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La fiaba come specchio

Di Elisabetta Polatti - Agosto 2012

 

Con la fiaba si entra nell'astrale, nell'animico, nello spirituale ma, avendo il genere umano, da secoli, perso la percezione della sua vera identità, essa pare puerile, fantasticheria per soli bambini; quale errore più grossolano!

Basta immergersi nel ... c'era una volta … e… vissero felici e contenti, che subito ci si proietta in un tempo non tempo dove tutto è dato, un luogo da cui un io si diparte per volontà o per fato: il fuso ti punge e tu perdi il ricordo del mondo sottile in cui eri e cadi in un sonno profondo ...il nostro.

Ci si diparte in mille altri modi ma tutti con un unico fine: esperire, crescere, lottare per ritrovare, ma non è da tutti, quel tesoro perduto che è la patria della nostra anima. Un luogo, quello della fiaba che è vero, proprio perché immaginario, sottile, archetipo. Sono vere le fiabe esse raccontano di un tempo lontano, in cui uomini come noi hanno esperito questa realtà e poi l’hanno tramandata perché ci guidasse, perché ci facesse ricordare. Dentro ogni immagine noi possiamo leggere l'eterna storia della nostra nascita, morte e rinascita. Quando entriamo nel bosco incantato ci immergiamo in un mondo remoto dove gli elementali giocano o si fanno beffe dell'uomo, lo aiutano, si fanno Sibille ed Oracoli di un mandato a loro solo noto, dove orchi e streghe ci svelano i nostro alterego con cui ci imbattiamo.

Trappole e incantesimi ci vengono incontro, gnomi e folletti e sempre un re, vedovo di una splendida moglie che dipartendosi gli ha lasciato in dono una stupenda bambina e sempre una matrigna arcigna, una figliastra: un'anima bella, gentile, gioiosa e per contrappunto, una o due figlie dall’anima pigra, vanagloriosa che ostenta e comanda, invidiosa dell'alone di luce che pur brilla di sotto ad una Cinerella.

Loro non vedono e non cercano e se pure vengono spinte dentro lo specchio, a calarsi nel pozzo alla ricerca del fuso, dalla madre avida di polvere d'oro, non potranno che incontrare solo se stesse e riportare loro stesse in superficie ma ancora più grevi per la cappa di pece che le ha ricoperte.

Non c'è scampo ci dice la fiaba, per un'anima ottusa, per sempre a lei sarà preclusa ogni delizia, ogni mela d'oro le sarà negata e mai su di lei si poseranno le labbra innamorate di un giovane bello e nobile. Mai per lei, alla fine della storia, si farà una festa di nozze, per lei non ci saranno piatti d'argento e posate d'oro e il grande giubilo del re, della regina e di tutta la corte.

 


La fiaba di Barbablù: una potente chiave iniziatica per ogni donna


Ho riletto la fiaba di Barbablù in un’antica versione che mescola la tradizione francese alla slava avvalendomi delle preziose osservazioni di Clarissa Pinkola Estès.

Il racconto mostra una sposa fanciulla che consente alle nozze affascinata dalle lusinghe e dai doni profusi dallo sposo, BARBABLÙ.

Acconsente, dopo aver messo a tacere quei piccoli, ragionevoli dubbi sul futuro consorte, simboleggiati da quell’insolito colore blu della barba, che l’intuito le suggeriva strano.

La donna fanciulla rappresenta l’ingenuità della psiche che si lascia affascinare dalle lusinghe esteriori, una psiche non consapevole del suo sé più intimo, selvaggio, istintuale, intuitivo potente e creativo, e che, arrendevole, diventa preda dell’uomo nero: Barbablù, il predatore interno ed esterno.

Lo sposo, che simboleggia uno dei personaggi più nefasti che alberga nella nostra psiche, con un gioco sottile di illusoria libertà, la cattura, la lusinga ma la uccide pian piano dentro.

Tutto trascorre al meglio, in apparente e a volte gratificante, libertà, fino a che la giovane ingenua, travolta dal gioco della curiosità suggeritole dalle altre sorelle alberganti nella sua psiche e che la sposa stessa aveva convocato in quello spazio di assenza dello sposo, trasgredisce il divieto in complicità giocosa.

Apre,  con la chiave proibita, la porta della cantina-caverna e lì scopre nell’orrore il sangue e i corpi delle altre mogli del suo sposo. La morte, la verità ignorata diventano di colpo realtà.

S’immerge nell’orrore ma poi, timorosa, cerca di nascondere la prova dell’infrazione: la chiave, ma tutto è vano, essa, non solo è macchiata, ma zampilla sangue: il suo sangue.

Il Predatore interno - sposo esterno, scopre inevitabilmente la trasgressione; per lei ora c’è solo la morte. Ma ecco che la forza primigenia della Donna Delle Ossa, quella che nei miti più antichi è detta anche la Loba, la Què Sabè, quella che raccoglie le ossa, l’elemento materiale più eterno dell’essere umano, e, con una potente magia, in quello spazio che esiste e pure non c’è, gli ridona la vita, traendo dalla morte, dall’humus, dal letame, la vita il profumo dei fiori, le si materializza dentro.

Con slancio ferino di disperata sopravvivenza e autodeterminazione, irrompe sulla scena folgorando l’ingenua psiche che, come Fenice, risorge, si fa consapevolezza: ANIMA.

La psiche bambina, chiama a raccolta fratelli e sorelle, le energie che erano sopite in lei per la troppa abitudine a conformarsi a modelli dati, ad essere passiva, graziosamente carina, e, in un assalto Congiunto, il predatore interno ed esterno viene aggredito e, con furia, fatto a pezzi.

Finalmente la psiche ingenua si scopre adulta, si scopre anima e animus, luna e sole, forza e intuito.

Ora, attraverso il viaggio nella caverna, si è reintegrata attingendo al profondo archetipo del suo essere donna.

Che ne è stato dell’uomo nero, dello sposo predatore?

La fiaba è una fiaba, a lieto fine, ma l’esperienza la dice lunga. Nulla in natura si crea, nulla si distrugge: da ciò che è apparentemente morto, rinasce sempre qualcosa.

La lotta della psiche contro il suo nemico interno è stata vinta, nel segno della consapevolezza nella riappropriazione della sua essenza fatta di intuito e intelligenza, passione, immaginazione, forza; ma la vita propone ogni giorno il suo teatro, le sue sfide cui siamo chiamati ogni volta a rispondere con strumenti e risposte sempre nuovi sempre più adeguati.

Il predatore è sempre in agguato, come la Fenice anche lui si rigenera, ma ora la donna intuitiva e selvaggia è in noi e lo sa riconoscere solo fiutandolo.

 

   Elisabetta Polatti

 

Bibliografia:
P. Archiati,  La fiaba
C. Pinkola, Donne che corrono con i lupi

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