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Riflessioni sulla Mente

Riflessioni sulla Mente

di Luciano Peccarisi -  indice articoli

 

L'homo doppio

febbraio 2015

  • Ma perché ci sentiamo doppi?

  • Come nasce questo tempo interno?

La presenza di una dicotomia interna all’essere umano è qualcosa su cui l’uomo riflette dalla notte dei tempi. Noi ci sentiamo doppi, con una duplice natura. Ci guardiamo allo specchio e osserviamo il corpo, ci vediamo crescere e invecchiare ma in noi sentiamo un’istanza che dice che non siamo solo corpo. Abbiamo qualcosa, sembra, che anziché invecchiare matura, che non ha una solidità come quella del corpo ma fatta di aria, indefinibile, volatile e che l’uomo nel corso della sua storia ha chiamato con tanti nomi a partire, da uno dei primi, psiché degli antichi greci. Significava spirito vitale, soffio, l’ultimo alito di vita prima della morte o anche ciò che dona la vita ma psiché significava pure farfalla, come se l’anima fosse come una farfalla pronta a prendere il volo seguendo il vento.

L’uomo sente di avere un corpo e un Io, con tutte le sue accezioni: anima, mente, coscienza, spirito, ognuno nato per descrivere qualche tipo di differenza.

Il tema del doppio è onnipresente in letteratura come quel dàimon con cui parlava Socrate. Si pensi ai “Menecmi” di Plauto o all’altra sua commedia, l’“Anfitrione”, da cui deriverà il termine “sosia”. Allo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Stevenson, al “Il sosia” di Dostoevskij al Gregor Samsa, di Kafka, che si sveglia trasformato in insetto, e molti altri. Freud nell’opera ‘Il Perturbante’ aveva parlato del doppio, rendendo omaggio a Otto Rank che ne aveva parlato nel sosia. Il sosia avrebbe rappresentato originariamente una difesa contro la morte e l’annullamento. La creazione del Doppio (l’Ombra, i riflessi sull’acqua e in seguito i concetti d’immortalità dell’anima), quindi come protezione dalla morte. Per Freud, da assicurazione di sopravvivenza esso diventa un perturbante presentimento di morte.

 

Ma perché ci sentiamo doppi?

Il corpo animale si muove nello spazio fisico, lo esplora, lo marca, lo percorre, vive all’interno di esso. Vive nel mondo che lo circonda e che captate, tramite i sensi. Si sposta nel mondo fisico, attraversando le successioni delle azioni e delle cose che incontra, degli ostacoli e resistenze, si avvicina alle cose piacevoli e si allontana dai pericoli. Noi, ominidi con l’Io virtuale, abbiamo un corrispettivo virtuale del corpo che si muove nella testa. Ma nella testa non c’è spazio, non c’è un campo di azione e non c’è territorio. Le successioni di questo spazio della mente  diventano successioni temporali. E’impossibile essere coscienti del tempo se non come uno spazio. Proprio come il corpo è in rapporto con lo spazio fisico, muovendosi nell’ambiente, osservando le cose, l’Io osserva e si concentra sul succedersi degli eventi mentali, creando il concetto di tempo: di passato, presente e futuro. Il tempo umano è all’origine dell’autocoscienza umana. L’animale conosce lo spazio ma non il tempo. Conosce il territorio, ha una mappa di esso nella sua testa, ma non sa di invecchiare. Ed è qui, in questa dimensione, che noi umani misuriamo il trascorrere della nostra vita. E questo dà luogo alla concezione cosciente del tempo: lo spazio dentro di noi. Noi usiamo il senso dello spazio per ‘vedere’ il passaggio del tempo. Di solito il tempo passa da sinistra a destra, scriviamo da sinistra a destra, forse ciò è dovuto alla differenza di funzione dei due emisferi cerebrali. Infatti, i mancini all’inizio tendono a scrivere da destra a sinistra. Nei tempi evolutivi invece le ere più antiche sono spesso mostrate in basso e il ‘presente’ in alto.

 

Come nasce questo tempo interno?

Per circa 160 milioni di anni gli ominidi pur essendo già gli esseri più intelligenti del pianeta facevano progressi assai lenti, scheggiavano la pietra e la resero tagliente, poi passò un altro milione di anni per scheggiarla dalla parte opposta e fare un’ascia, uno strumento davvero temibile. Ma 30-40 mila anni fa successe l’incredibile, una popolazione di circa 6-7 mila ominidi particolari uscirono dall’Africa, come avevano fatto anche i loro predecessori, e nel giro di diecimila anni riempì di dipinti bellissimi le grotte rupestri, fece fuori gli animali di grossa taglia come la tigre dai denti a sciabola o il Mammut e rese la vita difficile agli altri ominidi, fu in quel periodo che si rinvengono per la prima volta le sepolture, i monili e i primi strumenti musicali. Che cosa era successo?

Questi uomini avevano un vero e proprio linguaggio, non solo una serie di suoni poco articolati degli altri. Potevano parlare tra di loro e farsi domande, potevano riflettere, magari intorno a un fuoco. E quale fu la prima riflessione che qualunque animale non fa, e non la fa perché non è umano perché se la facesse diventerebbe umano? Perché la morte? Questo primo grande sapere antropologico darà forma a tutto il sapere successivo, perché scandisce un tempo: la fine. Ma se c’è una fine, c’è pure un inizio, quindi vi è un intervallo nell’infinito tempo e in questo intervallo è la nostra esistenza. Gli animali vivono in un tempo infinito e quindi senza tempo, non hanno paura della morte, sono immortali. In passato danzavano e cantavano gli sciamani. Per vincere la morte abbiamo inventato l’arte che è il contrario d’inerte, di morte. E le rappresentazioni, il teatro, il cinema, il libro, la storia. La rappresentazione quindi deve avere un inizio e una fine, una nascita e un esito, occorre recitare la parte in un tempo circoscritto che è il tempo che c’è dato.  Dobbiamo fare la nostra rappresentazione. Se siamo attori, dobbiamo fingere, dobbiamo indossare una maschera, molte maschere. Non si può vivere senza finzione. Fingere non significa ingannare, imbrogliare in latino significa foggiare, plasmare, costruire un riparo, un muro con l’argilla. Il muro è tra il dentro e il fuori. E’ la maschera che metto per entrare far parte della recita, dove tutti recitano. E’ il senso del doppio o del raddoppio in questa nostra nuova educazione, questo plasmarsi di nuovo, come attori con arte. Ci forgiamo la maschera per essere umani e non animali. La maschera nasconde l’identità o è l’identità? Forse in questo gioco di maschere c’è la mia libertà. L’animale non ha maschere, non finge, non inganna, l’animale è il suo cervello. Noi abbiamo un cervello ma abbiamo anche una mente, che è la maschera culturale del cervello. Comincia a formarsi alla nascita dalle strutture cerebrali ereditate e poi, la grande plasticità del cervello umano, la forgia. Noi siamo dunque una maschera in costruzione.

Anche il grande psicoanalista Jung identificava la persona con la maschera. Solo attraverso il processo d’individuazione la persona può diventare davvero se stessa, intera, indivisibile, integrando le molte parti della psiche per realizzare il proprio Sé così da ridiventare un individuo, in-diviso. Integro e vero, senza più maschere. E la maschera caduta rimane in ricordo dell’homo che immaginò di essere diverso.

 

      Luciano Peccarisi

 

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