ideale), alle esigenze degli elettori. Se questi valori sono andati persi, ancora una volta, è perché religione e cultura si sono lasciati sfuggire dalle mani l’etica calando le difese davanti all’inevitabilità del libero mercato. 
In questa corsa all’arricchimento sfrenato le deontologie, che assegnavano le etiche individuali alle singole professioni, non esistono più. Per esempio il giuramento di Esculapio del vostro medico non lo ferma dal guardare più ai bonus delle case farmaceutiche che alla vostra salute. Nessun freno è posto alle industrie farmaceutiche, o all’industria in genere che perseguono il proprio profitto a scapito dell’interesse collettivo. Accecati in una sorta di delirio di onnipotenza datoci dal benessere materiale e dal progresso abbiamo completamente perso di vista i valori basati sull’esistenza degli altri. Così facendo ci stiamo strangolando con i nostri stessi possessi. L’assunto che arricchendo maggiormente io ed indebolendo l’altro potrò stare meglio, che sarò amato, rispettato, che avrò più potere, più gioia e maggior benessere si basa su un errore macroscopico di valutazione. Questa convinzione è assolutamente infantile e paradossale perché porta ad una società fatta da individui fragili e spaventati. Spaventati, da tutto, dai ladri, dal diverso, dall’indice delle borse, dalla paura della guerra, dalle malattie, dal futuro. Per l’uomo che non interagisce col mondo che lo circonda tutto finisce per diventare nemico e non appena lo scudo illusorio che si è costruito si sgretola il mondo personale che lui ha creato gli scoppia in mano. 
Il problema tra io individuale e società, tra interesse personale e giustizia nel mondo diventa così estremamente urgente come urgente diventa la necessità di trovare una mediazione tra le due. Una riformulazione del sistema di valori che da una parte sia credibile e che faccia da ammortizzatore permettendo alla specie umana di continuare la propria evoluzione.

All’inizio di questa premessa ho parlato di una lotta tra il corpo individuale ed il corpo sociale. Il corpo individuale biologico è parte del processo della vita come tale è superiore alle strutture culturali ma il corpo individuale biologico va anche visto, concepito e conosciuto nel contesto che lo circonda e che non è meno parte di lui di quanto lo sia la nozione "io". Questo contesto è tutto l’universo che compenetra ogni essere umano iniziando proprio dai nostri simili. Solo con una tale, inevitabile, presa di coscienza il mondo potrà cambiare, prima di allora ogni pretesa di amore, civiltà, cultura, è assurda e pretestuosa. Un goffo tentativo ancora una volta di imitare un modello di perfezione che non è possibile in quanto l’uomo è il prodotto della forza creativa della vita che sta cercando nell’evoluzione il compimento di espressioni sempre più alte.

 

Piero

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