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Riflessioni sulla Mente

Riflessioni sulla Mente

di Luciano Peccarisi -  indice articoli

 

I neuroni della cultura

Febbraio 2016

 

Noi non lo sappiamo ma all’inizio eravamo perfetti. Lo racconta Platone nel Simposio. Avevamo quattro braccia, quattro gambe e due teste. Non c’era distinzione tra maschi e femmine, maschi e maschi o femmine e femmine. Fu Zeus a dividerci in due, per evitare che c'impadronissimo del suo potere. Tagliò in due ogni umano, tirò la pelle per ricoprire la ferita e la ripiegò ricucendola a livello dell’ombelico. Da un genere solo diventammo due. Ora, separati, andiamo alla ricerca della nostra metà perduta, per ridiventare un’unità. Quella originaria l’abbiamo persa ma l’attrazione verso le altre metà è rimasta. Forse è questa l’origine dell’empatia? Lo psicologo Gustave M. Gilbert durante il processo ai criminali nazisti a Norimberga disse “credo che la natura del male assoluto sia costituita dalla mancanza di empatia”. Chi fa del male non è capace di “sentire” il dolore dell’altra persona. Lo studio dei neuroni specchio ci dà la possibilità di capire cosa sia l’empatia e cosa c’entri con i processi affettivi e di apprendimento. Empatia: ‘empateia’ da ‘en’ dentro, e ‘pathos’ sofferenza o sentimento, era un fenomeno noto nell’antica Grecia, il legame speciale che univa gli attori con il pubblico. Il neuroscienziato italiano Rizzolatti ha scoperto i neuroni specchio, i neuroni che potrebbero svelare la base neuronale dell’empatia. Sono neuroni di moto, che dovrebbero attivarsi nel movimento, quando muoviamo una mano o un piede, quando facciamo un’azione. Invece si attivano quando stiamo fermi, immobili, e guardiamo un altro che compie quel movimento, si attivano dunque guardando uno scopo, il fine di un’azione. Per empatia s’intende la capacità di identificare ciò che l’altro sta provando, e di sintonizzarsi con lui, nei pensieri e nei sentimenti. La capacità empatica è dunque quella non solo di capire l’altro, ma di entrare in sintonia con l’altro. Le basi biologiche della malvagità (e della bontà) stanno in un circuito cerebrale: il “circuito dell’empatia”.

 

Il circuito dell’empatia

Ci sono illustri neuroscienziati che considerano i neuroni specchio fondamentali per l’essere umano civilizzato. “I neuroni che forgiarono la civiltà” è il titolo di un capitolo di un libro di Ramachandran, uno dei massimi esperti di come funziona il cervello. I neuroni sono le cellule del cervello e sappiamo che svolgono compiti diversi, i neuroni sensitivi elaborano i segnali dell’esterno, visivi soprattutto ma anche uditivi, tattili, gustativi, di caldo e freddo, di vibrazione; e segnali interni, dai muscoli, dalle articolazioni, dai visceri. Ci sono i neuroni motori che fanno muovere il corpo, alzare la mano, camminare, fare smorfie con la faccia. Poi ci sono quelli di associazione che mettono in collegamento i vari tipi di neuroni tra loro. I neuroni comunicano tutti tramite dei fili, chiamati assoni che si poggiano sulla membrana dell’altro a livello delle sinapsi, i punti in cui avviene lo scambio di sostanze chimiche, i neurotrasmettitori, che trasportano i messaggi.

 

Tutti i cervelli degli animali funzionano così, e funzionano alla svelta, appena al mondo.  Un pesce esce dall’uovo e subito nuota, un piccolo di zebra ancora gocciolante di liquido amniotico dopo qualche tentativo maldestro si rizza in piedi e segue la madre. Questo non avviene nell’essere umano che nasce e rimane in balia degli eventi per lunghissimo tempo. E’pericoloso ma ha un vantaggio: quella cosa che si chiamerà cultura. C’è stato bisogno di lungo tempo per mettere a puntino un raffinato strumento, prima di cominciare a sfruttarlo al meglio: il linguaggio.

 

L’apparato vocale umano è più complicato di quello della scimmia e altrettanto sofisticate sono le aree cerebrali del linguaggio. Esisteva un’impalcatura in queste aree che è presente nelle scimmie legate alla capacità d’imitazione? E’ a questo punto che entrano in scena i neuroni specchio. Sono stati scoperti per caso; Rizzolatti mentre faceva un esperimento, si accorse che certi neuroni motori della scimmia si attivavano come se fossero in azione, mentre la scimmia stava ferma. Stava solo osservando un movimento, un’azione compiuta da un'altra scimmia o dallo sperimentatore. Non erano dunque solo motoneuroni ma adottano il punto di vista dell’altro. Leggevano nella mente cercando di capire lo scopo dell’altro, cosa intendesse fare. Simulano virtualmente ciò che avveniva nel cervello di un altro. E’ dunque una capacità di previsione utile. Esiste anche negli animali ma scatta solo per cose elementari. E’ nell’uomo invece che la capacità di prevedere le decisioni e le intenzioni degli altri si fa più complessa. Aver imitato i movimenti delle labbra e della lingua degli altri, come quando impariamo a fischiare, può aver rappresentato la base evolutiva dell’articolazione del linguaggio. In effetti l’area in cui si trovano questi neuroni e l’area motoria del linguaggio si trovano molto vicini. In seguito sono stati trovati dei neuroni specchio sensitivi, in particolare per il dolore, che si attivano quando uno guarda un altro che prova dolore. Sono chiamati “neuroni di Gandhi” perché rendono meno netto il confine tra sé e gli altri. Ma anche se non vi è un dolore, pensate allo sbadiglio e di quanto sia contagioso. Vi è una malattia neurologica chiamata “eco prassia” in cui il paziente imita i gesti in maniera incontrollabile. Darwin scrisse che sentiamo le nostre gambe flettersi se guardiamo un atleta piegarsi per lanciare un giavellotto e digrigniamo i denti se vediamo usare un paio di forbici. I neuroni specchio sono innati, già un neonato di poche ore fa eco al sorriso della madre. In noi la funzione evoluta dei neuroni specchio, che esiste in modo elementare anche nelle scimmie, è quella di capire le intenzioni altrui. Di capire la prospettiva “concettuale” di un altro e di capire come gli altri ci vedono e questa potrebbe essere la base della ‘autocoscienza’, dell’‘astrazione’ e della ‘metafora’. Recentemente Gregory Hickok, professore di scienze cognitive della California, ha scritto “Il mito dei neuroni specchio” tradotto dalla Boringhieri nel 2015 dove ha sferrato un colpo, che ritiene mortale, ai neuroni specchio. Secondo lui non spiegano affatto, come la vulgata afferma, il linguaggio, l’empatia, la società e la pace nel mondo. E tuttavia conclude così “Inseriti nel contesto di una struttura più equilibrata e complessa, i neuroni specchio avranno senza dubbio un ruolo nei nostri modelli di base neuronale della comunicazione e della cognizione”.

 

      Luciano Peccarisi

 

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