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Percezione

Percezione, termine usato da Cartesio, Locke, Leibniz e altri pensatori moderni per designare ogni atto di conoscenza. In questo significato più ampio è oggi però usato solo il verbo corrispondente (per esempio: «percepire» la verità di una proposizione). Assai più diffuso è invece il senso più ristretto del termine, introdotto dagli stoici e poi conservatosi nel corso di tutta la storia della filosofia: quello di atto o funzione di conoscenza che si riferisce immediatamente a un oggetto reale, sia esso mentale o fisico. Quando il termine viene usato in questo secondo significato si distingue generalmente percezione da sensazione: la percezione è un processo conoscitivo complesso che comprende, unificandole, una molteplicità di sensazioni (intese come fatti o dati elementari della coscienza sensibile) e le riferisce a un oggetto distinto dal percipiente e dagli altri oggetti. È questo il concetto di percezione esterna, da cui si suole distinguere la percezione dei propri stati interiori (sebbene l'uso dell'espressione «percezione interiore» sia oggi piuttosto raro). Della conoscenza percettiva si hanno sostanzialmente due interpretazioni: quella empiristico-associazionistica, che considera la percezione un prodotto dei meccanismi dell'associazione psicologica (Hume, J.S. Mill); e quella trascendentalistica, che vede invece nella percezione un prodotto della spontaneità spirituale del soggetto giudicante: l'oggetto della percezione è una elaborazione dei dati sensoriali operata dalla coscienza secondo forme a priori.
Estensione di questa interpretazione kantiana è quella idealistica che, abbandonato ogni riferimento al materiale sensibile esterno, concepisce il rapporto tra sensazione e percezione come la tappa iniziale dello sviluppo dello spirito da forme di conoscenza astratte e povere a forme sempre più ricche e concrete (così in Hegel e nella tradizione neohegeliana).
Contro l'interpretazione associazionistica si pronunciarono, alla fine del secolo scorso e all'inizio del nostro, varie scuole che peraltro non condividevano neppure l'interpretazione idealistica: in particolare Il pragmatismo (Peirce e James), il neorealismo (Whitehead), lo spiritualismo evoluzionistico (Bergson), la fenomenologia (Husserl). Questi indirizzi, e soprattutto la corrente fenomenologica, prepararono in tal modo il terreno alla Gestaltpsychologie, o psicologia della forma (Wertheimer, Kohler, Koffka), che condusse un attacco a fondo contro l'associazionismo largamente diffusosi nell'ambiente positivistico e recepito dai primi manuali di psicologia. Gli psicologi della forma sostengono che nella percezione si ha coscienza immediata di un tutto strutturato, il cui comportamento non è determinato dai suoi supposti elementi, ma da leggi strutturali interne al tutto (Wertheimer, Sulla teoria della forma, 1925). La percezione non si sviluppa dunque per una sintesi di elementi atomici o di sensazioni particolari, che risultano essere pure entità immaginarie, astrazioni artificiali e teoriche costruite dall'intelletto filosofico. La psicologia della forma confortò queste sue critiche con una serie imponente di prove sperimentali, in base alle quali cercò anche di determinare le condizioni dell'apparire delle forme o totalità e le leggi delle loro trasformazioni. Il limite della Gestalt, più volte rilevato, sembra però essere quello di intendere la percezione come qualcosa di autosufficiente, senza tenere conto delle «prestazioni» del soggetto percipiente in cui occorre reintegrarla; è questo il punto di vista del «funzionalismo percettivo» sviluppatosi verso la metà del nostro secolo (Bruner, Postman, Allport). Pur facendo propria la critica gestaltistica dell'associazionismo, esso sottolinea particolarmente le disposizioni soggettive, i bisogni, i fini ecc., come fattori codeterminanti l'atto percettivo. In questo quadro si è poi molto insistito sul carattere ipotetico della percezione: le percezioni sono punti di vista, ipotesi, sull'oggetto, suscettibili di modificazioni, approfondimenti, correzioni. Su questa scuola ebbe larga influenza il pragmatismo americano per la sua interpretazione della vita psichica come «transazione» tra organismo e ambiente. L'atteggiamento oggi prevalente tende a sviluppare questi punti di vista sul piano strettamente sperimentale e in ambiti rigorosamente delimitati che non pretendono di pervenire a visioni d'insieme ed esaustive. In questo quadro vanno anche ricordate le recenti applicazioni della cibernetica alla comprensione del processi conoscitivi.

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